troppo, sopra di lei, motivo per cui non ci vedo lo scopo di fingere
in pubblico con me, per il gusto di tradirmi di nascosto; e
quell'altro, se ci potesse qualche cosa per davvero, invece di
sopportarmi sempre lì fra i piedi, mi manderebbe dritto a quel paese!
--Diamine!... Ma dunque, ero proprio matto ieri?... Lei indurre il
capitano a farmi delle scuse, per non restar compromessa? Intanto
dalle scuse alle dichiarazioni del capitano ci corre e poi.... e poi
non è donna, Lavinia, da simili commedie!... Riepilogando, quale prova
mi resta del suo tradimento? L'incontro mio col capitano in _Via
Nazionale_! Grazie tante: ma io non posso dire da dove veniva, ed
anzi, se Lavinia non me lo ha confessato, vuol dire che non c'è stato
da lei. Certo, quando ieri m'ha veduto con un palmo.... di muso, ne
avrebbe indovinata la cagione e con un pretesto; qualunque--ha tanto
spirito--avrebbe subito giustificata quella visita clandestina. Come
l'ho trattata male.... povero angelo!... Ma bisogna che mi
compatisca.... ero proprio matto!... Sicuro!... L'amore fa di questi
scherzi!...--E allora Michele, ricordandosi del bigliettino di
Lavinia, che gli permetteva di andare da lei magari prima delle
dodici, fu preso da un desiderio vivo, cocente, di rivederla, di
gettarsi alle sue ginocchia, di confessarle tutti i suoi torti,
concludendo però che se il giorno prima era stato matto, lo era stato
per il gran bene che le voleva!... Guardò l'orologio; erano le 11.
Sant'Arduino, il quale in tutto quel tempo non aveva sentito l'amico
dire una sola parola, vedendolo adesso che guardava l'orologio, lo
credette deciso più che mai nei suoi propositi di vendetta. Allora
ritornò da capo, quantunque sperasse poco di riuscirvi, a tentare di
persuaderlo sull'inutilità, e quasi sulla sconvenienza, di quella
sfida.
--Dunque--gli domandò Michele, quando l'altro ebbe finito, sfettandosi
del panattone che inzuppava nel caffè--dunque tu, nel mio caso, in
parola d'onore, accetteresti le dichiarazioni del capitano?
--In parola d'onore, accetterei le dichiarazioni del capitano, che è
un uomo leale e di cuore!--esclamò Sant'Arduino, meravigliato e
soddisfatto del buon esito della sua eloquenza conciliativa.--Tutt'al
più, se lo vuoi, posso fargli sapere, in via amichevole, che tu,
risentito un po' dalle sue parole, avevi cercato di me, appunto per
chiarirle.
--Sì, questo glielo puoi dire, ma ti raccomando di farlo in modo
ch'egli non debba credere ch'io abbia del mal'animo contro di lui,
perchè, lo riconosco, egli ha agito con me da vero gentiluomo, con
molta delicatezza e cavalleria. Dopo tutto, se l'avesse voluto, sai,
mi avrebbe tagliato a fette come quel tuo prosciutto, ch'era proprio
eccellente. Hai detto bene. Il capitano è uomo di cuore!
***
Mezz'ora dopo, il buon Michele, leggiero, svelto, felice, colla
fisonomia ridente e l'occhio limpido, imboccava la _Via Nazionale_
canterellando il motivo del duetto: _mia vita l'amarti_--_Se' tutto
per me_. E confrontando allora quella sua contentezza gaia, serena e
confidente, colla torbida infelicità, l'amaro dubbio e il malessere
del giorno prima, non potè a meno di domandare in confidenza a sè
stesso:--Ero matto.... o avevo fame?
CAVALLERIA ASSASSINA
Il signor di Gaucherin non avea chiuso occhio in tutta la notte. Dopo
parecchi giri di _valtzer_, ballati colle più leggiadre donne di
Bordeaux, si era gettato vestito sul letto, convulso e torvo. I suoi
occhi stanchi guardavano con ripugnanza il riflesso bianchiccio
dell'aurora che penetrava dalla finestra socchiusa. Una folla di
pensieri foschi, angosciosi, gli turbava la mente. Avrebbe pur voluto
dimenticare col sonno le vicende di quella notte; ma non ci riusciva,
anzi faceva peggio. Gaucherin era stato ad un ballo, e gli splendori
delle gemme e dell'oro, i lampi procaci della gaia giovinezza che per
tante ore lo avevano esaltato e commosso, adesso gli suscitavano
nell'anima un impeto d'ironia amara e feroce.--Ah! senza dubbio si era
avvolta di tanto lusso, di tanta luce quella festa, perchè a nessuno
sfuggisse l'ignominia di lui!
L'irrequieto giovinetto era andato al ballo per una donna.... voleva
almeno vederla. Gaucherin aveva trent'anni, _lei_ ventiquattro. Le
fanciulle, quando Gaucherin passava per la via, se lo rubavano cogli
occhi. Era bello, e poi aveva fama di ardito, di battagliero. Non
c'era stata mano di ferro che l'avesse fatto piegare; la sua spada non
ricordava il numero de' suoi duelli, e allora i duelli erano di moda
come il ferraiolo a tre baveri e la cravatta a tre giri.
Quanto alla vaga prescelta da questo giovane bruno, forte,
affascinante, c'era davvero di che perder la testa. Carlotta di Morny
pareva una statua di marmo pario, nella quale una strega in collera
cogli umani avesse costretta un'anima strappata dal limbo. In quella
donna, nelle sue carni, nelle sue fibre, c'era del ghiaccio. Il suo
occhio, quantunque bellissimo, sembrava privo di vita. I fascini che
emanavano da lei, erano altrettanti agguati involontarî di una
bellezza senza cuore. Aveva la sua forza in un istinto che, mentre
temprava la sua virtù, faceva sordo il suo cuore. Era una donna caduta
per caso sulla via dell'amore. A ciò non era destinata, ed è per
questo che passava fredda, distratta, sicura attraverso quel campo
nemico dove, a vent'anni, ogni fanciulla affronta la lotta.... con una
corazza di velluto ed un elmo di pizzi e di piume.
Carlotta di Morny quella sera ricevette l'omaggio di cento cavalieri;
ma rimase alteramente placida in mezzo al loro caldo entusiasmo: ebbe
per tutti un sorriso, una parola, un saluto ugualmente cortese, ma
senza scomporsi dalla sua attitudine di regina annoiata, senza che mai
_l'eterno femminino_ scoperto da Goethe avesse in lei un solo lampo di
vita. Anche durante la danza, nel giro febbrile, vorticoso,
insidiatore del _valtzer_, ella, strana cosa, si mantenne impassibile.
I suoi riccioli biondi ondeggiavano appena quando le coppie
incrociandosi le une colle altre mettevano in iscompiglio l'aria
tepida, odorosa, che tutto e tutti circondava. Ma dopo un lungo ballo,
quando il cavaliere garbato s'inchinava innanzi a lei, asciugandosi
con una pezzuola di seta la fronte infiammata, notava, sorpreso e
dolente, la tranquillità inalterabile della sua dama. Ella era rosea,
avea l'occhio sereno e l'atteggiamento di chi vuole la quiete perchè
ama la quiete soltanto. Ma il male si è che in quella festa c'era
stata una vittima nuova, impensata di questa sirena noncurante e
fatale. Il signor di Gaucherin se ne era fortemente innamorato, e
siccome fra le sue abitudini avea pur quella di far tutto alla lesta,
così si spiegò con lei spiattellandole la sua brava dichiarazione
durante un giro di _valtzer_. Con voce rotta dalla commozione e
dall'urto della danza, egli le disse che già da qualche tempo aveva
perduta la pace; che sentiva bisogno di lei come dell'aria, della
luce; che non era bugiardo giurandole di amarla immensamente. Le
disse, insomma, tutte quelle belle cose che son sempre le stesse in
ogni idioma; ma alle quali si lavora assiduamente col pensiero prima
di esprimerle, studiandone il modo e la forma più efficace, paventando
con una timidità inusitata e nello stesso tempo affrettando con
un'ansia indicibile il momento nel quale saranno ascoltate.
Gaucherin parlò tremando. Egli citato per la sua serenità quando
rischiava la vita, egli che sorrideva in faccia ad ogni pericolo,
balbettava, colle ginocchia che gli si piegavano, dinanzi a questa
donna, e quando ebbe finito, aspettò confuso, impacciato, ubriaco
quasi, una parola di lei. Ma la bionda creatura non rispose nè con una
parola, nè con un sospiro e nemmeno col rossore del volto.
--Nulla?... Non mi dite nulla?--esclamò Gaucherin fatto pallido e
cogli occhi fissi, lucenti.
--No.... Questa musica allegra e appassionata ad un tempo non è certo
adatta per quello che io vi risponderei; ma però non posso
disconoscere ch'essa ha pur la potenza d'inspirare sentimenti quali
voi dite di sentire per me.
Ciò detto, mollemente si adagiò sopra un divano: aveva parlato
abbastanza chiaro.... e Gaucherin, quantunque pazzo d'amore, lo
comprese; s'inchinò addolorato, attraversò la sala, e giunto nel
mezzo, si voltò per salutarla ancora, quasi mendicando cogli occhi un
ultimo atto di compassione. Carlotta di Morny non lo vide, lo aveva
già dimenticato e rideva, rideva deliziosamente col marchese di Tracy
che si sarebbe detto la stasse aspettando appoggiato alla spalliera
dorata di una poltrona vuota.
A Gaucherin quel sorriso punse e rimescolò il sangue; non tremava più;
si fermò guatando i due in modo da far paura; ma allora il marchese di
Tracy, sghignazzando e guardando lui beffardamente, si sedette al
fianco di Carlotta. Per Dio! non l'avesse mai fatto!... A Gaucherin
parve di morire. Il cuore gli mancava, si sentì traballare, ma fece
violenza e imperò su sè stesso. Si guardò ancora d'attorno, e là, nel
mezzo alla sala, urtato, serrato, spinto dalle coppie che ballavano,
avvolto da un'onda di luce, tormentato da un'afa soffocante, credette
per un momento che tutti ingrossassero la voce deridendolo, come aveva
fatto il marchese di Tracy; vide moltiplicarsi le fiamme dei doppieri,
e tingersi in bianco, in giallo, in rosso, e quella musica folle,
spensierata, egli la sentiva sghignazzante e pettegola, esultare
all'oltraggio patito da lui come ad una bastonatura di Pulcinella.
Il suo primo pensiero, forse il suo primo impeto, fu quello di
gettarsi sul marchese e di schiaffeggiarlo; ma lo scandalo sarebbe
ricaduto su quella donna che, se si era fatta il suo tormento, era pur
sempre il suo amore, e si trattenne. Invece, coll'odio nell'anima,
facendo sacramento a sè stesso di far scontare al marchese quella sua
beffa temeraria, corse a casa, si buttò sul letto, pianse di rabbia,
ma promise a sè stesso di aspettare il momento propizio.
***
La stagione delle danze, dei teatri e delle allegre cene era
terminata. Il maggio, colle sue rose, colle sue rondini in cerca del
vecchio nido e coi ruscelli colmi d'acqua appena calata giù dall'alto,
metteva fremiti nuovi di nuovi amori. Una gran benedizione discendeva
dai cieli tepidi, tersi e diffusi, parlando di pace, di gioia,
sorridendo benigna al fecondo lavorìo della natura. Ma il signor di
Gaucherin, da quella notte, si era fatto infelice e cupo. Era stato
offeso, odiava e ancora non avea trovato il destro di vendicarsi. Quel
riso beffardo lo seguiva dovunque, se lo sentiva d'attorno: era
l'incubo della sua vita. E mille volte in cuor suo, mentre le voleva
un bene pazzo, smanioso, furente, imprecava contro quella donna che
ignorava lo strazio della sua anima, che non poteva neanche
comprenderlo; ma che lo rendeva incapace di difendere il suo orgoglio.
Se ella non fosse stata, oh, allora!...
Da due mesi Gaucherin cercava invano un pretesto. Il marchese di Tracy
non sospettava nemmeno di avere ai fianchi un così acerrimo nemico; ma
però se ne accorse il giorno soltanto ch'egli comprese la
provocazione. Fu un'inezia, che fra diversi contendenti e in altri
tempi avrebbe tutt'al più messo un po' di dispetto. Sangue non se ne
sarebbe versato, o quel tanto solamente che ne poteva correre da una
scalfittura. Ma quelli erano tempi intolleranti, per così dire, e
maneschi. Nel 1829, il duello era una frenesia della vita; affrontare
così balordamente la morte, una seduzione. La temerità si confondeva
coll'eroismo, essere audaci voleva dire essere celebri, così che
talvolta il punto d'onore e la cavalleria giustificavano un
assassinio, legalizzando la ragione del più forte. Il _lion_ del
giorno era Choquart, guardia del corpo, spadaccino insolente e
frenetico, il quale avea avuto _quaranta_ duelli ed altrettante
ferite, che alla mattina si svegliava col prurito di trovare una
briga, e con questa spavalda aspirazione entrava nelle botteghe dei
parrucchieri, gridando con voce grossa e volgare:
--Non usano più i capelli tagliati; è una cosa da stupidi; ve lo dico
io; io! pronto a schiaffeggiare il primo che mi smentisce!
E da ciò un tafferuglio, mezza dozzina di pugni, la conseguente sfida
e la relativa stoccata che metteva a letto per un mese l'uno o l'altro
dei contendenti.
Erano tempi da matti, quantunque con un'apparenza severa e castigata.
Da tre anni ì duellisti si erano costituiti in associazione, tutti
guasconi, per la maggior parte. Perfezionarsi nella scherma era lo
scopo e il vanto; sciabolare, storpiare, uccidere, il lugubre ideale.
Le autorità per tre anni tentarono invano di porvi riparo. Il giorno
che si misero a perseguitare quell'associazione, due prefetti e un
generale, avversarî e vittime dello stesso pregiudizio, pagarono colla
vita il loro zelo soverchio. Alla fine gli ufficiali dell'esercito si
sollevarono contro questa bestiale manìa; ma il rimedio fu peggiore
del male. Era una lotta decisa, pronta, inesorabile, barbara; era
togliere la piaga uccidendo l'ammalato, seminare il dolore dove
c'erano e madri e spose e sorelle che imploravano misericordia. La
morte non si presentava più come un fantasma nero ed immane che
cercava gli eroi; ma come un fantoccio insensato e buffone che amava i
capricci.
Appunto sotto questi auspizi i due vagheggini della Morny si mandarono
i loro padrini. Il signor di Gaucherin era capitano d'artiglieria,
duellista audacissimo, uccisore di _undici_ membri dell'associazione
che gli ufficiali dell'esercito si erano proposto di distruggere. Il
marchese di Tracy era l'ultimo dei duellisti guasconi: l'ultimo....
perchè era stato il più forte.
Presso ad Archon i due rivali si trovarono di fronte, in un bel giorno
di fiorita primavera, tutto sole, in mezzo ad un vasto campo serrato
da verdura nuova e palpitante: la morte non ebbe mai un più festevole
sudario.
Il _processo verbale_, firmato in piena regola, stabiliva che i due
avversari, armati entrambi di due pistole, si dovevano porre alla
distanza di venticinque passi, con facoltà di far fuoco l'un contro
l'altro, avanzandosi a piacere. Non c'erano sottintesi: l'uno o
l'altro dei due doveva, come si dice, restar sul terreno.
Al segnale, il signor di Gaucherin fu il primo che si mosse: altero,
sicuro, cogli occhi fissi nel volto del suo avversario, dove pareva a
lui che errasse ancora il ghigno di quella notte; ma non aveva fatto
cinque passi che il marchese di Tracy sparò il primo colpo.... nessuna
fronda d'attorno si mosse. Gaucherin si fermò un istante, fu visto un
fremito sulle sue labbra, si fece ancor più pallido, ma continuò,
colle braccia protese, le armi ferme nel pugno, il suo cammino....
Adesso anche egli ghignava; l'ora tanto aspettata, sognata, era
giunta. Che importava a lui della palla che gli bruciava nel petto?...
Il marchese di Tracy pareva un gigante di granito. Era forse più
audace in quella immobilità suprema. Attese, altero come un leone, e
quando Gaucherin non fu che a dieci passi da lui, sparò il secondo
colpo. Uno sgomento si librò allora su quel campo così lieto, eppur
così desolato; un grande sgomento, giacchè il marchese di Tracy,
gettate a terra le armi, colle braccia incrociate, immoto, baldo,
aspettava la morte, mentre Gaucherin, insanguinato, colle sue pistole
ancora cariche si avanzava inesorabilmente spietato.
Egli camminava con una lentezza paurosa: guardò le pistole, osservò
freddamente l'acciarino, le montò con cura e le appuntò alle tempie
del marchese di Tracy.
Gl'istessi padrini si ribellarono a quell'atto.
--Fermatevi, Gaucherin! Voi uccidete un inerme--gridarono--Basta!...
cotesto è un assassinio!
Ma nè il marchese ebbe un pensiero di speranza, nè Gaucherin un atto
di compassione. Si volse, ebbe tanta forza di volgersi, volle parlare,
ma un fiotto di sangue gli spumeggiò sulla bocca, e colle pistole
ferme sulla fronte del suo rivale sparò sghignazzando beffardamente.
Il marchese di Tracy cadde fulminato ai piedi di Gaucherin, che un'ora
dopo spirava.
.... Carlotta di Morny, causa involontaria e insciente di così orrenda
tragedia, al racconto che gliene venne fatto si rivoltò inorridita.
Però non pianse nè il signor di Gaucherin, nè il marchese di Tracy.
A dispetto della sua giovinezza, quella donna non era stata mai viva.
SCELLERATA!...
Il signore cerca della marchesa Giulia o della marchesa
Lucia?...--domandava un coso lungo, secco, in livrea, ad un giovanotto
elegante, un bel giovanotto, nell'anticamera del palazzo Tolosana.
--Cerco della marchesa....--e qui ci pensò sopra:--Cerco della
marchesa Lucia--disse poi, quando si credè sicuro del fatto suo.
--Allora da questa parte--e Battista, perchè come tutti i servitori
del mondo, anche lui si chiamava Battista, precedette l'elegante
visitatore in un gabinetto di temperatura e di lusso quasi orientale,
tutto dorature, specchi e arazzi, fiori e gingilli.
--Chi devo annunciare?
--Gino de' Recanati.
Battista s'inchinò un'altra volta, e uscì lasciando solo il signore,
il quale approfittò del momento per riparare, con una mano, ai guasti
che avea fatto il cappello sulle _onde_ della capigliatura.
***
Oltre di essere un bel giovanotto, il nostro Gino era anche un giovane
ammodo e aveva tutta l'aria del gran signore e del diplomatico. Gino
de' Recanati era infatti _attachè_ alla legazione di Spagna e si
trovava allora in congedo a Roma.... per le Corse dei Barberi.
Aspettando la bella marchesa di Tolosana egli si guardava dentro allo
specchio e misurava le sue forze d'assedio e d'assalto.... A farla
breve, da quattordici ore egli era cotto della marchesa Lucia; l'aveva
veduta la sera prima al ballo della duchessa Melikoff, le avea
parlato, avea ballato con lei. Lucia non era una bellezza romana;
piuttosto sembrava una donnina balzata fuori viva e fresca da un
capitolo di Feuillet. Il corpicino pieno di grazia.... nervoso,
flessuoso, vivace. L'occhio ora provocante ora languido, aveva alle
volte un'espressione scaltra e beffarda. Vestiva come acconciava i
suoi capelli rossicci copiosissimi, cioè con un disordine pieno di
eleganza e di ardire. Rideva, parlava, gestiva continuamente,
mostrando due fila di dentini da bambina e due fossette alle guance
pienotte. Due fossette che pareano fatte apposta per raccogliere i
primi.... e gli ultimi baci dell'innamorato.
Recanati non durò gran fatica a perdere la testa per una creatura
tanto piacente; ma però un merito la cara marchesa glielo doveva pur
riconoscere; quello di essersene invaghito subito subito, senza
titubar nella scelta fra lei e sua cognata, perchè, bisogna anche
sapere che Lucia aveva una cognata, la marchesa Giulia, donna che, in
un altro genere di bellezza, era pure un astro dei più sfolgoranti.
Le due cognate erano l'una al braccio dell'altra quando Gino le notò
per la prima volta:--Ohe! c'è del buono!
--Le conosci?--domandò il nostro amico al conte Raiberti, un ufficiale
di cavalleria che a Roma faceva al nuovo arrivato gli onori
dell'ospitalità.
--Mezz'ora fa mi ci ha presentato il Vitalis.
--Vuoi fare a me lo stesso piacere?
--Volentieri.
--Chi sono?
--La prima è la marchesa Giulia di Tolosana, vedova....
--Peccato! Non ne parliamo più.... E quell'altra?....
--Quell'altra è la marchesa Lucia, una Tolosana anche lei. Hanno
sposato due cugini. Uno è morto, quello della marchesa Giulia, e
l'altro, quello della marchesa Lucia, è vivo e sano....
--Meno male; e che la grazia di Dio lo conservi!
Gino fu presentato alle dame. Egli ballò una contraddanza colla
vedova, per convenienza, poi una _mazurka_ e un _waltzer_ con
quell'altra, per.... per il gusto che ci trovava. Al _cotillon_, il
cuore, la felicità, l'avvenire del nostro diplomatico, tutto insomma
era già nelle mani della bella Lucia.
--Quando mi sarà concesso di rivederla, marchesa?...
--Ricevo gli amici tutti i giorni dalle due alle quattro.
--Allora mi permette di venire dalle quattro alle cinque?
--Come! non vuol essermi amico?
--La conosco da troppo poco tempo per esserlo, e l'amo già troppo per
diventarlo.
--Oh! oh! Una dichiarazione?!...
--No. Una confessione.
--Allora c'è un peccato da assolvere?
--Non lo so, perchè è la prima volta che provo.... quello che provo!
Finito appena il _cotillon_, Lucia e Giulia furono delle prime a
partire, e naturalmente anche lui, Recanati, s'affrettava a lasciare
la festa.
--Sai, Gino, gli disse il conte Raiberti che l'incontrò
nell'anticamera, devo farti delle rettifiche a proposito delle
cognate.
--Delle cognate?
--Cioè delle due cugine, delle Tolosana insomma che io credeva cugine,
mentre invece sono cognate perchè hanno sposato due fratelli. Uno per
una.
--Ah! tu in fatto di parentele sei sempre lo stesso confusionario.
Gino, uscito da casa Melikoff, contro al solito quella notte non si
avviò verso il _club_. Aveva bisogno di essere solo, di fantasticare.
Passeggiò come lo portavano le gambe, a caso, per viottoli e strade
deserte, camminando nel fango e nelle pozzanghere colle sue scarpine
da ballo, colla pelliccia aperta, quantunque facesse un freddo
acutissimo, e col paracqua chiuso quantunque cadesse un'acquerugiola
fitta come neve. Suonavano le quattro quando si trovò sulla porta
dell'albergo.--Le quattro!... Dodici ore ancora!... Una eternità. Per
accorciare il tempo non c'è che uno spediente: dormire.... se si può.
Gino fece prova di questo espediente, e il giorno dopo, alle tre,
quando il cameriere aprì le finestre della sua stanza, egli sognava la
moglie del superstite Tolosana.
***
--Bravo Recanati! Credevo che ella si fosse dimenticato dell'impegno
che avea preso--disse la marchesa Lucia animando il salottino col
_fru-fru_ della sua veste di seta turca ed inondandolo con un profumo
acuto, inebriante; un profumo ed un _fru-fru_ che scossero tutte le
fibre di Gino.
--Dimenticarmene?... Se da ieri notte io non fo che pensare a lei! non
fo che desiderare questo momento, imprecare al tempo, pigro, eterno,
noioso?!
--Dio mio, quale crescendo! Badi però che sono le quattro suonate.
--Lei m'ha detto, marchesa, che riceve dalle due alle quattro....
--Appunto; come vede, avrebbe potuto imprecare al tempo così eterno,
così noioso, due ore di meno. Ma via, non si confonda e impari a
essere meno eloquente e più.... e più utile. Butti giù, da bravo, la
tenda di quella finestra, così non mi vedrà arrossire ai suoi
complimenti.
Gino ubbidì. Difatti dalla finestra entrava una striscia di sole
molesta, sfacciata.
--Adesso però io non la vedo più;--esclamò il galante
mortificato.--Era sole d'inverno e di tramonto, e, abbassata così la
tendina, essi rimanevano in una oscurità quasi completa.
--Si consoli; non ci scapiterà molto!...
--Forse, avendo imparato a vederla anche quando non sono con lei....
--Così presto?! Ma in tal caso ella avrà lavorato di fantasia, e ora,
veduta a occhio nudo, chi sa come le sembrerò brutta!
--Divina!... Adorabile!...--Queste due volgarità Gino le aveva
lasciate sfuggire a denti stretti, schiacciando quasi, con un moto
convulso, il cappello fra le ginocchia. Benchè alle volte egli fosse
pieno di spirito come un termometro, adesso lo spirito era svaporato
del tutto. Egli si sentiva molto.... molto commosso. L'oscurità del
salottino, alla quale il suo occhio si abituava, lasciava distinguere,
a poco a poco, la bella marchesa di Tolosana che si disegnava
fantasticamente fra i colori vivaci della seta e dei velluti. Di
quella bizzarra creatura, Gino intravvedeva la linea pallida del collo
e delle spalle, una linea che si allungava via via completandosi,
quando a Lucia, che era tutta un continuo movimento, si apriva meglio
la scollatura a cuore della veste. E distintamente, anche
nell'oscurità, vedea disegnarsi il biancastro delle braccia
tondeggianti, che, nude fin sopra il gomito, uscivano dalle maniche
larghe e cortissime, e poi.... e poi tutta quella massa di capelli,
quel disordine, quella confusione di capelli che, lunghissimi, le
cadevano sul collo sulla faccia, sulle spalle, penetrando qualche
ciocca indiscreta anche nell'apertura della veste; il profumo intenso,
nuovo, particolare a quella donna, e il caldo della stufa e i
fiori.... Insomma, se a Gino era svaporato lo spirito, bisogna pur
compatirlo!...