— So che debbo seguirvi — disse il giovane. — Aspettate che lasci le
disposizioni per la banda.
Poi voltosi alla donna, che non era stata punto riconosciuta, sicchè
i due armigeri credevano fosse un uomo, il capo dell’altra banda, le
disse:
— Mi affido a te per le disposizioni: te la intenderai con Pietro il
Toro. È meglio però che le due bande siano divise.
— Tu dove vai? — chiese lei con voce che la mal frenata emozione
rendeva roca.
— Scusate, capitano — disse uno degli armigeri — la signora ha detto
che avrebbe atteso fino a due ore innanzi l’alba. Bisogna far presto.
— È una donna dunque che ti aspetta! — esclamò lei cupamente.
— Siamo intesi, non è vero? — continuò il giovane senza rispondere alla
domanda. — I nostri uomini non potranno tardare.
Vittoria non rispose; si era avvolta nel mantello e nascondeva in esso
la faccia.
— Andiamo dunque — disse Riccardo volto agli armigeri.
E si allontanò da quella donna che, rimasta sola, stette immobile un
istante, poi mormorò:
— Via, ciascuno ha il suo destino: un tale amore avrebbe fatto di me
un’anima dolce, timida, buona, ed io son destinata alla ferocia, alla
strage, alla devastazione! Guai, guai a chi mi si parerà dinanzi al
primo scontro! Senza pietà, oramai, senza pietà!
I due armigeri seguiti dal giovane si diressero per un viottolo che
conduceva dietro il castello, dal cui mezzo sorgeva una torre massiccia
che aveva al basso una angusta porticina. Ivi si fermarono, e uno di
essi avvicinate le labbra al buco della toppa fece sentire un sibilo
sottile.
Poco dopo la porta si aprì, ma appena quanto passar potesse il braccio
di un uomo.
— Siete voi? — chiese una voce di dentro.
— Sì, ed è con noi capitan Riccardo.
— Ho l’ordine d’introdurlo subito. Fate che si avvicini.
— Avvicinatevi — disse uno degli armigeri a Riccardo.
Il giovane si appressò alla porticina. Poco dopo questa si aperse, pur
rimanendo in parte assicurata a massicce catene.
— Entrate — disse la voce.
Il giovane si curvò e con qualche sforzo riuscì a passar oltre. Nel
rialzarsi intese che la poderosa porta di ferro gli si chiudeva alle
spalle con un gran rumore di catenacci. Trovossi in un angusto vano
rischiarato fiocamente da un lumicino. Vide quattro uomini armati nei
quali riconobbe alcuni armigeri del duca di Fagnano.
— Dovete deporre le armi — disse uno di questi uomini.
— Le armi, io? Non me ne sono mai separato — rispose il giovane. — Ed
è strano che mi si voglia far deporre le armi pur essendo chiamato per
adoperarle.
— Ma nessuno ha ii diritto di presentarsi armato dinanzi alla signora
che ha chiesto di voi.
— Me lo prendo da me un tal diritto. Dite alla signora che se mi vuol
ricevere così come sono... Via, è inutile insistere: andate a portar la
mia risposta.
Dovettero comprendere che il giovane non avrebbe ceduto perchè uno
degli armigeri, dopo aver confabulato coi compagni, salì per una
scaletta e in breve disparve.
— Che il capitan Riccardo mi segua — disse poco dopo dall’alto della
scala.
Il giovane si tolse il mantello, che raccolse sul braccio. Nel
pittoresco costume adottato dai capibanda: giubba di panno bruno
sulla quale si ripiegava il collo della camicia, panciotto e braghe
di velluto turchino con quattro fili di bottoni argento, stivali di
vacchetta fin su il ginocchio, una cinta di cuoio gialla affibbiata
alla vita da due massicce borchie d’argento, e cappello a cono con un
ciuffo di penne di gallo e lunghi nastri di velluto; in tal pittoresco
costume vieppiù bella e fiera appariva la sua figura. Quando entrò
nell’anticamera che aveva alle pareti due grandi specchi e che,
quantunque fosse già vicina l’alba, era illuminata dai ceri di un gran
candelabro, volse uno sguardo alla specchiera, e soddisfatto del breve
esame si avvicinò alla porta che vide innanzi a sè e presso alla quale
si temevano ritti due valletti in una livrea che non era quella del
duca.
I due valletti s’inchinarono e uno di essi aprì la porta. Il giovane
la varcò pur cercando di dissimulare la sua emozione; ma sentiva come
un tremito per le membra credendo che si sarebbe trovato dinanzi alla
sconosciuta di quella notte fatale; invece retrocesse con un grido di
sorpresa.
A sè dinanzi, ritta presso un tavolo, aveva visto Alma, la figliuola
del duca.
La soave leggiadria della giovinetta era divenuta vieppiù luminosa e
bianca: pareva che da lei s’irradiasse un nimbo che tutta l’avvolgeva,
ond’egli abbagliato non giungeva a discernerne i tratti: ne vedeva
soltanto l’ineffabile assieme. Si tolse il cappello e si tenne ritto a
lei dinanzi non trovando parole da rivolgerle.
— Ho l’incarico di pregarvi — disse la giovinetta — di pazientare un
momento.
Egli sentiva che il cuore gli tremava, che non gli sarebbe possibile
profferir parola. Per quanto sapesse che era quello il castello di
lei, che lei era tornata in compagnia della sconosciuta che dicevano
sua amica, non si aspettava di vederla, nè di trovarla lì sola: gli
pareva così strano che lei gli avesse rivolta la parola, gli pareva
così strano ch’ei respirasse la stessa aria che lei respirava, così
inaudito che la stessa luce avvolgesse entrambi, da non credere a se
stesso, da non credere ai suoi occhi, da non credere alla sua vista. E
alla presenza di quella creatura avrebbe parlato a quella donna, la cui
immagine si associava ad una folle notte di amore? Gli pareva qualcosa
di così indegno, di così sacrilego come se il candore della siderale
giovinetta potesse restarne macchiato.
— Noi del resto ci conosciamo — riprese la duchessina. — Non foste voi
che, or fan molti anni, trovaste e mi rendeste una collana che avevo
perduta?
— Sì — rispose lui, più con un cenno della testa che con le labbra.
Ah, quel ricordo come lo respingeva nella miseria, nella oscurità,
nella vergogna del suo stato! Ella gli ricordava gli anni in cui era un
povero contadinello, un povero figlio della gleba nato per strisciare
sul suolo che i privilegiati della fortuna calpestavano! Pure quel
ricordo, che lo aveva colpito al cuore, produsse in lui come una
reazione. Era proprio a lui che si era ricorso per difendere quella
casa, era proprio a lui che si chiedeva di esporne la sua vita per
difendere quella di lei! Ebbe negli occhi un lampo di fierezza, si
raddrizzò sulla persona e disse:
— E spero adesso di rendervi un servigio ben più grande difendendo il
vostro castello.
— Non a me — rispose lei con alterezza — ma a colei che sola qui ha il
diritto di comandare e che si è degnata d’incaricarvi della sua difesa.
In ciò dire si rivolse; la porta in fondo si era aperta ed una donna
vi era apparsa. A quelle parole e a quella visione Riccardo era rimasto
come intontito.
— Se Vostra Maestà ha degli ordini da dare, suoni onde io possa
accorrere.
— La Regina! — mormorò il giovane, retrocedendo come se avesse visto ed
udito qualcosa di spaventevole.
Carolina d’Austria, che aveva fatto voto di vestire di nero finchè
non fosse tornata sul suo trono di Napoli, fissava il giovane con
una espressione di compiacenza e insieme di ammirazione, quantunque
nel vederlo così sbalordito non potesse trattenere un sorriso che
rispondeva a un suo interno pensiero.
— Va, figliuola mia, va — disse rivolgendosi alla giovinetta, ma pur
continuando a fissare Riccardo. — Il segreto della mia presenza qui non
doveva esser nascosto a questo nostro fedelissimo e valoroso soldato,
mentre per tutti io non sono che un’amica della duchessa di Fagnano.
La giovinetta fece una riverenza e mosse per andar via, ma giunta
all’uscio guardò Riccardo con uno sguardo vago che rapidamente
distolse.
La Regina e il capobanda rimasero soli.
Era lei, era lei la sconosciuta, lei, la Regina? Ah, no, no, per quanto
tutti gl’indizi più evidenti lo persuadessero che non poteva essere
altra. Con uno sforzo della mente richiamava l’immagine di quella
donna che aveva avuto tra le braccia nella penombra di un’alcova e la
paragonava alla donna che aveva dinanzi in tutta la sua regale maestà.
Sì, i tratti eran quelli, gli occhi azzurri e dolcissimi eran quelli,
ma il resto, il resto sfumava come in un sogno. Possibile, possibile
che egli per tutta una notte avesse avuto fra le braccia quella regina?
Possibile che avesse baciato quella bocca, che avesse affondato la mano
nella massa di quei capelli? Possibile che tutte, tutte le bellezze di
quella figlia d’imperatori fossero state sue, e che egli avesse baciato
quella fronte su cui posava un diadema regale?
No, esser doveva ben altra la donna che gli si era data, che le
somigliava forse. Somigliava? Ma la voce non era la stessa e non ne
sentiva ancora l’eco in tutto l’esser suo?
Tutti questi pensieri gli passarono rapidamente pel capo. Intanto
si teneva immobile, mentre la Regina, per dargli forse il tempo di
riaversi e per studiarne la fisonomia, fingeva di leggere un foglio,
pur di sottecchi non perdendo di vista il giovane.
Ma poichè il silenzio incominciava ad essere imbarazzante per entrambi,
ella lasciò cadere il foglio sul tavolo e gli si rivolse dicendogli:
— Mi siete raccomandato da una mia buona amica che molto vi deve. So
che una notte a Napoli rischiaste la vostra vita per salvar la sua; so
inoltre che siete valoroso e leale...
Egli ascoltava vieppiù sbalordito. Il mistero dunque continuava?
Mentiva quella figlia d’imperatori, mentiva come la più umile, la più
comune delle donne, o era proprio così, proprio così come ella diceva?
— Sedete — disse lei — dobbiamo discorrere un pezzo, e non siamo qui a
Corte dove dareste scandalo ai cortigiani.
Sedette, potremmo ben dire, come un automa, tanto quel che accadeva
parevagli strano.
— Quell’amica — continuò la Regina che aveva tra labbro e labbro un
malizioso sorriso — ha vissuto sempre memore di voi; ma ben gravi
ragioni le impedirono per tutto un anno di attenere le sue promesse.
Per quanto la Provvidenza l’abbia posta assai in alto, anche lei ha i
suoi dolori, circondata com’è da malvagi e mortali nemici, dei quali
trionferà, trionferà... e allora i cuori devoti, i cuori fedeli avran
da lei il compenso che meritarono.
— Non è qui dunque? — chiese lui con voce tremante.
La Regina lo guardò con una cert’aria tra il dubbio e la meraviglia,
quindi rispose:
— Qui vi è soltanto la vostra Regina, intendete?
Egli lesse negli occhi di lei il significato di quella frase che lo
fece trasalire come chi di un tratto vegga rischiarate le tenebre da un
lampo.
— Intendo — rispose, incominciando ad acquistare un po’ più di
franchezza.
— La vostra Regina — continuò lei — si trova in un gran cimento,
come... vi ha scritto la vostra amica. Venuta qui per giudicare sul
luogo sulle sorti della guerra che contro gli stranieri ed i sudditi
malvagi combattono i nostri, fidò troppo sulle assicurazioni altrui
e sperò di poter compiere senza pericoli un tal viaggio. Invece le
nostre spie ci han fatto sapere che al certo qualche cosa è trapelato
della nostra presenza qui e che il nemico si avanza per precluderci
la via. Pare che si voglia assaltare questo castello in cui ci credono
rifugiati. Intanto una nave ci aspetta nelle acque di S. Eufemia. Quale
è dunque il vostro avviso? Fuggire od aspettare di piè fermo il nemico,
fidando sulla difesa delle bande che si possono raccogliere?
Egli si era del tutto rimesso dalla sorpresa e dall’emozione.
Comprendeva che il suo avviso avrebbe di molto pesato sulla risoluzione
da prendere. Non più al suo cuore, ma alla sua mente si faceva appello:
non all’innamorato ma al guerrigliero eran rivolte quella parole.
Ond’egli rispose:
— Sa la Maestà Vostra se altri soldati guardano le strade che menano a
S. Eufemia? Perdoni se oso interrogarla...
— No: le due compagnie che per diverse strade marciano contro il
castello erano le uniche disponibili: il grosso dell’esercito nemico è
tenuto a bada dagl’Inglesi di Scilla.
— E allora — disse lui — bisogna attirar qui il nemico; e mentre le
nostre bande difenderanno il castello, la Maestà Vostra con poca scorta
prenderà la via di S. Eufemia.
— Ero anch’io di questo avviso — disse la Regina. — Siete voi sicuro
dei vostri uomini?
— Come di me stesso. Bisogna però che Vostra Maestà mantenga
l’incognito. Avrei preferito che neanche a me si fosse svelata.
— Avreste insomma preferito di trovar in mio luogo la vostra amica?
— Ebbene sì — proruppe lui che aveva del tutto riacquistato il
predominio su se stesso, comprendendo il perchè la Regina giuocasse
quella commedia. — Ebbene sì, perchè più franco e più libero parlar
potrebbe l’animo mio.
— E che le direste? Sentiamo. A me piace la franchezza: parlate dunque
senza ambagi fidando, sia pure, sulla mia indulgenza.
Per quanto imminente e terribile fosse il pericolo che le sovrastava
per quanto il decoro regale le imponesse un contegno severo, un
dolce pensiero traspariva dal bel viso di lei che si conservava
meravigliosamente giovane. Aveva poggiato i gomiti sulla tavola,
e i begli occhi azzurri fissi su Riccardo avevano una espressione
d’interesse e di benevolenza profondi.
— Le direi — disse il giovane — che per tutto un anno ho portato
nell’anima e nel sangue il ricordo di quella notte in cui a me parve
che una dea fosse discesa per concedermi un’ora di gioia sovrumana
a prezzo di tutta una vita di dolori. Che da quella notte ho vissuto
come se la mia vita fosse esaurita, ben comprendendo che gioie simili
non si rinnovellano, e che ero condannato alla più terribile delle
pene: di vivere senza speranza in un unico desiderio. Le direi che pur
non sapendone il nome, la invocavo col nome che il mio cuore le dava
e che le mie labbra mormoravano come una preghiera; e sempre chiuso
nel mio dolore, nel mio desiderio infinito, nella delusione di ogni
mia speranza, presi le armi per difendere la mia Regina e cercai la
morte negli scontri coi nemici sol perchè forse la mia morte avrebbe
ricordato il mio nome a colei per la quale io ben mi sentivo indegno di
vivere, ma ai cui piedi avrei voluto morire per ottenere uno sguardo ed
un sorriso!
Ella continuava a fissarlo, ma un’ombra di malinconia si era diffusa
pel suo volto.
— Ah! — mormorava colle labbra tremanti — se di un tale amore fosse
stato irraggiata la giovinezza mia, se a contatto di un tal cuore il
mio si fosse temprato all’amore!...
Poi quando il giovane tacque, ella che al suono delle di lui parole
aveva inteso come tutto un languore per l’esser suo, stette ancora
intenta, quasi per risentir l’eco della voce dolcissima.
— Continuate — gli disse — continuate.
— Che io continui? — rispose lui con un amaro sorriso. — Ahimè! è
tanto, tanto lontano da me quella dea che in un’ora m’apparve: così
in alto, così in alto che la mia voce può giungere ad essa solo come
un fievole lamento. Che può importare a lei di chi ebbe per poco
abbagliati gli occhi dal sole e poi di nuovo ripiombò nelle tenebre?
Ben pietoso sarebbe stato il destino se mi avesse lasciato giacente nel
fango in cui ero vissuto!
— La mia amica fu dunque ben sconsigliata nel discendere fino a voi! —
disse la Regina aggrottando le ciglia.
— No, no, no: ella ha messo una stella nel mio cielo tenebroso, un
fiore nel roveto della mia esistenza — proruppe lui. — Che Dio la
esalti vieppiù: che Dio, il quale ne prova l’animo invitto con tanti
dolori, benedica quella fronte coronata di stelle, come io la benedico,
come la benedirò allorchè cadendo trafitto dai suoi nemici, volgerò a
lei l’ultimo sospiro dell’anima mia!
Ella aveva chinato il capo e fissava una chiavetta con la quale
andava giocherellando. Il giovane, acceso dai ricordi di quella notte,
contemplava con occhi ardenti la Regina, non potendo più oltre dubitare
che ella fosse colei di cui finallora aveva ignorato il nome. Sentiva
che le sue parole ne avevano commosso l’animo ed acceso il sangue;
la vedeva palpitante e languente; e se il ritegno, la riverenza che
le doveva non l’avessero tenuto a freno, e se la dignità e il regale
decoro non avessero imposto a lei un severo contegno, quelle braccia si
sarebbero aperte a lui pel quale tutto quel lungo anno di vana attesa
era disparito, come se quell’ora fosse la continuazione della notte
fatale in cui ella gli si era data.
Ma intanto la luce dell’alba filtrava attraverso le fessure delle
finestre: quella del lampadario impallidiva.
La Regina si alzò, e rivoltasi a lui che si era alzato e si teneva
dritto in piedi pallido in viso e con gli occhi supplichevoli:
— Domani a mezzanotte — gli disse con voce rapida e sommessa — aprirete
con questa chiave, che con le altre tutte mi fu consegnata come era
obbligo di suddito fedele, dal padrone del castello, la porticina
all’angolo della torre. Salite per la scaletta che dà in una stanza
nella quale... troverete la vostra amica.
Egli s’inginocchiò, prese la chiavetta, baciò la mano morbida e bianca
che ella gli porgeva, balbettando per l’orgasmo confuse e sommesse
parole.
— Sempre se dimani non saremo in mano dei nemici — disse lei sorridendo.
— O Regina — esclamò il giovane — perchè il nemico giunga fino a voi fa
d’uopo ch’io sia morto!
— No, colonnello Riccardo. Voi dovete vivere per la vostra Regina e...
per la vostra amica.