II.

Quando Riccardo uscì per la stessa porticina onde era entrato e si

trovò all’aperto, già l’aurora tingeva di rosa la balza d’oriente.

L’aria fresca del mattino lo calmò alquanto, chè in lui era avvenuto

un rimescolamento di tutto l’esser suo, tratto così violentemente a

nuovi pensieri e a nuove speranze che per lo innanzi non aveva osato

nemmeno di vagheggiare. Ricordava con quale convincimento, quantunque

molti indizi glielo avessero fatto sorgere, aveva respinto il dubbio

che la sua amica di quella notte fosse appunto la Regina; con quale

convincimento che non fosse possibile che egli, povero diavolo, avesse

avuto una tale sorte. Ora accettava una tale sorte senza chiedere più

oltre, risoluto a subirne, qualunque fossero, tutte le conseguenze.

Ma era amore il suo? Non avrebbe saputo dirlo: certo il fascino onde si

sentiva compreso aveva dell’amore l’ardenza del desiderio; nonpertanto

ben sentiva che non sarebbe stata mai possibile una completa fusione

delle loro anime, ben comprendeva che la donna e la regina avrebbero

sempre formato due esseri a parte e che egli non avrebbe dovuto mai

confonder l’una con l’altra e l’altra con l’una. Ma checchè sentisse

il suo cuore, il pensiero ch’egli fosse stato assunto così in alto,

che egli avesse avuto la fortuna di un re lo sbalordivano; e come

se anche in lui fossero due personalità distinte, l’una quella di un

povero avventuriere, l’altra di un predestinato a un avvenire che si

confondeva in un mistico miraggio, comprese che di una tale doppia vita

avrebbe dovuto vivere ormai, se ella l’avesse di nuovo dimenticato dopo

essersi servita di lui per scongiurare il pericolo che la minacciava.

Perocchè quello strano amore aveva anche questo di singolare, che a lui

era proibito di chiedere e di volere. Nelle _romanze_ che le vecchie

del paesello narravano l’inverno accanto al focolare, così alcuni

poveri diavoli erano stati amati dalle fate, che erano lasciati lungo

il giorno nella loro miseria e poi la notte, vestiti da principi,

in palagi incantati vivevano nelle dolcezze e nelle delizie degli

amori; ma guai se avessero osato esprimere un solo desiderio: le fate

sarebbero volate via per non tornare mai più.

Nè il giovane aveva mai pensato alla disparità degli anni: come abbiamo

già detto, la di lei meravigliosa bellezza non aveva punto subito gli

oltraggi del tempo, ed era fresca e giovanile come l’avevan vista i

sudditi fedelissimi, ed ammirati da tanto splendore di leggiadria in un

giorno di maggio del 1768 in cui ella era entrata a Napoli, giovanetta

di sedici anni appena. Per quanto il giovane fosse più intelligente e

più colto di quel che non fossero in quei tempi gli uomini della sua

condizione, la regalità circondava di tal mistico velo i voluti da Dio

a padroni dei popoli che essi nulla avevano di comune con gli altri

mortali nella mente di coloro che erano usati a considerare la regalità

come una emanazione divina, come la considerava Riccardo che pur

sapeva come alle volte la regalità avesse desideri, passioni, voluttà,

abbandoni del tutto umani!

La spianata dietro il castello era deserta; il giovane era incerto

dove dirigersi per trovar la banda che aveva dovuto giungere coi primi

albori, quando vide venire alla sua volta un vecchio che già sapeva ai

servigi del duca.

— Per ordine del mio padrone — disse quel vecchio che salutò

togliendosi il cappello — gli uomini della vostra banda sono alloggiati

nel fienile là in fondo. Per voi e per coloro che m’indicherete ci è

una casetta attigua nella quale ho fatto disporre l’occorrente.

Il giovane era distratto: quel vecchio l’aveva fermato presso l’angolo

della torre dalla Regina indicata, nella quale vide una porticina di

ferro così bassa ed angusta che faceva d’uopo chinarsi quasi carpone

per penetrarvi.

— So, so il luogo — rispose Riccardo.

Di un tratto si sovvenne di Vittoria.

— E gli altri uomini qui giunti anche stanotte? — domandò.

— Ah, quelli che hanno a capo una donna vestita da uomo? Gesù, quante

ce ne tocca vedere di questi tempi! Li abbiamo alloggiati in un altro

fabbricato vicino, con una stanza che lei ha voluto tutta per sè.

— Sta bene, potete andare — disse Riccardo.

Intanto volgeva gli occhi intorno per studiare le posizioni; che ben

comprendeva quanto grave fosse il suo compito. Due eran le strade per

le quali i Francesi potevano sopraggiungere, ma entrambe per un buon

tratto si svolgevano lungo un piano disalberato, luogo ai suoi punto

favorevole, non essendo usati di combattere in aperta campagna. Egli

però aveva già concepito un piano che avrebbe assicurato la fuga della

imprudente Regina. Bisognava con una lunga resistenza attirare tutte le

soldatesche del nemico intorno al castello, lasciando una delle bande

in agguato nel bosco per accorrere e prendere il nemico tra due fuochi.

Sarebbe stato quello il momento favorevole per la fuga delle regale

ospite, del duca e della figliuola che avrebbero potuto giungere in

breve alla marina di S. Eufemia.

Tutto compreso del compito a lui affidato, aveva distolto il pensiero

da ogni altra preoccupazione. Quando giunse al luogo indicato dal

vecchio, udì delle voci che riconobbe per quelle di Pietro il Toro e

del Magaro.

— Non era proprio questo il tempo di abbandonarci così in balìa della

sorte! — diceva il Magaro.

— Taci, scioccone — aveva risposto Pietro il Toro — lo vedrai giungere

tra poco. Non doveva informarsi di che si tratta, di ciò che si deve

fare?

— Proprio così — disse Riccardo entrando.

Fu accolto da un grido di gioia. Gli uomini tutti merendavano seduti

intorno ad alcune tavole cariche di cibi e di grossi fiaschi, ed erano

assai contenti.

— Qui staremo ottimamente — esclamò il Ghiro — buon formaggio, buoni

salami e buon vino. Evviva il duca di Fagnano!

— Compagni — fece Riccardo con aria grave — mangiate, bevete, riposate;

ma non per questo siamo qui. Due compagnie di Francesi marciano

contro di noi e per impossessarsi del castello. Pensate che se ciò

avviene, se riesce il loro disegno, la nostra rovina è certa. Essi

faran del castello una fortezza inespugnabile per noi che non abbiamo

artiglieria. Perchè ci han lasciato liberi finora sui nostri monti?

Perchè mancavano di un luogo sicuro in cui poter raccogliersi numerosi

e far quindi delle sortite contro di noi avendo alle spalle un appoggio

ove rifornirsi di viveri e d’onde poter sorvegliare i nostri movimenti.

Dunque, compagni, per noi è questione di vita o di morte: se i Francesi

s’impadroniranno del castello in breve o i nostri corpi penzoleranno

dalle forche o giaceranno preda ai lupi ed alle volpi in fondo ad un

burrone.

Tutti avevano smesso di far merenda e ascoltavano cupi in viso le

parole del giovane. Solo il Ghiro continuava a mangiare a piene

ganasce; pure quando il giovane s’interruppe alzo il capo e con la

bocca ancor piena disse:

— Io osservo una cosa, col rispetto dovuto al nostro capo: certi

discorsi non dovrebbero farsi e certe cose non dovrebbero dirsi mentre

un povero uomo si sta empiendo la pancia!

Uno scroscio di risa accolse le parole del Ghiro che continuando

affettare il salame guardava in giro co’ suoi occhietti allegri. Le

fronti si rasserenarono, tornò la spensieratezza in quegli uomini che

viveano dell’oggi, incuranti del domani.

— Posso aggiungere — disse Riccardo, lieto di veder tornati i suoi

all’indifferenza del pericolo — che il duca, in compenso de’ vostri

servigi, darà una piastra al giorno a ciascun di voi finchè ogni

pericolo non sia scongiurato.

— Evviva, evviva! — esclamarono tutti. — Su, beviamo alla salute del

duca e del nostro capitan Riccardo.

— E inoltre — riprese questi — se qualcuno cadrà morto o ferito per la

difesa del castello, quando il Re nostro signore sarà tornato sul suo

trono, prenderà cura delle vedove e degli orfani.

— Evviva il Re! — gridarono quegli uomini, che si erano alzati in piedi

e sollevavano in alto i bicchieri.

Pietro il Toro si era tenuto in disparte; quando il tumulto cessò e gli

uomini tornarono intorno alle tavole si accostò a Riccardo.

— Siete stato dunque al castello? — gli chiese.

— Sì: ne torno adesso.

— E non avete inteso niente nel cuore, niente?

— Che vuoi tu dire?

Pietro il Toro guardò il giovane; pareva che lottasse con un suo

pensiero il quale stesse per prorompere in parole; pure si contenne.

— Nulla — rispose. — Non è ancor tempo, non è ancor tempo. A proposito:

bisogna fare una visita al vecchio Carmine...

— Digli che venga qui. Io non ho tempo. Bisogna provvedere a mettere

delle scolte in alto sui colli che dominano le strade. Te ne occuperai

tu che non hai pari in questo.

— Me ne occuperò io; ma intanto ci è qui un’altra banda: quella di

caporal Vittoria.

— Lo so.

— E un tal servizio dovrebbe essere ripartito.

— Invitala a venire da me.

Pietro il Toro scrollò il capo.

— Vi ricordo che caporal Vittoria è una femmina.

— Che però vale dieci uomini.

— È vero, ma è pur sempre una femmina. Sarebbe meglio andaste voi di

persona. Evitiamo discordie!

Il giovane rimase un istante pensoso. Ripugnava a lui dopo ciò che ella

gli aveva detto nella notte, dopo ciò che aveva compreso dell’anima di

quella donna, di andar da lei. Non voleva alimentar quella passione

che non avrebbe potuto dividere e che sarebbe stato un gran pericolo

per lui, specialmente adesso. D’altra parte comprendeva che Pietro

aveva ragione ben conoscendo l’animo superbo di lei. Era in tale

preoccupazione quando una voce dall’uscio disse:

— Si può entrare?

Si rivolse di botto, chè aveva riconosciuto quella voce. Un bel

giovanotto vestito di velluto nero, con una fascia rossa che ne cingeva

la vita sottile, il cappello a cono di velluto anch’esso, apparve

sulla porta. Era armato di pistole e di pugnale e si appoggiava su una

carabina dal calcio intarsiato d’argento.

— Caporal Vittoria, caporal Vittoria! — mormorarono gli uomini di

Riccardo.

— Su, tutti in piedi! — disse questi voltosi alla sua banda — onoriamo

il valore anche in una donna.

— Grazie — rispose Vittoria facendo segno agli uomini di sedere. —

Anche i miei attendono a far merenda. Ma bisogna pur pensare al da

farsi. So che fra poco il duca c’inviterà al castello. Ma a te, capitan

Riccardo, non han dato una stanza?

— E una bella stanza, anche — disse Pietro il Toro — in cui è preparata

una buona merenda.

Ella quantunque si sforzasse di mostrarsi tranquilla, pareva inquieta,

preoccupata, nè osava di alzar gli occhi in viso a Riccardo, che

provava come un malessere vicino a quella donna, della quale assai

volentieri sarebbe divenuto l’amico. Non che non ne subisse l’acre

fascino, anzi appunto per questo temeva il prolungato contatto con lei.

Troppo complessa era la vita del suo cuore, troppe preoccupazioni gli

dava la ripresa degli strani rapporti con chi esser doveva per lui da

una parte sacra e inviolabile come regina, dall’altra cara e desiderata

come amante, perchè osasse impigliarsi in un nuovo Legame. Ed era

ben singolare che in lui l’immagine di Alma per quanto cercasse di

stornarne il pensiero, persistesse pur sempre nell’anima sua.

— Se volete, farò merenda con voialtri — disse lei di un tratto,

rivolgendosi più a Pietro che a Riccardo, pur con un certo sforzo nella

voce come se molto le costassero quelle parole.

— Non possiamo offrirvi che quanto ci hanno offerto — rispose Pietro,

il quale aveva compreso che la compagnia di Vittoria non riusciva punto

gradevole al suo giovine amico.

— Vò innanzi per insegnarvi la via — disse poi, incamminandosi verso

una scaletta che saliva alle stanze superiori.

Trovarono imbandita una mensa che per la qualità dei cibi differiva

dalle altre in cui sedevano gli uomini delle due bande. Vittoria si

era tolto il cappello, e la nera riccioluta capellatura scendeva fin

sugli omeri, facendo vieppiù risaltare il sano pallore del viso di lei

illuminato da due grandi occhi neri che talvolta balenavano cupi.

— Ho fame — disse poi, affettando una tal quale disinvoltura. — E tu

non hai fame, capitan Liccardo?

— Io no — rispose, pur sedendo dirimpetto a lei, mentre Pietro già si

era servito di un buon pezzo di carne.

— Bevi almeno...

Prese una bottiglia ed era per mescere il vino nel bicchiere, quando,

rimanendo col braccio ripiegato, alzò gli occhi in viso al giovane e

gli disse:

— Nelle mie montagne chi accetta a bere del vino, vuol dire che accetta

anche l’amicizia di chi glielo offre; e tu accetti la mia, non è vero?

— Perchè ne dubiti? — rispose lui bevendo di un fiato il vino che ella

gli porgeva.

Non rispose, ma appariva, per quanto simulasse calma e spensieratezza,

che era turbata da un pensiero. Si diede a mangiare in silenzio; poi

con aria sbadata, come se non desse importanza alcuna alle parole:

— Credi tu — disse — che, dopo giunta la mia banda sia andata a

riposare del lungo cammino? Mancava un’ora all’alba, mi ammantellai

e me ne andai gironzando intorno al castello. Ci era una finestra

illuminata sulla torre innanzi lo spiazzo. Attraverso i vetri vidi

due ombre, quella di un uomo e quella di una donna. Poi era già l’alba

allorchè tu uscisti. Chi era quella donna?

— Non la conosco — rispose lui impallidendo.

— Non la conosci? Via, per quanto io oramai sappia più come si carica

un fucile e come si tende un agguato, non sono così inesperta di certe

cose da non comprendere che una donna non riceve di notte un uomo

nelle sue stanze senza che quest’uomo almeno la conosca. Ed è anche una

bellissima donna.

— Che ne sai tu? — gridò il giovane.

— Eh, via, non andare in collera! Non sono un uomo, per poter suscitare

la tua gelosia! Lo so perchè stetti colà in agguato con gli occhi a

quella finestra, finchè lei non comparve. Fu un istante, ma mi bastò.

La riconoscerei fra mille, anche fra venti anni. Sai tu a chi somiglia,

lo sai tu?

— A chi? — chiese lui trasalendo.

— Alla Regina, proprio a S. M. la Regina. A casa mia avevamo due bei

ritratti del Re e della Regina, chè mio padre era sindaco e li aveva

avuti in dono per metterli nella sala del Decurionato.

Egli la fissava per leggerle in viso se le fosse balenato un qualche

sospetto circa quella rassomiglianza, ma si rassicurò almeno in questo

poichè ella proseguì:

— Ed ho visto anche la figliuola del duca; ah, che bella creatura! Sai,

ero così anch’io prima che il destino avesse fatto di me... quel ne ha

fatto. Tu, se la mala sorte non mi avesse messo del veleno nel sangue,

tu non avresti osato di alzare gli occhi su me, ed anche io ora mi

chiamerei con un bel titolo di baronessa o di marchesa. Ero una bella

ragazza e portavo in dote ben ventimila ducati ed ero figlia di signori

assai potenti. Ora sono a capo di una banda di...

— Di fedeli sudditi di S. M. il Re che combattono in difesa di diritti

concessi da Dio.

Ella piegò il capo, mescè del vino in un bicchiere e lo bevve.

— Diciamo pur così... Non voglio contradirti — rispose, con un amaro

sorriso.

Pietro il Toro comprese che quel discorso non riusciva piacevole al suo

amico, onde volle venire in suo aiuto.

— Bisogna intenderci — disse — sul come disporre le scolte. Noi intanto

perdiamo il tempo in discorsi e se i Francesi sopraggiungono non sarà

coi discorsi che salveremo la vita.

— Il tuo caporale parla arditamente — osservò Vittoria con aria

sdegnosa. — A nessuno dei miei ho permesso mai d’interrompermi.

— Perchè — rispose Pietro il Toro piccato — fra i vostri uomini non ce

n’è nessuno che abbia preso fin dall’infanzia cura di voi; nessuno che

vi abbia visto venir su con la tenerezza di un padre; nessuno che abbia

arrischiato la vita per salvare la vostra.

— È vero: non ho avuto mai nessuno che mi amasse così.

Il bel viso si era rabbuiato e gli occhi le si erano velati di

malinconia.

— Andiamo, andiamo — esclamò poi come se avesse inteso vergogna di

quella tristezza — Pietro il Toro ha ragione. Io metto i miei uomini

ai tuoi ordini, Pietro, poichè il tuo capo si è rifiutato di prender

lui il comando. Va in mio nome e scegli coloro che ti sembrano i più

svelti e i più avveduti. Intanto so che il duca fra breve ci chiamerà a

consiglio. Si aspettano altre bande perchè pare che l’affare sia serio

e che tutte le vie sieno battute dal nemico; e noi siamo ben pochi.

— Pochi no; con la tua e la mia banda e con gli armigeri del duca

ammontiamo a centoventi uomini ben capaci di tenere a bada il nemico...

— Finchè _essa_ non sarà al sicuro!... — disse lei sbadatamente.

Sapeva dunque qualcosa? Aveva indovinato? A chi si riferiva

quell’_essa_ detto con affettata semplicità? Eran queste le dimande che

Riccardo si rivolgeva pure sforzandosi a non far trasparire dal volto

il suo pensiero.

— Vado dunque — disse Pietro alzandosi e avviandosi verso la porta.

Rimasti soli, sì l’uno che l’altra sentivano l’imbarazzo della

loro reciproca situazione. Lui al certo più chiaramente le leggeva

nell’anima, mentre ella sentiva un mistero nel contegno del giovane.

Ella si alzò e appressandosi a lui gli mise una mano sul braccio.

— Noi dunque — gli disse con voce diversa dall’ordinaria, tanto era

dolce — combatteremo l’uno a fianco dell’altro. È stato questo il

mio desiderio ardente anche allorchè credevo che non ti avrei mai più

riveduto. Ebbene, vuoi essere il mio fratello d’armi, come un tempo si

diceva? Vedi che serbo ancora qualche ricordo dei libri che leggevo a

casa...

E disse ciò sorridendo amaramente.

— Sì — rispose lui commosso — sì, sarò il tuo fratello d’armi.

— Non temere, non temere: non ti chiederò il tuo segreto. Comprendo che

ne hai uno che spiega tutto, spiega tutto e perciò vedi che non te ne

voglio. Però penso che se ci fossimo incontrati... e se tu fossi stato

quale io... ti avrei voluto, di che non saremmo stati capaci noi due!

Ma il destino ha voluto così! Io ci credo al destino, e tu?

— Anche io — rispose lui gravemente.

— Senti dunque... Se mai difendendo il castello e... e le persone che

vi son dentro io dovessi cader ferita... se morrò in sul colpo non

voglio da te che un bacio, solo un bacio sulla fronte, ma se cadrò

ferita promettimi che mi ucciderai, perchè non voglio, intendi? non

voglio cader viva in mano di quella gente... Avrei chiesto un tal

servigio ad uno della mia banda, ma mi sarà ben dolce di morire per la

tua mano... Me lo prometti?

— Te lo prometto.

— Se cadrò prigioniera, ci ho già pensato. Catturammo un povero diavolo

di farmacista e pel suo riscatto non volli che del veleno, un potente

veleno che conservo in questa fiala.

E in ciò dire mostrò al giovane una fiala d’oro.

— L’ho sperimentato, sta sicuro: uccide in men di un _amen_; l’ho

sperimentato su un povero cane ferito; girò tre volte su se stesso poi

cadde come fulminato. Ah, un’altra cosa... Se morrò, mi trarrai dal

collo una catenina che ha sempre portata meco. Me la diede mia nonna,

l’unico essere che mi abbia veramente amato in questo mondo... e la

terrai per mio ricordo.

— Sei ben triste tu; perchè sei così triste? — disse Riccardo che

si sentiva compreso da una grande tenerezza per quella giovane donna

la quale gli si rivelava tanto diversa della sua fama — Non è certo

la prima volta questa che ti sei accinta a combattere. La tua fama è

sparsa dovunque e il nome della tua banda desta il terrore nei nostri

nemici.

— È vero, è vero. Al _Passo del gatto_ eravamo in venti contro ben

centocinquanta Francesi; noi però eravamo sull’altura appostati

dietro i castagni del colle e combattemmo per tutta una giornata,

finchè rimanemmo solo in cinque; ed io andavo carponi raccogliendo le

munizioni dei morti. Ed ero così allegra, mentre intorno a me gemevano

i feriti, e giù in fondo vedevo mucchi di cadaveri che i colpi della

mia carabina facevan divenire sempre più grandi. Eppure ero stata così

lieta e tranquilla aspettando i soldati, nè alcun pensiero di morte mi

passò pel cuore. Quando assaltammo Soriano, mi divertivo nel tirare al

bersaglio alla chierca di quei monaci grassi e grossi che avevan fatto

comunella coi nostri nemici: e nel bosco di Rosarno io sola credo di

averne uccisi più di dieci di cotesti stranieri, e prima e poi ero

allegra come un fringuello. Ora invece, non so perchè, non so perchè,

sento come una tristezza. Credi tu che sia paura, credi tu che sia

paura?

E lo guardava con gli occhi scintillanti mentre con mano vigorosa ne

stringeva le braccia.

— Chi oserebbe supporlo? — rispose lui.

— È dunque inesplicabile questa mia tristezza. La morte non mi

spaventa: infine, tanto qui che colà... Del resto, ho la tua promessa

che manterrai non è vero, che manterrai!

— Sì — rispose Riccardo — se prima di te non sarò io costretto a

chiederti un tal servigio.

In questo s’intese un calpestio su per la scaletta: poco dopo comparve

il vecchio che la mattina aveva additato a Riccardo il luogo in cui

avrebbe trovato la banda.

— Il signor duca vi aspetta nel castello — disse volgendosi ai due

capibanda.

— Ed ora — fece lei gaiamente — assumiamo l’aspetto di comandanti

d’esercito ed andiamo al Consiglio di guerra.

Uscirono sullo spiazzale che era tutto deserto, come deserte erano

le campagne, chè l’arrivo delle banche e la voce dell’imminente

sopraggiungere dei Francesi avevan fatto fuggire gli abitanti i quali

prevedevano quali danni avrebbe arrecato a loro l’urto delle due

fazioni. Anche il paesello che biancheggiava in fondo pareva sentisse

l’appressarsi della tempesta: le case dei benestanti eran chiuse,

e i poveri che non avevan potuto altrove rifugiarsi, se ne stavano

accovacciati nei loro tuguri, non osando uscir fuori in busca di che

sostentarsi. Finallora quel luogo era rimasto immune dai danni della

guerra, chè la banda di capitan Riccardo se n’era tenuta lontana per

risparmiare appunto al paesello gli orrori di uno scontro il quale,

qualunque ne fosse la sorte, riusciva sempre

[riga mancante nell’originale]

che essa fra poco sarebbe stato il teatro di una lotta sanguinosa forse

anzi ne sarebbe divenuto il centro.

L’istesso vecchietto li aspettava innanzi al gran cortile per le cui

diverse scale si saliva agli appartamenti. Tutti gli armigeri del duca

vi si erano raccolti e bisbigliavano tra loro come per comunicarsi

gravi notizie. A tutti pareva ben strana quella risoluzione del loro

signore di opporsi ai Francesi: è vero che egli apparteneva alla Corte

dei Borboni e che si era con essi rifugiato in Sicilia. Ma poichè non

si era opposto al nuovo governo, i suoi beni erano stati rispettati, nè

i Francesi erano apparsi in quelle contrade che per fare vani tentativi

contro la banda di capitan Riccardo. Perchè dunque con una resistenza

di cui non si comprendeva l’utilità esporre tanta povera gente non solo

ai rischi di una difesa che non avrebbe potuto durare a lungo ed alle

crudeli rappresaglie che ne sarebbero derivate?

Eran questi i discorsi che bisbigliavano tra gli armigeri e i guardiani

del duca. Pure era tanta la tradizionale riverenza ai voleri di lui,

era tanto il timore che incuteva il suo nome che nessuno aveva osato

rifiutarsi. Era nella coscienza di tutti che presto o tardi i Borboni

sarebbero tornati nel loro regno, e di quale vendetta non sarebbe

stato capace il loro signore e padrone contro chi si fosse rifiutato di

accorrere in sua difesa?

— Siamo tra l’incudine ed il martello — diceva un vecchio guardiano che

portava ad armacollo un arrugginito fucile. — Da venti anni avevo messo

in un canto questa vecchia carabina ed ora ho dovuto riprenderla. Tra

l’incudine ed il martello, ripeto. Se buscherò una palla in fronte chi

penserà a mia moglie e ai miei figli? Ed anche che ne esca vivo, non

sarò appiccato come una carogna?

— Sì, ma se ti rifiutavi, quando il duca tornerà col Re, e non passerà

molto tempo, non saresti stato impiccato lo stesso?

— E perciò dico che siamo tra l’incudine e il martello.

— Io osservo però — disse un giovane contadino dagli occhi arditi,

sulla cui folta capellatura posava a sghembo il cappello a cono — che

dei due mali devesi scegliere il minore; io scelgo quello che mi impone

il dovere checchè accada. Se non difendiamo noi il Re, che è il padrone

dattoci da Dio, chi lo difenderebbe? E col Re non difendiamo le nostre

case, le nostre famiglie, le nostre chiese nelle quali questi eretici

maledetti, come dice il parroco, fanno le più brutte cose?

— Tu temi per la tua giovane e bella moglie — disse uno degli armigeri

— perchè sai che ai francesi piacciono le pollastrelle.

Il giovane ebbe un lampo d’ira negli occhi.

— Io ci ho palle e ci ho polvere per custodirla, e non sono un

gallo da farsela fare sul muso. Parlo così perchè così sento; sono

i vigliacchi... non dico per te, massaro Biase: tu sei vecchio e i

vecchi tengono alla vita assai più dei giovani... sono i vigliacchi

che esitano quando si tratta di difendere la propria casa e la propria

religione...

— Sì, ma voi non pensate ad un guaio più grosso — aggiunse il vecchio

Biase guardandosi intorno e parlando vieppiù sommesso — che ci si

accumuna coi... coi briganti? Pei francesi non sono che briganti coloro

i quali scorazzano pei nostri monti con le armi in pugno...

— Come eran briganti i repubblicani per noi all’epoca del Cardinale —

disse un armigero che aveva fatto parte delle bande sanfediste. — Per

briganti li fucilavamo.

— E dunque?

— E dunque, poichè siamo nati incudine bisogna pur subire i colpi di

chi è martello. Ora è martello per noi tanto il Re legittimo quanto

quello che si dice sia ora seduto sul trono di Napoli. Rispondo adesso

ad Angiolino — e in così dire si rivolse al giovane dal cappello a

sghembo — che i vigliacchi son coloro che arretrano innanzi alle bocche

delle carabine, non coloro che disputano sul perchè si debba esporre la

vita. Quando il sangue sale agli occhi, allora non si pensa più nè al

come nè al perchè, e si uccide finchè non si resta ucciso.

— Ebbene, volete vi dica perchè il duca che avrebbe potuto fuggire

magari travestito, ha deciso di difendersi, volete ve lo dica?

— Sì, sì, tanto più che forse l’ho ben compreso anch’io.

— Per quella signora amica di sua figlia.

— Lo credo anch’io.

— Che dev’essere un pezzo grosso.

— Io so ch’è un’assai bella femmina, alla quale il duca bacia la mano,

come farebbe col parroco e col vescovo.

— L’hai visto tu?

— L’ho visto coi miei occhi. Io finora sapevo che la mano si bacia

soltanto ai frati ed ai sacerdoti... Ma zitto, zitto: ecco capitan

Riccardo con... con... Diavolo, ma quella lì è una bella femmina!...

— Non lo sapevi? Una femmina di cui si contano cose terribili. Se

volesse darmi un bacio io direi di no, quantunque sia così bella...

temerei che invece di un bacio mi desse un morso...

In questo, preceduti dal vecchio familiare del duca, entrarono nel

cortile i due capibanda. Tacque il bisbiglio e gli occhi si rivolsero

curiosi sui due giovani, bea noti per la loro fama. I quali, salendo

una scaletta, furono in breve innanzi a una porta guardata da due

valletti in livrea simile a quella che Riccardo aveva già visto la

notte precedente.

— Il duca vi attende — disse uno dei valletti aprendo la porta e

facendosi da parte.

Il duca sedeva innanzi a uno scrittoio ingombro di carte. Dietro a

lui scendeva una cortina di seta che impediva si vedesse nell’attiguo

gabinetto verso cui furono attratti gli occhi di Riccardo che innanzi a

colui il quale nella riunione dei capobanda era intervenuto per mandare

a monte l’elezione di un capo supremo, non seppe trattenere un certo

senso di disdegno che gli si dipinse nell’aperta e franca fisonomia. Il

duca pareva preoccupato; poi, vedendo entrare Vittoria, sorrise e le si

rivolse dicendo:

— Si tratta di rendermi ora un servigio assai più importante dell’altra

volta. Allora si trattava della mia vita; ora si tratta di quella di

mia figlia e... della sua amica.

In ciò dire volse lo sguardo al giovane, il quale comprese che il duca

sapeva essere stato lui la notte innanzi ricevuto dalla Regina.

— Il nostro mestiere è appunto di rendere cotesti servigi — rispose lei

— e purchè non ci se ne chieggano degli altri...

Il duca arrossì, ben comprendendo l’allusione, ma si rimise tosto e

continuò:

— Comprenderete che non mi lusingo punto di riuscir vittoriosi. Noi

commettemmo una grande imprudenza qui venendo ingannati da coloro che

dicevano trionfante in questa provincia l’insurrezione. Sperammo darle

maggior vigore con la nostra presenza e renderla vittoriosa anche nelle

altre. Potemmo giungere fin qui senza destar sospetti, ma pare che la

nostra partenza dalla Sicilia sia stata denunciata dalle spie che ivi

hanno assoldato i francesi, e che si sospetti il vero, cioè esser noi

qui rifugiati. Ora, che bisogna fare? Io so il vostro piano — e in così

dire si volse a Riccardo — e l’approvo. Che ne dite voi?

— L’approvo anch’io — rispose Vittoria a cui era diretta tale domanda —

quantunque l’ignori. Io non voglio sapere altro che il dove e il quando

si dovran menare le mani.

— A noi bisogna che il nemico accorra qui con tutte le sue forze onde

lasci libera la strada che mena al mare.

Mentre il duca parlava Riccardo teneva fisso lo sguardo sulla cortina

che aveva visto muoversi, onde era sicuro che qualcuno vi fosse dietro.

Chi mai poteva essere se non la Regina? Vittoria aveva seguito lo

sguardo del giovane e fissava anche lei il punto da lui fissato mentre

si mordicchiava le labbra e fiamme d’ira le si accendevano nello

sguardo.

— So — continuò il duca — che esso si avanza per tutte le vie e con

esso viene anche un commissario civile con le più ampie facoltà; ciò

che mi fa credere ben fondati i miei sospetti. Tocca a voi disporre

i vostri uomini perchè la difesa possa protrarsi a lungo; a me di

preparare la fuga e di carpire il momento propizio. Di più vorrei

dirvi, ma chi comanda qui non sono io: io non posso che invidiar voi

chiamati a rendere un così gran servigio alla causa regale; il vostro

nome resterà memorabile nella storia di questa guerra e desterà una

nobile invidia nei cuori più fedeli e più devoti. Nulla vi prometto,

chè il vostro servigio è superiore ad ogni premio, ma Colei la cui

semplice lode sarebbe per un cuor generoso il premio più ambito, saprà

un giorno spander su voi la sua grazia.

In questo la cortina, tratta da una bianca mano, si aprì e nel vano

della porta comparve la Regina.

— E la sua riconoscenza! — disse con voce grave.

Il duca si rivolse con un gesto di sorpresa e insieme di dispetto; ma

l’abitudine cortigiana lo vinse e dissimulando fece un profondo inchino

e si trasse in disparte. Riccardo e Vittoria si erano alzati e si

tenevano muti ed immobili; però nessuna sorpresa si leggeva nel volto

di Vittoria, come se a lei già fosse nota la presenza in quella casa di

Sua Maestà.

— Sì, la riconoscenza — riprese lei. — Lo so, signor duca, che in cuor

vostro mi rimproverate il mio intervento, ma ho ubbidito a un impulso

che non ho saputo dominare. Perchè nascondere la mia presenza qui a

questi due cuori valorosi e fedeli che si apprestano a sacrificar

la loro vita per la nostra salvezza? Si può ben venir meno al

convenzionalismo della Corte allorchè si tratta di esser riconoscenti

con chi è disposto a morir per noi!

— È questo il dovere di ogni suddito fedele — disse il duca.

— Sì, ma ai tempi che corrono non è da tutti inteso: ora noi se

sapremo, quando Dio vorrà, punire coloro che ci si ribellarono, e

quindi si ribellarono a Dio che ci diede il regno — e qui i suoi occhi

si accesero di ferocia — sappiamo premiare coloro che nello infortunio

si serbarono fedeli. Duca, coprite col nome di questo giovane un

brevetto di colonnello che Sua Maestà il Re ha firmato in bianco.

— Ma... — fece il duca.

— Così voglio! — esclamò lei con un’occhiata tanto fiera che il duca

piegò la testa, e fattosi allo scrittoio prese un foglio che riempì e

che poi porse alla Regina.

— Ed ora — disse questa porgendo al giovane il brevetto — nessuno vi

contesterà il diritto di portare il titolo del vostro grado, che avete

conquistato con le vostre eroiche imprese. Il grado che vi è conferito

è il premio del Re; ora eccovi il premio della Regina.

E sciogliendosi un ricco nastro dal seno lo porse al giovane

inginocchiato.

— Alzatevi, colonnello, e che Iddio vegli su voi e sui sudditi al par

di voi fedeli e valorosi.

Durante tale scena Vittoria e il duca si erano tenuti immobili,

compresi da un sentimento diverso, ma per entrambi assai amaro. Il duca

sentiva istintivamente una certa repulsione per quel giovane che sapeva

essere un trovatello di quei dintorni, la cui fortuna gli metteva

nell’anima un livore del quale non avrebbe ben saputo dire la causa,

se non fosse perchè era figlio della gente a lui soggetta. Si sa che

da noi il proprio compaesano si odia assai più che lo straniero, e che

la fortuna di persona che ci è legata per rapporti o di patria o di

amicizia, o di semplice conoscenza fa assai più invidia della fortuna

che tocchi a persona la quale non abbia con noi alcun rapporto. Sapeva

inoltre che la notte innanzi quel giovane era stato ricevuto dalla

Regina, la quale s’era intrattenuta circa due ore con lui, e vagamente

aveva inteso discorrere di una certa avventura in Napoli della Regina

con uno dei capibanda invitati da lei ad una riunione: tutto questo

lo irritava e gli produceva un sordo risentimento per l’ostinatezza ad

avventurarsi in quel viaggio del quale su lui sarebbe ricaduta tutta la

enorme responsabilità se mai alcun sinistro fosse accaduto alla Regina,

e che in ogni modo gli sarebbe costata la confisca di tutti i suoi beni

fin allora rispettati dai francesi. Ah, gli costava ben caro il favore

ottenuto della successione al titolo ed ai feudi di suo fratello, per

la quale non si era andati tanto pel sottile e si era chiuso un occhio

sulla illegalità dell’investitura!

Vittoria invece da un ben altro sentimento aveva stretto il cuore. A

lei non era sfuggito con quale ardore di passione la Regina contemplava

capitan Riccardo; a lei non era sfuggito che rapporti più intimi

intercedevano tra il giovane e la superba figlia di un’imperatrice.

Quantunque avesse ben compreso che dal giovane non poteva ottenere che

un’affettuosa amicizia, pure il vedere a sè dinanzi la donna che le

contendeva l’amore di Riccardo le produceva un’angoscia ineffabile. Non

era la Regina per lei, era la rivale, e tutta la selvaggia passione che

il giovane le aveva suscitato le fremeva nel cuore e le ardeva vieppiù

nel sangue.

Carolina d’Austria intanto, capace d’intendere i cuori dal viso e

che di nulla si maravigliava di ciò che era un effetto delle umane

passioni, ben sapendo che ci è da aspettarsi anche le più strane

e insieme le più nuove cose dall’incontro di due cuori e di due

giovinezze, guardava con una certa diffidenza quella donna della quale

non ignorava l’indole e i casi. Pure le si rivolse con un benevole

sorriso, chè nessuno più di lei sapeva dissimulare gli affetti

dell’anima.

— Noi sappiamo — disse — di quale eroico ardimento, di quanto virile

coraggio siete capace voi che, unica del vostro sesso, avete preso le

armi per difendere il buon diritto. Già da gran tempo avevamo in animo

di premiare la vostra fedeltà e di attestarvi la nostra benevolenza.

Accettate questa catena che porterete in ricordo della vostra Sovrana.

E in ciò dire si staccò dal collo un laccio d’oro che avevan nel mezzo

un medaglione contesto di gemme e lo porse alla giovane donna che lo

ricevette in silenzio e senza genuflettersi come era obbligo di ogni

suddito fedele.

La Regina ne parve punta; poi un sorriso di disdegno ne sfiorò il

labbro superbo, fece un cenno della mano, volse una fredda occhiata a

Riccardo e disparve dietro la cortina che ricadde non così prestamente

che il giovane non vedesse la malinconica e pensosa figura di Alma

allora allora entrata nella camera attigua.

— Io non ho più nulla ai dirvi — fece il duca dopo un istante di

silenzio e volgendosi a Vittoria. — Sua Maestà, con quell’audacia che è

nella sua natura leonina ha voluto concedervi un onore che renderebbe

superbo un principe. Nell’interesse di lei, per non compromettere la

sua salvezza, se ella non vi ha raccomandato di serbare il segreto su

quel che avete visto ed inteso, ve lo raccomando io che mi do maggior

conto dei pericoli cui andremmo incontro se si propalasse il segreto

della sua presenza qui.

— Io ho ben altro pel capo che di pettegolare! — rispose Vittoria con

accento altezzoso.

Riccardo taceva, ma avendo ben compreso di non esser punto nelle grazie

del duca, aveva assunto un’aria di fierezza provocante.

— Non dico per voi — proseguì il duca — ma questo giovane potrebbe

esser tentato di farsi bello del grado ottenuto senza aver fatto nulla

ancora per meritarlo e...

Riccardo ebbe un lampo di sdegno negli occhi; con un fiero gesto mise

in capo il cappello e facendo un passo si piantò innanzi al duca.

— Sappiate, signor duca di Fagnano — gridò — che io a capo della mia

banda sono ben più di un colonnello, che io non venni da me qui, ne fui

pregato da voi; nè per voi sarei venuto e sarei disposto a rischiare la

mia vita per salvare la vostra del tutto inutile. Nè vi venga in mente

di darmi alcun ordine, che io ne ricevo solo da Sua Maestà la Regina,

intendete? Ed ora, addio!...

Il duca aveva retroceduto, livido in viso.

— Ma io... — balbettò.

— Ma voi sappiate che i miei uomini non riconoscono per nemico che il

mio nemico, qualunque esso sia!

— Ben detto, colonnello, ben detto! — esclamò Vittoria, contemplando il

giovane con occhi pregni di amore e insieme di ammirazione. Poi voltasi

al duca:

— Ma, dite un po’, credete d’aver che fare coi rammolliti della Corte,

voi? Io vi sarei saltata addosso se aveste osato di rivolgere a me

quelle vostre stupide parole.

E poichè Riccardo aveva preso già la via dell’uscio, lo raggiunse e

scese con lui le scale, lasciando il duca che stringeva i pugni per la

rabbia mentre mormorava:

— Ah, dover sopportare le insolenze di simile gente che un tempo

offriva il groppone alle mie scudisciate! Ma mi vendicherò di quel

maledetto bastardo, mi vendicherò, ed anche di lei, di lei che mi ha

imposto il suo capriccio!

Capitan Riccardo · 第 8 / 20 题