La banda di capitan Riccardo era dagli stessi nemici tenuta in gran
conto pel valore dimostrato in più incontri, nei quali era rimasta
quasi sempre vittoriosa, e per la disciplina onde era retta. Non le si
attribuiva nessuna delle nefandezza che le altre commettevano, ed aveva
dato prova d’intendere il rispetto che si deve ai vinti, e di tener per
sacra la vita dei prigionieri, molti dei quali erano stati rilasciati
con gran sorpresa degli ufficiali francesi, i quali consideravano
come morto chiunque dei loro capitasse nelle mani di uno di quei
feroci scorridori che si chiamavano Taccone o Benincasa, Parafante o
Francatrippa. Nè la banda di capitan Riccardo aveva mai preso parte ad
una di quelle scorrerie contro le città o i villaggi indifesi che dalle
orde dei predoni venivano devastati col pretesto che se la intendessero
coi Francesi. È vero però che per provvedersi dell’occorrevole a
continuar nella guerra ricorreva ai ricchi signori, specie se amici del
nuovo governo, i quali volentieri le mandavan dei sussidî per averne
rispettati i boschi ed il bestiame, nonchè le case e le persone.
Era scorso già un anno. Chi avesse riveduto il giovane capobanda
avrebbe notato il gran mutamento avvenuto in lui. Non solo la vita
agitata, quotidianamente esposta a mortali pericoli, incerta del
domani, mal sicura dell’oggi, aveva dato alla sua fisonomia una
impronta di severa gravità, ma pareva che un persistente pensiero
gli velasse gli occhi di malinconia. Solo allorchè la mischia era
ingaggiata, tra il fumo delle fucilate e le grida dei combattenti, egli
riacquistava la serenità e la calma necessarie per evitar le sorprese
del nemico, e ordinar l’assalto o la ritirata a tempo opportuno, pur
essendo sempre il primo ad affrontare il nemico, sempre l’ultimo a
volgere le spalle dopo un’impari lotta.
Pero egli appariva se non stanco, insoddisfatto di quella vita nella
quale si ostinava solo perchè dalla necessità gli era imposta. Anche
dopo una vittoria, mentre gli uomini della banda riposavano o, aperto
il sacco delle provvigioni, si rimpinzavano di vino e di cibo, fosco in
viso e taciturno egli si abbandonava in disparte ai suoi pensieri.
Una sera appunto, dopo una giornata in cui tutto un intero reggimento
francese aveva dato la caccia alla banda che, or combattendo, or
indietreggiando, ora sparpagliandosi per riunirsi di nuovo e per
tornare all’assalto, aveva dato molto da fare al nemico, il quale
infine, scoraggiato, aveva fatto sosta all’inseguimento; capitan
Riccardo, steso il mantello sull’erba, si era sdraiato all’ombra di un
gran pino. Poco discosti da lui Pietro il Toro, il Ghiro ed il Magaro,
che allora allora avevan finito di cenare, accese le pipe, erano
stati per un pezzo in silenzio, mentre i compagni qua e là pel bosco
riposavano dal lungo cammino.
— Chi hai messo di guardia? — chiese infine Pietro al Magaro.
— Volpino: occhio sicuro ed orecchio finissimo. Dall’altra parte il
Marinaio, che esercitò lo sguardo quando faceva il pirata. Ci fido come
su me stesso!
— Quanti i morti oggi?
— Dieci, e quindici feriti. Di questo passo, se non pensiamo a far
delle reclute, fra un mese resteremo Cola, fra Cola e il Priore!
— È vero! — disse Pietro il Toro chinando il capo e continuando a
fumare.
— La sai la notizia? — disse infine il Ghiro. — Vittoria, l’amante del
Vizzarro, si è divisa da lui e fa banda da sè. Comanda venticinque
Senesi, venticinque diavoli che a suo cenno sarebbero capaci
di assalire un reggimento. Ebbene, ha chiesto di unirsi a noi:
riempirebbero giusto giusto il vuoto dei venticinque che abbiamo
perduto.
— Ne sa niente capitan Riccardo?
— No, non gliel’ho detto ancora. Non ho avuto cuore d’avvicinarmi:
quei dieci morti, quei quindici feriti gli stan sulla coscienza come se
fosse stato lui a colpirli. Si sa, chi va al molino s’infarina e chi fa
alle schioppettate uccide od è ucciso.
— Non è questo, non è questo — mormorò Pietro scuotendo il capo. —
Vuoi saperlo? Gli è che da un anno facciamo un tal mestiere senza alcun
costrutto. Almeno al tempo del Cardinale, in cinque mesi riacquistammo
il Regno; invece adesso è trascorso un anno e si è sparso tanto sangue
inutilmente!
— Insomma che mi consigli? Gliene parlo dell’offerta di caporal
Vittoria?
— Una femmina! Non ci mancherebbe altro, perchè vorrebbe comandar lei
i suoi venticinque. No, no, siamo rimasti in quaranta, decisi tutti
a durarla fino all’ultimo. Meno siamo e più presto sarà finita. Erano
tante le mie e le speranze di quel povero giovane! Ah, se il destino
non gli fosse stato nemico fin da quando venne al mondo! Vedi, quello
lì era nato per esser ricco, felice, potente. Io non ho al certo il
cuore tenero, ma quando penso a certe infamie....
— Conta, conta: di quali infamie parli? Ho anch’io la paturnia. Non
si vedono cader fulminati dieci compagni, non se ne lasciano quindici
feriti, gementi su pei greppi o in fondo ad un burrone, destinati ad
esser fucilati dal nemico se li trova vivi, o ad esser divorati dai
lupi, senza sentirsi stretto il cuore d’angoscia? Conta dunque, tanto
per distrarci.
— No, è inutile, non l’ho detto neanche a lui e forse ho avuto torto.
Ma glielo dirò uno di questi giorni. Almeno, se dovrò morire, che si
sappia qual nome ha il diritto di portare...
— Qual nome? Non è dunque il suo quello di capitan Riccardo?
— Che ne so io? — rispose bruscamente Pietro il Toro.
E riprese a fumare parlottando con se stesso finchè il capo gli si
ripiegò sul petto ed il sonno lo colse.
Capitan Riccardo si teneva immobile coi gomiti sulle ginocchia e la
testa fra le mani. Una ben crudele delusione, a cui nulla, nulla era
di conforto, da un anno gli rodeva il cuore. Per poco aveva creduto
che la fortuna gli si fosse mostrata benigna, e che lo destinasse a
grandi cose. Era stata un’allucinazione, era stato un sogno? No, perchè
conservava ancora gelosamente quelle carte, quei doni che attestavano
non fosse stato un sogno il suo, e indelebili nel suo cuore, nella
sua mente, nel suo sangue erano i ricordi di quella notte. Era stato
dunque dimenticato dopo quelle promesse, dimenticato dopo che un lembo
di cielo gli si era aperto dinanzi agli occhi! Del sangue versato
per quella sconosciuta era stato rivalso con una notte d’amore e con
ricchi doni; ma perchè quel miraggio, perchè quelle speranze, perchè
quel grado, perchè quell’ufficio che gli avevano per poco fatto credere
ch’ei fosse predestinato a grandi cose? Perchè sollevarlo così in alto
per lasciarlo poi cadere così in basso?
E lui che si era tolto dal cuore e dalla mente financo l’immagine e
il ricordo di quella giovinetta che era stata fin dalla fanciullezza
il dolce vaneggiamento dell’anima sua! E lui che aveva cercato di
obliarla, credendosi non più in diritto di volgere il pensiero a quella
purissima creatura, e al suo posto aveva messo quella visione che era
stata la delirante realtà di un’ora, quantunque però in fondo al suo
pensiero vagamente ancora si delineasse la cara giovinetta che era per
lui più una bianca nube frangiata d’oro che una donna fatta di carne! E
lui che credeva d’aver finalmente una meta, uno scopo, una missione, e
che di nuovo, di un tratto, era tornato nel nulla!
Neanche i pericoli, la vita avventurosa, le fughe, le vittorie di
quella guerra lo avevano scosso dal torpore in cui era caduto. Soltanto
la responsabilità che gl’incombeva nel comando dei suoi uomini lo
distraeva nei giorni in cui o erano assaliti o assalitori: solo
nel furore della mischia, egli, per dir così, ritrovava se stesso,
e se ogni energia pareva affievolita, il coraggio, la incuria dei
pericoli sopravvivevano in lui, pur comprendendo che quella guerra
senza direzione, senza obbiettivo, senza un piano alla cui riuscita
convergessero tutte le forze, sarebbe finita con la distruzione
delle bande e con la morte dei capi, onde vieppiù profondo era nel
giovane lo accoramento ed il vuoto desolante del cuore. Sapeva bene
che quantunque non gli potesse rimproverare nessuno di quei delitti
che talvolta solo per ferocia o per malvagità commettevano gli altri
capibanda; quantunque avesse severamente proibito ai suoi le rapine,
il saccheggio, gl’incendi, il sequestro delle persone per averne del
denaro; quantunque si limitasse soltanto ad assalire i convogli del
governo e in caso di bisogno ricorresse con buoni modi ai ricchi per
averne dei sussidi, se fosse caduto vivo in mano dei Francesi sarebbe
stato appiccato come un malfattore comune. Eppure si sentiva nato a
grandi cose, sentiva confusamente in sè una voce che gli parlava di
gesta eroiche, di imprese gigantesche: se gli si fosse affidata la
direzione suprema di questa guerra già forse da gran tempo lo straniero
sarebbe stato cacciato dal Reame. Non era assai più giovane di lui,
come aveva sentito dire, quel generale divenuto imperatore, che aveva
vinto tutte le battaglie da lui ingaggiate? Ah, che reggimenti invitti
avrebbe fatto di tutte quelle bande che consumavano le loro forze in
sterili conati! Quanta gloria per sè, quanta fama per la patria sua se
egli fosse stato a capo di quella gente, così valorosa nella pugna, ma
così perversa negl’istinti e nelle passioni!
La notte intanto era scesa: la banda dormiva sparpagliata pel bosco.
Il silenzio era profondo: solo di tanto in tanto si udiva lontano lo
squittire di una volpe, cui dal lato opposto rispondeva l’ululo di un
lupo.
— Il Volpino ed il Marinaio fan buona guardia — disse Riccardo che
aveva prestato orecchio a quelle voci lontane.
Si avvolse nel mantello, poggiò il capo sulla valigetta che gli
ricordava il magnifico miraggio che per poco gli era balenato
nell’animo e chiuse gli occhi per riposare il corpo dalle fatiche del
giorno, e il cuore e la mente dai tristi pensieri.
Erano scorsi appena pochi istanti allorchè pel bosco, dalla parte che
scendeva giù nella vallata intese un grido di civetta.
Si alzò di soprassalto e tese l’orecchio.
— Della gente si avvicina a noi — mormorò, mentre febbrilmente cingeva
la spada e infilava alla cinta le pistole.
Un’ombra s’appressava, nella quale Riccardo riconobbe Pietro il Toro.
— Hai inteso, Pietro?
— Ho inteso.
— Che ne pensi?
— Bisogna aspettare che Volpino ci dia un altro segno. Intanto ho
mandato i miei aiutanti di campo, il Ghiro e il Magaro, a svegliare la
banda.
— Silenzio — disse Riccardo — ecco un altro grido.
Questa volta s’udì un fischio sottile e prolungato.
— Ah, possiamo star tranquilli: non sono più di due o tre. O viandanti
smarriti o messaggeri di qualche altra banda.
— Bisogna che tu vada a vedere.
— Questo stavo per fare.
— Se sono dei viandanti si bendino e senza far loro alcun male si
accompagnino di là dal bosco.
— Sta bene — rispose Pietro il Toro, muovendo per andar via.
Delle ombre si agitavano silenziose raccogliendosi tutte in un sol
punto. La banda si era svegliata, e come avvezzi a tenersi pronti, già
i guerriglieri si erano appostati dietro agli alberi.
— Non sarà nulla — disse Riccardo ai più vicini a lui. — Il fischio ci
dice che si tratta di pochi individui. Ma non vi muovete dalla posta
finchè non torna caporal Pietro.
Egli intanto figgeva gli occhi nelle tenebre dalla parte donde era
venuto il fischio. Poco dopo vide venire alla sua volta delle ombre.
— Sei tu, Pietro? — gridò il giovane.
— Sono io — rispose la voce di Pietro.
— Chi sono? — chiese il giovane allorchè gli fu vicino.
— Son due armigeri del duca di Fagnano. Dicono che hanno una lettera
per voi e delle cose urgenti da dirvi a voce. Son venuti a cavallo e di
gran trotto.
— Del duca di Fagnano! Una lettera per me! — esclamò il giovane che a
quel nome aveva inteso il cuore dargli un balzo. — Dove sono?
— Li ho bendati ed affidati al Ghiro e al Magaro che aspettano un
vostro segno per condurli qui, e che ne custodiscono i cavalli.
— Di’ alla banda che torni al riposo.
In così dire trasse un sibilo acuto dal fischietto che nella mischia
gli serviva per dare gli ordini. Poi andò a sedere presso l’albero
sotto il quale aveva giaciuto: aprì la valigetta e ne trasse una
lanterna cieca che accese battendo il focile.
— Una lettera per me, del duca! — mormorava.
La lanternina spandeva un cerchio di luce lasciando il giovane nelle
tenebre. Intanto un calpestìo sempre più si avvicinava; poco dopo i due
uomini bendati, tenuti pel braccio dal Ghiro e dal Magaro, furono alla
sua presenza.
— Togliete le bende — ordinò Riccardo. — Ebbene, chi vi manda? — chiese
poi.
— Ci manda il duca.
— Il duca è qui, nel suo castello? — fece il giovane con un atto di
stupore.
— Sì, con la figliuola e una signora sua amica.
— Oh! — gridò Riccardo cui di un tratto era sorto un dubbio nell’animo.
— Il duca — continuò l’armigero — vi avvisa che due compagnie di
volteggiatori francesi si avanzano, forse per assalire il castello. Non
si tratta tanto di salvar lui quanto... non so che cosa di assai più
importante. Siccome delle bande fedeli al Re e che pel Re combattono la
vostra è la più vicina, mi ha mandato a voi...
— Con una lettera?
— No, veramente la lettera mi fu data da quella signora amica della
duchessina.
Egli intese un tuffo di sangue nel cervello. Dunque non era stato
dimenticato? Dunque avrebbe potuto aprir di nuovo l’animo alla
speranza? Dunque di nuovo quella mano si stendeva su lui per trarlo in
su dall’abisso senza fondo in cui era caduto?
— Dammela — disse con voce tremante.
Quando l’armigero gliela porse intese al contatto della carta la
sensazione di una mano morbida e calda, il tepore di un fluido
dolcissimo che si spandeva per tutto l’esser suo. Aperse la lettera,
l’avvicinò alla luce della lanterna, ma in sulle prime non giunse a
leggere i caratteri che riconobbe per quelli tante volte da lui letti
e meditati. Poi ebbe vergogna della sua commozione, si impose maggior
serenità e maggior calma. Si curvò sul foglio e lesse:
«Un gran pericolo sovrasta a colei dalla quale vi siete creduto
dimenticato e che intanto, sempre memore di voi, attendeva a spianarvi
la via. Sol per questo e pel trionfo insieme di supremi interessi si
è esposta ad un cemento che potrebbe esser detto folle se non fosse
stato necessario. Accorrete con tutta la vostra banda che disporrete a
difesa del castello. Voi precedetela, facendovi guidare dal porgitore,
e fidate in chi non ha cessato per un istante dal pensare a voi, e che
sa quanto eroica e nobile sia stata la vostra azione in questa guerra.
Non indugiate un istante.»
Egli si alzò risoluto:
— Pietro! — gridò.
— Eccomi — rispose la voce del suo vecchio amico, il quale, mentre
Riccardo leggeva, si era tenuto all’ombra.
— Pietro — continuò lui — presto: il castello del duca di Fagnano è
minacciato dai Francesi. Due compagnie di volteggiatori marciano per
cingerlo d’assedio. Bisogna accorrere alla difesa.
— Siamo pronti — disse Pietro. — Ah che gusto! Chi mai più del duca
di Fagnano ha il diritto di difendere il retaggio de’ suoi avi? Ed è
proprio colui che si fa chiamare il duca di Fagnano, che si rivolge a
voi, proprio lui?
— Sì. Ma sbrigati, orsù. Richiama il Volpino ed il Marinaio. Manda
innanzi dieci dei migliori col Ghiro e col Magaro. Vi acquatterete
tutti intorno al castello. Io intanto vi precedo. Il mio cavallo, su
presto, il mio cavallo!
In ciò dire finiva di armarsi convulso, sconvolto, rimuginando un solo
ed unico pensiero: che quella donna l’aspettava, che quella donna era
l’amica di Alma. Dunque era Alma, Alma la compagna mascherata della
incognita, era la voce di lei che aveva inteso, era la figura di lei
che aveva intrivisto quella notte fatale? Alma era là, in quella casa
mentre lui giaceva ferito in una stanza di essa? Alma dunque sapeva
che l’ultima notte della dimora di lui colà, quella donna si era
impossessata di lui di sorpresa, legandolo con una catena di baci e di
carezze alla sua vita? Ovvero la sua purezza di fanciulla era rimasta
limpida ed ignara mentre sotto l’istesso tetto avveniva quel connubio
di passione?
Ma perchè, ma perchè il suo pensiero passava da quella donna, ignota
a lui nel nome e nello stato, a quella fanciulla con la quale anche
abbandonandosi alla più folle speranza, non gli era lecito aver
rapporto alcuno? Perchè l’associava al destino che l’aveva unito a
quella sconosciuta? Perchè quando più torridi si ridestavano in lui
i ricordi di quella notte, egli ne sentiva un vago rimorso, quasi
fosse colpevole con quella nobile giovinetta così in alto, dalla
quale non aveva avuto mai nè uno sguardo, nè un sorriso? Perchè dunque
ondeggiava? Perchè al pensiero che fra poco avrebbe rivisto entrambe,
colei che tutto in una notte gli aveva concesso, e colei alla quale
nulla, mai, aveva pensato di chiedere, tanto la reputava superiore
a sè, egli sentiva uno sgomento così acuto, egli che credendosi
dimenticato dalla sconosciuta era andato sempre più sprofondando nel
dolore?
Ma non lui, non lui poteva leggere nel suo cuore, vittima di uno di
quei fenomeni che sfuggono a qualunque analisi!
Balzò in sella e seguito dai due armigeri ai quali erano stati
ricondotti i cavalli, prese la via del castello, mentre la banda
s’avviava pei sentieri del bosco che scendevano alla vallata.
Egli non vedeva la via; così tutto raccolto in sè andava rimuginando
i suoi pensieri. Nè si preoccupava punto dei pericoli nei quali
era possibile imbattersi. Precedevano i due armigeri a cavallo e il
sauro di Riccardo ne seguiva le orme senza bisogno che il giovane lo
guidasse. La strada angusta e dirupata scendeva fra due colli folti di
piante.
Allo svolto di una stradicciuola i due armigeri si fermarono di botto.
Riccardo, tratto da’ suoi pensieri, alzò la testa.
— Che è stato? — chiese.
— Delle ombre camminano parallelamente a noi su per le due balze...
In questo s’intese un fischio, poi uno scricchiolio di rami dietro e
dinanzi i tre uomini a cavallo.
— Ci hanno circondati — disse Riccardo impugnando le pistole.
Il pericolo imminente ne aveva ridestato l’ardimento e insieme la
calma e la riflessione. Nell’istesso tempo udì una voce che dall’altro
gridava:
— Che gente e chi viva?
Il giovane fece retrocedere il cavallo tanto da addossarlo a uno dei
lati della strada, slacciò il mantello e tenendosi pronto ad un attacco
gridò:
— Capitan Riccardo, capo di una banda di Sua Maestà Ferdinando IV!
— Che nessuno di muova — continuò quella voce che parve avesse dato in
una esclamazione di gioia.
Il giovane era in dubbio se spronare il cavallo per sottrarsi con
la fuga, ben sentendo con l’orecchio usato dal lungo esercizio
dell’imboscata che grande era il numero di coloro i quali gli avevano
intimato di fermarsi. I due armigeri tacevano, tenendosi anche essi
pronti a respingere l’offesa. In questo il giovane sentì che il cavallo
si era piegato sui i garetti e un corpo dietro a lui che lo abbracciava
ai fianchi. Si rivolse alzando il braccio per colpire quando nel
barlume della notte vide un viso presso al suo del quale riconobbe i
tratti.
— Ah! — esclamò — l’amante del Vizzarro!
— L’ho lasciato — rispose questa che era balzata in groppa al sauro.
— Te lo disse che l’avrei lasciato e che avrei fatto banda da me!
Sai quanti da lui mandati con la scusa d’ingaggiarsi nella mia banda,
avrebbero voluto farmi la pelle? Ma io ho fatto la loro, ricamandola
anche a colpi di pugnale. Come son lieta d’averti incontrato dopo
averti cercato invano per un anno! Ti sapevo ora qua ora là; anche
alcuni Francesi, fatti da me prigionieri, mi parlarono di te come di
un eroe. Ad essi io non ho fatto alcun male, anzi li mandai via liberi.
Dimmi ora, dove vai così solo? Dov’è la tua banda? Noi procedevamo per
l’alto, fra la boscaglia, quando sentimmo il calpestio dei cavalli e
vedemmo due ombre. Capirai, abbiamo creduto fossero dei ricchi signori,
dei grossi mercanti, e quantunque fossimo diretti per un certo luogo,
ove pare si abbia gran bisogno di noi, non ci sarebbe dispiaciuto
prendere, come si dice, due colombe a una fava. Dove vai dunque?
— E tu dove vai? — chiese lui invece di rispondere.
— Un gran signore, di quelli che parlano col Re e con la Regina senza
togliersi il cappello, a cui in uno scontro coi Francesi, in mezzo al
quale si trovò per caso, salvai la vita, sapendo che io ero con la mia
banda presso al Savuto mi ha mandato a dire che corressi in suo aiuto.
Pare che i Francesi vogliono assediare il suo castello.
— Come si chiama un tal signore?
— Il duca di Fagnano.
— Tu dunque con la tua banda sei diretta al castello del duca?
— Appunto. Ah, sai che quel vecchiaccio mi faceva lo sdolcinato come
se io fossi una dama! Lo sdolcinato con me, capisci? Ma io gli son
grata perchè mi ha detto che Sua Maestà la Regina parla spesso di me,
delle mie imprese e che non potendo darmi una decorazione, perchè se la
natura mi ha fatto uomo nel coraggio e nella forza mi ha fatto femmina
nel resto, mi manderà una collana, un gioiello, un segno infine della
sua benevolenza. Ma insomma, non mi hai ancor detto dove tu vai.
— Anche io al castello del duca.
— Anche tu, anche tu! — esclamò lei con un sussulto di gioia. — E la
tua banda?
— Mi segue.
— Ah, dunque faremo insieme alle schioppettate! Vedrai, vedrai come so
menar le mani. Le grida, il fumo, lo scoppio dei fucili, il balenar
dei coltelli, delle daghe, delle baionette, la vista del sangue mi
ubbriacano, e allora... senti, allora mi scende un velo agli occhi e
veggo tutto rosso... Vedrai, vedrai... Ma dì, vuoi che io venga con te?
Il tuo cavallo porta bene in groppa; io poi sono ben leggiera; solo la
mano è pesante allorchè colpisce. Dì, vuoi? Il mio caporale condurrà la
banda.
— Ma poi ti dovrò lasciare — disse lui, punto lieto di quella compagnia.
— Perchè? Non ti accamperai tu coi miei e con i tuoi intorno al
castello?
— Sì ma... debbo discorrere col duca di alcuni affari assai gravi...
— Ed io ti aspetterò. Anzi cedo a te il comando anche della mia banda.
Tu avevi ben ragione o, meglio, noi avevamo ben ragione. Se questa
guerra fosse stata diretta da un capo supremo, da te per esempio, come
io avevo proposto, non ne sarebbe rimasto un solo di cotesti maledetti
Francesi. Invece noi, noi saremo distrutti a poco a poco! Glielo dissi
a quel vecchiaccio del duca, che mentre il nostro Re e quella povera
Regina aspettano invano che riconquistiamo il Regno fa lo sdolcinato
anche con una donna come questa qui. Dunque, aspetta che dia l’ordine
al mio caporale e poi spronerai il cavallo per rimetterci in via.
E senza aspettare risposta, trasse un fischietto e si diede a modulare
dei suoni, ai quali di su le alture tra le boscaglie, altri suoni
risposero.
Riccardo spronò il cavallo, imitato dagli armigeri. La donna si teneva
stretta a lui ed egli ne sentiva sulla nuca il caldo respiro e nelle
carni l’impressione del corpo gagliardo che gli produceva una strana
sensazione, quasi di sgomento. Qual singolare impasto di giovanile
spensieratezza e di maturità virile, di ferocia e di abbandono, di
veemenza nelle passioni e di una certa femminile gaiezza! Quella donna
che aveva ucciso, a credere quanto si narrava, in un impeto di geloso
furore, la madre sua; che ubbriaca di sangue si faceva una festa della
strage e della carneficina, ei la sentiva stretta al suo corpo, molle,
pieghevole, con le labbra arse e con tutte le viscere frementi di
passione; onde a tal contatto sentiva che il sangue gli si accendeva,
che le fibre eran corse da un brivido...
Ma doveva egli abbandonarsi a tal fascino? Quale abisso si sarebbe
spalancato ai suoi piedi se avesse ceduto, se volgendosi avesse
toccato con la sua la bocca di quella donna, il cui fiato gli
bruciava le carni? Ora che di nuovo la mano della sconosciuta si era
a lui distesa, ora che di nuovo vedeva attraverso lo spiraglio delle
tenebre nelle quali fin allora era stato avvolto una striscia di luce,
doveva ubbidendo a un volgare istinto darsi in balia di una donna che
l’avrebbe trascinato nella sua rovina?
E non solo dall’ambizione era trattenuto, dall’ambizione rappresentata
dalla sconosciuta che dopo un anno di oblio di nuovo lo chiamava a sè,
ma da una immagine bianca e luminosa che vedeva a sè dinanzi delinearsi
nelle tenebre che aveva gli occhi dolci e il mite sorriso di Alma.
Onde egli spronava a furia il cavallo,: come per fuggire alla
tentazione che portava in groppa.
— Perchè sproni così, perchè sproni così? — gli diceva quella donna,
vieppiù vieppiù avvinghiandosi a lui.
Egli non rispondeva, curvo sul cavallo continuando a dar di sprone,
sicchè di molto e in breve ebbe sorpassato i due armigeri.
— Fermati, via — gli diceva lei — i tuoi compagni sono indietro di
molto.
Ma egli continuava nella corsa dirotta, spingendo il cavallo che
saltava siepi e muricciuoli, ben comprendendo che se per poco si fosse
fermato quella donna l’avrebbe avuto in sua balìa.
Anch’ella anelava; pure con voce rotta gli diceva:
— Nè la mia nè la tua banda potranno raggiungerci. Se i Francesi son
giunti, la furia del tuo cavallo ci porterà in mezzo ad essi. Tu fuggi
come se avessi paura. Dì, hai paura di me dunque?
— Sì — diss’egli non sapendo frenarsi — di te... di te... — E fuggiva
per le tenebre, tanto più che già aveva scorto da lungi confusamente
il castello ducale, e lui, che conosceva i luoghi, sapeva bene che
fra pochi minuti sarebbe giunto. Respirò, chè ogni pericolo gli pareva
cessato. Ormai dovevano star bene guardinghi, poichè, come lei aveva
detto, avrebbe potuto cadere in mezzo ai nemici.
Arrestò il cavallo, ma intanto aveva inteso che le braccia di lei si
erano allentate.
— Ah, dunque di me hai paura, di me hai paura! — mormorava tristamente.
Riccardo non rispose e smontò dal cavallo: anche Vittoria ne scese.
Il castello biancheggiava in fondo silenzioso.
Ella disse:
— Pare che tutto sia tranquillo qui.
— Non ti fidare. Non sarebbero ricorsi a noi se il pericolo non fosse
imminente.
— Le bande sono ancor lontane... Se ci colgono qui soli, bada, non
intendo cader viva nelle loro mani. Alcuni ufficiali han detto che
vogliono far di me la loro amante, gl’imbecilli! Avevo già disposto un
certo agguato che ho dovuto sospendere per venire qui. Vedi che piaccio
ancora come donna anche ai nemici!
E disse ciò con un accento di profonda amarezza.
Il giovane taceva contemplando il castello. Fra poco dunque, fra poco
la sconosciuta gli avrebbe svelato il suo segreto: essa era là che lo
aspettava in quell’ora della notte; essa era là che vegliava e forse
aveva inteso lo scalpitio del cavallo. Ma bisognava aspettare gli
armigeri che aveva di tanto sopravanzato.
— Perchè non sediamo? — disse lei. — Stando così siamo esposti ad esser
visti. Che guardi tu?
— Ascolto se odo il passo dei cavalli che eran con me.
— Siedi dunque.
Egli sedette a piè d’un albero vicino a lei.
— Dunque ti dicevo — continuò la donna che volgeva di tanto in tanto,
quasi timida ed irresoluta lo sguardo acceso al giovane pur sempre
distratto — che avevo teso un agguato a quegli ufficiali, i quali
in una taverna, in presenza di un uomo della mia banda travestito da
carbonaro avevan detto di voler fare di me la loro amante. Ah, come mi
sarei divertita se mi fossero caduti nelle mani; che bel servizio avrei
lor fatto! Piaccio dunque ancora come donna, quantunque sia vestita
così! Da quanto tempo non vesto le gonne, da quanto!...
Poi, dopo una pausa, gli disse quasi irata e con accento superbo:
— Ma lo sai tu che io ero una signora, che nelle mie vene scorre sangue
di signori, che in un tempo ero la più bella signorina del mio paese
che mi si citava come una meraviglia perchè sapevo leggere e scrivere,
lo sai tu?
— Sì, lo so — rispose lui — ho inteso narrare la tua storia.
Ella chinò il capo e stette pensosa un istante.
— Che vuoi farci? — disse poi con un sospiro — ognuno ha il suo
destino... In me si sono fusi i due sessi: sento in me la donna come
sento l’uomo. Per esempio, quando ti vidi la prima volta, non so
perchè, intesi vergogna dell’abito che vestivo, e in quel tempo in cui
non ti ho veduto più, pensando a te, io mi rivedevo con le mie belle
vesti signorili, con lo strascico, col fisciù, col cappellino, con
le mie belle chiome di un tempo spartite sulla fronte e ricadenti in
anella sugli omeri! E dire che ne avevo visto dei bei giovani!... Anche
il Vizzarro, che fu il mio primo e solo amante, era un bel giovane...
però, vuoi che te lo dica? Non l’ho amato d’amore, no, non l’ho amato
d’amore. Sai quel che mi fecero soffrire per lui? Sai che per tanti
mesi mi tennero legata, e mi bastonavano, e mi schiaffeggiavano,
comprendi? E lui intanto, lui che era riuscito a fuggire, lui se la
godeva con... È vero che venne poi per liberarmi, ma non tanto per
liberar me quanto per...
Non proseguì: come sopraffatta da orrendi ricordi nascose la faccia tra
le palme; onde egli, scosso dai suoi pensieri, la guardò e se ne intese
commosso. Per distrarla le disse:
— Bisognerebbe intenderci sul modo come difendere il castello...
Lei si aspettava una parola più dolce, quella che aveva invocato con
l’anima sua; non ottenendola parve sentisse sdegno e vergogna insieme
del suo abbandono.
— Intenderci? — esclamò con voce aspra e sollevando il capo con
fierezza. — È presto fatto: chi non fa nessun conto della vita la
esponga ove è maggiore il pericolo... È questa la tattica della mia
banda: ne hai tu una migliore?
Fu interrotta da uno scalpitar di cavalli: egli si alzò, sollevato da
un gran peso. Eran quelli gli armigeri al certo che giungevano in tempo
per interrompere quel colloquio così imbarazzante per lui. Non amava
quella donna da cui si sentiva amato con passione così prorompente;
non per tanto incominciava a subirne il fascino fisico acuito dall’amor
proprio lusingato. Nelle parole di quella donna, che per la sua ferocia
destava il terrore dovunque apparisse con la sua banda, ci erano degli
accenti di una ineffabile dolcezza: parlando a lui in quell’ora della
notte, in quel silenzio, in quella tenebre, era divenuta la donna in
tutta l’ineffabile vaghezza della beltà dell’anima e delle forme:
non era la guerrigliera famigerata, trista eroina di tante storie
di sangue, era un cuore amante che si offriva timidamente, che pur
cercando di dissimulare i suoi fremiti, pulsava di desiderio. Se gli
si fosse offerta in un impeto di sanguinosa passione, egli si sarebbe
lasciato vincere per poi dimenticare; ma, lo aveva ben detto lei, era
quella la prima volta che amava d’amore. Quale sinistra influenza
avrebbe avuto quella donna sulla sua vita se egli avesse ascoltato
più l’ardente voce del sangue che quella della ragione? E quando, poi?
quando la sconosciuta, che aveva ormai dei diritti sulla sua vita, lo
chiamava a sè; quando di nuovo vedeva a sè dinanzi un raggio di luce
nel quale si delineava il suo avvenire sottratto all’obbrobrio del
presente, perchè lui bene aveva coscienza di quanto indegna, rovinosa
fosse quella guerra, che se aveva un nobile e patriottico principio,
era degenerata in una orrenda lotta di ladroni!