XV.

Per quei cari bambini.

_27 agosto 18..._

La fatica è stata molta, quest'oggi, per condurre a buon fine

l'impresa, come in questi ultimi giorni per prepararla. Diceva bene

iersera il commendator Matteini, mettendo gli ultimi numeri arrotolati

nella gran ruota della fortuna, che il fare della beneficenza non è

come sorbire un uovo fresco. Il degno uomo confessava candidamente di

non aver lavorato mai tanto, nella bellezza dei trentacinque anni

della sua vita ipotecaria. Anch'io, colla cura del concerto musicale,

con quell'altra del prologo, e poi con cento piccole cose dell'alta

direzione, sono stato occupato la parte mia; ed oggi, finalmente, alla

stanchezza intellettuale si è aggiunta la stanchezza fisica, che m'ha

fatto rimanere due ore a tavola, quantunque senza voglia di mangiare o

di bere. Stasera ho ricusato di muovermi da casa, ed ho lasciato andar

solo il mio ospite. Che uomo d'acciaio, quello! Pare, a vederlo, che

sia stato a veder gli altri, mentre ha lavorato anche lui come un

negro.

Consoliamoci, perchè le cose sono andate a quel dio. La sala era

parata benissimo, e il divo Terenzio ha meritati davvero gli elogi di

tutta la colonia villeggiante. I ritratti del re e della regina, tolti

per l'occasione dalla sala dell'Asilo, sono stati appesi nel fondo del

palco improvvisato, sotto un baldacchino di drappelloni rossi (due

tappeti della contessa Quarneri) tra corone di quercia e festoncini di

fiori. E di mazzi di fiori disposti a losanghe si abbellivano le

pareti della sala, che erano tutte inverdite con frasche di castagno.

Dio, quanti chiodi ci son voluti, per fissare tutta quella roba, che

aveva poi da durare una mezza giornata! Non fu così facile, del resto,

dissimulare la bruttezza del pavimento; ma su quello erano tante file

di sedie, che quando la gente ebbe preso posto, l'ammattonato

scomparve per due terzi della sua superficie; un terzo, nel mezzo

della sala, era coperto dal tavolato, messo là per le prove di

scherma.

Si fece porta alle dieci del mattino. Avevamo preparato cinquecento

biglietti d'ingresso, a cinquanta centesimi l'uno; e s'intende che,

salvo i venduti a chi ne faceva richiesta, ce ne spartivamo il grosso

tra noi. Una cinquantina erano già necessarii per noi villeggianti e

per la gente di casa; un centinaio furono presi dai naturali di

Corsenna; il resto fu distribuito da noi, all'ultim'ora, e gratis, per

fare una piena spettacolosa. I Corsennati, che stavano per istrada a

guardare verso l'uscio della filanda, gradirono assai quest'atto di

generosità; forse lo avrebbero gradito, mezz'ora prima, anche quelli

che erano dentro, e che avevano dovuto pagare il biglietto, la più

parte per onor della firma. I Corsennati son gente savia, tanto che si

potrebbero dire più esattamente assennati; e pensano che se i signori

vogliono fare del bene, farebbero anche meglio a farlo intiero.

Nondimeno, e paganti e non paganti si son mostrati soddisfatti ad un

modo, e non ci hanno lesinati gli applausi.

La banda di Dusiana aperse il fuoco, assordandoci con la più rumorosa

delle sue marce guerriere. Fu applaudita a furore, e si gridò viva

Dusiana; il che non è mai male tra popoli contermini, che hanno di

tanto in tanto i loro piccoli screzi e dissapori. Già si voleva il

_bis_; ma il capobanda fece un gesto che voleva dire: "abbiate fede;

ci sentirete anche più del bisogno." Frattanto otteneva silenzio la

contessa Quarneri, apparendo sul palco. Era diventata bianca bianca,

non potendo impallidire del tutto; la rianimarono gli applausi della

colonia e quelli anche più rumorosi, che seguirono, del buon popolo

Corsennate. Incominciò essa allora il suo prologo, tremandole un

pochino la voce ai primi versi. Io tremavo più di lei. Temevo che

intaccasse; e in quella vece tirò via, forse un po' troppo veloce, ma

tanto più sicura del fatto suo, quanto più correva verso la fine.

Trascurò, si capisce, molte sfumature, perdè molti effetti; ma non

dimenticò il suo tuono predicatorio, la sua cantilena, le sue

inflessioni nasali. Niente paura, dopo tutto; si era in Corsenna, e

Corsenna applaudì tutta come un uomo solo. Credo che sia volata anche

qualche spalliera di seggiola. I miei Corsennati, questa volta si

tramutarono in forsennati.

--Che talento!--esclamò la sindachessa, stimando necessario di dar lei

l'intonazione ai giudizi dei suoi amministrati, o di suo marito, che

poi è tutt'uno.--Per il possesso di scena, par proprio un'attrice.

--Pare la Madonna;--diceva più in là una ragazza modestamente

vestita.--Ce ne saran voluti, dei biglietti da cento, per coprirla di

merletti a quel modo!

--Che fior di farina!--gridava anche più in là, nella calca, il

mugnaio del paese.--Di quella roba lì non se ne trova mica a sacchi.

Che cosa ne dite voi, Giacomino?

--State zitto; la mangerei;--rispondeva Giacomino, il panattiere.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Tra il talento di attrice

scoperto dalla sindachessa, l'effetto di una ricca abbigliatura che

faceva morir d'invidia le ragazze del paese, e quello d'una bellezza

innegabile che destava istinti d'antropofago perfino nel più

interessato apostolo della nutrizione vegetale, il prologo andò a vele

gonfie. Seguì ancora una suonata della banda, con assòlo di tromba a

pistoni; chetato il quale, si ebbe una mandolinata delle tre Berti,

tanto carine e meritamente applaudite, colla domanda del _bis_:

domanda che fu tosto esaudita, ma variando il pezzo, secondo l'uso dei

concertisti che si rispettano. Da capo, finito il terzetto delle

mandoliniste, volle rumoreggiare la banda, con un centone di pezzi

della _Norma_, dove non mancò la "Casta diva" nè il suo contrapposto

del "Guerra, guerra". Quello era il momento buono per metter mano

all'armi. Discese Filippo Ferri sul tavolato, e lo seguì Enrico Dal

Ciotto. Terenzio Spazzòli, uomo tagliato a tutti i grandi uffici, con

molta dignità prese a tenere la smarra. L'assalto è, per consenso

universale, assai bello; non già perchè i Corsennati siano intendenti

in materia, ma perchè assistono per la prima volta ad uno spettacolo

di quella fatta. Il povero Dal Ciotto ha più audacia che perizia di

schermitore: ha preso una bottonata, due, tre, senza collocarne una

delle sue; quattro, cinque e sei, con eguale risultato. Ma qui Filippo

Ferri si è mosso a compassione; ha un po' rallentato il suo giuoco, e

si è fatto toccare ad un braccio; più di striscio, in verità, che di

punta; ma s'è affrettato ad accusar ricevuta. Pare ad Enrico Dal

Ciotto di potersi rifare; ne busca una settima, e si dà allora per

vinto.

--Son proprio fuori d'esercizio;--conchiude, rivolgendosi alle

signore.--Ma sono felice ad ogni modo di aver fatto brillare il giuoco

del signor Ferri; un giuoco veramente magistrale.--

Bravo satellite! Così mi piaci; senza rancore, con un granellino di

spirito, che non avrei immaginato mai, e che son lieto di riconoscere.

Si domanda il _bis_; ma Enrico Dal Ciotto è stando, e non lo concede.

--Si provi Lei;--mi dice la signorina Wilson, che è seduta ai primi

posti, e che non dubita di rivolgermi il discorso, quando c'è gente.

--Volentieri;--le rispondo;--per farmi battere.--

E m'avanzo sul tavolato, per calzare il guanto o metter la maschera.

--Animo!--mi bisbiglia Filippo, mentre mi aiuta fraternamente

nell'opera.--Qui si parrà la tua nobilitate.--

Lo spero bene. È chiaro come il sole, che ne buscherò parecchie, anzi

molte; ma non farò la figura di Enrico Dal Ciotto, e ne restituirò più

d'una.

Incominciamo guardinghi, studiandoci l'un l'altro, facendo di passata

un po' di fioriture accademiche. Filippo Ferri ama i principii a

tavola; li ama ancora sul tavolato. S'impegna un giuoco serrato di

finte, di parate, di attacchi e di contrattacchi, d'intrecci e di

sparizioni, che diverte un mondo, come al giuoco del pallone una lunga

sequela di colpi senza lasciar ruzzolare il pallone per terra. Quella

prima messa in guardia è senza bottonate; la folla degli spettatori va

tutta in visibilio. "Come fanno a non toccarsi mai?" gridano di qua e

di là; "come fanno?" E si applaude furiosamente al prodigio.

Ma eccoci da capo impegnati. Filippo è un gran cavaliere; mi lascia

l'onore della prima bottonata, e ne accusa ricevuta colla solita

cortesia. Ma non vuol neanche parer troppo generoso, e finge di essere

in collera con sè medesimo; ripiglia, attacca vigoroso, mi obbliga a

fare un salto indietro; m'invita fieramente col piede, e appena son

ritornato in misura, mi sferra in pieno petto la sua botta diritta. È

allora un furore d'applausi. Evidentemente io sono simpatico ai

Corsennati; ma la passione del maggior numero è in questo momento per

lui. Non me ne dolgo; mi basta di aver sostenuto quel primo assalto

così lungo, tenendogli testa senza esser colpito, scherzando,

giuocherellando col ferro quanto lui; m'è più che bastante l'onore

della prima bottonata, che egli mi ha tanto cortesemente lasciato. E

vorrei, dopo la prima sua, lasciarmene dare una seconda e una terza,

che mi parrebbe sempre di aver fatto una buona figura. Ma egli non è

del mio parere; mi batte la campagna, non approfitta del suo

vantaggio; seguita a descrivere, a distanza di otto centimetri dal mio

costato, i suoi elegantissimi otto, in piedi o coricati, come gli

pare, senza toccarmi mai. Va bene che molte io ne paro, e potrà anche

sembrare agli astanti che io le pari tutte; ma dentro di me sento che

egli potrebbe entrare più d'una volta. Perchè non lo fa? Mi scaldo al

giuoco, rompo uno di quegli elegantissimi otto, ed entro io con una

seconda bottonata. Egli accenna del capo, e sembra volermi dire sotto

la maschera: "finalmente! è mezz'ora che l'aspetto." Poi me ne dà una

a sua volta, un'altra se ne lascia dare; e così via, un po' per uno,

giungiamo al punto che io ne ho date sei, quante lui, nè più nè meno.

Facciamo la bella? Facciamola. E la dà lui, dopo un maraviglioso

sfoggio di finte e di attacchi; la dà lui, imperiosa, gloriosa,

solenne. Ed è piena giustizia, che mi rende felice, mentre egli, tra

uno scroscio di applausi, è dichiarato il campione della spada.

--Signori,--dice modestamente il mio avversario agli astanti di prima

fila, dopo avermi dato, a maschere levate, un abbraccio fraterno,--il

nostro poeta è di prima forza; non lo sapevano? Bisognerebbe ancora

vederlo alla sciabola.

--Sì, sì, un assalto di sciabola;--si grida.

--Non già con me;--risponde Filippo Ferri.--Io sono ora un po'

stanco.--

Si fa invito coi gesti; ma nessuno dei sedenti risponde. Terenzio

Spazzòli è un fior di cortesia; si offre lui, cede la smarra a

Filippo, mette la maschera e il guantone, impugna la sciabola, e in

guardia. Son largo con lui, come Filippo è stato largo con me, e mi

lascio far volontieri il solito manichino di controtaglio, e di primo

appetito; poi, serrandolo al mio giuoco, gli dò una puntata, guizzando

subito fuori e rimettendomi in guardia. Seguono gli assalti, e non mi

lascio toccar più; un altro suo tentativo di manichino è rotto da un

guadagno di lama, seguito a volo da un colpo alla faccia.

--Ho il mio conto;--dice Terenzio, levandosi la maschera ed asciugando

il sudore.--E questa poi me la son meritata, col mio ritorno al

controtaglio. Piuttosto mi par duro essermi lasciato colpire di punta.

--E a me ne duole moltissimo;--rispondo.--È un vizio di metodo. Anche

colla sciabola faccio, senza volerlo, il giuoco della spada;

rischiando poi, se non mi vien bene il colpo, di farmi affettare una

spalla.

--Non temo che ciò le succeda, se ha tanto sicuro l'atto di portare il

taglio in su, e così veloce l'attacco. Quanto al vizio di metodo,

glielo invidio. L'ho sempre detto io, che il giuoco di sciabola va

fatto più serrato, sì, più serrato, come quel della spada in certi

casi; e in tutti gli altri, non troppo distante di lì.--

La dottrina e l'asseveranza compensano nel divo Terenzio il difetto di

pratica; ed egli rimane agli occhi di tutti un gran cavaliere. La mia

gloria, nondimeno, è al colmo. La contessa Adriana, nel farmi le sue

vivissime congratulazioni, mi offre perfino dei fiori. Oh Dio! e

Galatea, che vede, che cosa penserà del fatto? che cosa dei

ringraziamenti, che son pur costretto a fare? Cerco di rimediare,

rivolgendomi alle altre signore, alle Berti, da principio.

--Non avrò i loro fiori, signorine?--

Le tre fanciulle son ben liete di appagare il mio desiderio; mi danno

tre bei garofani dei loro mazzolini. Anche le mamme mi fioriscono alla

lor volta; e così posso chiedere il suo fiore alla signorina Wilson.

--Ne ha già troppi;--mi risponde.--Ed io, del resto, non ne ho....

devo averli smarriti.--

O lasciati cadere, birichina; lasciati cadere a bella posta dietro la

sedia, a mala pena mi hai veduto in giro, col manifesto proposito di

finire da te.

La banda di Dusiana rumoreggia da capo, con un centone di motivi

dell'_Attila_. Sarà mediocre, la banda di Dusiana; ma non è certamente

peggiore di tante e tante altre. Poi, viva la faccia dei popoli

campestri, che amano la musica, e preferiscono questo passatempo a

quello della morra e della politica d'osteria. Finalmente, la banda di

Dusiana suona una musica che mi piace per tante ragioni, non ultima

quella del gran bene che ha fatto ai suoi tempi. Ancor caldo delle mie

sciabolate, canticchio in cadenza coi suonatori il "Cara patria, già

madre e reina" e l'"Empia lama, or l'indovina", non dispiacendo

neanche al trombone, a cui è affidata la frase melodica in discorso.

Ma una voce più graziosa, sopra tutto più intonata della mia, rallegra

l'uditorio. È la voce della signorina Virginia Berti, che arpeggiando

sulla sua mandòla canta due belle canzoncine spagnuole. Anche a lei,

molti applausi: i Corsennati, sicuramente, dal continuo picchiare,

hanno già le bollicine alle mani. E ancora non abbiamo finito; ecco il

bello che viene, con una fila di bambini, tutti vestiti ad un modo,

che si schierano sul tavolato e cantano una strofetta di

ringraziamento. Il bello, ho detto: ma a me non piace, essendomi

sempre parso un rompere il turibolo sul naso ai così detti

benefattori, e un profanare la onesta dignità dei così detti

beneficati, il far cantare una filza di complimenti smaccati, da

quelle care bocche innocenti. Non piace a me, ripeto; piace nondimeno

agli altri, e perfino ai parenti di quelle tenere vite; passi dunque

il ringraziamento cantato. C'è poi una bella tombolina che si presenta

sul palco, e recita un paio d'ottave: non si capisce niente di ciò

ch'ella balbetta; ma la tombolina balbetta con tanta grazia, che ne

son tutti inteneriti, e la levano di lassù a braccia tese, le fanno

carezze, la divorano coi baci. Il concerto è finito; si dispongono le

mense pei bambini, ai quali è dedicata la festa. La banda di Dusiana

intuona la marcia reale, e questo mi piace; ma che dico, mi piace? È

una vera trovata. Non sono quei bambini i re dell'avvenire? Godete,

bambini, il vostro primo giorno di regno; e non vi manchi corte

bandita a tutti gli altri che seguiranno. Noi vi lasciamo alla vostra

dolce occupazione, per prendere una boccata d'aria, ed anche uno

spuntino, che la cortesia di Terenzio Spazzòli ha fatto servire a noi

in un'altra sala della filanda. Finito lo spuntino degli "artisti" e

il desinare dei fanciulli, si va nel cortile ad aprire il tiro al

bersaglio; tiro di pistola, s'intende. Lo inauguro io, con un centro

tanto fatto.

--Ma voi siete un mago!--mi grida la contessa Adriana.--Chi vi

potrebbe resistere?

--Oh povero me! per un po' di fortuna!--rispondo umilmente.--Certo, mi

sono sempre esercitato, per avere un colpo abbastanza sicuro contro

chi mi vuol male.--

Spara a sua volta Filippo, e non fa che centri, puntando a mala pena.

Spara anche il divo Terenzio, discretamente bene, cogliendo sempre il

bersaglio in vicinanza del centro. Enrico Dal Ciotto, invitato a

sparare, si scusa col braccio stanco; del resto, è un po' fuori

d'esercizio. Meno geloso dell'arte sua, si prova il Cerinelli, e

qualcuna ne indovina. Quanto al Martorana, è una sbercia senz'altro,

ed ha il buon gusto di convenirne. Tastato anche quello, e risponde

picche. Insomma, sconfitti tutti e tre, i miei fieri satelliti faranno

molto a potersi ritirare in disordine.

Enrico Dal Ciotto si rifà un pochettino alla ruota di fortuna,

guadagnando al primo numero un servizio da tavola per venticinque

persone. È la solita canzonatura di tutte le lotterie; un mazzo di

venticinque stecchini. Questo dei premi umoristici, è il caval di

battaglia del divo Terenzio, che fa stupendamente da segretario alle

signore venditrici. La ruota gira, rigira, senza fermarsi mai, ma non

fruttando che premi di pochissimo conto. Delle cose migliori si fanno

lotterie particolari, a mezza lira, a una lira al numero. A quella e a

queste, poco alla volta, tutta Corsenna si scalda; e mentre qualche

bel capo, qualche utile arnese è portato via, i ragazzi del paese

fanno bottino di trombette, di zufoli, di tutte le piccole carabattole

che i grandi hanno guadagnate, ma regalano loro, non sapendo che

farsene.

A me, tra le risate universali, tocca un bavaglino; e dopo una diecina

di polizzini bianchi, un altro arnese da bimbi, una cuffina. Son

destinato; me lo dicono tutti, ridendo alle mie spalle: ma io non mi

spavento per così poco, e inalbero arditamente i miei piccoli trofei.

Enrico Dal Ciotto riesce finalmente a vendicarsi della mala fortuna,

guadagnando una sveglia, niente di meno. Beato lui! gli servirà per

destarsi di buon mattino, il giorno che dovrà far le valigie, che

Iddio l'accompagni.

La fiera di beneficenza ci porta via tre ore buone. Oramai non ne

possiamo più. Siamo in moto dalle nove del mattino; sentiamo il

bisogno di sedere, e non per pochi minuti. Inoltre, lo spuntino del

mezzodì non ha fatto altro che aguzzar l'appetito. Gli "artisti"

lasciano il teatro delle loro glorie alla vigilanza del segretario

comunale, e vanno a desinare all'osteria, piuttosto male, ma non senza

buon condimento d'allegrezza. Poi, tant'è, vogliono dare un'ultima

occhiata alla fiera, contendersi gli ultimi doni, sentire le ultime

suonate della banda di Dusiana. Tutto è venduto, portato via alla

fortuna del polizzino; restano i banchi vuoti e la cassa piena. Si son

fatte seicento novanta lire; paion poche, e si arrotonda la cifra,

quotandoci in parecchi per aggiungerne dieci. S'intende che sono

settecento lire nette, da consegnare alla direzione dell'Asilo. Le

spese le abbiamo fatte noi villeggianti, così per la banda di Dusiana,

come per l'arredamento dello stabile e per l'ordinamento della fiera.

Dei doni per la lotteria, i due terzi sono stati regalati dalla

contessa Quarneri. Sia detto a sua lode; non diventerà mai una grande

attrice; resterà sempre una cortese signora.

Tutti han lavorato quest'oggi; ma un po' meno la signorina Wilson, che

non ha voluto assumersi nessuna parte nell'accademia. Si è per contro

occupata assai della fiera, in compagnia del commendator Matteini e di

Terenzio Spazzòli. Buci ha partecipato largamente a tutto il

trattenimento; sempre in moto per la sala del concerto, in quella

dello spuntino, alla fiera, all'osteria, poi da capo alla fiera. Sul

finir della festa è diventato quasi un personaggio importante. Non ha

voluto riconoscere il suo antico padrone, che voleva fargli una

carezza, vedendolo così lustro di pelo. Per compenso, non ha nemmeno

guardato il suo padrone odierno, e legittimo per virtù di regolare

contratto. Due o tre volte, passandomi egli a tiro, m'è tornata la

voglia di assestargli una pedata. Ingratissimo cane!

La festa è finita, almeno per quanto riguarda gli "artisti". Ultimi

fanno ancora qualche cosa i filarmonici di Dusiana, rumoreggiando per

quanto è lungo il paese, e accettando ancora un bicchiere ad ogni

frasca, ad ogni bottega, fino a tanto che non giungono davanti alla

giardiniera che deve trasportarli a casa loro, madidi di sudore e di

vino, ma più d'amore fraterno per i loro buoni vicini di Corsenna, a

cui, dopo la loro partenza, non rimangono che le fisarmoniche locali

per continuar la gazzarra e ballar sulla piazza. A memoria d'uomini

non si è mai visto tanto tripudio in Corsenna. Beneficenza, son questi

i tuoi miracoli. E quando poi ti si è fatto onore senza secondi fini,

come nel caso presente, per solo amore del nostro simile, con un

accordo perfetto tra i promotori, che non ne fu mai tanto tra i

suonatori di Dusiana, bisogna proprio andar superbi di noi medesimi, e

conchiudere che il mondo non è brutto quanto si dipinge.

Sono le undici, e suonano al cancello. È l'amico Filippo, il buon

fratello che arriva, che torna da godersi il resto della serata, nella

graziosa compagnia della contessa Adriana. Smettiamo; voglio andarlo a

ringraziare di tutto quello che ha fatto per me....

_PS._ Ma bene, benissimo! Filippo ha lavorato anche lui per la gloria.

Ecco le sue parole:

--Rammenterai quel che ti ho detto due giorni dopo il mio arrivo.

Bisogna mutar registro. Scoperto l'uomo d'armi, e forse indovinato il

violino di spalla, era necessario non aspettare i nostri satelliti, ma

andar loro incontro con qualche dimostrazione di forze. Questo si è

fatto, più presto e meglio che non ci fosse dato sperare. Anche tu, in

una settimana d'esercizio, hai fatto prodigi, e la giornata d'oggi è

stata un trionfo per te.

--Sì, ma come mi hai validamente aiutato!--risposi.--E come mi hai

cacciato avanti... contro il merito mio!

--No, sai, o ben poco. Ammettiamo pure che non mi avresti dato la

prima; quanto al resto, hai fatto il tuo potere, come io facevo il

mio. Sei diventato fortissimo, e te ne faccio i miei complimenti. Già,

quando si è avuta una buona scuola, non si dimentica più. Sono

contento di te, quanto ne saranno scontenti i satelliti della contessa

Adriana. Scommetto che se ne vanno entro i sette giorni. Felice

mortale, a te.

--Ti ridico per la ventesima volta, che non ne sono innamorato.

Sciolta la mia questione d'amor proprio con quei là, penso a lei come

al gran cane dei Tartari.

--E allora tanto meglio, o tanto peggio. Avrai tempo e libertà per

ardere i classici incensi ad un'altra.

--Ma che! a nessuna, mio caro. Sai pure che il mio poema mi assorbe.

--E dalli col tuo poema;--gridò Filippo, con accento di comica

stizza.--Io, vedi, se avessi un poema da finire, e sperassi con

fondamento di trovare un editore, lo butterei dalla finestra, il

poema, solo per un sorriso della signorina Wilson.

--Che! come?--balbettai.

--Ma tu, fradicio di letteratura, non capisci più niente di

niente;--continuò Filippo, infervorato nel suo ragionamento.--Ebbene,

tanto meglio; sei uno di meno in giostra. Amo quella ragazza; e se mi

riesce, la sposo.

--Ah sì?

--Certamente. Ma ecco,--soggiunge Filippo, rìdendo,--senza volerlo, si

casca a ripetere il tuo dialoghetto col signor Enrico Dal Ciotto.

Eccoti dunque, mio caro Rinaldo, eccoti dunque il segreto dell'anima

mia. Per una volta tanto, sono innamorato morto. E poichè tu vuoi

avere tanta gratitudine per me, che non ho fatto niente o ben poco in

tuo favore, e perchè, finalmente, una mano lava l'altra, mi farai la

grazia di aiutarmi un po' tu, con qualche buon discorsetto preliminare

alla mamma.--

Galatea(#19427) · 第 28 / 35 题