XIV.

Il prologo... e l'epilogo.

_18 agosto 18..._

Questa mattina il mio dolce Filippo è uscito di casa alle nove;

avviato al Roccolo, si capisce, dond'è ritornato sul mezzodì, mentre

io finivo di buttar giù il racconto della gran giornata di ieri.

--Tre ore di conferenza! Mi congratulo;--gli dissi.

--No, sai; mezz'ora per andare, con tutto il comodo mio, e mezz'ora

per ritornare; son dunque state a mala pena due ore. La contessa

avrebbe voluto trattenermi a colazione; ma io mi sono scusato, essendo

in balìa del mio ospite ed amico. Per una prima visita ho voluto esser

breve; mi rifarò un'altra volta; sempre che,--soggiunse maliziosamente

Filippo,--non ti dispiaccia la cosa.

--Ma no, ma no; quante volte l'ho a dire, che non mi dispiace, che

anzi mi fa un piacer matto?

--Del resto,--rispose Filippo,--la tua dama è sciocca, quasi tanto

sciocca quanto è bella. Mi ha parlato d'armi a tutto pasto; non

sapeva, non voleva parlarmi che d'armi. Io tentavo di fare qualche

scorreria nel campo letterario, che non è veramente il mio forte; ma

lei, non dubitare, mi levò sempre l'incomodo, ritornando alle armi.

--Avrà voluto tastarti.

--Che! Lo Spazzòli, se mai, le ha fatto ben capire che sono un ammazza

sette e uno stroppia quattordici. Avrà creduto piuttosto di farmi

piacere, mostrando di trovar gusto nelle mie occupazioni favorite.

--Come ha fatto con me, parlandomi sempre di versi.

--Sicuramente. Quella donna, caro mio, è come gli specchi, non sa che

riflettere le immagini a cui si trova di rimpetto. Perciò mi ha detto

di non aver simpatia che per gli uomini animosi, per gli uomini

valorosi, pieni d'onore e di cavalleria; mi capisci? Tutte queste

belle cose erano là, rappresentate, incarnate nel tuo umilissimo

servo. Ah, che burlette! E bisogna aver l'aria di prenderle per buona

moneta. Mi ha domandato poi se mi sono mai battuto per una donna; ed

io penso di averla un po' mortificata, dicendole troppo presto di no.

Chi sa? forse l'avrò consolata, soggiungendo che non mi si era ancor

presentata l'occasione. La donna che amerò è certamente nata; guai a

lei se aspettasse ancora a nascere, perchè vorrebbe ritrovarmi già

troppo stagionato; ma il fatto sta ed è che io non ho avuto occasione

di far niente in onor suo. Qui, come ti puoi immaginare, un'occhiata

fosforescente, oh molto fosforescente. Che cosa vorrà dire? Lo

domanderò questa sera alle lucciole, che di queste cose se ne

dovrebbero intendere. Che bel tipo, la tua contessa! Hai ragione a non

esserti invaghito di lei; come hai torto, lasciatelo dire, a non

invaghirti dell'inglesina.

--Perchè?

--Perchè quella è una fanciulla d'oro.--Con la sua parte di lega,

vorrei rispondere; ma tengo prudentemente la restrizione per me.

--Caro mio,--gli rispondo in quella vece, io temo d'essere un po'

--stravagante e disadatto agli amori. Ricordi quello che disse la

--bella veneziana a Gian Giacomo Rousseau: "Zaneto, lassa star le done

--e studia le matematiche." Ed io medito il buon consiglio, senza che

--nessuna me l'abbia dato. Sai a che penso io? A scrivere il mio buon

--poema, che le sciocche gelosie dei tre satelliti mi hanno in mal

--punto interrotto.

--Facendo venir me a frastornarti dell'altro, non è vero?--soggiunse

Filippo.

--Che dici? Posso ben lavorar di mattina, e far molto; specie se tu

hai sempre l'uso di covare il letto.

--Quando si può, non si deve pretermettere questo piacevole e

saluberrimo uffizio. Alzarsi a bruzzico per lavorare, quando non ce

n'è bisogno, che idea! Peggio ancora, quando nessuno ce lo comanda,

quando nessuno aspetta i frutti del nostro lavoro. I posteri, mi

dirai. Ma io ti dirò che cosa faranno i posteri del tuo poema. Parlo

dei posteri di buon gusto, s'intende, e ricchi abbastanza per farti

onore. Ti faranno rilegare in pelle, con bei fregi d'oro; ed intonso,

mi capisci? intonso. Un libro intonso ha più pregio d'un libro colle

carte smarginate. Anche i pizzicagnoli, sai, li preferiscono intatti.

Ah, mio caro Rinaldo, dai retta, vivi e gusta tutto il prezzo

inestimabile della vita. Le tue vigilie, le tue clausure, non

profittando a nessuno, tolgono molta parte di gioia anche a te. La

gloria, risponderai. Ma che cos'è la gloria? Ne ho domandato ad un

uomo di grande ingegno, e mi ha detto sorridendo: la gloria è il

diritto, acquistato un po' caramente, di sentirsi legger la vita tutti

i giorni che fa Dio, cucinare a tutte le salse, negare la fantasia,

l'arte, l'intelligenza, il criterio, il senso comune, oggi a benefizio

d'uno, domani a benefizio di un altro, e così via, fino a tanto che

non venga un gran postero, armato d'una falce lunga lunga, e ziffe,

faccia di tutti un monte di fieno, per dar nervi e polpe ad un'altra

generazione d'animali.

--Sì, tutto come vorrai;--risposi un po' offeso, ma non sapendo lì per

lì che cosa ribattergli.--Ed hai poi saputo niente di ciò che

importava? Li ha catechizzati lei, i suoi tre cari satelliti?

--Non me lo ha confessato, ma l'ho potuto intendere egualmente.

Parlando di te, dicendo che sei molto gentile, non ha taciuto il tuo

difetto, nobilissimo difetto, di pigliar fuoco per nulla... come lei,

del resto, come lei. Passando ai tre satelliti, ne ha detto anche

bene; poveracci, tanto gentili, attenti, divoti e pronti ad ogni

cenno, ad ogni desiderio; ma ancora un po' gelosi, come tutti i vecchi

servitori, e poco benevoli, ad ogni nuovo venuto; ma non sgarbati,

finalmente, che questo ella non sarebbe donna da tollerarlo; solo un

tantino, un tantino... come dire? Aspretti, suggerii, parendomi che

non dovesse spiacere. Infatti, un sapore aspretto non esclude bontà di

frutto, nè di bevanda; e c'è l'amaro delle cento erbe, che fa bene

allo stomaco. Ci siamo accordati così, voltando la cosa in burletta e

passando. Ma io m'avvedo di esser capitato a tempo; perchè la contessa

non riescirà mica a trattenerli sempre, i suoi cani, specie se tu

sarai sempre aggressivo come ieri.

--Me ne compiaccio, e farò peggio ancora.

--Non dico di no. Ma bisognerà agguerrirsi, prepararsi di tutte armi

all'impresa. Hai sempre sicuro il tuo colpo a venticinque passi?

--Lo credo.

--Mettiti in esercizio, Rinaldo. Ed anche d'armi bianche, per non far

torto a nessuna.--

Oggi stesso ho fatto piantare in fondo al giardino un'asse di quercia,

sulla quale Filippo ha disegnato a grossi contorni di carbone un uomo

di giusta statura, veduto in tre quarti. Nel torace del nostro uomo

abbiamo segnato tre cerchi concentrici, ed uno, tanto per variare il

bersaglio, nel mezzo della testa. Filippo ha messo fuori le pistole,

con una diecina di cariche, ed io l'ho tutto consolato facendogli

quattro centri nella testa e cinque nel costato dell'avversario di

legno. Un colpo solo dei dieci aveva sgarrato di due linee, rompendo

sempre il mostaccio poco raffaellesco che mi aveva disegnato Filippo.

La pistola andava a quel dio. Si venne alla spada. Ma qui Filippo è

troppo più forte di me; non riesco a dargli che due bottonate, contro

dieci che ne tocco da lui.

--Va bene, va bene ad ogni modo;--mi dice egli, soddisfatto abbastanza

dei fatti miei.--Hai bisogno di scioglierti il pugno. Perciò, caro

mio, meno lavoro di penna, e lascia dormire il poema.--

Tra questi passatempi arriva l'ora del desinare. E dopo desinare,

tanto per affrettare la digestione, quattro assalti di sciabola, con

rispettive ammaccature. Qui sono più fortunato; lo tocco cinque volte,

contro sei che ne consegna a me; ed ho anche la fortuna d'essere stato

il primo a toccare, cosa che non m'era avvenuta alla spada. Ne son

felicissimo; e con la furia che metto sempre in tutte le cose mie,

decido di non fare più altro, mattina e sera, che scherma ed esercizio

di pistola. Filippo non desidera altro; è nel suo elemento. Molle di

sudore, mi rasciugo, come Carlomagno dopo le sue cacce d'Aquisgrana;

depongo l'umida maglia, ne indosso un'altra, e tutto il rimanente, per

andare con Filippo al sorbetto serale. Un po' tardi, però, troppo più

tardi del solito; e la cosa è notata dalle signore, con accento di

cortese rimprovero.

--Il mio ospite fa versi;--risponde Filippo;--ed io gli faccio la

corte, leggendoli.

--Ma non tutto il santo giorno;--osserva il commendator

Malteini.--Quest'oggi, passando davanti al Giardinetto, ho sentito

spari su spari; tanto che a tutta prima ho pensato ad una infrazione

dei regolamenti, non essendo ancora aperta la caccia.

--Io avrei il patentino, se mai;--rispose Filippo.--Ma nel fatto, non

si cacciava; ero io, che, non avendo un poema da scrivere, facevo i

miei quattro colpi quotidiani al bersaglio.

--Un bell'esercizio!--disse la signorina Wilson.--Mi piacerebbe tanto!

--Anche Lei, signorina, se crede, potrà contentare il suo desiderio

molto facilmente. Le porterò uno dei miei Flobert.

--Grazie! se la mamma lo permette....

--Per farti poi del male, bambina?...

--Oh, non c'è pericolo, signora, e la sua figliuola può esercitarsi

benissimo. La carica del Flobert è così minuscola, che non c'è nessun

timore di veder scoppiare la canna. Del resto,--soggiunse

Filippo,--non si potrebbe far meglio? Ci abbiamo l'accademia per

l'Asilo da allestire. Che cosa direbbero questi signori d'una gara di

pistola? Si potrebbe anche improvvisare una fiera di beneficenza.

--Sì, sì, una fiera; che bellezza!--gridarono le signorine Berti.--E

tutte le signore ai banchi; che ne dice, contessa?

--Credo bene che si ricaverebbe più denaro, che non dai biglietti

d'ingresso al concerto;--rispose la contessa Adriana.--Per me, ci sto

volentieri.--

L'idea, così naturalmente nata da una indiscrezione del commendator

Matteini, ottenne tutti i voti, parendo quella di tutti. Concerto

vocale e istrumentale, fiera di beneficenza, gara di pistola; perchè

non anche un'accademia di scherma? La giunta veniva da sè; ma parve

che la cavasse dalle profondità inesplorate della sua mente il divo

Terenzio Spazzòli, che, dopo averla proposta, si offerse per mandare a

prendere gli arnesi occorrenti.

--Se permette, ci penso io;--disse Filippo;--tanto, non ho niente da

fare. Sciabole, guantoni; maschere; ci sarà tutto. Così, negli

intermezzi del concerto, si potrà fare qualche assalto. Che cosa ne

dice, signor Dal Ciotto? Le garba?

--Sì, molto;--rispose quell'altro, lasciando cader le parole

dall'alto, come un uomo annoiato.--Quantunque, preferirei la spada. È

arma più elegante.

--Ha ragione; ma non bisogna rinunziare alla varietà, nè all'idea di

contentare tutti i gusti. Ci saranno anche i fioretti. Anzi, se mi

gradisce, mi offro fin d'ora a Lei per il primo assalto.--

Enrico Dal Ciotto fece un gesto cerimonioso d'assenso.

--Benissimo!--esclamò la contessa Adriana.--Tutti dunque a lavoro. E

voi Morelli?

--Un povero poeta, signora.... Che cosa potrebbe far egli?

--Il prologo del concerto, non vi pare! Un prologo in versi; è cosa da

poeti, per l'appunto. Vi sentite?

--Ubbidirò; ma chi vorrà recitarlo?

--Le signorine Berti mi paiono già destinate ad ordinare la fiera. La

signorina Wilson, che non ha ancora aperto bocca, potrebbe

incaricarsene lei.

--Bene, sì, Kitty!--gridano le Berti.--Lo recita Kitty.

--No,--risponde la signorina Wilson,--non mi sento da tanto. Perchè

non puoi recitarlo tu, Adriana?

--Se non vuoi tu, se altre non vogliono, dovrò bene adattarmi a

recitarlo io;--conchiuse la contessa.--Purchè il signor Morelli non mi

faccia dei versi troppo difficili, come usano ora! Ho poca ritenitiva,

e in quello che non capisco mi ci confondo troppo. Ancora, vorrei che

i versi fossero rimati a due a due, per aiutar meglio la memoria.

--Sarà fatto come volete, e come avete il diritto di volere, poichè vi

piace di recitare una mia composizione, che sarà, al solito, una

birbonata.--

L'allusione va al mio Aristarco, che non batte palpebra, ma è verde

dalla rabbia. Oh povero Dal Ciotto! e perchè non gliel han detto a

lui, di scrivere il prologo? Ne avremmo sentite delle belline.

Egli, del resto, si è quasi scelta da sè la sua parte, tra gli uomini

d'arme, e non bisognerebbe incomodarlo per altri uffizi. I suoi due

compagni di satellizio hanno accettato di aiutare le signorine Berti

nella invenzione dei premii umoristici, per la inevitabile lotteria

che accompagna le fiere di beneficenza; ed anzi ne è la chiave di

volta, dove scarseggiano le venditrici lusinghiere, onnipotenti, e le

borse disposte a lasciarsi taglieggiare. Il commendator Matteini

s'incarica di scrivere i numeri nei polizzini da estrarre. Quanto alle

carabattole da mettere in vendita, ne promettono tutti la parte loro;

e certamente vuol essere una ricca mèsse di novità, di archilèi, di

gingilli, di cianciafruscole, di balocchi, di piccole utilità ed anche

di inutilità, per le quali si spoglieranno tutte le botteghe dei paesi

vicini, incominciando da Dusiana. Il concerto, per la parte

istrumentale, avrà il sostegno della banda che ho scritturata io, con

tanta prontezza, levata a cielo dalle signore: ma ci saranno anche i

tre mandolini delle Berti. Non sapevo ancora di questa dote musicale

delle signorine; ma già, qual è oramai la casa signorile dove non

trionfi il mandolino, accanto al pianoforte? E con accompagnamento di

due mandolini, la maggiore delle Berti, deposto per un istante il suo,

canterà due canzoncine spagnuole; magari quattro, se ad ognuna delle

prime ci sarà la richiesta del _bis_.

Abbiamo dunque già imbastito e messo in carta ogni cosa. Ci potranno

essere delle varianti, delle aggiunte, delle sostituzioni, ma nel

complesso ci troviamo ormeggiati. Manca il luogo adatto per il

triplice trattenimento, e a me sovviene la filanda, chiusa da parecchi

anni, che si potrebbe ottenere assai facilmente, in grazia del

santissimo fine. Andiamo per intanto a visitarla: nella morente luce

del crepuscolo vediamo quanto basta per collocare coll'immaginazione

trecento persone entro la gran sala squallida, che si potrà

rinfrescare d'una man di bianco e ornare alla meglio con frasche di

castagno e coi quadri dell'Asilo. La fiera si potrà mettere, per

maggior comodità dei Corsennati, sotto gli archi del porticato; il

tiro di pistola, in fondo al cortile. Tutto bene, adunque, anzi _all

right_, come ho detto stasera, chiudendo i lavori della seduta

preliminare. La signorina Wilson non potrà dire che sto disimparando

l'inglese.

--Hai sentito?--mi bisbiglia Filippo, mentre siamo in cammino per

ritornarcene al Giardinetto.--La spada è arma più elegante. Caro! te

la darò io, l'eleganza! Ma come c'è cascato bene! come ci son cascati

tutti! E bisogna darne merito al commendator Matteini, con quella sua

scoperta degli spari, che a te, m'immagino, sarà parsa a tutta prima

un'indiscrezione pericolosa. Avremo dunque tiro di pistola, assalti di

sciabola, assalti di spada, e senza lasciar credere che la proposta

venisse da noi. Vedrò dunque la spada di questo Dal Ciotto. Ma anche

tu, bello mio, da domattina, devi lavorar bene a rifarti la mano. Ci

hai otto giorni per esercitarti; e tanto faremo, che conteranno per

sedici, magari per trentadue.--

_25 agosto 18..._

Ed anche per sessantaquattro; tanto si è battagliato, dalla mattina

alla sera. Mio povero e caro _Don Juan_, non ti ho più aggiunto un

verso, non ti ho più consacrato un pensiero. Ma già, vedi bene che non

ho avuto neanche il tempo di scrivere una riga nel mio memoriale.

Pure, dei versi, ne ho fatti. Ma quelli, come dispensarmi dal farli?

Avrei voluto veder te, cavaliere garbato, quantunque briccone, se

Donna Elvira o Donna Sol ti avesse ipotecato per iscriverle il prologo

d'una accademia di beneficenza. Sarebbero stati versi diligentemente

torniti, non è vero? versi sonanti, galoppanti a coppie, versi d'_arte

mayor_, colla speranza di averne il premio, di dare il millesimo e

quarto nome alla lista spagnuola del tuo servitore Leporello. Io ho

scritto per niente, vedi; non avrei presa la penna, se ci fosse stata

l'illusione del premio. Ma già, io sono un cavaliere indegno di te;

fors'anche indegno di cantar le tue gesta, a quei carissimi posteri

che danno tanto sui nervi a Filippo.

Questo prologo è stato il lavoro di una mattinata, e temo che sarà una

birbonata senz'altro. Ma non potevo neanche tenermi troppo alto,

lavorar di fine, che avrei dato nel difficile; e il difficile alla

contessa Adriana non piace. Così è stata contenta; contenta lei,

dovrebbero dichiararsi contenti anche gli altri. E poi, subito ai

ferri. Tutti i giorni, dopo aver battagliato quattr'ore del mattino,

prima di battagliare altre quattr'ore del pomeriggio, alternando la

sciabola colla spada, e tutt'e due colla pistola, me ne vado pedinando

fino al Roccolo. È necessario, poichè devo imbeccare il prologo alla

mia recitante novellina. Curiosa declamatrice! e come mi fa disperare!

Quando parla, è naturale; quando recita, mi piglia un tuono e una

cantilena da disgradarne un canonico in coro. Ci ha pure la voce

nasale, che Iddio ci perdoni a tutti. Se almeno si contentasse di

cantare! È il difetto naturale dei martelliani; il metro a cui ho

dovuto attenermi, essendo il martelliano il verso dei prologhi.

Perchè, poi? Forse perchè il martelliano, dal Goldoni e dal Chiari in

giù, pare che si accompagni meglio colla cipria; ed è carità

incipriata quella che fanno le nostre signore nei loro concerti,

accademie, fiere e lotterie di beneficenza. "È carità fiorita" non se

ne dubita nemmeno "che rallegrando il cuore santifica la vita". E i

bambini cari? Oh, ci ho messi anche quelli, mi ci sono dilungato

"sulle bionde testine, speranze di Corsenna; gran terra, le cui lodi

si lascian nella penna; notando solamente, per non parervi senza la

virtù così rara della riconoscenza, che non abbiam ricordo d'un angolo

di mondo così verde e tranquillo, così caro e giocondo". Ah sì,

giocondo davvero! e caro, poi, caro come i miei martelliani.

Quest'oggi, salito al Roccolo per la penultima prova, gran novità; ci

ho trovata la signorina Wilson. Ha aperte le labbra e socchiusi gli

occhi ad un risolino malizioso; poi mi è diventata di sasso. Pure,

vedendo lei, avevo detto subito alla padrona di casa:

--Ah, bene; sono felice che sia qui la signorina Kathleen.--

Ella non ignora che preferisco il nome di Kathleen a quello di Kitty.

Ma neanche questo è bastato a rabbonirla.

--Perchè?--mi domandava frattanto la contessa Adriana.

--Perchè recitando il prologo avrete oggi per la prima volta l'idea di

trovarvi davanti al gentile uditorio. Finora non avete avuto da

recitare che davanti al maestro; chiamiamolo pure così.--

La contessa Adriana non badò più che tanto alla mia sottile trovata.

Badandoci un poco, avrebbe potuto rispondermi: "Vi è venuta ora,

l'idea? Non siete voi, signor Morelli degnissimo, voi per l'appunto,

che non avete voluto nessuno alle prove? neanche i miei poveri

satelliti, che per il vostro capriccio hanno dovuto cangiar l'orario

della prima visita? E ce n'è voluto, sapete, a persuaderli, tanto

erano pieni di stizza!" Così avrebbe potuto rispondermi, la signora

del prologo. Ma ecco che cosa avrei potuto replicarle io, e con un

gusto matto:

--Quei vostri satelliti io non li posso patire. E non già perché vi

fanno la corte, badate, ma perché mi dan noia. Non verrei da voi,

signora mia gentilissima, se non fosse la speranza di farne uscire

qualcheduno dai gangheri. Non voglio che nessuno s'immagini di potermi

metter paura, capite? Per ciò che riguarda voi e la vostra bellezza,

quanto più ci penso, tanto più mi avvedo di amar Galatea. Sicuro,

Galatea; non sapete chi è Galatea? Una gran birichina, che m'ha

scagliato un pomo, e poi è fuggita. _Et fugit ad salices._ E mi fugge,

insieme con lei, anche quel malandrino di Buci; l'ingrato, ch'ella si

tira sempre sull'orma. Dove vanno, ora? Non so; non riesco a

indovinarlo; certo, non vanno all'Acqua Ascosa, dove son ritornato

tante volte, senza aver mai la fortuna di combinarli, dopo quella gita

fatale con voi e dopo il mio stratagemma molto innocente e punto

necessario. Ah, signora, se sapeste come mi avete dato noia con

quell'incontro casuale al mulino, dove io passavo col mio Teocrito in

tasca, e pensando a voi come al gran Cane dei Tartari! Quella

passeggiata fu l'origine di tutte le mie disgrazie. Faccio l'uomo,

m'irrigidisco sotto la maschera, sto sulla mia; ma non sono contento

di me, com'è vero Dio, non sono contento di me. Passar io per un

vostro adoratore! Ma fossi matto! Con tutta la vostra bellezza,

consacro il vostro capo agli Dei infernali. Il punto d'onore mi

trattenne accanto a voi, il maledetto punto d'onore; ed ora anche il

prologo, che bisogna imbeccarvi con tanta fatica, avendo le orecchie

intronate dalle vostre cantilene corali, dalle vostre inflessioni

nasali. Maledettissimo prologo, che la signorina Galatea non ha voluto

recitare!--

Mi avrebbe lasciato giungere fin qua, la signora contessa? Credo di

no. Se mi avesse lasciato parlare così, le avrei detto ancora:

--Perchè (vedete, signora?) voi siete stata la pietra di paragone.

Proprio di questi giorni, legato in apparenza al vostro carro, ho

capito me stesso. E l'altro dì, quando Filippo, ritornato dal Roccolo,

mi ha raccontato che gli avevate fatte tante moine, di quelle che

sapete far voi, neanche una fibra si è scossa in tutto il mio essere,

non un capello si è mosso. L'amico mi ha soggiunto che voi gli diceste

assai bene di me, ma con certe restrizioni intorno al mio carattere; e

l'unica pena che io ne ho sentita è stata quella che di restrizioni

non ne aveste fatte di più. Sappiatelo bene; avevo bisogno di voi per

intendere come sia maravigliosa la semplice bellezza di Galatea. Voi

ci avete la fosforescenza, bellezza di lucciola, a cui è necessario il

contorno dell'ombra. Non dico che non siate bella anche al sole; parlo

così per necessità di compiere il paragone; intendo di dire che alla

vostra bellezza è necessario l'accompagnamento delle abbigliature,

delle acconciature, degli artifizi della moda. Tutto vi sta bene

egualmente, lo so; ma nel fatto non siete che un magnifico figurino,

anzi diciamo uno splendido modello di vimini, fatto a pennello nei

suoi contorni, per uso delle modiste. Quando si è capito ciò, non

occorre più altro. E si capisce in capo a tre giorni; dopo il qual

termine la vostra bellezza non dice più nulla ad uno che abbia

conosciuto Galatea, cioè la donna vera e la ninfa, il frutto

primaticcio che ha sapore in se stesso e non dallo zucchero in cui

bisogna giulebbarne tanti altri, il flore che ha una fragranza sua,

senza bisogno di opoponax e di pelle di Spagna.--

Che orrore! direste. Ma io, arrivato a questo punto vorrei proseguire:

--Notate che vedo e riconosco i difetti di Galatea. Ne ha; oh se ne

ha! Quella sua passione per tutti i giuochi, per tutti i divertimenti!

Bisogno irrefrenabile di moto, lo capisco; ma io, se fossi padrone di

quel cuore, non vorrei tanto moto, non vorrei tutto quel vivere fuori

del guscio, come fa l'argonauta; vorrei meno racchette, meno remi,

meno tuffi in acqua, meno balli, e un po' più di languore femmineo. Ma

è così giovane! più giovane del vero. Infatti, potrà avere vent'anni

d'età; e frattanto il suo pensiero ne ha quindici, con tutte le

mariuolerie, le impertinenze, i dispettucci di una bambina. Ah,

scellerata! non vorrei confessarlo, e l'adoro. Guai a me, contessa, se

queste cose io le dicessi a voi. Ma le scrivo nel mio memoriale, un

libro che apro io solo, che dovrò leggere io solo. E qui, tanto per

pigliarmene una satolla, aggiungo volentieri: _Long live the queen of

my heart! hurrah for Galathea! Galathea for ever!_--

Galatea(#19427) · 第 27 / 35 题