XVI.

Mattina e sera.

_28 agosto 18.._ (mattina).

Sono rimasto male, molto male, tanto male, che non ho saputo

rispondere quello che andava risposto. "Si vedrà", gli ho detto; ed

egli se n'è contentato. Si vedrà.... si vedrà.... Vivaddio, non si

vedrà niente, me vivo.

Ma che cosa c'è di vero? che cosa c'è di serio, nell'idea del signor

Ferri? com'è nata? come ha potuto formarsi in una testa cavalieresca,

sì, ma così poco romantica come la sua? Per amar così forte la

signorina Wilson, bisogna che speri di esserne riamato. Per nutrire

una speranza simile, è necessario che abbia avuto qualche occasione,

qualche appiglio favorevole. Ma quale? in che modo l'ha trovato? Oh

bella! come si trovano gli appigli, come si trovano le occasioni. Non

avrebbe trovato niente, se fosse rimasto a casa sua; meglio ancora,

non si sarebbe neanche avveduto della esistenza di una signorina

Wilson sotto la cappa del cielo.

Sciocco io, sciocco io, a farlo capitare in Corsenna. Doveva essere un

pericolo, quell'uomo, un pericolo da per tutto e per tutti, con quella

sua grand'aria di cavaliere antico. Le donne amano i forti. Quello è

un corazziere, all'aspetto, con occhi d'aquila e una bocca di

fanciulla. E sono i temibili, questi; non si sfugge all'immagine della

forza, quando è accoppiata alla bellezza, alla bontà, alla grazia. È

in natura. Ah sciocco, sciocco, tre volte sciocco! Non potevo condurla

da me, quella stupida impresa? Senza contare che la mia matta fantasia

aveva lavorato sopra una falsa supposizione. Erano tre ragazzacci, e

niente più; con una certa voglia di parere impertinenti, ma senza il

coraggio di giungere agli estremi.

Ed ora, che si fa? Ho passato una notte d'inferno, dormendo male, e

sognando che il corazziere la conduceva all'altare, tutta bianca nella

sua nube di merletti e di veli, colla corona di fior d'arancio sul

capo. Io ero testimonio; naturalmente, nella mia condizione

d'amico.... e di sciocco. Bizzarro episodio di quella cerimonia: prima

di rispondere il fatale monosillabo, si è voltata a mezzo dalla parte

mia, mi ha gittato un'occhiata birichina attraverso il lembo del suo

velo, più tenue, più diafano che mai, ed anche colle sue belle labbra

vermiglie mi ha fatto boccuccia. Che ardire! e non pensava che

potevano vederla? Il prete, a buon conto, ha notato il suo atto, e

levando gli occhi si è volto a guardar me, pensando, intravvedendo in

un baleno Dio sa quante cose. Ma lei si era già voltata dalla parte

buona, e proferiva il suo sì, un sì tanto acuto, che ne tremò tutta la

chiesa, ed io mi sono svegliato coi sudori freddi alle tempia.

Mi sento male, questa mattina, e non parlo di alzarmi. Filippo è

venuto in camera mia, ed approva la mia risoluzione di stare in

riposo.

--È la grande stanchezza di ieri;--dice egli.--Avrai anche la testa

pesante; vedo che hai gli occhi un po' rossi. Ti consiglierei di

metterti in corpo un'oncia e mezzo di magnesia effervescente. È la mia

cura, quando non mi sento bene. Vedrai che ti passa ogni cosa.--

Non mi passerà niente, colla tua magnesia. Ritira piuttosto,

rimangiati quel che mi hai detto iersera, assassino; e vedrai che

salti faccio sul letto! Ma è stata un'infamia! Innamorarsi della

signorina Wilson! di Kathleen! di Galatea! Per tutti i settemila!...

Di tutte le disgrazie che mi potevano capitare, questa è la più

grossa; è andato proprio a cercarla nel mazzo.

E quanta cavalleria, per domandarmi, per voler sapere ad ogni costo,

se fossi invaghito della contessa! Era perfino diventato noioso, col

suo non volersi persuadere. Ora capisco il suo giuoco; mi ci voleva

inchiodare, al Roccolo; magari facendomi ingelosire un pochino di sè,

per aver poi il merito di ritirarsi davanti a me, di lasciarmi il

passo franco. Sì, è così, non altrimenti. Egli non aveva avuto da lei

nessuna di quelle lusinghe che mi voleva far credere. Infatti, a chi

ha dato ieri il premio di un fiore, la signora contessa? Oh, quel

fiore, quel fiore! ci voleva proprio quel fiore del malanno, per

meritarmi un altro sgarbo di Galatea.

Galatea, Galatea! Penso che voi abbiate fisso il chiodo di farmi

impazzire. Per una passeggiata innocente, per un incontro non potuto

prevedere, non potuto evitare, e del quale non avete nemmeno certezza,

trattarmi così male, via, è un po' forte. Rizzarmi muso, sfuggir tutte

le occasioni di ritrovarvi presso di me, di barattar due parole con

me, non vi pare una crudeltà senza esempio? Da che tigre arcana siete

voi nata, sia detto col massimo ossequio per la vostra signora madre i

Dopo tante belle cose che abbiamo fatte insieme sui monti, dopo tante

graziose birichinate per pigliarvi spasso di me, dovevate mutarvi di

punto in bianco a quel modo? Si andava così bene d'accordo nelle

ragazzate! mi sentivo ritornar così giovane, accanto a voi! La vita

con voi sarebbe stata così bella! tanto bella, che per un momento ne

ho avuto il capogiro, e mi sono sforzato di scacciarne l'idea. Ah sì,

gran sapiente che sono stato! Ero uscito un tratto fuori dalla soglia

del mio paradiso, e m'han chiuso l'uscio dietro le spalle.

Che c'è? Una lettera, e larga tanto, col bollo comunale di Corsenna. È

il sindaco che scrive, per ringraziarmi. Non han voluto perder tempo.

Settecento lire di sussidio all'Asilo, meritavano questa

sollecitudine. Ma perchè a me? Perchè son io il personaggio più

importante della colonia, l'amico più vecchio di Corsenna, il primo

capitato tra questi monti; e finalmente, "vegnendo a dir el merito"

son io che ho fatto tutto. Benissimo; sta a vedere che uno di questi

giorni mi conferiscono la cittadinanza. Son io, veramente io, che ho

fatto tutto, e non ho male che non mi sia meritato! Al diavolo! non ne

posso più. Sento che schiatto, se sto ancora cinque minuti qua dentro.

_28 agosto 18.._ (sera).

Volevo levarmi una spina dal cuore. Dove sarà andato il Ferri, che m'è

uscito di casa attillato, spalmato, ripicchiato come uno sposo? Dalla

contessa, non credo; dalle Berti, meno che mai; dalle Wilson, dunque?

Potrebbe darsi; a buon conto, andiamo a vedere. Evitando le strade,

per altro; girando dai campi, strisciando tra i boschi. Ho il

territorio di Corsenna sulla punta delle dita. E giungo in vista della

casina dove stanno le Wilson, e do un'occhiata intorno, prima di

uscire dalla macchia. Ho fatto bene a non fidarmi troppo; ecco

Filippo, eccolo là che sale dalla strada maestra, avviato per

l'appunto alla casina di color rosa, per la quale io diventerò verde,

pur troppo! Eccolo là; _o, my prophetic soul!_ presaga anima mia! Come

è vero che la gelosia dà sempre nel segno!

Ed ora ch'egli è entrato, andrò io? Bella figura ci vorrei fare! Mi

atterrò all'altra, peggiore, più brutta, ma almeno solitaria e non

vista, di starmene in sentinella. Per quante ore? Le Wilson fanno la

prima colazione, il _breakfast_, alle otto, e oramai sono le nove

suonate; la seconda, il _lunch_, al tocco, e ce ne avremo ancora per

quattr'ore. Poveri noi, se il signor Ferri s'incanta laggiù fino al

_lunch_! Vorrei vedere anche questa, che non sarebbe poi di buon

genere. Sediamo. Ma per che fare? Non posso leggere; non vedo neanche

le parole. Ah gelosia, brutto male! Che cosa le dirà ora il signor

Filippo degnissimo? Parleranno della gran giornata di ieri, della sua

valentia, delle sue botte diritte, segnatamente dell'ultima, che

m'avrebbe passato fuor fuori come un ranocchio, se il fioretto non

avesse avuto il bottone. E lui "tutto umile in tanta gloria"; non è

così che va fatto? Un colpo di fortuna, debolezze; parliamo d'altro.

Lei, signorina, era bellissima, ieri, con quella sua marinara.

Semplicissima, e brillava più di tutte. Ah briccone! gliene dirai

tante, che qualcheduna le toccherà il cuore. Ma tu non potrai dirle la

meglio, non la potrai chiamar Galatea; non lo sai, tu, il nome arcano

della signorina Kathleen.

Che novità è mai questa? Sono passati appena venti minuti, e Filippo

ricomparisce nel viale. Se ne va? Certo, e non di gamba malata. Visita

breve; perchè? Son curioso di saperlo. Essere al fianco di Galatea, ed

alzarsi per prender congedo; ecco due termini contradditorii, strani,

insociabili. Ah, non ci reggo più. Filippo è già in fondo al viale;

gira il canto, sparisce. Avanti dunque, usciamo dalla macchia, andiamo

noi a vedere come ci accoglie Galatea.

--È permesso?

--Avanti. Oh, signor Morelli! che buon vento?...--

È la signora Wilson madre, che mi accoglie con tanta cortesia, levando

gli occhi e la mano dal suo telaio da ricamo. Stringo quella mano che

ella mi offre, e prendo la sedia che mi addita vicino a lei; una sedia

ancor calda delle fiamme di Filippo Ferri. Egli stesso vien subito in

ballo.

--Se fosse arrivato cinque minuti prima,--soggiunge la

signora,--avrebbe trovato qui il suo amico.

--Oh, davvero? che peccato!

--È stato così gentile,--ripiglia la signora,--da venir da noi, per

ringraziarci di ieri. Non c'è veramente di che; noi non abbiam fatto

nulla, o al più quello che han Tatto le altre signore, che non

prendevano parte all'accademia. Ma che bella festa, non è vero, signor

Morelli? e come è bene riuscito in ogni parte il programma! Una

giornata indimenticabile; e indimenticabili, prima d'ogni altra cosa,

i suoi versi.

--Troppo buona, signora mia, troppo buona. Erano versi tirati un po'

giù, per l'urgenza, e certamente avevano bisogno di lima. Ah, perchè

la signorina Kitty non ha voluto recitarli?

--Lei sa come è poco sicura di sè, quella cara figliuola. Per

giuocare, per camminare, per ridere, non la passa nessuno; ma recitare

dei versi, salire sul palco scenico, fosse pure in Corsenna, non è il

fatto suo. Del resto, di che cosa si lagna? i suoi versi sono stati

recitati benissimo.

--Le pare?

--Sì, con una grazia adorabile.--

Ho capito; la consegna è di trovar tutto bene. E frattanto Galatea non

si vede spuntare.

--Ma con un po' di cantilena, non è parso anche a Lei?--ripiglio, non

volendo adattarmi.

--Non me ne sono avveduta; e mia figlia nemmeno, che anzi ne è rimasta

incantata al pari di me. Ma gli autori sono incontentabili, se lo

lascia dire? Ed hanno ragione, vagheggiando essi un ideale, che forse

non è possibile raggiungere in terra. Ma Lei, signor Morelli, si lasci

anche far complimenti per la sua valentia di schermitore. Il signor

Terenzio Spazzòli, che di queste cose se ne intende benissimo, l'ha

proclamato uno spadaccino di prima forza.

--Ahimè, non di primissima.

--Ebbene, che vuol dire? C'è sempre qualcuno che in una cosa sola ci

può superare: ma è già bello esser forti in molte, non Le pare? Quanto

alla scherma, pare che il suo amico Ferri sia il _non plus ultra_. Ma

che persona a modo! che perfetto cavaliere! e niente superbo, niente

millantatore! Ecco gli uomini come li intendo io, che in verità ne

avevo trovato, non meritandolo, uno stupendo esemplare. Ma non

parliamo di ciò;--soggiunse la signora Wilson, mandando un sospiro

alla buona memoria del padre di Kitty.--È solo, di casa sua, il

signor Ferri? Che idea si fa della vita? che disegni vagheggia per il

suo avvenire? Gli uomini come lui interessano sempre. Son creature

nobili; si vorrebbe saperle egualmente felici.--

To', sarebbe questo il momento buono per dirle.... Ah sì, che idea

buffa ci ha avuta il signor Filippo Ferri! Io.... io? fossi matto!

--Chi sa dove veda egli la propria felicità?--rispondo alla signora

Wilson.--Alla sua età, che non è più giovanissima, e non è per contro

matura abbastanza, idee ne vengono molte, e si dileguano ancora.

--Amore di libertà, intendo benissimo;--conchiuse la signora.--E forse

hanno ragione. È così difficile indovinarla!--

Oh sì, molto difficile, vorrei rispondere; ma parli al singolare, e

per lui. Quanto a me, l'avrei indovinata benissimo. E frattanto,

Galatea non si vede.

--La signorina Kitty studia sempre?--domando.

--Oh no, siamo in campagna, e la mia figliuola in campagna fa sempre

il meno che può; sempre in giro, come una libellula, a far provvista

d'aria e di sole.

--Buona usanza!--esclamo.--Inglese od americana che sia, è una buona

usanza davvero. Le nostre italiane....

--Eccole qui;--disse ridendo la signora Wilson, che è nata per

l'appunto italiana, e di Firenze;--le italiane al telaio, nell'angolo

più riposto del salottino.--

Si fanno ancora quattro minuti di chiacchiere, e finisco di

persuadermi che la signorina non è in casa. Si può egli credere che ci

sia, e non voglia farsi vedere da me? In questo caso avrebbe dovuto

dir troppe cose a sua madre. Del resto, se ci fosse, sarebbe comparsa

prima all'amico Filippo; e Filippo non avrebbe fatto quella sua visita

da medico. Egli se n'è cavato colla scusa dei ringraziamenti da

presentare alle signore; come se fosse lui.... che ha fatto tutto; ed

ora è andato sicuramente dalle Berti, o dalla Quarneri, per passarle

in rassegna.... sperando di trovare in un luogo o nell'altro la

signorina Wilson. Prendo commiato ancor io, ma non per imitare

Filippo. Son sicuro che Galatea non è dalla contessa, nè dalle Berti,

nè da alcun'altra delle signore di Corsenna. La compagnia è per l'ora

del _lawn-tennis_, se mai. Ma potrebb'essere andata con le ragazze

Berti a passeggio, come altre volte ha già fatto. Sia; ma in questo

caso bisogna andarla a cercare all'aperto. Laggiù all'Acqua Ascosa,

per esempio? Sì, andiamo da quella parte; ma non prendendo la strada

bassa del mulino, che poi, se non la trovassi laggiù, dovrei fare una

pettata per risalire a Santa Giustina. Come mi è venuta in mente Santa

Giustina? Non so; forse allo stesso modo che m'è venuto in mente di

andare dalle Wilson, anzichè dalle Berti, o dalla Quarneri.

Mi avvio, tagliando il monte a mezza costiera, e via via risalendo

fino ad afferrarne la vetta, donde mi faccio a guardare d'ogni banda,

e a porger l'orecchio. Nessun rumore; il luogo è deserto; deserte le

valli all'intorno. Fo il giro del santuario, non aspirando a

guadagnare nessuna indulgenza, e non vedo anima nata. È stato dunque

un vano presentimento il mio? Scendo, un po' avvilito, giù dalla ripa

alta, in mezzo al bosco dei castagni; e di là, fatti un cento di

passi, sento un cane che abbaia. Ma è Buci, quello; oh caro Buci! vien

qua, Bucino dell'anima mia! Il cane non sente la forza della mia

giaculatoria, forse per non essere al vento, mentre io sento benissimo

i suoi latrati lontani. Egli abbaia al rumore di qualche sasso in cui

ho inciampato io, facendolo ruzzolare dall'alto; abbaia come un cane

che sa l'obbligo suo, e conosce il prezzo del tesoro affidato alla sua

vigilanza. Scendo ancora un centinaio di passi, e lo vedo finalmente,

ritto e fermo sulle quattro zampe, col muso in alto e la gola

spalancata. Mi vede ancor egli, mi riconosce, tralascia d'abbaiare e

prende il galoppo per venire alla volta del suo legittimo e negletto

padrone. Ma io non voglio che si scomodi tanto per me; corro verso di

lui come posso, ci avviciniamo, e per poco non caschiamo l'uno nelle

braccia o nelle zampe dell'altro. Buci scodinzola, alza le froge, per

mostrarmi i suoi denti, più candidi della sua coscienza di cane; e

subito, quasi sapesse di aver qualche cosa da farsi perdonare, si

avvia per insegnarmi la strada. Ti comprendo, o Buci; a buon

intenditor poche parole, e pochissimi gesti.

Riconosco il sentiero dei casali, quello stesso sentiero che ho già

fatto una volta, ma risalendo, in compagnia della contessa Adriana.

Maledetta passeggiata, donde son nati tutti i miei guai! Laggiù, dove

il sentiero si allarga e pianeggia in forma d'aia da batterci il

grano, seduta davanti all'uscio d'una casupola, è lei, Galatea, che

leva gli occhi curiosi a guardare. Ah, non era dunque vano il mio

presentimento! Dovevo trovarla, un po' più in alto, un po' più in

basso, ma sempre in quei luoghi, all'ombra di Santa Giustina? Ma che

cosa faceva là, seduta, davanti a quella casupola? Cuciva; rammendava

una camicia di tela grossolana, per far risparmiare la fatica ad una

povera vecchia, che stava seduta accanto a lei, e la guardava cogli

occhi istupiditi.

--Lei!--esclamò, ravvisandomi.

--Io, signorina;--risposi.--Venivo a cercarla.... per commissione

della mamma.

--Commissione! per me?

--Sì, la mamma ha bisogno di Lei. Non si turbi, la prego. Dev'essere

per un consiglio, dovendo scrivere una lettera, da impostare

quest'oggi.

--C'era tempo, allora.

--E forse sarà per un'altra ragione. Che ne so io?

--Vengo;--diss'ella, rassegnandosi.--Addio, buona Nunziata. Ritornerò

presto.--

Ha proferite le ultime parole a voce bassa, quasi bisbigliandole

all'orecchio della contadina. Ma io le ho udite egualmente. Ah, dunque

è di qua, a mezza costa, che venite a rimpiattarvi, mentre i poveri

cristiani vi vanno cercando per monti e per valli? È bene saperlo,

signorina.

È molto impacciata negli atti, venendo con me frettolosa a cercar

l'uscita del sentieruolo sulla strada di Santa Giustina. Ella non sa

che dire, ed io meno di lei; perciò si va silenziosi, seguendo i passi

di Buci. Zitti e buci, si potrebbe ripetere col proverbio.

E ora, come dirle che ho usato d'uno stratagemma per levarla di là?

che la mamma non c'entra per niente, ma solo un mio capriccio, una mia

follia temeraria? Se la signorina Kitty non ride, se ella non ritorna

Galatea, la scherzosa Galatea, capace di fare una burla e di

soffrirla, io sono perduto. A mezza strada sento rumoreggiare la

cascata del mulino; tra poco saremo in luogo meno solitario, dove

potremo imbatterci in qualche persona di conoscenza, ed io non avrò

più modo di spiegarle l'arcano, lo stupido arcano. Mi faccio un

coraggio da leone; mi fermo in mezzo alla strada, costringendola a

voltarsi per lo stupore dell'atto improvviso, e le dico:

--Signorina Kathleen, perdoni il mio ardimento; io l'ho ingannata

poc'anzi.

--Che cosa dice?

--Che l'ho ingannata, che non le ho detta la verità. La mamma non

aveva punto bisogno di lei.

--Ah, volevo ben dire!--

E in queste parole, la signorina Wilson si voltò risoluta, per

ritornare ai casali di Santa Giustina. Bel frutto della mia alzata

d'ingegno! bel premio alla sincerità della mia confessione!

--Ah, no;--gridai, attraversandole il passo;--non sarebbe degna di

Lei, questa fuga. Che cosa penserebbe la vecchia contadina di me, che

faccio di queste burle, e di Lei che può tollerarle?

--Ammette dunque che siano intollerabili?--ribattè ella, severa.

--Sì, e ne porterò quella pena che a Lei piacerà d'infliggermi. Ma ho

bisogno di parlarle; ho bisogno ch'ella mi ascolti, e non mi tratti

più da nemico, come ha preso a fare da tanti giorni, senza che negli

atti miei ci sia stato mai niente da meritarmelo. Mi risponda

schietto, com'io Le parlerò, signorina; con durezza, quanto Le

piacerà, dovessi pure morirne, ma con altrettanta sincerità. Che cosa

pensa Lei.... di Filippo Ferri?--

La signorina Wilson molto probabilmente s'aspettava tutt'altra

domanda. Appariva seccata dalla mia insistenza, ma quasi rassegnata a

starmi a sentire. Com'ebbi proferito quel nome, e la domanda a cui

s'accompagnava quel nome, andò in collera senz'altro. Senza dubbio le

ero parso brutale.

--Signor Morelli!--gridò ella con voce alterata.

Capii allora, di aver domandato troppo: ma era tardi per mutar

domanda, ad anche per attenuarla.

--Scusi,--ripigliai, inginocchiandomi quasi,--io perdo la testa, non

lo vede? Ho bisogno ch'Ella non trovi un'offesa in ciò ch'io Le ho

detto, in ciò che sono ancora per dirle. Vorrei cader qui. Le giuro

sull'onor mio, cader qui fulminato, in questo momento; e sarebbe

fortuna per me, tanto soffro. Risponda alla mia domanda, come se

gliela facesse un fratello maggiore. Ama Ella forse il signor Ferri?--

La signorina Wilson fece un gesto di noia suprema, quasi volesse dire:

si va di male in peggio, con costui. Ma il gesto non mutava la

condizione delle cose. Ella stette un po' dura, sopra di sè, muovendo

convulsamente le labbra. Voleva dire di sì? voleva dire di no? Certo,

riuscì a non dire nè una cosa nè l'altra, poichè mi guizzò via con

questa bottata:

--Come Lei la contessa Adriana. Le son serva.--

E faceva da capo per andarsene; ond'io fui costretto a trattenerla.

--Ma non è vero....--gridai, singhiozzando,--non è vero ciò ch'Ella

dice. Le giuro....

--Eh, faccia un piacere a me, per compenso dell'essere stata a

sentirla;--rispose ella, mozzandomi le parole in bocca;--non giuri, e

non dica bugie. Che cosa ne importa a me, dopo tutto? S'è scherzato un

poco, e male. Non tutti gli scherzi son belli; e il suo non merita

certo d'essere portato ad esempio. Ma ci vorrà pazienza, non è vero? e

un'altra volta farà meglio. Intanto, io ho celiato con Lei, come Lei

aveva celiato con me; botta e risposta, come ieri facevano loro sul

tavolato, e tutti pari. Buon giorno.

--Ancora una parola, di grazia! S'è celiato, Lei dice? Non vada in

collera, allora, e non mi congedi così bruscamente.

--Non La congedo; mi congedo.

--Distinzioni troppo sottili! Le paiono degne di noi? Mi senta,

signorina, voglio convincerla, voglio persuaderla. Son sicuro di

riuscirvi, solo che si degni d'ascoltarmi. Vuole che scendiamo da

questa parte, verso il fiume? È tutta strada per ritornare a casa, ed

altre volte l'ha fatta nella medesima compagnia che oggi Le spiace

tanto. Si passa dalla prateria e dal viale dei pioppi. Io La precedo a

volo, fino al Giardinetto, prendo un libro, un taccuino, e glielo

porto da leggere. Da un pezzo ci scrivo tutto quel che mi accade,

giorno per giorno, tutto quello che dico. È il mio memoriale; sono

effigiato là dentro; e non Le parrà bello, ne sono sicuro, ma Le parrà

tanto più vero, ne ho la certezza. Leggerà tutto, vedrà tutto, e mi

renderà la sua stima.--

Credevo di averla persuasa, almeno scossa, e di farla scendere verso

il viale dei pioppi. Ma Ella non si distolse affatto dalla sua via, e

rise d'un riso sardonico, che non avevo mai veduto sulle sue labbra.

--Ella mi propone una cosa, signor Morelli.... una cosa di cui non

vede la sconvenienza suprema. E forse in questa ignoranza è la sua

scusa. Ma io non ne avrei nessuna, se m'arrendessi al suo desiderio.

Posso esserle parsa un po' sventata e leggera; ma ciò non giustifica

punto il suo ardimento, o la puerilità della sua trovata, che le par

così bella e così vittoriosa. Via, signor Morelli, sia cavaliere, e

non domandi ad una ragazza ciò ch'ella non può fare nè dire.--

Ero rimasto atterrato. La signorina Wilson colse il buon momento per

andarsene via, non più trattenuta da me, non più leggera e snella come

una ninfa birichina; ma diritta e solenne, come una regina sdegnata.

Son venuto io, solo soletto, per il viale dei pioppi; son venuto a

rinchiudermi nella mia stanza, ed ho scritto questa dolorosissima

istoria. Molto male, perchè la testa mi arde ed ho perso il lume degli

occhi.

--Che cos'hai?--mi ha detto Filippo, quando è rientrato per l'ora di

desinare.--Sempre stanco?

--Stanchissimo. Ho voluto escire a prender aria, e non m'ha fatto

bene.

--Ripòsati, che diamine!--conchiude il signor Ferri, col suo piglio

autorevole.

La sera, si capisce, non esco di casa; lo lascio andar solo, dove gli

pare. Ma non vado io a riposarmi, tutt'altro. Ho un diavolo per

occhio; e non so quale dei due mi faccia nascere un'idea. Ma certo è

luminosa, e l'afferro con giubilo, se non è piuttosto da dire ch'ella

s'impadronisce di me. Scrivo, scrivo una letteraccia per lui. Quando

l'ho scritta, la rileggo, e mi pare che vada; la chiudo nella sua

busta, e vado a deporla nella camera del signor Ferri, sul marmo del

comodino, accanto al suo candeliere.

Il dado è tratto, e non si torna più indietro. Sarei libero di dormire

a mia posta; ma non mi riesce. Ho gli occhi spalancati, che paiono due

lanterne. Suonano le undici, e il mio ospite ritorna a casa. Lo sento

salire la scala interna, entrare nella sua camera e chiudersi dentro.

Ora leggerà.... legge sicuramente.... ha letto.... verrà a bussare al

mio uscio. No, niente di ciò; sento in quella vece lo scroscio della

poltrona su cui si adagia per ispogliarsi; sento il tonfo dei suoi

borzacchini, che saltano sul pavimento, e buona notte, ci siam visti.

Cinque minuti dopo, lavora rumorosamente e saporitamente di mantice.

Beato lui! Solamente i felici sanno russare così.

Galatea(#19427) · 第 29 / 35 题