che per me nulla ha fatto nè ha saputo fare finora. M'incaricai delle
vostre commissioni per cortesia, e le compii con quella solerzia che
meglio mi convenne. In ordine al ronzino poi, come vi piace
addimandarlo, gli è bene che vostra beatitudine sappia, io averlo caro
più della persona mia stessa. È il solo fedele che io mi abbia. Mi son
trovato in mezzo alle zuffe accerchiato da densa selva di aste,
minacciato da cento nemici; e non ho veduto papa Gregorio aprirmi il
varco periglioso, ma il mio cavallo. Mi son trovato fra gli aguati dei
miei persecutori, inseguito come belva, messo a segno di cento
arcadori, in un nuvolo di giavellotti e di chiaverine; e non è stato
papa Gregorio che dall'insidie e dalla morte mi ha campato, ma la
velocità del mio cavallo. Ho dovuto arrampicarmi per greppi dirupati,
sospeso fra il cielo e l'abisso, senza segno di calle, dove il
camoscio non si sarebbe avventurato; ho dovuto valicare lagune melmose
affondando fino alla gola; ho dovuto guadar fiumi terribili; e non ho
trovato papa Gregorio che il pericolo e la fatica mi temperasse, ma
questo fedel mio cavallo. Per qual titolo dunque papa Gregorio
pretendeva da me che io avessi abbandonato il compagno che Iddio ha
messo alla deserta mia vita per obbedir lui, che finora non mi ha data
neppure una parola di conforto o di speranza?
--Tu non hai fede, cavaliere, sclama Gregorio con gravità, non volendo
rispondere per le rime e romper con Baccelardo per allora; e dove
manca la fede, l'interesse mondano precede a tutte le considerazioni
di anima e di Dio. I tempi non sono ancora maturi, la Chiesa milita
ancora. Ma i dì della grazia son prossimi, ed allora vedrai se papa
Gregorio saprà darti più del conforto, più della speranza.
--Sì, santo padre, quel che mi avete dato pel servigio che vi resi a
Montecassino, insultando il neghittoso papa Alessandro! I tempi che
sperate però mi sembrano ancora lontani, se vero è pure ciò che ho
udito della sorte dei vostri legati.
--Della sorte dei nostri legati! grida Gregorio stupefatto. E che
sarebbe loro avvenuto di sinistro, cavaliere? Parlate su, dite chiaro,
e dite presto quel che sapete. Il vostro narrare lento e misterioso ci
stucca.
--Ne apprenderete fra breve anche troppo, signore. Essi si
presentarono al re, nel momento ch'e' finiva di umiliare i Sassoni.
Enrico aveva sentore del vostro parteggiare per costoro e delle
prevaricazioni che i vostri legati andavan spargendo pel campo, onde
subitamente levarli a rumore. A rompervi le vie, diede sul fatto
libertà ad Ottone di Nordheim e lo constituì vicario imperiale di
Sassonia. Poscia, dopo discussi gli altri affari dell'impero, fe'
comparire i legati. Io non saprei dirvi qual corruccio destasse fra
quei numerosi principi il canone che li spoglia del dritto d'investir
feudi agli ecclesiastici, e di riscuotere i livelli annessi ad essi,
nè quanto maggiore fosse lo sdegno al divieto delle mogli ai
sacerdoti. Per poco quella adunanza di gente nobile ed assennata non
iscoppiò in tumulti. Si rise però quando udissi della scomunica
fulminata contro l'arcivescovo di Brema, contro quel di Strasburgo,
contro i vescovi di Bamberga e di Spira, ed altri uffiziali della
corte e primati dell'impero, se pel mese di giugno non si fossero
presentati in abito di penitenti alla soglia del Vaticano onde essere
giudicati da voi.
--Si rise! sclama Gregorio ghignando. E poi? Ed i legati?
--Oh! quanto ai legati essi non si scomposero nè per ire nè per beffe.
Chè anzi allora presentarono la vostra lettera ad Enrico. Questi,
borioso per aver domata Sassonia, la lesse, e ad alta voce alcuni
pezzi ne recitò, tra i cachinni dell'assemblea.
--E non sapreste per avventura, bel cavaliere, quali fossero codesti
pezzi?
--Se ne parla per tutta Germania, santo padre, e maraviglia ognuno di
vostra temerità. Quell'indirizzo per esempio: _Al re Enrico salute ed
apostolica benedizione, se alla sede apostolica presterà l'obbedienza
dovutale da chiunque è cristiano_: quell'imporgli di _sfrattare dalla
reggia gli scomunicati da voi, ed impetrare con idonea penitenza il
perdono_; quel rimproverargli _che da nemico, da ribelle, da
traditore, col più insolente disprezzo oppugna la sempiterna autorità
della Chiesa--testimoni i vescovadi di Firmano, di Ravenna, di Spoleto
e di Milano conferiti a sue creature, quasi che le chiese fossero ad
arbitrio di un laico, e date a governare ai re_: quel consigliarlo _a
non mormorare dei vostri decreti e recarsi volentieroso come giumento
a fare ciò che voi ordinavate_: quel comandargli _che non solo egli ma
tutti i re della terra con riverenza profonda debbano osservare i
vostri decreti_: quel mettergli perentorio in fine, perchè _senza
lungamento di tempo ritornasse alle loro sedi gli ecclesiastici
sassoni esuli o imprigionati che fossero, restituisse le chiese ed i
beneficii usurpati, si sottomettessero tutti ai canoni di un concilio
presieduto da voi, se pure, contumaci al vostro decreto, dalla spada
di s. Pietro non volessero essere sterminati dal grembo della Chiesa._
(_Ep._, III, 10).
--Basta, comprendo, l'interruppe Gregorio, E poi?
--Eh! beato padre, e poi l'imperatore lacerò in più pezzi il foglio, e
sul volto dei legati lo gittò fra un pieno grido di gioia di tutta la
dieta. E per dar prova più solenne in qual conto e' tenesse vostre
minacce e vostri desideri, fe' trarsi avanti i chierici ed i laici di
Colonia, venuti a supplicarlo di eleggere il successore di Annone, e
li costrinse o ad accettare per arcivescovo un tale Idolfo, uomo di
bassa lega, ovvero a star senza pastore finchè loro ne salisse la
noia. Idolfo fu accettato.
--Ed i legati? dimanda Gregorio furibondo.
--I legati intimarono allora all'imperatore la citazione di comparire
ad un concilio a Roma onde purgarsi delle colpe che gli apponeva tutta
Germania, sotto pena di essere pronunciato ribelle, scomunicato, e
decaduto dai dritti di re. A quest'intíma la collera di Enrico
trabocca. Ei fa cacciar via vituperosamente gli audaci legati, tra le
contumelie di tutta l'assemblea, e dai suoi Stati di Germania li
bandisce, rattenuto dall'arcivescovo Sigofredo da Magonza che non li
facesse frustare. Indi spedì corrieri per ogni provincia di Lamagna,
onde convocare a Worms un concilio, ed egli stesso vi si recò.
--Ed il concilio si tenne?
--Per certo, e vi accorse numero immenso di abati, diaconi, vescovi,
metropoliti e duchi, conti e baroni senza fine. Congregatisi tutti, il
cardinal Bennone sorse a leggere una storia di voi, santo padre, nella
quale tutti i fatti di vostra vita dettagliavansi ed esaminavansi con
severità. Indi produsse terribili accuse contro la vostra modestia, le
sue parole confirmando per lettere di parecchi vescovi, cardinali,
ecclesiastici e nobili d'Italia, non che del popolo e del senato
romano. Delle quali multiplici imputazioni ricordo solamente, che....
--Tacetevi: non vogliamo udirle, l'interruppe Gregorio. Il nostro
giudice è in cielo, ed a colui solamente dobbiamo dar conto. I giudici
ed i potenti della terra abbiamo sotto le suole dei nostri sandali, e
li schiacciamo a guisa di fango.
--Come vi piace, santo padre. Mentre dunque quelle incolpazioni si
discettavano, giunsi io. Gli araldi che guardavano le porte mi
annunziano all'imperatore per oratore del papa. A questo titolo mi si
vieta l'ingresso. Ma avendo insistito esser io cavaliere, ed avere
lettera di Gregorio VII da presentare nelle proprie mani del re,
m'intromettono alla presenza dell'augusto concilio. Superbamente un
segretario dell'imperatore toglie la lettera per ordine di lui, e ad
alta voce comincia a recitarla. Alle corrucciate ed amare parole della
santità vostra, lo sdegno di Enrico traripa. Egli mette in obblìo le
sacre prerogative degli ambasciadori, e comanda che mi gittassero nel
fondo di una torre del castello di Worms. Allora io protestai avanti a
tutta quella adunanza dell'onta che si faceva alla mia persona, e
dichiarai che, quando che fosse, ne avrei dimandata ragione, se non
come oratore come cavaliere.
--E ben faceste.
--Udite adesso ciò che accadde. Appena uscito dall'aula del concilio,
otto uomini della guardia imperiale mi aggrattigliano, mi tolgono ogni
maniera d'armi, e mi traggono alla prigione. Allora dimandai per
favore vedere un'estrema volta il mio cavallo, e licenziarmi dal
fedele animale. E sì dicendo sentii le lagrime navigarmi per gli
occhi. Messer Ulrico di Cosheim, favorito dell'imperatore e suo intimo
confidente, notò la mia richiesta, e fece soddisfarmi. Venne anch'egli
a vedere il superbo corridore, ed assai maravigliò della fortezza,
della venustà, dell'eleganza del nobile animale. Io gli carezzai il
collo, gli carezzai la testa, e raccomandai al sire di Cosheim che, se
quel disgraziato palafreno avesse dovuto cangiar di padrone, gliene
avessero dato almeno uno altrettanto generoso e distinto che la sua
genealogia meritava. Ulrico mi promise che lo avrebbe tenuto per sè,
se la mia sfortuna così avesse portato, o ne avrebbe fatto dono al re.
In ogni modo, ei s'incaricava di custodirmelo e riguardarlo come il
cavallo di un bravo si riguarda. Confortato di questa fidanza, più
contento mi recai alla muda.
--Proprio alla muda vi avevano condannato? domanda Gregorio.
--Alla muda proprio, risponde Baccelardo, quasi io mi fossi un
malfattore. Però non ebbi poscia a dolermene. Perocchè avvenne che a
messer Ulrico di Cosheim, invaghito della bellezza del destriero,
prendesse talento cavalcarlo. Glielo apprestarono. Ora io non saprei
dirvi, santo padre, quanto quel gentile animale s'imbestialisse
vedendo quel nuovo signore. Fu tanta la selvaggia sua retrosia, e
tanto il mordere e sparar di calci, che molti tra quei palafrenieri e
scudieri accorsi ne restarono malamente conci. Messer Ulrico, che è
maestro in cavalleria e vigoroso della persona e destro, s'incoccia a
vincere la partita. Gli si accosta quindi di nuovo, e con maniere
parte aspre parte carezzevoli cerca domarlo. Messer Ulrico però aveva
malamente avvisato, perocchè ne tolse di tale percossa dalle zampe
d'avanti, ch'ei fu trasportato via per estinto. Nessuno più allora
sentì voglia aver che fare con quella belva, sapendo come tutti il
sire di Cosheim superasse per maestria di equitare. Fu intanto
riferito ad Enrico della grave ferita del suo favorito e del croio
corridore. Anche al re salta il ticchio vincere la puntaglia; chè il
re valeva ancor meglio del duca di Cosheim nel maneggio de' cavalli.
Fu quindi il mio povero _Licht_ novellamente bardato, e tratto nella
cavallerizza. I cortigiani di Enrico vollero distoglierlo da quella
prova, ma perciò appunto ve lo decidono più. Sicchè fa condurre quivi
altri cavalli, fa circondare il mio da scudieri e mozzi, e quasi
tendendogli aguati cerca di cavalcarlo. Dio lo perdoni! perchè due di
quei disgraziati ebbero a morirne, ed egli si salvò da qualche sconcio
per la sola leggerezza del tirarsi da canto.
--È un demonio dunque codesto vostro cavallo, ser cavaliere? dimandò
Ildebrando.
--Mai no, santo padre--esso è di quegli esseri che la specie umana
conobbe pochi per egual fedeltà. Ma, per farla breve, l'imperatore
sospettando che vi fosse alcun segreto nel modo di cavalcarlo, ed
innamorato della sua leggiadria volle impararlo a montare da me. Fui
perciò ritratto di prigione, e tradotto alla cavallerizza, presente
lui. Udii del suo desiderio e mi balzò il cuore per allegrezza.
--Comprendo anch'io, disse Gregorio. Tirate avanti.
--Vostra beatitudine vedrà se avevo ragione di amarlo. Dimandai dunque
innanzi tratto che mi restituissero le armi. E dopo che me le ebbi
tutte vestite, feci menarmi sul mastio. Quivi era uno spianato, da un
lato circondato da mura, dall'altro da una specie di parapetto, sotto
il quale, alla profondità di un quindici piedi scavavasi fossa
profonda altrettanto, ripiena di acqua. Oltre di questa, aprivasi
vasta campagna. Quivi condotto dunque cominciai a palpare il mio
fedele Licht; cominciai ad aggiustargli le cinghie, e gli pizzicai un
cotal poco le orecchie. Ed esso a farmi festa a non finirla.
L'imperatore, l'imperatrice, tutti i grossi baroni della corte e dame
e donzelli e scudieri stavano presenti. Io li obbligai a tirarsi da
canto e salii a cavallo. Allora detti un fischio, come lo squittire
della volpe; e mentre essi tutti si aspettavano che io lo avessi fatto
un cotal poco corvettare e saltabeccare nell'angusto spianato, io lo
volto netto al parapetto della fossa e dissi:
» Sire, tu contro il sacramento delle genti mi hai fatto cattivo; io,
contro la santità della parola di cavaliere ti dico che ti sei
condotto da sleale, e via me ne vado.
--Bravo! sclama Gregorio stendendo la sua mano a Baccelardo, che la
strinse ma non la baciò. E continuò:
--Io detti allora forte di sprone, ed il cavallo salta giù, coverti
entrambi di pesanti armadure come eravamo. Da prima affondammo fino
all'imo ambedue ed alcun poco vi rimanemmo. Ma poscia toccando di
sprone novellamente, _Licht_ si dimena, e risaliti in un baleno, e
guadata la fossa, che dall'altra sponda era piena di acqua a fior di
terra, fuggimmo per la vasta pianura. I balestrieri dell'imperatore
avrebbero voluto tirarci su; egli nol permise. Solo ci sciolse dietro
molti suoi uomini d'armi per righermirci. Infatti mentre noi correvamo
così alla perduta ed avevamo quei bracchi alla coda, ecco spuntarci di
fronte, al gomito della strada, uno squadrone di cavalieri del duca di
Lorena. Sicchè chiusi in mezzo per tal modo dovemmo arrenderci. Quei
cavalieri però ci trattarono co' maggiori riguardi, e ci condussero
alla presenza del re. Egli, al vedermi, si alza da sedere. Fa anche di
più, mi viene incontro e mi stende la mano cui io piegando a terra il
ginocchio baciai. Ed e' mi disse:
--Messer Baccelardo, voi siete bravo ed animoso cavaliere. Le vostre
ardite parole e la vostra audace opera ci son piaciute moltissimo, e
perciò vi diamo licenza di ritornare ad Ildebrando, con nostre
lettere, libero ed onorato. Togliete intanto questa catena di oro,
questa spada, e questo pugnale in nostra memoria, ed abbiatevi la
imperiale nostra parola che, come avremo aggiustate le cose
dell'Alemagna, penseremo altresì ai vostri negozi col duca Guiscardo,
che a noi non negherà di obbedire.
--Mercè, sire, risposi io, codesta è cortesia che supera ogni mia
speranza.
--Noi vi rendiamo giustizia, cavaliere, riprende egli magnanimamente.
E perchè abbiate maggior prova del come noi sappiamo far conto dei
bravi, vi proponiamo a stanza la nostra corte imperiale, finchè non
sarete restituito negli Stati del padre vostro--se ciò vi permettono
gli anteriori accordi fra voi ed Ildebrando.
E sì dicendo si mise a dettare la lettera che vi presento, santo
padre; e di cui, se per avventura avrete dispiacere, non dovete
accusarne che voi.
Gregorio prese la lettera di Enrico e ad alta voce lesse:
« Enrico per la grazia di Dio re dei Romani ad Ildebrando.
« Tale saluto hai tu meritato colla tua mala condotta, tu che in quanti
nella gerarchia ecclesiastica occupasti gradi infimi od alti hai teco
recato sovversione di ogni ordine, e scandalo e maledizione di Dio. E
per non dir che delle cose più gravi, oltraggiasti i ministri del
tempio, umiliasti gli arcivescovi, i vescovi, i preti e gli unti del
Signore quali vili mancipi, i quali non sappiano ciò che si faccia il
padrone, li affliggesti e conculcasti coi piedi. Tu eri tiranno e noi
tacemmo per non turbare la pace e menomare la maestà della fede: ma la
nostra pazienza, giudicando timore, ti sei sollevato contro la stessa
dignità di sovrano che a noi fu data da Dio. Hai minacciato per mezzo
di arroganti legati; hai voluto rapirci il potere quasi che noi lo
tenessimo da te e non da Cristo, e che regno ed impero stessero nella
mano dell'uomo; mentre il Signore dei cieli ha chiamato il servo
Enrico all'impero non il nemico Ildebrando alla sede. Tu vi salisti
per la scala che dicesi frode ed è maledetta da Dio. Per danaro sei
pervenuto al favore, pel favore ad una potenza di ferro, per la
potenza alla sede di Pietro, e dalla sede della pace hai cacciato in
bando la pace con l'armare i sudditi contro i sovrani, con l'insegnare
a vilipendere i vescovi chiamati da Cristo, quasi non da Cristo
chiamati. Nè pago del tiranneggiare i tuoi sudditi, hai gravemente
oltraggiato anche noi, che, indegni sì, ma pur siamo fra gli unti,
unto non al tempio ma al trono; mentre è dottrina dei santi Padri che
Dio solo ci può giudicare.
« S. Leone emulator dell'apostolo ha detto: _temete il Signore, onorate
il re_. Ma perchè tu non temi il Signore, credi di non onorar noi che
siamo re. Tu pertanto che fosti maledetto e condannato dal concilio
tenuto qui a Worms, discendi, abbandona una sede usurpata. Farem
salire codesta cattedra da un altro, il quale non veli la prepotenza,
l'orgoglio e l'ambizione col manto di religione, ed insegni la vera
dottrina di carità dell'evangelo, non quella di Satanno.
« Noi Enrico per la grazia di Dio, re di Germania e di Roma questo
vogliamo che tu sappi, Ildebrando simoniaco e falso pastore¹ ».
¹ Vedi VOIGT, _Storia di Gregorio VII_.
Come Gregorio ebbe letta questa lettera, che Paolo Bernried, pecudino
fautore di lui chiama _di ogni ingiuria disonesta e di falsità
ripiena_, e sir Rogero Greiffey _il sunto più esatto della storia e
condotta di Gregorio_, il colore del volto di lui si fece rovente come
bragia. Senza dimandare più motto, licenzia Baccelardo, e tutto quel
dì e la notte susseguente lo si vide percorrere le stanze cupo,
taciturno, agitato da interna inquietudine, e da quella specie di
smania che tormenta la donna vicina a partorire.
E presso a poco, guardata dal lato morale, identica era la situazione
di Gregorio.
Egli ruminava il più vasto colpo che per undici secoli avessero mai
concepito i successori di san Pietro. E' doveva dare alla terra un
esempio di rigore e di smisurato arbitrio di potere, che i secoli
venturi funestò di mali infiniti, di guerre, d'irreligioneria senza
limiti. I suoi progetti erano alfine giunti a pienezza onde venire
alla luce, senza più veli, senza più orpelli. La sua autorità aveva
messa radice solida. I popoli avevano udito maravigliati la novità dei
suoi disegni, e speravano fare un passo ancora al riscatto,
affrancarsi dalla potenza della spada, vigilando sbarazzarsi poi anche
di quella della parola. I potenti, colpiti nell'ebbrezza dell'orgoglio
e dei dritti, fremevano parte, parte ridevano. Tutta la terra, in una
parola, quest'uomo fatale aveva messa a combustione; ed ora saliva i
pinacoli per gittarle il più grande dei suoi pensieri, per farle udire
il più terribile suo verbo.
Al domani fu intimato un altro concilio per Roma.
V.
Descendors, les ordres divins
Veulent que ce bonheur, ces clartés sans mélange
Passent rapidement.
REBOUL di Nimes.
Centodieci vescovi e prelati convennero a Roma pel novello sinodo
intimato da Gregorio, alcuni cardinali, e parecchi dei feudatari che
dominavano Italia--tra i quali quella celebre contessa Matilde, che sì
giovane, sì bella, attenevasi al papa per tal divota sommessione da
lasciar poi parlare di stregonecci e di amori. Vi assistevano il
prefetto ed i tribuni di Roma, per la sicurezza e tranquillità dei
padri, e quelli dei nobili che per Gregorio tenevano, onde tornare più
solenne e maestosa l'adunata.
In spaziosa sala del palazzo Laterano, a foggia di semicerchio, si
allogarono i seggi. Primi sedevano i cardinali, allora non più di
sette, nè vestiti di porpora ma di paonazzo. Dopo gli arcivescovi, cui
sotto i bianchi manti seminati di croci nere trasparivano ricche
dalmatiche, aperte ai fianchi. Indi i vescovi e gli abati dalle lunghe
barbe che loro scendevano sul petto. Ai due lati di questo
semicerchio, nella parte interna, sedevano i signori laici e gli
oratori delle corti straniere. Nel centro, sotto l'elevato seggio del
papa, quattro segretari; ed il pontefice di rimpetto a tutti, nel
mezzo, con due prelati dietro per trasmettere i suoi comandi. L'abate
Ugone di Cluny riceveva alla porta i brevi di credenza di coloro che
si presentavano al concilio. Egli poi li affidava agli araldi sacri
onde condurli ai posti che loro spettavano. Infine si tenevano fuori
quattro centurioni, con un manipolo di soldati, per arginare esterni
tumulti, mettere a segno i riottosi del sinodo.
All'ora di sesta, radunati tutti, comparve la contessa Matilde. Ella
aveva già trent'anni, conciossiachè di meno assai ne dimostrasse. I
suoi lineamenti puri e severi erano bellissimi, di quella bellezza
senza menda, ma senza poesia, senza inspirazione, che osservasi nelle
opere di Canova. Le si leggeva sul volto un'aria di pensiero che la
faceva sembrare alcun poco accigliata a primo aspetto. Però la soave
trasparenza dell'occhio ceruleo, e la serenità della fronte maestosa
ogni nube dissipavano, e quella specie di rigido contegno rivelavano
bene per quel che era in sè stesso, un'abitudine cioè di ascetiche
meditazioni, cui mai intieramente abbandonava e che le davano
quell'alcun che di vago nello sguardo, e l'abitudine delle cure virili
che dalla tenera età l'avevano occupata. Nell'insieme però bellissima
la sua greca fisonomia riusciva, se non piacevole altrettanto. Vestiva
tunica di bianchissima lana di Cipro, orlata d'aurei ricami contesti a
seta cilestre, ed aperta un cotal poco sul petto per far luce ad una
camescia di seta d'India, egualmente bianca. Stringevale i fianchi
cordone d'oro che, terminato in due ghiande di pietre preziose,
venivale giù fino ai piedi, chiusi in eleganti pantofole di broccato.
Dalle spalle pendevale manto di velluto di Venezia chermisino,
foderato di vaio, orlato del pari di trena d'oro, e fermato da
scheggiale di zaffiro, di un pezzo solo, a forma d'aquila. Il manto
aveva il tassello calato; poichè, dovendo sedere al concilio della
testa scoverta, aveva dimesso il solito berretto a corno che si
osserva nei suoi ritratti, aveva intessuto fra le trecce dei capelli
d'oro, bianco velo ricamato a pagliuzze di argento, e mantenuto da
ghiera d'oro che le cingeva la fronte, senza ecclissarla di
splendore--solo e tenue distintivo del suo nobile grado.
Ella precedette di poco il pontefice che, per favore speciale ai
servigi da lei resi alla santa sede, le aveva accordato assistere al
sinedrio. Maestosa avanzò nell'aula Matilde, seguita da bianco
levriere mentre due paggi le sostenevano i lembi della clamide, ed
andò a sedere al seggio che, assai più basso, presso a quello di
Gregorio, le avevano rizzato. Indi a poco comparve anche costui.
Al suo apparire tutti si alzarono. Egli li benedisse in prima, poi li
ringraziò per brevi e gravi parole della sollecitudine che avevano
mostrata nel venire a consolidare del loro voto i decreti di Dio. E
scoverti della testa com'erano, intuonò la preghiera per invocare lo
Spirito Santo. Poi, come tutti gli atti preparativi furono compiuti e
steso il processo verbale per l'apertura della seduta, Ildebrando fece
cenno della mano per richiamare l'attenzione e parlò:
--Figliuoli, sta scritto che sarebbero venuti i tempi pericolosi in
cui i nemici di Cristo sarebbero sorti. Questi tempi sono arrivati.
Credevamo alfine che dopo lungo battagliare avesse la Chiesa potuto
assaporare giorni di pace. Ma questa pace è stata addentata da due
sacrileghi; è stata violata da due infami. Questa pace han contaminata
Enrico di Germania, e colui che oggi si chiama arcivescovo di
Ravenna--il più sozzo, il più malvagio di quanti reprobi avessero mai
conquinata la terra. Imaginate voi un delitto il più nuovo, il più
gigantesco possibile che questi due non abbian commesso. Imaginate gli
attentati più empi, le opere più terribili, i vituperi più nefari;
questi due li han commessi tutti. O essi stessi son l'Anticristo, o ne
sono i precursori. All'erta dunque, soldati di Cristo; all'opera,
padri della chiesa. Siate prudenti come i serpenti, allacciatevi i
sandali, cingete la spada, perchè l'epoca di una messe di sangue è
matura, perchè i leoni di Giuda ruggirono. La divisa del sacerdote è
la dolcezza. Però quando gli altari di Dio sono concussi; quando i
santuari sono profanati e messi a vendita e a ruba; quando le persone
dei sacerdoti sono prostituite, svillaneggiate, ed esposte al mercato
come schiavi da gleba; quando tutte le credenze che i popoli adorano
riverenti sono manomesse dai reprobi; allora ricordiamoci, fratelli,
che siamo sacerdoti del Dio dei fulmini e delle vendette, del Dio che
percuoteva Faraone, del Dio che sterminava Sanneccheribbo e gli
Amaleciti; e sorgiamo terribili ed esclamiamo: _Exurgat Deus et
dissipentur inimici ejus_ ».
Dopo questa selvaggia diatriba si alza quel camerario Giovanni che
abbiam veduto innanzi, e che Gregorio aveva elevato a vescovo di
Porto, e messo molto addentro nelle sue grazie, dopo la diserzione del
cardinale Ugo Candido. Giovanni di Porto era veramente un uomo
terribile. Violento nelle passioni, spicciativo, manesco egli era, e
come pressochè tutti i buoni ecclesiastici di allora, soldato in ogni
suo affetto, in ogni suo uso. Giovanni, in poche parole descrisse
della Chiesa il quadro più luttuoso, e dopo averne accennate le
brutture e le miserie, continuò: