poi ai Giudei:

O giude', per cui sciupato

Ha il Signor parole e fiato,

Come attestano i rabini,

I notari e gli scabini!

Storpi, dritti, grassi e secchi

Cantiam gloria al re del becchi.

A questa intima, i giudei pieni di malumore fanno un atto

d'impazienza, e gittandosi un lembo della gialla tunica addosso, si

sdraiano per terra presso al fuoco, si grattano il posteriore e le

barbe, e sclamano:

Ma insomma qui facciam sempre da gioco!

Vi abbiam mandato un Dio, e ancora è poco?

E gli araldi.

_O vos gentes non credentes_,

Qui venite _confitentes_;

E a quei porci cenciosi Galilei

La creanza insegnate e il _verbum Dei_.

E i gentili.

Vero Dio! re dei re!!

Che lo creda chi ci ha fe'.

Ma il nostro Olimpo più non si avviluppi,

Chè troppi già ne abbiam di quei galuppi.

Allora il papa si alza e grida tutto corrucciato:

Ite dunque all'inferno, o miscredenti,

E monsignor Mosè che si presenti.

Gli araldi, a quest'ordine, si appressano alla sacrestia e chiamano:

_Tu Moyses Legislator!_

E Mosè, vestito di tonaca e cappa bianca insudiciata, lunga la barba,

in volto accigliato, sonnolento, due enormi corna in fronte, la verga

da una mano e le tavole della legge dall'altra, esce ansante e

frettoloso, inchina il papa dei becchi, e dice:

Ch'altri poi vengano dopo di me,

Per dio! qual dubbio, signor, qui vi è?

Ma s'esto è tutto ch'io debbo dire,

Andate al diavolo ch'io vo a dormire.

_Coro_--_Iste coetus psallat lætus!_

_Papa_--Questa bestia parla schietto,

Ha criterio ed ha intelletto;

Ma le sue profezie si porta il vento,

Ch'ha vecchia moglie, e terminò l'argento

Gli araldi conducono quindi Mosè brontolando dall'altra parte della

fornace, poi tornano alla sacrestia e chiamano:

Vieni avanti, Isaia, ma facciam patto

Di parlar chiaro e di non dir bugie:

Se profeta, da furbo, ti sei fatto,

Noi non vogliamo udir castronerie;

Chè ci han bastantemente trappolati,

Con i tuoi logogrifi, e preti e frati.

Isaia esce a sua volta. Egli aveva gli occhi strambi e fisi al suolo,

i capelli bianchi, rari ed irti, la barba scomposta come la tunica

cenerina. Rossa stola gli cingeva la fronte, pallidissimo aveva il

colore. Egli arriva innanzi al papa dei becchi, sta un momento a

pensare, poi batte del piede la terra, e sclama:

_Est necesse virga Iessæ!_

Il papa, indispettito che, malgrado le proteste, Isaia era stato,

giusta il consueto, anche adesso oscuro, strabilia, e voltosi alle sue

genti grida:

--Cacciatemi via codesto buffone, e venga subito Abacucco.

Gli araldi si accostano dunque alla porta della sacrestia e gridano:

Isaia che ha ben pranzato

Da briaco ha profetato:

Ma Abacucco spiegherà

Questa storia come va.

E subitamente dalla sacrestia veniva fuori un vecchio sciancato,

vestito di dalmatica gialla, con le tasche piene di ravanelli, cui

divora ansiosamente, ed in mano una frusta per percuotere i ragazzi

Misac, Sidrac e... non ricordo l'altro, che gli andavano appiccando

dietro una coda di volpe. Giunto in mezzo al coro, Abacucco fa uno

starnuto e parla:

Che spiegar vi debbo, un corno!

Se ho pensato notte e giorno,

E trovato ho appena appena

Che siam matti da catena?

Ci vuol la _virga Iessæ_? e così sia:

Basta che abbia misura e vigoria!

E sì dicendo, Abacucco dà un calcio al deretano dei ragazzi, e

dondolandosi, e zoppicando si ritrae sollecito all'altro lato della

fornace, ed offre una coppia di ravanelli ad Isaia. Il papa lo segue

degli occhi, torvo ed accigliato, poi sclama:

Questo vecchio scapestrato

Parla proprio da dannato!

O profeta per pazzia,

O è villana profezia.

Entriam dunque in altro buco;

Venga Balaam col ciuco.

Allora avanzano dal coro due messi del re Balec, che uniti ai

vocatores, all'uscio della sacrestia gridano:

--_Veni Balaam et fac!_

E subito si presenta un uomo di grossezza spropositata, a cavallo ad

un asino a cui avevan mozze le orecchie e raso il pelo col rasoio.

Balaam, del volume del ventre toccava quasi la testa del somaro,

mentre le gambe corte e grosse, armati i piedi di formidabili sproni,

penzolavano come due salsicciotti. Egli tirava le redini alla bestia,

e la frustava e spronava con un'enfasi da strabuzzare gli occhi, e

mutare in piombino il rubicondo del volto. Però la restia cavalcatura

si avviava alfine, allorchè si presenta un giovanotto armato di spada,

che, afferrandola della briglia, la rattiene. Balaam, non volendo

udire ragione, diluvia ancora frustate sull'asino, e lo scavezza, e lo

sventra per gli sproni; quando questo sgrilla infine e dice:

Ma caparbio, viva dio!

Vuoi che sgangheri ancor io?

Non lo vedi che impacciato

M'ha una bestia di soldato?

Non capisci che sei indegno

Di alcun regno--sopra me;

Perchè a forza di dieta

Son profeta--al par di te?

Balaam a così eloquente filippica del suo ciuco resta percosso e

attonito, con la bocca aperta, e si guarda intorno. Quando ecco due

angioli che gli danno parecchi forti scappellotti all'occipite. Balaam

si rivolge e quelli gli dicono:

--Balaam, non obbedire al re Balec che si diverte a mangiare un

profeta arrosto tutte le mattine.

Balaam, allampanato, guarda questi nuovi venuti, e grattandosi

dolcemente la nuca risponde:

--Sta bene, miei signori: ma vi prego, un'altra volta, non mi battete

così forte al cucuzzolo perchè io patisco di emicrania.

E ciò detto, si va a riunire agli altri compagni. Gli araldi chiamano

poscia Elisabetta. Questa, che era vecchia, sorda, esce fuori tutta

frettolosa, vestita di bianco, e gonfia come in procinto di partorire,

e voltasi ai coristi dimanda:

--_Quid est rei, quid me mei?_ L'è una chiesa di casa del diavolo qui,

signori miei! Non si può stare neppure comodamente a dire una litania!

Insomma, sappiatevi che io ho fame, e che se rimango qui un altro poco

mi cadono giù le soffoggiate che mi avete applicate sul ventre, e

buona notte al vostro s. Giovanni Battista. Io vi fo una riverenza,

monsignori, e vado a casa, perchè io non sono stata mai troppo soda di

corpo, ed ora, con le suste e controsuste, e con le compressioni...

con vostra licenza, e serva di vostra scioperatezza, sir papa.

Alle parole di s. Elisabetta, il papa dei becchi monta in bestia e

grida:

--Vadano tutti all'inferno: ne abbiamo assai di questa laida canaglia

di santi e di ebrei. Vediamo un po' se i gentili siano più puliti.

Chiamate Virgilio.

Gli araldi gridano all'uscio:

Vieni, Maron, poeta dei pagani,

E insegna il catechismo ai cristiani.

E Virgilio, coronato di cavoli, in figura giovanile, con bella toga

ornata di ricami in carta gialla, avanza, e, facendo dignitoso saluto

al duca di Svevia, sclama:

--_Ecce polo dimissa solo._

E senza aspettare ulteriori domande, nè rischiarare la sua risposta,

volge le spalle e si ritira vicino la fornace. Il papa fa un moto

d'impazienza e dice:

--Ho capito, l'è epidemia! Vediamo dunque se la Sibilla sia più

ciarliera. Ma, scommetto, che neppure codesta pettegola saprà

cavarsene nette le mani, e sarà parca di parole. Andiamo, via in nome

di Dio! chiamateci su quella sgualdrina.

E gli araldi gridano alla porta:

--_Tu Sybilla, vates illa._

Una viragine dagli occhi scintillanti, pallide le guance, i capelli

rossi scarmigliati e sciupata tutta nei panni, viene fuori furibonda.

Ella batte forte dei piedi al suolo, si contorce, digrigna, poi con

voce ammezzata e sorda, evocata dal fondo del petto come dall'imo di

caverna, pronunzia:

Quando le rocce grondan sudore

Viene il giudizio, viene il Signore:

Ma infallibile segno poi sarà

Costanza in donna e in frate castità.

--Almeno costei ha detto qualche cosa, sclama il papa dei becchi

dietro alla Sibilla che si ritirava cogli altri. A quanto pare dunque

codesto giudizio è ancora assai lontano, se i suoi segni sono

infallibili. Conchiudiamo la storia e venga Nabuccodonosor.

Nabuccodonosor si presenta. Vestiva da re, con guazzeroni di damasco

porporino orlati di orpelli e sopraccarico di nappe e fimbrie come un

buffone, una corona di cartone in testa, lo scettro in mano, e barba

lunga lunga di pelle di capra. Lo accompagnavano otto scudieri armati

di partigiane di legno, e due ministri in cotta d'armi, che portavano,

dentro un piatto, un grosso salomone incuffiato, il quale

rappresentava l'idolo. Poi un gruppo di soldati, che si recavano in

mezzo i tre fanciulli. Giunti presso la fornace, i ministri si volgon

a costoro e dicono:

--_Huic sacro simulacro!_

Quei tre monelli scoppiano a ridere, e dando la berta al sacro

simulacro che loro si voleva fare adorare ed ai ministri, spalancando

e contorcendo la bocca, rispondono:

--Un bischero! quei seri; _deo soli digno coli_.

--Furfantelli, sdegnato sclama Nabuccodonosor, che Dio solo mi contate

voi: dovete adorare anche me, altrimenti vi squarto in due come lepori

e vi mangio a fricassea.

Ma i ragazzi s'incocciano; e Nabuccodonosor, perdendo le staffe

affatto, ordina che si caccino nella fornace come lacche di damme. La

fornace di stoppa è accesa. Fitta cinta di persone si fa attorno; ed

e', cantando _Benedictus es Domine Deus_, scivolano fra le gambe della

gente, e, quasi entrassero in quel rogo, dispaiono. Nabuccodonosor si

gratta il naso e dice:

Vedi un po' quei bricconcelli

Come pigliano a trastullo

Un negozio, che i capelli

Fa rizzare anche ad un brullo!

Andar tanto allegramente

Ai diavoli? è imponente!

E perciò si straggan fuora

E che vadano a malora.

E sì dicendo si ritira. I fanciulli escono dall'altro lato della

fornace tutti festosi, e la messa comincia.

Al _Gloria_, al _Kirie_ ed al _Credo_, prima il sacerdote ragghia tre

volte, poi canta. Ed il popolo risponde, cominciando anch'esso dai tre

ragghi. Negli incensieri si mettono correggiuoli, pezzi di suole

vecchie, e sterco di capra. S'incensa prima il popolo e l'altare di

questa roba puzzolente, indi estraggono un grosso mazzo di

salsicciotti e fanno atto d'incensarli con quello. Sull'altare

frattanto si canta il credo, i profeti ed i pagani giuocano al

lanzichenecco, e mangiano una frittata con agli, facendo toast e

combibbie sazie e laute. Infine il sacerdote ragghia ancora tre volte

e canta: Ite missa est! Ed il popolo, anche tre ragghi, e risponde Deo

gratias! Allora il cappellano del papa dei becchi grida:

--_Silete, silete, silentium habete._

Il papa benedice tutti con la mano sinistra; ed il cappellano

proclama:

--Monsignore, bravi borghesi, vi dà indulgenza plenaria di tutti i

peccati che avete fatti ed avete buona intenzione di fare, e con essa

vi dia il cielo trenta giorni di male al fegato, venti cofani pieni di

male di denti, otto ore di colica, una moglie riottosa, ritenzione

d'orina e la gloria eterna del paradiso--e così sia.

Quindi si dispongono a processione novellamente, ed il papa dei

becchi, vestito degli abiti pontificali, con pastorale, camauro e

cappa rossa, a cavallo ad una vacca, è portato al castello di Rodolfo,

nella sala del tinello, dove, sedutosi alla più grande finestra,

benedice il popolo di nuovo e comincia a mangiare marzapani.

Allora si presentano al duca Rodolfo due araldi, dei quali uno

annunzia:

--Monsignore Goffredo di Buglione, oratore del re Enrico.

L'altro:

--Monsignor Baccelardo, oratore di papa Gregorio.

Rodolfo fa inchino al papa dei becchi ed alla corte di lui, e va a

ricevere i nuovi suoi ospiti.

III.

PROMET. Io mi rifiuto: Dite loro in breve io non lo voglio.

GOETHE.

--Monsignore, dice Baccelardo facendosi incontro a Rodolfo che entrava

nel salone dove i due personaggi attendevano, io sono Baccelardo duca

di Puglia. Mi reco in Germania dall'imperatore Enrico, cui porto

lettere di papa Gregorio. All'ascensione del San Gottardo il mio

cavallo si è azzoppato. Mi sono fermato alquanti dì ad Altorf onde

farlo riposare, sendomi desso prezioso come amico. Malgrado ciò, vedo

che gli è impossibile proseguire il viaggio. Prego perciò vostra

mercede accordarmi ospitalità fino a che il mio corridore non si

rimetta.

--Noi vi rendiamo grazie, bel cavaliere, dell'onore che vi piace

farci, dimorando nel nostro castello. E non solamente vi concediamo

l'ospitalità che ci dimandate, ma vi preghiamo prolungarla per quanto

sarà compatibile coi vostri doveri, e di usare della nostra corte in

tutto quello che possa tornarvi a diletto.

--Molte mercè, monsignore, soggiunge Baccelardo. La fama che tanto

nobilmente suona di vostra cortesia mi rendeva sicuro del generoso

accoglimento che mi fate.

Allora si trae innanzi Goffredo di Buglione e parla:

--Duca di Svevia, il re Enrico si querela con voi che non abbiate

tenuti gli accordi posti ad Eschenweg. Il 22 ottobre è passato. Al

campo di Gerstungen son convenuti tutti i baroni ed i castellani di

Lamagna--meno vostra grandezza, Guelfo di Baviera e Bertoldo il

carintio.

--Monsignor di Buglione, risponde Rodolfo, l'imperatore Enrico non ha

ragione di dolersi di noi. Come suo cognato e come principe

dell'impero, noi abbiamo oltrepassati i nostri doveri per secondare i

suoi divisamenti. Ora basta. La ragione e la coscienza c'impongono

certi limiti, al di là dei quali più non ci faremo trascinare,

perocchè quaggiù dobbiam guardarci l'onore; oltre la tomba, l'anima.

--Sta bene, messer duca, soggiunge Goffredo, ma per codesta medesima

legge di dovere e di onore dovevate trovarvi dove il vostro sovrano vi

chiamava, dove i principi dell'impero erano tutti convenuti, e dove

ancor voi avevate fatto promessa di essere.

--Sire di Buglione, noi intendiamo diversamente la forza dei vincoli

che ci uniscono al re, e quelli che ci uniscono alla nazione. I nostri

principii sono ben altri. Perchè noi, innanzi tutto, mettiamo la

giustizia di Dio; poi l'appello della patria; ed ultima la volontà del

re.

--Ma noi non vediamo, monsignore, replica il Buglione inchinandosi,

per che modo la patria e Dio vi avessero potuto ritenere nelle vostre

castella, quando il re ed i baroni dell'impero si ragunavano al campo

di Gerstungen!

--Lo vediamo ben noi, sire di Buglione, risponde Rodolfo con accento

pacato e convinto. Quando l'imperatore Enrico ci aveva dipinti i

Sassoni come gente ribelle e d'ogni freno intollerante, e d'ogni

subordinazione schiva, noi abbiam pigliate le armi, e la battaglia di

Hohenburg lo ha vendicato. Dovrebbe essere soddisfatto. Dovrebbe

essere sazio. Dovrebbe essere pentito anzi, perchè quel sangue civile,

sparso così scioperatamente, dimanda al cielo riparazione, e l'avrà.

Ah! sire di Buglione, perchè non vi siete trovato voi a quella

giornata, chè ora, invece di addurci recriminazioni da parte del re ed

accusarci forse nel vostro cuore, ci direste: duca di Svevia, voi vi

siete condotto da cavaliere e da cristiano.

--So che fu terribile vittoria quella di Hohenburg, e che non costò

meno al vincitore che ai vinti.

--Per lo appunto, monsignore, fatalissima ad entrambi. Appena le

vedette annunziarono ai Sassoni che noi gremivamo il piano, l'allarme

e lo scompiglio si mette fra loro, ed intronati e confusi si

sbrancano. Ma i più bravi allacciano tosto gli usberghi e pigliano la

pugna. Il loro primo urto sfonda le squadre di Svevia, e dopo un'ora

di strage, le sbaraglia. Seguono i Bavari; le truppe sveve si

ricuciono, e torniamo alla carica. Ma fummo di nuovo rovesciati.

--Malgrado i prodigi di valore di vostra grandezza, che nel folto

della mischia come lione pugnava! sclama il Buglione.

--Noi facemmo il nostro dovere, sire di Buglione; mercè dunque della

memoria che vi piace serbare delle opere nostre. Però Ottone di

Nordheim, tra i Sassoni, ci superava tutti; e dovunque più urgeva

l'urto nemico, dove più spessa l'oste minacciava, e' compariva per dar

la vittoria ai suoi. E forse la giornata si sarebbe decisa per loro,

se Gozzelone di Lorena non pigliava la battaglia coi suoi valorosi

cavalli, e con truppa fresca d'ogni lato investendoli, ristorava la

fortuna inchinata degli imperiali.

--Ed è egli vero che lo stesso re si avventò fra i nemici e fece

miracoli non mai più veduti di valore? dimanda Goffredo.

--Gli è verissimo, monsignore, risponde Rodolfo, e perciò i Sassoni

indietreggiarono. Ottone di Nordheim si adoperò a restituire le

ordinanze, e venire alla riscossa. Ma, respinto con grave danno dei

suoi, è trascinato dalla piena dei fuggitivi. Allora la rotta fu

generale. Gli sventurati Sassoni, sparpagliati per la campagna davano

nelle lance dei Lorenesi, e ruzzolando sotto le zampe dei cavalli

perivano di sconcia morte. Li cacciavano gli stessi custodi dei

bagagli. Con l'addensarsi della notte però il sacco ed il macello

cessa. Il campo di Enrico si trasferisce in quello dei Sassoni ben

ricco e ben provveduto, ed i morti sono contati a ventimila. Ciò

doveva bastare. Ma il re volle condurre le truppe vittoriose pel paese

turingio e sassone a dare il guasto. E campi e castella incendiò,

uccise uomini, donne vituperò; di lutto, di vergogne e di miserie

coperse le contrade, che pure erano provincie del suo impero. Ad

Eschenweg però fu costretto licenziare la truppa, perchè essendo egli

bruciato a danari e non correndo a tempo le paghe, nè essendovi più

nulla a disertare, essa accennava tumultuare. Allora richiese da noi

solenne promessa che, ai 22 ottobre, ci saremmo trovati al campo di

Gerstungen con doppie condotte. Questa promessa noi non abbiamo

stimato di mantenere.

--E perchè, se Dio vi guarda, monsignore?

--Perchè i Sassoni, pentiti, hanno dimandata mercede con ogni atto

d'umiltà, e promesse quante soddisfazioni al re piacesse esigere da

loro. Perchè noi abbiam digiunato quaranta dì, onde far penitenza di

aver combattuto contra cittadini innocenti, e votato a piè dell'altare

di non mai più combattere contro quei disgraziati. Perchè infine, sire

di Buglione, noi ancora dormiamo le notti sul nudo pavimento, e ci

laceriamo il fianco per aspro cilizio onde Iddio misericordioso si

degni perdonarci il sangue dei fratelli ingiustamente sciupato.

--E cosa dunque, monsignore, dobbiam rispondere al re di parte di

vostra grandezza?

--Gli risponderete, sire di Buglione, che perdoni i Sassoni ed i

Turingi, e tolga da essi quelle riparazioni che una dieta generale di

Alemagna saprà proporgli.

--Bene sta, messer duca, dice Goffredo; il re saprà la vostra

risposta, e piaccia a Dio che non voglia dimandarvene ragione.

--Egli avrebbe torto se ciò facesse, risponde Rodolfo mestamente. Ad

ogni modo, noi siamo a tutto rassegnati, e cada su chi lo provoca lo

spargimento del sangue civile. Onorateci intanto, sir di Buglione,

accettare ospitalità da noi, così come possiamo offrirla a tanto

nobile e prode cavaliere, ed insieme alcuna memoria della visita che

ci avete fatta nel nostro real castello di Zurigo.

--Mille mercè, monsignore. Resterò tanto che possa far riverenza alla

duchessa, e togliere conforto di cibo. Indi muoverò per Gerstungen,

dove il re mi attende impaziente di vostra risposta.

--Il vostro piacere sarà fatto.

Alla risposta di Rodolfo, che fu concorde a quella di Guelfo il bavaro

e Bertoldo il carintio, Enrico strabiliò, e cento disegni di vendetta

imaginò da prima. Poi si acquetò, e rammollito per la defezione di

costoro, simulò cedere agli scongiuri dei Sassoni e si arrese. Mandò

perciò nel loro campo gli arcivescovi di Salisburgo e di Magonza, i

vescovi di Augusta e di Wurzburg, e Gozzelone duca di Lorena onde

trattar dell'accordo. I commissarii imperiali con gravi e solenni

parole esposero lo stato miserabile del sassone paese, ed il seme di

discordia che per tal loro condursi si spargeva nelle province

germaniche. Li consigliavano quindi a rendersi a mercede sull'istante,

stando essi medesimi col proprio onore garanti, che i deditizii

avrebbero salvo persona, sostanze e libertà. Fu lungo e tumultuoso il

discutere di questo partito fra gl'insorti; infine e' piegarono

all'imponente andazzo dei tempi, e cedettero.

Venne quindi rizzato in mezzo alla vasta pianura, lungo la destra

dell'Ebra, suntuoso padiglione col trono ornato delle insegne

imperiali. Ivi, il dì seguente, Enrico IV circondato dei suoi principi

in gran pompa si assise. Tutto l'esercito sotto le armi si schierò a

due fila, fra le quali dovevano passare tanti prodi ad umiliarsi. Al

cenno del re, i deditizii furono fra le armi accompagnati ai piedi del

soglio. Precedevano i principi sassoni e turingi, l'arcivescovo di

Magdeburg, il valoroso vescovo di Alberstadt, Ottone di Nordheim,

Magno duca di Sassonia, il conte Ermanno, Federico palatino, Teodorico

conte di Cantelenburg, Adalberto langravio di Turingia, i conti

Rudiger, Sizzo, Bern e Berengario. Seguivano baroni, nobili, e quanti

eranvi gentiluomini, valvassori, valvassini, e paggi non per anco

armati cavalieri, in una parola chiunque aveva nome, stato e ricchezze

fra i ribellati. Enrico li accolse maestosamente. Poi, mal

consigliato, li diede a custodire ai suoi, finchè non avesse

pronunziato sulla loro sorte. E la loro sorte fu questa: che,

dimentico della parola dei suoi commissari, li confinò in fortezze

lontane e malignate da paludi, e loro confiscò i beni che tra i suoi

guerrieri ripartì.

In quel punto giunsero i legati del papa, i quali, avendo tenuto altri

sentieri e non essendo stati impacciati da mali di vetture, arrivarono

alquanti dì prima di Baccelardo. Ora udiremo da costui quale

accoglimento e' ricevessero, perchè, di ritorno, egli è già, dove noi

lo lasciammo, alla presenza di papa Gregorio che anela interrogarlo.

IV.

Un cri part, et soudain voila que dans la plaine

Et l'homme et le cheval, emporté hors d'haleine,

Sur les sables mouvants,

Seuls emplissant de bruit un tourbillon de poudre

Pareil au noir nuage où serpente la foudre,

Volent avec les vents.

HUGO--ORIENTALES.

Infatti Ildebrando non curò neppure torsi dal viso le gromme del

sangue, e dritto menatosi seco Baccelardo nel suo gabinetto, di lui

non meno ansioso, dimanda:

--Ebbene, bel cavaliero?

--Santo padre, risponde Baccelardo, il cuore di Enrico è ostinato, e

non vi ha potere che dal suo tenace proposito lo rimuova.

--Non vi ha potere! tentennando della testa ed accennando il volto a

sorriso, sclama Ildebrando. Continuate. Raccontateci tutto fil filo.

--Santo padre, io non posso raccontarvi che poco, risponde Baccelardo,

i vostri legati, che di non molto antecedo, v'informeranno meglio di

tutto.

--Dite pure quel che sapete, impaziente scoppia Gregorio, e ditelo

presto, in nome di Dio!

--Eccomi. Vostra beatitudine volle spedirmi in Germania prima dei

legati onde in certo modo io preparassi loro la strada, e men bruschi

facessi arrivare i decreti del concilio del Vaticano. Pur non avvenne

così: io giunsi otto giorni dopo di loro.

--Otto giorni! sclama Gregorio! bisogna dire, ser cavaliere, che voi

siate ben neghittoso, o traditore della santa Sede.

--Nè l'uno nè l'altro, signore. Il mio cavallo si azzoppì nelle

montagne dell'Elvezia, e dovetti restare quindici giorni per farlo

guarire. Ecco tutto.

--Pel nome santo di Dio! e voi curate più un tristo di ronzino, che

l'adempimento dei nostri ordini, messere?

Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 6 / 9 段