--Ma chi l'ha travolta in tanta geenna di vituperi? L'apostata Enrico

di Germania; quel mostro dell'arcivescovo di Ravenna, Guiberto. Vuol

bene questo santo padre Gregorio, il più grande di quanti pontefici ha

avuti finora la Chiesa, vuol bene interdire mogli e concubine agli

ecclesiastici, vuol bene condannare le leziosaggini e le morbidezze

del vestire, il donneare, l'impazzir dietro cacce e banchetti, il

frequentar meglio le orgie che gli altari, l'usar nelle corti, il

cavalcare alle guerre; vuol bene sottrarre i sacerdoti alle

investiture dei laici, al loro dominio, ai loro capricci, alle loro

servitù; il santo padre non affrancherà giammai intieramente la

Chiesa, non eleverà giammai il calice sulla spada, la tiara sulla

corona, la nobile Italia sull'Alemagna, finchè vi resterà ancora per

la terra codesto Enrico, il quale estolle l'empia cervice contro la

sublime maestà del pontefice, e dice anch'esso: io sono! Finchè ci

resterà Guiberto, che tutte le infamie e tutte le scelleratezze in sè

porta incarnate, la Chiesa è disonorata. Questi due sono il nucleo a

cui si aggruppano tutti i malcontenti; essi sono il loglio che

contamina il buon grano; essi sono il braccio che fulcisce i

rivoltosi; essi hanno alzata la bandiera a cui concorrono le schiere

dei perduti; essi sono il principio che fomenta i ribelli, la peste

che corrompe, il consiglio che diserta; e finchè essi saranno, pace e

salute la Chiesa non avrà mai. La Chiesa però non solamente ha le

chiavi ma la spada; non solamente ha la carità ma i fulmini; non solo

i sacerdoti ma i soldati. Distruggiamoli dunque. Il ferro ed il fuoco,

il pugnale ed il veleno, la guerra ed il tradimento, ogni mezzo si

adoperi per cavar tale imbratto alla Chiesa; perchè sta scritto nel

libro della Sapienza: _Horrende et cito apparebit vobis, judicium

durissimum his qui præsunt, fiet._

A questa terribile sentenza la contessa Matilde si alza, e voltasi al

pontefice:

--Santo padre, supplica, se è lecito impetrar grazia pel nostro cugino

Enrico, noi siam quella che lo facciamo, se pur pregio ebbero mai

dinanzi agli occhi vostri le poche opere nostre a pro della Chiesa.

Enrico è giovane, corrotto da perfidi consiglieri, ma l'anima ha

gentile e da generosi pensieri non aliena. Usategli dolcezza ancora,

non lo inasprite per dure maniere, chè bene può emendarsi. E noi, noi

stesse promettiamo a questo santo sinedrio ed a voi, beato padre, di

recarci in Lamagna e comporlo con la Chiesa, e ritrarlo dal

precipizio.

--Madonna, voi non sapete quel che chiedete, con un tal qual piglio

rispose Ildebrando. Noi abbiamo usata misericordia ad Enrico

lungamente, avvegnachè, come diretti padroni di Germania, lo avessimo

dovuto punire fin da principio per non indurarlo nel male. Ma egli si

è fatto di dì in dì sempre più malvagio, egli ha costretti Iddio e noi

ad abbandonarlo. E per chi è abbandonato da Dio e da noi, chi osa

interporsi ad intercedergli grazia?

--Noi, riprende Matilde arditamente credendo aver pure alcun merito di

qualche servigio renduto alla sede ponteficia.

--Voi, madonna, ne avete perduto ogni prezzo col vantarvene, severo

l'interrompe Ildebrando. La Chiesa non ha bisogno di alcuno, perchè ci

siam noi ed il braccio di Dio che la difendiamo. E se talvolta

imponiamo ai laici di coadiuvarci, gli è più per prestar loro

occasione di guadagnarsi il regno de' cieli, che per bisogno cui noi

ne sentissimo.

--Ed io attesto, sorge a dire Baccelardo, che quanto ha detto il

vescovo di Porto è tutto falso e calunnioso. L'imperadore Enrico di

Germania è magnanimo, valoroso, d'intendimenti nobili e cristiani, che

rispetta gli altrui dritti ed i suoi vuol venerati, che ha come sante

le constituzioni di Lamagna a cui si vuole attentare, che non soffrirà

mai che il suo impero venga tenuto come feudo della Chiesa, mentre

egli è invece imperadore dei Romani, patrizio di Roma. Si disdica

quindi il vescovo Giovanni di Porto, perchè male sta in un pastore di

Cristo malignare i possenti.

Il vescovo si leva per rispondere, ma gli araldi sacri annunziano

Rolando da Parma, commissario dell'imperadore di Alemagna. Costui era

arrivato due giorni prima, nè a chicchessia aveva rivelato il motivo

di sua venuta. L'istesso arcivescovo di Ravenna alcuna cosa non seppe

fino alla mattina nella quale il concilio si aprì. Allora Rolando gli

consegnò lettere di Enrico, e Guiberto, nel momento istesso, mosse la

sua corte di Roma e partì. Rolando si recò al concilio, e dopo aver

presentati i brevi di credenza alla porta entrò nella sala.

Non aveva ancora trent'anni; colossale e robusto della persona, ardito

ed imperioso nell'aspetto, Rolando constringeva i più audaci ad

abbassare gli sguardi, fulminati dal suo scintillante e lucido occhio

nero. A lievi distintivi potevasi discernere esser egli prete. Del

rimanente, vestito affatto da uomo di guerra, nell'inflessione

dell'alta e sonora voce, nella speditezza del gesto, nella franchezza

delle maniere, chiaro appariva che del sacerdozio egli non aveva

saputo mai che farsene, e che per sola petulanza o capriccio ne

adottava ancora alcun segno. Senza nudarsi la testa menomamente, a

passo solenne si avanzò fino al seggio di Matilde per profferirle

lieve riverenza, baciandole la mano, essendo Rolando nato suo suddito.

Poscia si trasse avanti al soglio di Gregorio, che accigliato ne

seguiva ogni atto ed ogni movimento, e disse:

--Mastro Ildebrando, il re mio signore e tutti i vescovi d'oltremonte

e d'Italia t'intimano questo comando: Scendi dalla sede di Pietro

usurpata con arti malvage. Deponi il governo della Chiesa cristiana.

Abbandona la soglia del tempio, perchè niuno può levarsi a maestro di

fedeli, non eletto dai vescovi, nè confirmato dal patrizio di Roma. E

voi, sudditi di Enrico, sappiate che il giorno di Pentecoste dovete

presentarvi al sovrano onde ricevere dalle sue mani un pontefice,

perchè costui, giudicato dal concilio di Worms, di cui vi presento gli

atti, non fu trovato tale, ma lupo rapace e tiranno.

E sì dicendo, al papa presentava la lettera dell'imperatore, ai

segretari i decreti del sinodo di Worms. Ma a quelle parole, l'ardente

vescovo di Porto balza in piedi e grida:

--Per il manto di Dio! imprigionate lo scismatico.

Ed alle parole giungendo l'esempio, si avventa sopra Rolando, traendo

di sotto le vesti pugnale per assassinarlo. Costui però non dà segni

di sgomento. Egli aspetta il vescovo, e mentre questi lo aveva di già

ghermito dal petto e gli alzava sul capo lo stile, non saprei se per

intimorirlo o per ucciderlo, Rolando lo abbranca dalla nuca, e, quasi

avesse allontanata da sè importuna cianfrusaglia, lo manda a battere

di testa ai seggi dei prelati, vicino la porta. Al novello tratto di

ardimento, il prefetto, i tribuni ed i soldati di Roma sguainano le

spade, e levati in massa gli si rovesciano sopra per morirlo ai piedi

del papa. Se non che questi di lancio si precipita dal trono, ed

allogatosi avanti al petto di Rolando, ai furibondi grida:

--Indietro, signori: rispettate il dritto delle genti che fa sacri gli

oratori, e la tremenda maestà del concilio. Noi non dobbiamo odiar

nessuno, ma tollerare gl'insani che si affaticano violare le leggi

eterne di Dio. Vi dissi che l'ora della persecuzione era per giungere;

è giunta. Risparmiate il sangue e siate pronti a resistere con

fermezza, perchè lo spirito di prudenza e di mansuetudine è spirito di

sapienza e di fortezza.

Indi, aperta la lettera di Enrico, con tranquilla voce e serenità di

sembiante legge:

« Enrico, non per usurpazione ma per volere di Dio re di Germania, ad

Ildebrando non papa ma falso monaco.

« Sebbene noi avessimo sperato finora da te ciò che da padre prudente

può sperare figliuolo amoroso, e sebbene a dispetto dei nostri

vassalli fossimo stati riverenti al tuo cenno, ciò nullamanco ti

abbiamo provato per tale quale appena avrebbe saputo mostrarsi il più

pernizioso nemico dell'impero germanico. Ci hai scemato il nostro

ereditario potere; ci hai negato l'onore che dal vescovo di Roma è

dovuto al re dei Romani. Con maligna arte hai sedotti i vassalli

italiani a rinnegare la sovranità dell'impero. Nè contento dall'avere

offeso il tuo re, hai posta mano pesante addosso ai vescovi lombardi e

tedeschi, li hai gravati contro ogni dritto, vilipesi in faccia alle

genti, condannati alle pene più atroci, solo perchè i generosi

mantenevano salda lor fede, ed ai capricci di uomo orgoglioso

resistevano. E poichè la nostra longanimità pazientava, hai presa la

sofferenza benigna per languore di sovrano indolente, hai osato

minacciare il tuo re, bandire il regicidio dal pergamo, e con parola

nefanda giurato, che o saresti morto tu stesso, o fra poco tolto di

seggio e di vita il monarca. A rintuzzare l'inaudita insolenza non

credemmo valer più le parole, ma fatti volersi e castighi. Per lo che,

cedendo alle preghiere dei principi, congregammo il concilio di Worms,

ove i vescovi quanto sinora per timore o per rispetto avevan taciuto,

svelarono; e sulle prove parlanti, che nelle lettere di ciascuno

leggerai, giudicarono essere nocevole all'orbe cristiano che tu

governi la Chiesa. Dietro la quale sentenza emanata dal santo

concilio, secondo i canoni ed i santi Padri e giusta al conspetto di

Dio, noi re di Germania ti pronunciamo decaduto dai dritti di papa

usurpati, e ti comandiamo discendere dalla sede di quella città della

quale i liberi suffragi del popolo ci han creato patrizio e sovrano.

« Questo comanda Enrico re di Germania ad Ildebrando usurpatore del

ponteficato e falso pastore di Roma » ¹.

¹ VOIGT, _Storia di Gregorio VII_.

Dopo di ciò, un segretario del concilio lesse la lettera al popolo e

senato romano. Ma e' non potè tutta compierne la lettura, perchè gli

scalpori ed il gridare dei componenti del sinodo si levarono

altissimi. Per modo che al messo imperiale fu gran fatto novellamente

campare la vita, difeso dalla generosa prudenza di Gregorio. Giovanni

di Porto però, prendendo la parola a nome di tutta l'assemblea,

scongiurò il papa che sguainasse la spada di Pietro e scomunicasse un

monarca scellerato e ribelle, giurandogli a nome di tutti fedeltà ed

obbedienza, decisi com'erano di correre una sorte con lui--fosse stato

pure il martirio!

Allora Ildebrando sorge fra le acclamazioni del sinodo e con voce

solenne e maestosa, con volto sereno parla:

--S. Pietro! tu principe degli apostoli e vicario di Cristo porgi

orecchio all'imponente scongiuro, ed ascolta. Te attesto, e la madre

di Dio, e Paolo tuo fratello di grazia che questo soglio non ho

usurpato per ambizion di comando. Mercè tua, è piaciuto al popolo

confidato a te che obbedisca al tuo servo Gregorio, e che in lui

risieda il potere di sciogliere e legare quaggiù ciò che tu sciogli e

leghi nei cieli. Fermo in questa fiducia, io legittimo papa e vero

luogotenente di Dio, scomunico in nome del Padre e del Figliuolo e

dello Spirito Santo Enrico re di Germania, figlio di Enrico imperator

dei Romani, empio che con feroce superbia perseguita ed oppugna la

Chiesa, gl'interdico le insegne reali, ed il governo del regno tedesco

e d'Italia, sciolgo tutti i cristiani dal giuramento che gli han dato

e daranno, vieto a tutti ed a ciascuno che d'ora innanzi obbediscano a

lui come a re; ed in nome dei santi apostoli e di Cristo lo lego col

vincolo di un tremendo anatema; affinchè tutti i popoli sappiano

tremando che io sono erede e successore di Pietro, e che su questa

pietra il figliuolo di Dio edificò la sua Chiesa, contro di cui le

porte infernali non potranno mai prevalere. »

Dopo le quali tremende parole Gregorio scomunica altra volta i vescovi

di Lamagna ed i consiglieri del re; scomunica Guiberto, Ugo Candido e

Guiscardo; intima ai vescovi del concilio di Worms di comparire al suo

tribunale, per essere giudicati; dichiara ribelle e scismatico il

clero lombardo, ne scomunica quasi tutti i vescovi, egualmente che

molti vescovi francesi e molti conti, e presenta al concilio quel

celebre _Dettato del papa_ per sanzionarlo.

In fatti si stabilì quell'improbo regolamento di dritto ecclesiastico,

che servì di norma a Gregorio ed ai pontefici a lui somiglianti, e che

compendia a maraviglia quei tempi di sanguinose lutte, la politica dei

pontefici, ed i passi che dettero nella loro onnipotenza dei secoli di

mezzo per consolidare la sovranità della croce sulla spada. Si stabilì

fra le altre sentenze: « all'arbitrio ed alle mani del papa stare le

insegne imperiali--al papa doversi baciare i piedi da tutti i

monarchi--non essere al mondo che un nome, il nome tremendo del

papa--essere del papa il giudicare i monarchi--nessun mortale

abrogarne le sentenze, nè alcuno fuori di lui poterle rivocare, il

papa essendo sovrano ad ogni giurisdizione di uomo--la stessa elezione

canonica constituirlo santo--autorizzati dal papa potere i sudditi

accusare i sovrani--il papa poter sciogliere dal giuramento i sudditi

dei monarchi ». Ed altri principii presso a poco consimili, di ogni

ordine, di ogni pudore sovversi.

Dopo di che si chiude il sinodo, e Gregorio detta lettera e per i

feudatari e pei vassalli dell'impero teutonico, e le dà a portare allo

stesso Rolando, in unione dei suoi legati. I quali si recarono

incontanente in Germania e pubblicarono i decreti del concilio di

Roma, e la condanna di Enrico¹.

¹Tutto in questo capitolo è storico, uomini, documenti, atti e parole.

VI.

Tali modi facevano vivere i sudditi pieni

d'indignazione veggendo la maestà dello

Stato ruinata, gli ordini guasti, le leggi

annullate, ogni onesto vivere corrotto,

ogni civile modestia spenta.

MACHIAVELLI.

Terribile fu la sensazione che le misure di Gregorio produssero in

Lamagna. I più timidi paventarono, i più forti arsero di nobile

sdegno, maravigliarono tutti dell'arbitrario ed insolente condursi del

concilio. Imperciocchè nuova affatto riusciva la scomunica d'un

imperatore, ed origine a miserie infinite. Qualche fanatico ha voluto

giustificare l'inverecondo fatto del papa per logica inferma: ma

scrittori più probi ed imparziali, dei quali basti citare Fleury e

l'immenso Bossuet, l'han condannato altamente come atto, non solamente

indegno, ma non canonico ed iniquo. Enrico istesso ne intimorì. Non

per l'anatema in sè stesso, che pure seco trascinava seguenza di

sventure assai, ma per la disposizione degli spiriti nell'impero.

In un secolo superstizioso ed ignorante, in cui le idee religiose

accompagnavansi di una specie di indefinito arcano terrore e di

misteriosa solennità, le censure riputavansi quanto di più

spaventevole potesse l'uomo colpire. E sì che quella gente di ferro

nulla temeva, usofatta alle guerre, alle cacce, agli sdegni

municipali, alle durezze d'ogni maniera! Ma quelle parole latine,

profferite dai vescovi o dal papa col più lugubre apparato, li

riempivano di paura. Maggiormente poi se eglino abitavano di là delle

Alpi e del mare, e se la scomunica partiva dal pontefice, guardato

come essere divino, avvolto in nube terrena. Perchè la sentenza di

Tacito _maxima a longinquo riverentia_ è stata vera in tutti i tempi e

sopra tutto per i papi.

Allo scomunicato negavansi i sacramenti. Se moriva, il suo corpo

mangiavano i cani sulle pubbliche strade. Qualunque aveva facoltà di

ucciderlo per guadagnare la salute dell'anima. Gli dovevano rifiutare

il tetto da ricovrare la inferma persona, il pane per isfamarlo, un

gocciolo per torgli la rabbia della sete. Chi con lui favellava cadeva

medesimamente nelle censure. I figli, la moglie, la madre, i parenti

tutti, gli amici, avevano a sconoscerlo; niuno soccorrerlo se lo

vedeva cader di lassezza, colpito di febbre e di lebbra. Egli doveva

errar come il lupo, esser solo come la notte, maledetto come Caino. La

terra stessa non prestarsi a dargli appoggio, il sole a dargli luce. E

se era principe o signore, decadeva sul fatto del grado, ne perdeva il

nome ed i titoli, le insegne e l'autorità; i vassalli levavangli ogni

fede e riverenza, non l'obbedivano, lo vilipendevano, lo uccidevano

ancora, se tanto avesse loro ordinato chi fulminava le censure. Ecco

quindi ogni vincolo di sangue e di società civile rotto per una

parola; ecco un popolo immerso nei tumulti ribelli, e nelle guerre;

ogni constituzione di regno o d'impero violata.

Quest'arma, che i popoli stessi avevano data ai pontefici, finchè

questi furono santi e protettori dei popoli, fu maneggiata con

giustizia. E la tiranna prepotenza dei principi raffrenò; i dritti

delle nazioni e dei soggetti protesse. Ma quando i pontefici

diventarono altresì signori e ricchi, quando il ticchio lor prese di

ambizione, e dalla pura santità del ministero sacerdotale si

allontanarono per vezzeggiare principati, ed ai principi tornar

superiori; quest'arma sacra, questo lábaro di libertà e di custodia

degli oppressi, quest'arca di salute, questa spada che rovesciava le

tirannie, si prostituì ad usi profani e scellerati. Fino a tanto che

infiacchì, e si rese non temuta e ridicola.

Nel secolo XI però la scomunica vigeva ancora di massimo rigoglio,

sopra tutto presso i popoli del nord.

Ed in effetti, come i numerosi legati che Gregorio diffuse in Germania

vi pubblicarono l'anatema dell'imperatore e dei suoi cortigiani, tutti

vestirono scorruccio, prevedendo i guai che avrebbero travagliata la

patria. Maggiormente perchè i legati non si arrestavano nel

manifestare i decreti del concilio di Roma, ma principi e vassalli

prevaricavano a nome di Gregorio, e ad Enrico li ribellavano--i più

saldi lusingando di promesse, i più timidi spaventando per minacce e

per i quadri luttuosi dello sdegno di Dio e del pontefice. In modo

che, i legami dell'impero teutonico si discioglievano. I sacramenti di

obbedienza da ogni lato rompevansi. L'ordine sociale si sfracellava.

Lo spirito pubblico correva al tumulto ed alle vendette. Un fomite di

dissoluzione, di rivolta, di guerra, cominciava a prender fuoco in

tutti i punti. Imperciocchè, se già i popoli inchinavano a francarsi,

i principi a torsi di soggezione dall'imperatore, e qualcuno ad

arrivare esso stesso all'impero, li ratteneva il giuramento prestato

ad Enrico, giuramento cui come santo rispettavano. Essi non ardivano

alzare baldanzosi la voce della ribellione e contristare il placido

andare della nazione, difesa dai suoi dritti e dalle sue costituzioni.

Ora, Gregorio avea tagliato quel sacramento; liberati tutti dalla

divozione; attaccate le antiche e sacre leggi di Germania; tornato

irriverito quel monarca a cui tutti mettevano fede, svillaneggiato,

oppresso, rovesciato dal soglio; chi manteneva salda la fedeltà dei

vassalli spogliato d'ogni riverenza, d'ogni santità, d'ogni decoro e

grandezza. Questo esempio fatale corruppe i principi alemanni, i quali

oramai givano accattando taccoli per rompersi in rivolture.

E primi i Sassoni ed i Turingi non del tutto da Enrico prostrati o

malamente domati dalle ultime vittorie. Poi i principi di Sassonia,

liberati dalle fortezze ove per ordine del re custodivansi onde

mantener ligio e tranquillo il popolo scemato di capi. La lega infine,

fomentata dal papa, tra Rodolfo di Svevia, Bertoldo di Carintia e

Guelfo duca dei Bavari, allettati dall'imagine dell'impero che ad uno

dei tre sarebbe toccato, come i più potenti principi di Germania,

caduto Enrico. Le quali cose appena questi ebbe saputo, intimò al

castello di Worms dieta, sia per iscandagliare l'animo dei nobili, sia

per pigliare le debite misure sulle cose dell'impero. Ma alla dieta di

Worms niuno dei grossi baroni comparve, intenti a collegarsi fra loro.

Talchè fu mestieri trasferirla a Magonza. Nè quivi alcuno si mostrò

pure, sendosi già pattuita alleanza tra Lorena, Franconia, Baviera,

Svevia e Sassonia; avendo i principi ricevuta risposta da Gregorio, a

cui si erano volti a consiglio, che se Enrico non si riconosceva

vassallo di lui e della Chiesa « scuotessero sulla sua porta la polvere

dei loro calzari e richiamassero al governo del regno un principe, il

quale giurasse e fornisse cauzione di mantenersi sempre obbediente

alla santa sede, e compierne fedelmente i decreti. Onde gli facessero

conoscere costumi, sentimenti e condizione del principe cui miravano

sostituire ad Enrico, per confirmarne l'elezione e renderla santa in

faccia alla terra; se non credevano meglio d'intieramente affidarsi in

lui, che aveva in mente consigliarli e dirigere in quella necessaria

scelta del novello sovrano ». (_Ep._ 3, lib. IV). Si unirono quindi nel

castello di Ulm, Rodolfo, Guelfo, Bertoldo ed i vescovi di Worms, di

Metz e di Würzburg, e dopo una lunga deliberazione decisero, che, pei

15 di ottobre di quell'anno 1086, i principi che avevano cara la

salute dell'impero si sarebbero accolti nel palazzo municipale di

Tribur, e quivi pigliate le più sane misure. Ed il giorno stesso

corrieri di quei signori cavalcavano per gli altri principi di

Germania.

Il dì per la dieta di Tribur arrivò. Vi si recarono quanti castellani

tenessero feudi nella Svevia e nella Sassonia, alla testa di grosse

squadre di cavalli. Vi trassero i Bavari condotti da Guelfo, i Sassoni

in numerose torme guidate da Ottone di Nordheim, e quasi tutti i

signori dell'impero, coi rispettivi arimanni, fossero essi stati laici

o ecclesiastici. Legati del papa vennero, Ugone di Cluny, Siccardo

patriarca d'Aquilea ed Altamanno arcivescovo di Padova, Come

l'assemblea si fu radunata, Ugone pigliò la parola primiero e disse:

--Baroni, derivando le dottrine politiche dalla dottrina fisica

dell'apostolo Aristotile, il re è il cuore della nazione, i principi

le sensazioni che nel cuore han fondamento. Ora le sole parti similari

hanno idoneità di sentire, e ciò per due motivi: primo perchè i sensi

dipendono dagli elementi ed il semplice miscuglio di questi non forma

gli organi parti dissimilari, ma le sole similari e semplici; secondo

perchè la sensazione non è nè energia nè facoltà di per sè attiva, ma

puramente passiva, ossia mutazione comunicata. Quindi, essendo

prerogativa degli organi ogni attività spontanea, la sensazione si

effettua nelle parti simili, e perciò nel cuore, sede delle

sensazioni, perchè composto di parti simili...

Il patriarca d'Aquilea che vide l'abate imbarcato, senza timone, negli

oceani aristotelici, e che i membri della dieta si guardavano in volto

l'un l'altro, indecisi tra il riso ed il corruccio, interrompe Ugone,

che resta degli occhi fissamente incollati alla parete. Il patriarca

allora, e senza lunghi preamboli, dichiara in nome di Gregorio che

Enrico IV era stato scomunicato e deposto dal regno per le gravi sue

colpe. Che perciò il pontefice, come supremo signore del feudo

consentiva all'elezione del sire novello, e della sua autorità la

convalidava. Qui sorsero altri principi ad accusare il re chi di uno,

chi di altro delitto. Lo accagionarono di tutte le miserie di Lamagna,

lo dissero origine di quelle guerre che essi invece movevano, lo

chiamarono tiranno, crudele, scapestrato, e di ogni guisa di vituperii

lo coprirono, onde giustificare la perfidia di loro condotta, e la

gioia che sentivano di rimbeccare al figliuolo le offese del padre, e

riscattarsi della dipendenza sommessa in che Enrico III li aveva

gittati.

Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 8 / 9 段