nostra giustizia giammai fu appellata invano. Se per la tranquillità
dell'impero; l'impero è tranquillo, ed è perciò che noi puniamo i
ribaldi ed i rivoltosi, e punimmo i Sassoni i quali di ogni debito di
sudditanza credettero francarsi, perchè il vigoroso braccio di Enrico
III era ghiadato nel sepolcro. Se poi il popolo che vi ha mandato
pretende altra cosa da noi, convocheremo a parlamento i grandi
dell'impero, e la sentenza della dieta terrà luogo al giudizio delle
armi.
Udita la risposta, i Sassoni, consigliati da Ottone di Nordheim, si
reputano vilipesi. E' si levano ad armi, ed in sessantamila muovono
alla volta di Goslar, piantando campo intorno le mura. Il vescovo
Burcardo di Alberstadt li tiene di assaltare la piazza. Enrico che vi
era dentro, spaventato si fugge al castello di Harzburg con la sua
corte: ed i Sassoni, tolto il campo di Goslar, sotto le mura di
Harzburg vanno a metter le tende. L'imperatore manda Bertoldo di
Carinzia, già insieme nei disgusti temperati, onde parlamentare coi
nemici, e proporre loro, che la lite avrebbe discussa una dieta
dell'impero ove avessero deposte le armi. Ma eglino insistono nel
dimandar smantellati i castelli dai monti di Sassonia, aperti e
sbertescati i varchi, ristabiliti i privilegii, l'onte pagate, e nulla
voler udire di altri principi di Germania, mica sì ferocemente
trattati come essi, e perciò a favore dell'imperatore pieghevoli.
In questo frequentare di messaggi e continuar d'avvisaglie infrattanto
l'imperatore una notte si fugge dal castello assediato con la corte, i
tesori e le insegne imperiali. Egli trae ad Hersfeld, ove i manipoli
dei suoi guerrieri ed i suoi nobili si accoglievano. Nel tempo stesso,
i Sassoni stringevano alleanza coi Turingi e gli Svevi. Allora si
propone novello parlamento a Gerstungen. È accettato. E gl'insorti per
tal modo sanno esporre di loro miserie, che i medesimi commissari
imperiali si scuotono, dalla loro piegano, e convengono in deporre
Enrico ed eleggere imperatore Rodolfo, di stirpe imperiale anch'esso,
duca di Svevia e di Borgogna al di qua del Jura, con insegne e nome
reale ad Arles, corte sovrana in Zurigo, prode nelle battaglie, savio
nei consigli, liberale e gentile nel trattare, al re cognato. Questo
però fu concordato segreto, e solamente si pubblicò che i Sassoni
avrebbero soddisfatto Enrico pel delitto di fellonia, ed e' i torti
contro Sassonia riparati, amnistia concessa.
Gregorio VII allora scrisse lettere ai principi alemanni, ai sassoni
particolarmente, e cercò richiamare al suo tribunale la lite
dell'impero.
Egli credette preparata da Dio l'opportunità di quell'ora onde
iscrollare la vetusta autorità imperiale, e le sue dottrine
proclamare. Imperciocchè, se giungeva a misurarsi con la Germania ed
al suo sistema la sottometteva, il rimanente di Europa, o non avrebbe
affatto o avrebbe assai debolmente resistito.
Poi, tutto sembrava favorirlo.
In Lamagna regnava sovrano di età e di consiglio giovanissimo, guasto
dagli ecclesiastici che lo avevano tenuto alle falde, volubile,
corrivo all'ira, nell'arte di governo non pratico. Lo attorniavano
ministri ladri ed ignoranti, che il paese disertavano di balzelli, le
constituzioni dell'impero attentavano. La fede dei principi
traballava. Feroce odio metteva in combustione le provincie, di
spiriti sempre opportune, la guerra civile accesa, consumata, e a
disvantaggio del re vinta. Sicchè dunque Gregorio poteva lavorare: e
passassero pure inavvertite le sue opere pel momento, egli avrebbe poi
fatto giungere il giorno da cavarne profitto, come aveva praticato coi
canoni di Niccolò II.
Ma Ildebrando faceva conti falliti. Imperciocchè alcuno non curò del
suo intervento nelle bisogne dello Stato: nè uopo ve n'era. I Sassoni
avevano già a Gerstungen strappato ad Enrico, che vedeva tentennare la
fede dei suoi, trattato vergognoso, in virtù del quale le fortezze
levate in Sassonia erano rase, sgombri i presidii, perdonati i ribelli
ed i fautori. I Cesariani però, che per costoro tenevano, stomacano di
tanta ostinazione nel non volere nè rimetter le armi, nè dagli
articoli da loro proposti per la pace recedere. Passan quindi dalla
parte del re novellamente, ed i Sassoni abbandonano. Così che, mentre
Ildebrando credeva Enrico prostrato, le fortune di lui ristauravansi.
Egli manda bando per tutto l'impero che agli 8 di luglio 1075 ogni
principe di Germania, ecclesiastico e laico, con quanti avessero
vassalli e sudditi atti alle armi si trovassero al campo di
Breitungen; perdona tutti gli altri nobili ribelli che dalla parte
avversa tornassero alla sua. Tanto apparato sbalordisce i Sassoni.
Essi fanno arrivare replicate legazioni a Cesare ed ai suoi principi,
spediscono oratori alla dieta di Goslar, ed a Magonza, con scritte e
con parole dimandando pace, rassegnandosi ad ogni legge di Enrico. Ma
questi, oltraggiato nell'onore col trattato di Gerstungen eseguito
appuntino, non vuole udire, non vuole veder mai legati di Sassonia, ai
suoi nobili e vassalli impone giuramento di troncar coi ribelli
qualunque pratica. Così che questi, tirati a capelli dalla
disperazione, fanno voto generoso, morir tutti per la patria e per
onorata libertà. Si bandisce poscia un digiuno, vestono di scorruccio,
e, processionando scalzi e con la fronte affitta al terreno, traggono
alla casa del Dio degli eserciti onde implorare grazia e vittoria da
lui. Indi corre bando che, tolti seimila da restare a guardia delle
fortezze, gli altri che portavano armi le vestissero, e coi viveri per
sè si recassero al piano di Lutnitz, il dì che Cesare avrebbe messo
campo a Breitungen.
Infatti, al dì prefisso, Enrico con grosse tolte di gente e forti
apparecchi si trovava al campo. Ve lo raggiunsero il duca Guelfo coi
Bavari, Rodolfo con una condotta di Svevi, Gozzelone coi Lorenesi,
Teodorico duca dell'alta Lorena con uno squadrone di cavalieri, i
capitani dei Franchi Ripuari con le forti loro schiere, Bertoldo da
Carinzia con un corpo d'arcadori, parte montato parte a piedi, un
esercito intero di ausiliari boemi capitanati dal figlio del re
Wratislao, ed un distaccamento della sua guardia, comandata da suo
genero Wiprecht. E poi dei vescovi, conti e marchesi, dei dignitari
della corona, di tutti che avevano giurisdizione ecclesiastica o
secolare, nessuno mancò. Perchè a nessuno si concesse restare a casa,
tranne pochi vescovi svevi impossibilitati, l'arcivescovo di Colonia
ad Enrico niente grazioso--perchè nel campo dei Sassoni combattevano
il vescovo di Magdeburg suo fratello e quello di Alberstadt suo
cugino--ed il vescovo di Liegi in fin di morte. Ma costoro ebbero a
mandare le loro condotte con un vicario. L'istesso abate di Fulda,
rattratto e perduto dei piedi, che andava con le grucce, dovette
cavalcare all'esercito. L'imperatore quindi manda un araldo ai Sassoni
per annunziar loro che il domani intendeva attaccare battaglia. A
consiglio del duca Rodolfo muove perciò il campo da Breitungen ed il
primo dì lo ripone in su quello di Elu, e al domani nei dintorni di
Eisenach, poco stante dai quartieri dell'oste. Enrico si era messo a
giacere per _far la siesta_, quando, in sul velar l'occhio, il duca
Rodolfo lo sorprende e gli dice:
--Sire, i Sassoni alloggiano poco lungi dalla vanguardia, ed
improvvidi del nemico pasteggiano, e fanno combibbie. Ordinate perciò
che squilli la regia tromba, ed attacchiamo battaglia, perchè la notte
starà ancor molto a calare.
Enrico l'ascolta.
Era giorno di grande caldura. Il terreno polverulento e frastagliato
di dumi, incapace di capire tutto un esercito collocato di fronte. Fu
partito quindi in cinque ordini; il primo del quale assegnato a
Rodolfo con gli Svevi, il quale, per antico privilegio della nazione,
avevan dritto formare l'antiguardo ed assaggiare l'inimico; a tergo
asserrati gli altri baroni per la riscossa; ai lati Guelfo coi Bavari;
per ultimo Enrico con gli eletti. Così serrati si accostavano infatti
ad Hohenburg; allorchè nel campo sassone giunge contemporaneamente
l'araldo di Enrico--ritardato dalla perversità dei cammini che
intimava battaglia--ed il grido delle vedette, che avvisava il nemico
gremire già il piano.
II.
Orribili corpi affatturati! uomini-lupi, donne-dragoni....
Quale spaventevole fracasso!
GOETHE.--_La prima notte di Walpurgis_.
Abbiam lasciato Baccelardo, ha un bel tratto, ai piedi del San
Gottardo. Cortesia vuole che non dimenticassimo alcuno della famiglia
in mezzo della quale ci siamo collocati come istoriografi--non pagati
e perciò veritieri.--E lo ritroviamo a Zurigo, il giorno di San
Martino.
Se un uomo del nostro secolo fosse capitato in quella città a tale
giorno, egli avrebbe giurato esser cascato dei piedi dritto in uno
spedale da matti, o il carnovale esser venuto colà più precoce di due
mesi. Eppure non era così. Celebravasi la _Festa dei Becchi_.
Noi la descriveremo tal quale usavasi allora, temperando le scurrilità
empie e le lordure di che s'interpolava. I concili ed i SS. Padri, per
quattro secoli, la fulminarono di scomuniche e proibizioni ma invano.
Solamente avvantaggiata civiltà la bandì. Noi l'accenneremo, onde
veggano un poco i nostri lettori di che i padri deliziavansi, e quale
dose di religione essi avessero. Non ci diano perciò dell'empio. E se
qualche tanghero di prete della fabbrica dell'_Armonia_ voglia
scandalizzarsi, legga innanzi il Du Cange, il Gioia, il Signorelli, ed
altri cento che di tali cose favellano, e si persuada che la storia, e
quanto dalla storia procede, non può essere cancellato da Dio, non può
essere stuprato dai papi.
In tutt'altra circostanza, questi bravi Svizzeri, i quali allora erano
svevi, sarebbero stati curiosi sapere più o meno alcun poco di un
cavaliero che entrava nella città loro, a piedi, seguíto da cavallo
zoppo e trafelato. Ma in quel dì e' non ci badarono; perchè avevano
per le mani faccende ben altre e più serie.
Baccelardo si trovò dunque in mezzo di un popolo trasformato della più
stramba guisa. Femmine travestite da canonici; frati in gonne da
donna; chi si era mutato in orso, chi in porco, molti da caproni e da
buoi, moltissimi da asini. Avevan messi a contribuzione tutt'i vecchi
cenci dei rigattieri, le costumanze disusate, ed i colori dell'arco
baleno onde sfigurarsi il sembiante. Ed a fianco ad Arabi, che
dispensavano benedizioni a foggia di pugni, andavano vescovi, che si
solleticavano il naso con la barba di una penna per starnutire. Vicino
a matrone, che vendevano ceci arrosto e tortine con noci, camminavano
notari che distribuivano agli per _agnusdei_. E poi giudei che
leccavano un pezzo di lardo e ne bisungevano le barbe ai monaci che
incontravano. Poi giullari che con enfasi nasale ed ingoiando le
parole appiccate ed impiastricciate l'une con l'altre, predicavano il
giudizio finale. Poi damigelle scollacciate che con le tuniche
inverecondamente rimboccate fino sopra del ginocchio, vendevano
salsicciotti di Westfalia. Poi baroni che dimandavano l'elemosina per
s. Andrea. Poi poveri che si avevano applicate ulcere per tutte le
regioni del corpo e ne offrivano cortesemente parte ai benefattori. E
poi tutti i travisamenti possibili di volto, di panni, e di condizioni
sociali. E quanti non avevano potuto aggiustarsi strambi vestimenti o
sgorbi sulla persona, avevano indossati i panni a rovescio, cacciati i
gheroni della camicia, imbrattato il viso di farina, o, avvolti in un
lenzuolo, rappresentavano Catone in Utica, l'ombra di Nino, e
l'arcangelo Michele, che si asciuga il sudore dopo aver mandato
Satanno a tutt'i diavoli. Le maggiori contraffazioni però erano del
genere religioso. E vedevasi un bettoliere, grasso ed ubbriaco,
rappresentar la Vergine Maria in istato di parto, a cui accorrevano
buoi ed asini a far corte in compagnia di angioli e cherubini. I quali
cherubini rastiavano placidamente dei denti vicino a brustolita crosta
di pasticcio, e che la Madre di Dio mandava a barbariveggoli il più
cortesemente possibile. Qui poi un palafreniero che si aveva cucita
addosso di rovescio una pelle di cavallo morto e figurava s.
Bartolommeo scorticato. Là una cantoniera che sguaiatamente
maravigliava di sua tarda pregnanza, e rappresentava s. Elisabetta. In
una parola, secolari e laici, plebe ed aristocrazia, uomini e femmine,
interamente difformati, avevan gareggiato a comparire nelle guise più
strane.
Intanto le campane suonavano a distesa, trombe, ribebe, naccare,
tamburetti baschi, mandole, ciannamelle, ghironde, quanti sapevano
strimpellavano alla peggio. Ed una confusione, una calca, una pressa,
un gridare, un pestarsi, un rimorchiare i passaggieri, un bagordo
insomma assordante, confuso, una frenesia di gioia, senza limite di
pudore e di riguardi. Trascinato dalla folla, Baccelardo si trova al
castello del duca Rodolfo, che a Zurigo aveva corte sovrana.
Vicino alla porta di questo sire però inferociva più lo stringersi, ed
un pigiarsi da mandar rotto il respiro, perocchè tutti volevano
entrare, ed assistere all'elezione del duca Rodolfo al cardinalato. Ma
la beatissima Vergine si era lasciata andare di traverso sull'uscio, e
non permetteva penetrare a chicchesia, impacciata da un lembo della
sua tunica paonazza accroccata ad un gancio sul portone, dove
appiccavansi i nibbi.
--Andiamo dunque per tutti i demonii, madonna Maria, gridava un
bestiale s. Pietro che voleva ficcarsi dentro ad ogni costo; ti sei
messa là di sbieco come la quaresima nell'anno, ed i bravi figliuoli
guardano i profondi abissi del tuo sedere. Levati dunque, o ti accoppo
con le mie chiavi.
--Senti, sguaiato rinnegato di s. Pietro, replicava la _Sine labe_, se
capiti un giorno alla taverna, quando mi danza pel capo un gotto di
quel di Borgogna, ti voglio torcere il collo come un cappone. Intendi?
brutto ceffo di maniscalco.
--Ecco la più male educata Vergine Maria che io mi abbia veduta in mia
vita! tutto peritoso e maravigliato sclamava Carlomagno. Ma insomma
che si fa?
--Si fa, si fa, che se non mi liberate le falde di questi cenci, cui
mi avete cuciti addosso, io ve lo lascio cader qui nel fango il vostro
Gesù bambino, e ve lo prenderete inzaccherato come un monello. Già mi
manca il respiro. E ti assicuro, per tutti i martiri, che val meglio
fare il mestiere di vinaiuolo che della beatissima Vergine.
--Largo, largo a monsignore il vescovo che si ha adattate una coppia
di orecchie men lunghe delle sue.
--Monsignore s'intende meglio in adattar corna che orecchie. Vedete là
i suoi palafrenieri come li ha tutti conci da buoi!
--Fate riverenza al pievano di Sant'Udda, che ha più cervello negli
usatti che nella testa, come ha dimostrato nell'ultima sua omelia sul
peccato della gola.
--Magnifica omelia, commentata dal più pingue asciolvere che abbia mai
fatto crepar d'indigestione un abate!
--Non è vero, ser pievano?
--Olà, canaglia, indietro, e attenti a me:
Io sono Marco Tullio Cicerone!
Estraggo i denti; taglio l'unghie ai piè;
Ed abolisco i ricchi e la ragione:
Ma perchè non vi manchino i flagelli,
Vi do i preti, le pulci ed i bargelli.
--Bravo monsignor Virgilio! Ma io avrei più caro che voi mi deste la
corona di agli che vi circonda il capo, e quel mazzo di porri, che mi
andrei a friggere col lardo.
--Indietro, indietro che arrivano i legati del Papa dei Becchi. Fate
largo alla riverente pancia del canonico Ifiglo.
--Ed in fatto di pancia, il canonico, a grande edificazione dei suoi
confratelli, ne acconcia sempre una somigliante alle sue penitenti.
--Ma ti prenda il gavocciolo, s. Andrea! Vuoi dunque che io ti
applichi due calci nel servizio che mi vai sempre tra i piedi?
--Ora, udite questo buffone di Giulio Cesare come è divenuto
insolente, da che un bel damigello di monsignor Rodolfo gli ha
insegnato a fecondare i terreni di Monna Egelina!
--Pace, pagani! io sono s. Paolo e chiedo che mi lasciate entrare.
--Tu ti aduli, il mio s. Paolo. Tu sei ancora Saulo--e lo so io che
all'esazione degli ultimi livelli mi tosasti fino al cuoio.
--Largo, largo al cavalier Vulcano. Egli è forastiere, ed ha la ciera
della fame e di s. Giorgio. Fatelo entrare.
--Gli colga la peste! mi ha lasciato andare di un sorgozzone sul capo,
che mi ha sciupato il più bel travestimento d'asino! Ora chi porterà
la vergine Maria e suo figlio in Egitto?
--Ma! l'abate di Zug, risponde s. Lorenzo.
--All'abate di Zug, di vergine non confiderei neppure la maga di
Endor, replicava l'asino malandato di Baccelardo.
--Per asini ed asini poi vi è il reverendo capitolo tutto intero.
Lascino fare a me.
--Ecco i commissarii del Papa, largo, fateli passare. Scostatevi,
bestie e buffoni. Passate, molto ubbriachi messeri, passate.
Due vicari del Papa dei Becchi entrarono in fatti dietro a Baccelardo;
e vi si sarebbe precipitata appresso tutta la folla che intendeva ad
allagare il castello, se coi calci dell'aste le barbute del duca non
l'avessero mandata indietro. I vicarii però vennero nella sala dove il
duca, vestito degli abiti reali, sedeva sur un trono attorniato da
conti e da baroni, e gli presentarono una pergamena, perfettamente
insudiciata di untume. Il priore Liemaro, cancelliere di Rodolfo, la
prese e lesse:
« Ingolfo, Papa _Cornardorum et Incornardorum_ di qualunque nazione e
generazione siano o saranno, al diletto nostro figliuolo naturale ed
illegittimo Rodolfo, duca di Svevia e sire di Arles e di Zurigo,
salute con benedizione della mano sinistra.
« La tua tal quale vita e santa riputazione di buoni servigii nel
commentare il mandato del Signore _crescete et multiplicate_, e per
ciò che abbiam fiducia che farai, secondo l'indole della giovinezza e
sapienza tua, negli atti dei becchi, ci hanno indotto a conferirti la
prolifica dignità di nostro cardinale, onde sappia il mondo che noi
siamo Pietro e che su questa pietra posa la felicità e la dovizia dei
mariti tolleranti e dei buoni figliuoli. Per lo che comandiamo a
nostri amici, inimici e benefattori, i quali di questa vita passeranno
o dovranno passare, che ti abbiano a riconoscere come operoso
cardinale di nostra chiesa, e ti abbiano ad allogare, stabilire,
installare ed investire con cori, corni, cetere, organi e cembali
scordati e bene sonanti nel pieno possedimento dei dritti e delle
dignità alla tua carica connesse, e farti rallegrare e godere di
quante libertà e franchigie ai nostri rassegnati e gaudiosi sudditi
accordammo.
« Nel nostro territorio di Zurigo, _sub annulo peccatoris, anno
pontificatus nostri secundo. Pridie idi decembris, hora vero noctis
17, more cornardorum computando_ ».
Il duca Rodolfo, in segno di ringraziamento, fece ai legati profondo
inchino, voltando loro le spalle, tra uno scoppio di _alleluia_ e di
risa universali; indi si ammanta dell'ampio paludamento chermisino,
tutto divisato a corna di oro, che gli presentarono i legati. Di poi
scende nella corte, monta a cavallo, e si dirige alla chiesa, dove il
Papa celebrava già gli uffizi santi. Al vederlo, la folla rompe in
prolungate grida di plauso, i buoi muggiscono, ragghiano gli asini,
brontolano gli orsi--e tutti ad una voce sclamano:
--Ricordatevi, monsignore, di dar la preferenza alle damigelle di
vostra corte nell'esercizio dei vostri nuovi e santi doveri.
Intanto se lo tolgono in mezzo e si recano alla chiesa.
Baccelardo, che aveva fatto rinchiudere il cavallo nelle scuderie e lo
aveva provveduto del bisognevole, sparecchia ancor egli lauta
colezione, e raggiunge la folla alla chiesa. Allora vi arrivava
altresì Rodolfo col popolo.
Le porte erano chiuse. Il vescovo della diocesi si tragge innanzi e
bussa. Vulcano affaccia il capo, e dopo a lui Cerbero, e dimandano che
domine chiedessero da loro.
Il vescovo risponde:
--Schiudeteci le porte, perchè noi veniamo dal paradiso, con
credenziali dell'imperatore Carlo Magno, a causa d'impreveduta e
provvisoria indisposizione dell'Eterno Padre.
Allora Vulcano grida. Accorrono tutti i canonici ed i chierici
nascosti dentro, vuotano molte bottiglie di vino, in segno di bene
arrivati, ed entrano.
Gli uffizii compiuti, l'ora di terza arrivata, tutto era in pronto per
la processione. Sopra un asino installano una delle più belle
fanciulle di Zurigo, e le cacciano in braccio un puttino di cenci, che
figurava il bambino Gesù. Al suo fianco si arrabbattava un vecchio
zoppicando, con una mazza in mano, la faccia sporca di carbone; e
questi, come sapete, era s. Giuseppe. Però egli si tirava a stento
dietro all'asino ed andava borbottando:
--Tanti guai per un scimiotto di putto che mi è piovuto in casa senza
saper donde! Però io protesto veh! monna Maria, che se per l'avvenire
mi viene ancora tra i piedi codesto tuo arcangelo Gabriello, che fa di
tai giuochi ai mariti dell'età mia, io gli rompo le ossa senza
complimenti, e poi lo accuso di adulterio allo scabino. Mi hai capito?
--Zitto là, scimunito! chè volta e gira tu sei sempre quell'attacca
barruffe di maniscalco che tutti sanno. Guardati però che non ti
spezzino l'altro stinco.
--Silenzio, cialtroni, gli sgrida il Papa che andava loro dietro, e
pensate a rispondere al coro.
Innanzi a tutti procedeva la croce; poi i gentili; poi i profeti, con
grossi torchi in mano; poi i canonici ed i ceroferarii, con la testa
avviluppata in bianchi guanciali; poi quattro cardinali, con ciascuno
due damigelli che sollevavano le ale del loro piviale; poi il pallio,
sostenuto dai magnati del comune, e sotto il pallio la vergine Maria a
cavallo dell'asino, con s. Giuseppe, come abbiamo detto; e dietro a
tutti il Papa, sotto il baldacchino, ed il popolo. Quattro canonici
alzavano i lembi della gualdrappa dell'asino. E come tutto fu disposto
in ordine nel chiostro, donde la processione doveva partire, un araldo
uscì e gridò tre volte agli spettatori o divoti, facendo prima tre
volte il raglio dell'asino:
--Da parte di monsignore il Papa e suoi cardinali vi facciamo sapere,
che tutti lo seguano dovunque e' voglia andare, sotto pena di aver
tagliata la parte anteriore delle vesti.
Ed il popolo rispose anche esso prima con tre ragli, poi soggiunse:
--Andiamo--noi siamo agli ordini di monsignore.
Allora il coro intuona l'inno.
Hez, Sir Asnes, car chantez,
Belle bouche rechignez,
Vous aurez du foin assez,
Et de l'avoine a planter.
Il popolo risponde con il medesimo ritornello e si parte. Intanto i
canonici cantavano della voce più aspra e scordata possibile:
Dalle parti d'oriente
Venne un asino eccellente;
Era forte ed era bello
Ed attissimo al fardello!
Ed il popolo ripeteva:
Hez, sir asino, cantate,
Il bel muso accartocciate,
E tal copia di biada e fieno avrete,
Che piantarne, per Cristo, ancor potrete.
Ed i canonici novellamente:
Era pigro nel cammino,
Ma poi l'ebbe un cervellino,
E col pungolo e il flagello
Fe' volarlo come augello;
Giunse fino a Betlemme:
Visitò Gerusalemme!
Ed il coro ed il popolo proseguivano col solito ritornello--i canonici
col rimanente dell'inno.
Sia che carro tragga al corso,
Sia che porti soma in dorso,
Le mandibole dimena
Come Santa Maddalena.
Mangia l'orzo con la pula,
Dai cardoni non rincula,
E in la trebbia, pel villano,
Dalla paglia scarta il grano:
Oh! vedetelo s'è bello
Questo eletto d'Israello!
Mirra, incenso, e pingue dose
D'oro, e pietre preziose....
Alla chiesa tutto ha dato
L'asinesco apostolato.
Oh! vedetelo s'è bello
Questo eletto d'Isdraello!
_Amen_ dunque di', o somiero,
_Amen_ canta un giorno intiero;
E satollo di gramigna,
Mangia, peta, ragghia e grigna;
Chè alla chiesa tutto ha dato
Il tuo santo apostolato.
_Hez va!_ canta _hez va! hez va!_
Chè il tuo canto al cuor mi va:
Delle orecchie, di pigrizia,
Niun ti avanza di malizia;
_Hez va!_ canta, _hez va! hez va!_
Chè il tuo canto al cuor mi va.
In questo mentre si ritorna alla chiesa.
In mezzo di essa avevano preparata una fornace, con stoppe e pannilini
vecchi, vicino a cui la processione si ferma. Il papa dei becchi, i
cardinali ed il vescovo della diocesi si assidono ai loro stalli nel
coro, l'asino con la Vergine Maria a cavallo e s. Giuseppe si
collocano presso l'altare dal corno del vangelo, e tutto il clero e i
componenti della processione si dispongono in due file, dalla porta
maggiore della chiesa all'altare, chiudendosi in mezzo la fornace. Poi
attorno attorno il popolo, svisato nel voto e nei panni come l'abbiamo
descritto. Accanto la fornace, da un lato schieravansi sei gentili,
dall'altro sei giudei.
Allora gli araldi, o _vocatores_, come chiamavansi, si volsero prima
ai gentili e dissero:
O gentili, per cui fatto
S'è il negozio del riscatto: