Il vescovo di Bovino intanto si unisce ancora a quei due. Rovesciano a
terra Gregorio, ed in mezzo ad un popolo sbalordito e volto in fuga,
tra sacerdoti atterriti e moribondi, lo trascinano via dalla chiesa.
L'arcivescovo di Ravenna era restato in piedi sopra l'altare, freddo,
impassibile, con le braccia incrociate sul petto, girando attorno lo
sguardo immobile e distratto--come la statua del silenzio--come la
statua della stupidità--come Amicla--come Niobe--come la moglie di
Lot, lo sguardo, la mente perduti nel vago.
V.
Se il tuo fratello pecca contro di te sgridalo,
e se si pente, perdonalo.
S. LUCA, 17.
Appena Guiberto ebbe udito che andavano ad attentare alla vita di
Ildebrando, appena ebbesi veduti dileguare d'innanzi i tre antesignani
della congiura, anch'egli si leva da cenare e nelle sue stanze si
ritira. Cento pensieri lo assalgono ad un tempo. Prima i pensamenti
dell'arcivescovo, il quale vedeva finalmente rimossa la pietra
angolare che i passi alla sua ambizione attraversava. Egli vedeva
scrollati gli alti disegni di quel severo pontefice, che alzatosi in
mezzo al secolo, e, saldo come roccia colossale, aveva detto a tutte
le leggi, a tutti i principii, a tutti i costumi che contro lui
andavano a infrangersi: volgete il corso! Egli vedeva il suo più
ostinato nemico abbattuto, dinoccolato nella polvere; e seco, tutte le
ambiziose riforme, gli arditi concetti, e le rigidezze insensibili.
Egli sentiva i popoli italiani respirare dal giogo novello, che aspra
teocrazia gli preparava--non il giogo soave del Vangelo, non la legge
di carità di Cristo, ma smisurata libidine di dominio che mai non
avrebbe avuto nè confine, nè sazietà. Egli vedeva gioire gli
ecclesiastici, sbalorditi da gli alteri comandi del nuovo unto,
violentati nelle opere loro, richiamati da una vita lusingata da
facili amori, avvaghita da glorie guerresche, da poteri
sproporzionati, da dignità che trovavano a comprare senza stento, e
dorata da nobile libertà cui niuno si piccava disputar loro. Egli
vedeva l'imperatore Enrico e l'Alemagna tripudiare, sentendosi liberi
da guerra feroce che li minacciava, da un uomo il quale stendeva la
gigantesca sua mano alla corona, agli statuti dell'impero, ai dritti
del popolo per scrollarli, capovolgerli, annichilirli, contaminarli di
onta non redimibile mai. Egli vedeva infine emancipati tutti i re
della terra e tutti i popoli che avevano cominciato ad udire voce
novella, che si sentivano di botto mutati a vassalli di un uomo senza
esercito, senza città, senza regno, senz'altra forza che una magica
parola, senz'altro dritto che la debolezza di qualche bigotto
scellerato, il quale, per redimersi delle peccata, aveva osato donare
ciò che non è d'alcuno, ciò a cui senza sacrilegio non si può mettere
mano, ciò a cui non si mette giammai mano impunemente--la libertà dei
popoli! E questi e cento altri pensieri dell'uomo di Stato, dell'uomo
civile, del magnate della Chiesa si spandevano per la mente
dell'arcivescovo. Guiberto poi meditava da quale umile condizione a
quale altezza si fosse collocato quell'uomo fatale; quale carriera
avesse percorsa. E mano mano, considerando sè stesso, risalendo
dall'arcivescovo di Ravenna al priore di Lacedonia, dal priore al
paggio della contessa Beatrice di Toscana, dal paggio al figlio di
Bonizone l'artigiano; e Gregorio VII dal papa all'arcidiacono
Ildebrando, dall'arcidiacono al priore di Cluny, e dal priore
discendendo fino alla bassa origine di lui, giungeva ad un punto dove
le due esistenze combaciavano, dove le due carriere si congiungevano,
s'immedesimavano; dove i due fratelli, non nemici implacabili come
adesso, pargoleggiavano nel povero abituro del falegname di Soano. E
qui il pensiero s'inebriava dei placidi trastulli dell'infanzia con
tanta voluttà gioiti nel tetto paterno, della patria che mai più tanto
lusinghiera non si sente se non quando si è lontani, ed in mezzo alle
lutte dell'età adulta. Quindi si risovveniva di suo padre, che, pio e
povero, per sudori della fronte somministrava loro il pane, che tanto
savii consigli loro dava, e che la sera se li toglieva sulle ginocchia
e loro insegnava a mormorare una preghiera per la madre, che più non
viveva, loro additava le leggi di Dio, la pietà pei poveri, il
rispetto pei padroni, e dopo scarsa cena, ringraziando il Signore del
dì trascorso, loro raccomandava di amarsi sempre, ed andavano a
dormire sonni sereni, innocenti--di quei sonni che non gustarono mai
più, quando, cacciati nel turbine sociale, ad affetti e pensieri
dovettero mettere condizione e misura. E queste ed altre memorie
soavissime, impadronendosi del cuore di Guiberto, lo lacerano, lo
commuovono, lo vincono. Guiberto domina l'arcivescovo; il fratello
prende la mano sul nemico. Laonde perdendo di vista il pontefice per
ricordarsi d'Ildebrando il figliuolo di Bonizone, si gitta addosso un
mantello velocemente ed alla chiesa di Santa Maria Maggiore corre.
Ah! perchè Gregorio non si compunse alla voce del fratello, che
generoso lo andava a salvare dagli assassini! Ma Gregorio non mutava
di propositi. Gregorio aveva sterile l'anima, il cuore freddo, il
carattere orgoglioso e caparbio; Gregorio vituperava le blandizie
delle umane passioni. Il suo ghiaccio rivoltò Guiberto; la sua durezza
inviperì l'arcivescovo.
I congiurati si trascinavano dunque Ildebrando, ed egli, dopo un
tratto di sbalordimento, a passi lenti li seguiva.
Ma ecco che la voce per Roma si sparge dell'assassinio e del ratto del
pontefice. Ecco che i partigiani di Gregorio si destano; che tutti i
cuori si spetrano; che tutte le voci si sciolgono. Ecco che le opere
ed i disegni di Gregorio si cominciano a commentare. Si mettono a luce
le sue generose azioni, la sua carità verso i poveri, il suo
disinteresse, la sua pura morale. Ecco che gli stessi nemici
cominciano a magnificare la sua persona, strano misto di vizii e virtù
opposte, a paragonarlo ai vituperevoli pontefici trascorsi, lerciati
di ogni laidezza, a sentire la nobiltà dell'idea di riscattare gli
oppressi, di tornar Roma regina dell'universo. Ed un rumor crescente
si sparge per Roma. Si svegliano i neghittosi; si suonano a stormo le
campane; e si dimanda del Santo. E si corre alla torre di Cencio dove
si dice imprigionato o sepolto.
L'alba rompeva. Un'alba buia, brizzolata di nebbia che il freddo
cangiava in ghiacciuoli. Non sole, non risveglio di quella vita del
mattino che tutto penetra, uomini e natura. Roma pareva in scorruccio.
Infrattanto, una moltitudine concitata di gente, che alla torre di
Cencio aveva tratto, vi stormeggiava intorno, e levava vasto ululato
chiedendo il suo pastore.
Per le feritoie e per le petriere, con forte scarica di frecciate e di
sassi, e con la voce è loro intimato di allontanarsi. Il corruccio del
popolo dirompe. Tutti quei curiosi, o neghittosi, o pietosi ed anche
divoti, si cangiano in partigiani. Essi accostano alla torre un
battifredo, protetti dai pavesi, ed intendono a travagliare le mura,
forare la torre. Poi, di quella breccia il torrente trabocca dentro.
--Il papa! il papa! gridavano taluni.
--Che papa e papa! rispondevano altri, non ne vogliamo altri che _il
papa dei pazzi_.
--Uccidete quanti son dentro, sclamavano di un lato.
--Risparmiate almeno le bestie, facevano eco da un altro.
--Mai no, mai no, perchè allora dovreste tutti salvarli. Uccidete,
bruciate--e lasciate le femmine, onde ristorare lo spirito
all'allibito pontefice.
--Date a me che possa sfamarmi di codesto Cencio.
--Ohe! udite Stefano che vuole sfamarsi!
--Farai magro pasto, Stefano; chè tu sei un lupo e Cencio un
mingherlino non più grosso di una corda da liuto.
--Ti mangi la rabbia! mi hai rotte due costole coi gomiti.
--Largo, largo, io porto il fuoco per incendiare la torre: preme a me
delle tue costole dunque?
--Tanto meglio, chè ce li beccheremo arrosti costoro.
--No no; perchè, se brucerete, cosa prenderemo noi?
--Che prendere! ci cuculia costui! Il papa vogliamo, il papa.
--Che papa e papa! se l'han mandato all'altro mondo giù del Tevere!
Pensate a portare alcuna cosa a casa vostra, dico io.
--Demonii! mandarlo all'inferno per via d'acqua! Che giudizio!
--Il papa, il papa--morte a Cencio, morte a tutti.
--Che morte ci conti, un bischero? Peliamoli anche con un riscatto.
Il pontefice intanto era stato trascinato nella stanza più riposta del
castello.
All'irrompere del popolo nel primo cortile, Cencio ed il vescovo di
Bovino lo minacciano di freddarlo del tutto se non si affacciava alle
finestre per allontanare la plebe. Ma alle minacce Gregorio sta sodo,
e non risponde parola, non dà a vedere segno di commozione o di
codardia.
Come però Cencio si avvide che principiavano a lavorare anche alla
porta con asce ed azze, e che i gangheri pericolavano di cedere,
supplica il pontefice per umili modi che volesse allontanare la
canaglia, la quale rotto eccidio minaccia. Alle maniere sommesse
Gregorio si piega. Approssimasi al balcone, quindi benedice quella
gente aggruppata nella corte, le ordina di ritirarsi ed ai capi che
venissero a lui, perchè si sarebbero aperte le porte. Ma quei di giù,
prendendo i cenni per inanimamento, si avventano di più rabbia alle
porte. Appoggiano scale alle mura per isfondar le finestre; appiccano
il fuoco alle stalle. Cencio allora sgomentato si gitta ai piedi del
pontefice e supplicandolo di perdono:
--Mercè! santo padre, sclama novellamente, mercè se ho oltraggiata la
vostra tremenda persona.
--Non avete oltraggiato noi, Cencio, risponde Ildebrando, perchè noi
siamo l'ultimo servo dei servi. Voi avete vilipesa la terribile maestà
di Dio; ed a lui volgetevi per dimandargli perdono.
--Se mi perdonerete voi, pontefice, mi perdonerà ancora Iddio che
giudica la terra col vostro consiglio.
--E siete voi pentito davvero, Cencio, oppure temete la giustizia
degli uomini, che è qui per dimandarvi ragione del sacrilegio?
--No, pontefice. Nella cecità della mente io vi avevo mal giudicato.
Io vi apponeva sentimenti che in voi non trovo adesso. Lasciatemi pure
allo sdegno degli uomini, se volete, ma voi perdonatemi, e
restituitemi la vostra stima; perchè io porterò mai sempre cordoglio
di aver vituperato un nobile e santo uomo.
--Ma non sarebbe codesta ipocrisia, Cencio, ed un proponimento di
voltarsi a vita migliore, come tante altre volte nelle angustie avete
fatto, e poi, uscitone, ricominciare peggio d'assai?
--No, pontefice. Io sono veramente addolorato di avervi offeso. I
vostri nemici vi avevano calunniato. Le opere vostre erano torte e
forviate. Io non vi aveva mai conosciuto sì da vicino e sì grande. Io
mi condussi a vendicarmi di torti che credetti aver da voi ricevuti
per sola malignità o per gelosia di potere, e per gusto che avevate di
altrui mal fare. Ma adesso....
--Ebbene, Cencio, noi vi perdoniamo, l'interrompe Gregorio. Solamente,
in pena del macchiato santuario, andrete in pellegrinaggio a
Gerusalemme. E con voi perdoniamo tutti i vostri compagni.
Intanto la plebe aveva gittate le porte, allagata la casa, e penetrava
nella camera del pontefice, e i ferri alzava sulla testa di Cencio,
del vescovo di Bovino e di Laidulfo. Ma Gregorio arresta loro le
braccia e dice:
--Alto, figliuoli; non potrete percuotere l'uomo pentito senza
peccare. Cencio ed i complici suoi sono stati perdonati da Dio e da
noi; perdonateli voi ancora.
E sì dicendo faceva loro riparo della sua persona, ed allontanava il
popolo, ringraziandolo dell'attestato di affetto che avevagli dato.
Eglino intanto se lo toglievano sulle braccia, ed acclamandolo,
giubilosi se lo recavano in trionfo per le contrade di Roma.
Cencio sfuggì. Ma i suoi servi furono morti, sperperate le sue
masserizie, bruciate le case, e messo a spada chiunque dei suoi si
trovò; saccheggiate ed arse le case dei complici. Il vescovo di Bovino
ebbe appena ventura di ripararsi novellamente a Roberto--dopo già aver
ferme parole di alleanza con Guiberto tra l'imperatore Enrico ed il
duca di Puglia, Calabria e Sicilia.
Fuggì pure Laidulfo.
Il pontefice tra le ovazioni del popolo era stato ricondotto a Santa
Maria Maggiore. E benchè gravemente ferito sulla fronte e nel braccio,
con tranquillità imperturbata di spirito, con solenne maestà, che
cento tanti lo faceva comparire più grande del consueto, perdona i
suoi nemici, canta il _Te Deum_ per render grazie a Dio di sua
liberazione, ringrazia il popolo di commoventi e soavi parole, e
finisce di celebrare le tre messe. Rientrava in fine al suo palazzo di
Laterno, allorchè gli si fa incontro Baccelardo che, reduce di
Germania, sulla via della quale noi lo lasciammo, recava pressanti
notizie. Egli si presenta a Gregorio e gli dice:
--Sire papa, venite al vostro gabinetto ed udrete. Io trascuro di
spazzolarmi la polvere, trascuro confortarmi di cibo; la mano di Dio
vuol provarvi.
LIBRO QUARTO
IL CONCILIO DI ROMA
I.
Canc mais tant nom plac iovenz
Ni pretz, ni cavalaria,
Ni dompnets, ni druderia.
FOLCHETTO da MARSIGLIA.
Gli è tempo ormai di vedere un po' più da presso Enrico IV, di cui
qualcosa abbiamo accennato innanzi, e di cui più spesso dovremo
favellare in seguito.
Pochi principi al pari di lui han suscitati più sdegni e spirito di
parte, lasciando dir tanto e tanto diversamente di sè. Su di costui
hanno pesato i più severi ed i più amari giudizii, le calunnie più
infami, i soprusi più codardi; nel tempo stesso che elogi molti gli si
fecero per nobiltà di maniere, per generoso sentire, per prodezza in
guerra, magnanimità e fasto principesco. Una storia senza passione di
Enrico ancora non avvi, perchè a lui si annette grande lite, ed il
mutamento che subì la constituzione civile del mondo. E questo
mutamento è tale, che le odiosità, anche adesso, non sono ancora
cessate, sebbene i tempi e per gl'imperatori di Lamagna, e pei
pontefici non fossero più gli stessi. Noi esporremo i fatti, ed i
nostri lettori giudicheranno secondo l'indole loro. È storia questa
che narriamo, e senza collera, senza affetto, senza passione veruna la
narriamo--_Io parlo per ver dire._ Chi con la storia conserva broncio,
salti questo capitolo.
Enrico IV, alla morte del padre Enrico III il Nero era restato
fanciullo di cinque anni, sotto la tutela della madre Agnese, e la
direzione dei vescovi. L'imperatrice si abbandonò tutta al vescovo
Enrico di Augusta. Ella gli abbandonò il governo, e taluni dissero
anche la persona. Sia come vuolsi, il favorito stomacò i principi di
Lamagna per la sua strabocchevole ambizione e tirannia, e questi,
unitisi a consiglio, primi gli arcivescovi Annone di Colonia e
Sigofredo da Magonza, trassero dalla loro molti altri e decisero di
sottrarre Enrico alla tutela della madre e del cortigiano. Con
ingegnoso trovato, che per poco al giovane imperatore non riuscì
fatale, l'arcivescovo di Colonia lo tenne nelle sue mani. Ed
avvegnachè libero lasciassero le briglie alle passioni di lui,
tumultuose, ardenti; pure, perchè severo uomo talvolta quel di Colonia
sapeva mostrarsi, venne a fastidio ad Enrico, per tutto sdilinquire a
favore di Adalberto arcivescovo di Brema, lo più stravagante ed
originale uomo di Germania. Questi, curioso impasto di virtù e di
vizii, di grandezze e di buffonerie, lasciava disgocciolare
l'imperatore nelle libidini ed in ogni maniera di brutali passioni,
onde rassodarsi nel favore di lui e le cariche tornar venderecce, le
provincie mettere a ruba, gli onori per sè tutti carpire, i poteri in
sè tutti concentrare.
La nazione intanto si sgruppava dalla soggezione con la quale Enrico
III l'aveva avvinta; ed apponendo ogni odio di opere alla corruzione
del giovane sovrano, si disuniva per levarsi a tumulto. Segnatamente
perchè le finanze dell'impero impoverivano sensibilmente, tra per lo
scialacquo di Enrico, che non aveva misura nel donare alle chiese e
prodigare pei suoi piaceri, tra perchè l'arcivescovo voleva aprirsi
agio ad empire in colmo i suoi progetti di signoria. I maggiorenti
dell'impero allora si avvicinarono e fecero intimare ad Enrico il
decreto di comparire alla dieta universale di Tribur, onde deliberare
o di rinunciare allo scettro imperiale, o di levarsi di dosso la mala
peste dell'arcivescovo di Brema--con quello stesso decreto posto a
bando dell'impero. L'imperatore comparve alla dieta. L'arcivescovo fu
cacciato dalla corte tra gli scalpori insolenti della plebe, ed il
governo della Germania ripassò nelle mani dei vescovi.
Nel 1067, dell'età di diciassette anni, Enrico sposò Berta figliuola
di Ottone, margravio di Susa, fanciulla d'intendimenti soavi, di
bellezza incantevole. Queste nozze nel 1056 aveva aggiustate Enrico
III, passando per Zurigo. Ma il suo figliuolo vi si era recato mal
volentieri, obbligatoci da' principi di Germania, fosse perchè e'
gradisse meglio la vita di scapolo in libidini vaghe, fosse perchè
davvero, come confessarono entrambi quando dimandarono divorzio,
ripugnanza invincibile li straniasse, al segno che insieme giammai non
giacquero. Sia come si voglia, questo divorzio suscitò guai e querele
molte, ma non mai fu legittimato nè dalle diete dello impero, nè dal
pontefice.
I tempi intanto correvano per la Germania forti e calamitosi. In tutto
quanto concerneva l'impero, o una parte di quello, tutto ciò che si
riferiva ai principi, ai signori, agli Stati generali del regno,
quanto aveva rapporto alle constituzioni, alle leggi, ai trattati di
pace e di guerra, era stato sempre costume tenerne consiglio coi
principi ed i deputati delle province cui più importasse l'esito della
deliberazione. E dietro i loro suffragi ed il consenso dei popoli,
emanavasi il decreto. Concorreva così, con la volontà dell'imperatore,
il voto dell'intiera nazione. E siccome i re, giudici supremi di
questa, amministravano la giustizia di per sè, e' non avevano
residenza stabile, viaggiando di città in città, e convocandovi le
diete generali, alle quali ogni nobile dell'impero aveva obbligo
intervenire. Enrico, benchè non si scostasse da tali consuetudini,
soffriva male l'annullamento o la temperanza del suo consiglio,
conciossiachè poi dall'avviso delle diete giammai disconsentisse. Non
pertanto i torbidi sorsero. I Turingi in prima, per non pagare
indebita decima all'arcivescovo di Magonza Sigofredo; i Sassoni in
seguito, perchè Enrico aveva eretti a cavaliere sui cocuzzoli delle
loro montagne innumeri castella, dalle quali, come da ladronaie,
calavan giù masnade di soldati a dar lo sperpero e disertare colti e
borgate; gli Svevi per ultimo, anch'essi scorrucciati per non pagare
insolito tributo, ed altre gravezze di usure e di balzelli.
La rottura di Enrico coll'arciduca di Baviera Ottone II di Sassonia
della casa Boimenburg-Nordheim, le male intelligenze con Rodolfo duca
di Svevia, e Bertoldo Zahringer che accennavano volersi quando che
fosse levare a capi delle rivolture; il trattato con Sveno III di
Danimarca, mediante il quale questi si obbligava a sussidiarlo nelle
guerre coi Sassoni, egli stracciare dalle frontiere di Germania quel
paese che affronta i confini di Danimarca e cederglielo; l'occupazione
infine del castello di Luneburg, accelerarono lo scoppio della guerra
civile.
Nel 1073, per la prossima festa di San Pietro e Paolo, Enrico aveva
invitati a Goslar i grandi di Sassonia ad una dieta onde consultare di
affari del regno. Però come i conti, i duchi, i vescovi, gli
arcivescovi, gli abati si erano accolti nel palazzo imperiale all'ora
prescritta, fu detto loro di attendere un momento ancora, perchè il re
giuocava agli scacchi! Quei signori frementi aspettarono fino al
tramonto. Allora un sergente del re comparve ed impose all'assemblea
di sciogliersi, perchè Enrico già cavalcava parecchie miglia lontano
di Goslar. A tanto affronto, i nobili sassoni non si sarebbero
rattenuti dallo scoppiare, se la prudenza del margravio Dedi non li
avesse acquetati. Ma la notte si accolsero a clandestino congresso in
una chiesa, e quivi, rammentando gli oltraggi inflitti ai nobili, le
miserie dei borghigiani, il guasto del paese, l'attentata libertà
della patria, ruminando cosa volesse significare la guerra bandita già
contro Polonia, stabilirono per loro editto convocare in Nockmeslau il
popolo, convenirvi essi stessi, e quivi decidere della fortuna delle
provincie.
Nel dì prefisso, folla immensa di nobili e di plebe vi trasse. Il duca
Ottone di Nordheim, che si era allogato a presidente dell'assemblea,
salito sur un poggio, pronunciò gravi parole con le quali le miserie
del paese descrisse e degli arbitrii stravaganti di Cesare si querelò.
A quelle franche e magnanime parole si destano altri baroni ed
ecclesiastici per accusarlo di più gravi e violenti attentati, e si
risolve, o con le armi alla mano perire tutti, o francheggiare la
Sassonia di ogni sopruso, e ricusarsi per la spedizione di Polonia. Si
toglie quindi uno spicchio di tre di quei gravi senatori della
provincia ed a Cesare si manda in oratori a Goslar.
Il resto dei signori di Germania caldeggiava per Enrico. All'arrivo
dei legati dei baroni, egli li riunisce a consiglio nella reale corte,
ed il sire di Nordheim parla:
--Nobilissimo re, il popolo di Sassonia, non ultimo fra le nazioni
dell'impero per la gloria e per la fede, vi supplica a rendergli
l'antica libertà del paese, gli antichi privilegii. Uomini stranieri,
toltisi dalla bruzzaglia per imbratto di perfide pratiche, la fanno da
signori a casa nostra, ed i beni, le persone, la libertà, l'onore
trattano come roba da rubello. Monsignore, se voi ci lasciate la
integrità delle antiche costumanze e l'onore, saremo il popolo più
fedele e divoto delle vostre provincie. Sempre in punto d'armi contro
le orde de' Luitici che tribolano le nostre frontiere, vogliamo essere
dispensati dalla guerra di Polonia. Vogliamo inoltre tornati a libertà
i principi sassoni tenuti prigioni per non giudicata colpa di
fellonia. Vogliamo demoliti i castelli dalle vette dei monti nel cuore
del paese e sbrattate le guarnigioni; giudicati dalla dieta i principi
spogliati arbitrariamente di dominii, e rifatti de' danni
gl'innocenti. Vogliamo ancora, monsignore, che anche voi portiate la
vostra residenza in alcun'altra delle vostre provincie, perchè la
Sassonia vi ha fatte le spese fin da fanciullo: che bandiate
dall'impero i cortigiani venali e traditori, i quali pericolano la
pubblica salute: che l'amministrazione delle cose dell'impero si
affidi ai principi del regno, perchè l'erario non si sperperi, non si
corrompano i giudizii: che la corte fosse purgata da concubine,
richiamata l'imperatrice, il vostro mal costume, omai maturo di anni,
mutato. Di questo vi supplicano i Sassoni, sire, e per quell'eterno
Iddio che confessate, vi scongiurano di esaudirli. Imperciocchè se voi
incaponito userete della spada contro di loro, essi ancora sanno
trattarla, e morire per la libertà e la salute del paese. La nazione
vi ha giurato fedeltà, perchè anche voi giuraste reggere i popoli
nella giustizia; conservare le leggi ed i costumi degli antenati;
proteggere a ciascuno i dritti, la dignità, i beni. Se voi violate il
sacramento, in noi cessa l'obbligo di obbedirvi, e subentra il dovere
di farvi guerra. E sì faremo, sire, sì faremo, finchè sarà vigore
nelle nostre braccia, finchè non vedremo la libertà della patria
restituita.
Questo franco ed ardito dire--ahi! troppo ignoto adesso--eccita la
collera di Enrico, di temperamento vivo ed avventaticcio. Nondimeno si
contiene e con un cotal suo beffardo ghigno risponde: