cuscini di velluto porporino. Era vestito di bianca tonica di lana di
Cipro, con la stola ricamata di croci d'oro bellamente sul collo
ripiegata, addosso negligentemente gittata rossa cappa, in testa il
berretto di velluto di Costantinopoli, porporino anch'esso, i piedi in
papuccie bianche con sopravi ricamate in oro l'ostia e la croce. Aveva
la mano cacciata nella profusa e lunga barba, il gomito appoggiato ad
un tavolo, lo sguardo severo perduto nell'avvenire, la fronte
annuvolata come una notte di gennaio. Aspettò quest'uomo singolare.
Laidulfo, appena intromesso, fa cenno a tutti di tirarsi fuori, avendo
a favellare di cose al papa solamente da rivelarsi. I cortigiani di
Gregorio stettero dubbiosi nell'obbedire perchè nulla di rassicurante
aveva lo Zanni nella persona: ma Gregorio, che in Dio fidava e di
paure femminili andava immune, comanda a tutti di uscire. Allora
Laidulfo toglie un seggio e si asside anch'esso. Ildebrando stupefatto
di tanto inconsueto ardimento, curioso lo guarda fare, poi dimanda:
--E così, figliuolo, in che mai ti possiamo noi esser giovevole?
--A me in nulla « risponde Laidulfo sfrontatamente » io vengo per tuo
vantaggio, Gregorio.
--Innanzi tutto, quell'uomo, dicci chi sei?
--Mi chiamano Laidulfo lo Zanni. Fo il mestiere di sicario, di
buffone, di spia, di corriere--tutti i mestieri per camparmi con la
mia figliuola. Mi battezzarono quando era bambino. I giudei mi
circoncisero, perchè ho dovuto vivere in mezzo di loro. Gli zingari mi
hanno insegnato a rubare. Ho percorsa tutta Italia e mezza Europa,
visitando fiere e santuarii, vendendo specifici, lattovari e veleni.
Servo chi mi paga, per quantunque accetto una paga, se mi calza. Amo
il sole, la vita orizzontale, le belle femmine, le belle feste, i
boccali spumanti di _lacryma Christi_, i bei colpi di lancia, i bei
tumulti di popolo, le belle cacce... Eccoti in due parole chi sono
oggi. Un giorno io era Giordano figlio di Landolfo principe di Capua
spogliato dai Normanni.
--Tu sei dunque quel figliuolo che lo sfortunato Landolfo perdè senza
mai più udirne novella?
--Io appunto; ti dà forse maraviglia, pontefice?
--Ed ai Normanni, che il tuo patrimonio usurparono, hai tu perdonato?
--No; perchè sta scritto: _al tuo nemico non perdonerai in eterno_. Ma
poichè la biada non si falcia che matura, aspetto.
--E se muori?
--Il prefetto di Roma, Crescenzio, del tradimento di Enrico II fu
vendicato da sua moglie. Io nudro una fanciulla, più bella della
Rachele del beato Abramo e della Sulamite di Salomone. I giudei sono
maestri in fabbricare medicine contro tutti i mali, eccetto la lebbra
che è castigo del Signore; ma e' sanno meglio fabbricare veleni
sottili e possenti, cui neppure il volere di Dio annulla. Guaidalmira
li conosce tutti.
--E pensi?
--Che t'importa saperlo?
--Cosa dunque sei venuto a chiedere qui?
--Ecco. Mi hai dimandato che fossi, chi fossi, ed hai fatto bene. Ora,
dimmi, non ti sembro io nato tagliato per farne un vescovo?
--Scellerato! grida il pontefice rizzandosi sulla persona e puntando
il pugno alla tavola, chi ti ha dunque mandato qui per venirci a
contristare di codeste infami parole?
--Nessuno; perchè io non obbedisco a chicchesiasi, fuori di me.
--Va via di qui, via subito, se non vuoi che ti facciamo frustare fino
al sangue.
--Acquetati, ser papa, chè io non mi spavento di nulla; e stammi ad
udire. Il vescovado di Oria è vacante; io sono stanco di una vita
randagia e stentata: fammi dunque vescovo d'Oria.
--Ancora?
--Ancora--e devi rendermi mercè che così temperato io mi sia nelle
voglie. Se ti avessi dimandata la tua temuta tiara, se ti avessi
domandato le tue due famose chiavi, se ti avessi richiesto del cranio
degli apostoli, tu avresti dovuto prender tutto e darmelo, ed ancora
in debito mi saresti restato.
--Ma in nome di Dio! cosa è dunque che tu vuoi dire?
--Ah! non hai ancora capito? Voglio essere vescovo d'Oria, di Parma,
dell'inferno insomma, di dovunque; ed in compenso ti svelerò una
coppia di segreti, che tu dovresti dare tutto quanto il tuo
ponteficato e due terzi dell'anima per saperli.
--Ah! non si tratta che di questo?
--Se non t'importa saperli, io ti reputo un semplicione, avvegnachè tu
sappia tanto dentro nel latino e nei santi Padri, ti saluto e vado
via.
--E codesti segreti che riguardano?
--Eh! eh! mastro Ildebrando, mi hai dunque in conto di tanto gonzo che
io ti dica così degli affari miei? Se fo lo scimunito, gli è perchè mi
ricordo della storia di un certo monsignor Bruto, così mi pare che si
chiamasse, il quale faceva da cappellano in casa del vescovo di Roma
san Tarquinio. Ebbene, diceva il mio maestro che costui un giorno...
--Sappiamo il resto.
--Meglio per te, perchè il resto veramente io l'aveva già dimenticato.
Dunque se tu vuoi sapere i fatti miei, devi darti adesso la fretta di
venirmi a consacrar vescovo, e ti dirò tutto fil filo; altrimenti...
--Altrimenti puoi andar via, s'interrompe Gregorio pacatamente, perchè
dei tuoi segreti non curiamo nemmanco una buccia di porro.
--Dici da senno?
--Galantuomo! ricordati con chi parli perchè l'hai di già troppo
spesso dimenticato.
--Ed io aveva costui in concetto di grand'uomo! sclama fra sè Laidulfo
grattandosi lentamente il cocuzzolo. È la prima volta che debbo
confessare che sono davvero un imbecille, come tutti mi dicono.
--Non hai dunque inteso? I tuoi segreti non vogliamo sapere. Se essi
riguardano la nostra persona, non potrà per fermo accaderci più o meno
di quello che vuole Iddio: se toccano le opere nostre o d'altrui, noi
confidiamo nelle nostre forze, nella giustizia nella provvidenza del
tempo. L'uomo semina gli eventi, Dio li matura. Va via.
--Ascolta; tu rispondi così perchè ti figuri che io voglia vantaggiare
per me: vivi in errore. Quando avrai saputo di che si tratta mi dirai:
Laidulfo, tu sei l'uomo più modesto di questa terra. Se io dimando
mercede al servigio, gli è perchè ciascuno deve vivere del suo
ingegno, e perchè la mercede ho trovata già. Del resto, io sono uomo
di coscienza: agisco sempre così, e mi metto sempre sulla misura del
premio e del servizio. Io non cangio sistema. Non hai voluto sapere
dei miei segreti? Peggio per te. In questo mondo si vende tutto,
dall'anima alla corona, dall'onore ai vecchi cenci; troverò chi li
compri, e chi sappia profittarne. Ricordati solamente, papa Gregorio,
che ti ho profferti i miei uffizii.
--Sta bene: ritirati.
--Dimmi solo se sei fermo nel tuo proposito di rifiuto.
--Fermo.
--Ed è l'ultimo tuo pensiero?
--L'ultimo: ed esci.
--Bisogna dire, o che sei un grand'uomo o uno scemo. Io aveva della
simpatia per te, perchè ti sapevo ostinato e temerario nelle
ambizioni, voleva farti del bene. Hai ricusato? Sarà dunque questo il
volere di Dio, e non ci è che fare. Buon giorno, Ildebrando: Iddio ti
protegga.
E sì dicendo Laidulfo si alza ed avviasi per partire. Gregorio lo
richiama.
--Ah! ah! « sclama Laidulfo » ti sei rammollito? Già, l'umana natura se
la cacci dalla porta rientra per la finestra! L'uomo non sa essere che
codardo.
--Rispondi qui: non vorresti tu mutare la condizione del premio? Se ti
dessimo oro, se ti facessimo valvassore di qualche terra, non
riveleresti i tuoi segreti? Ben inteso però che essi siano
interessanti come li spacci?
--No, ser papa. Se accettassi altro compenso, anche maggiore, si
direbbe che Gregorio, testardo contro di cui niun uomo è mai tornato
vittorioso, Gregorio capotico, ha vinto anche Laidulfo, di cui non si
diede mai nè uomo nè mulo più caparbio. Signor no. O Laidulfo espugna
Gregorio ed è fatto sull'istante vescovo d'Oria, o nulla: ed il
segreto rimane con me.
--Il vescovo è un ministro di Dio, ed il ministero di Dio non si vende
nè si dona per fini umani. Non vogliamo saper nulla.--Va via.
--Eh!! hai deciso?
--Sì.
--Possa non pentirtene un giorno.
Laidulfo parte. Gregorio resta lungamente mutolo, assorto a
considerare, poi sclama:
--_In manus tua, Domine, comendo spiritum meum_--e si rassegna.
Laidulfo intanto riparava a casa, nel tempo stesso che vi rientrava
Guaidalmira.
--E così? dimanda Laidulfo.
--Benissimo « risponde la giovinetta ».
--Benissimo, che cosa?
--Ma! Indovinava la sorte a numerosi palafrenieri di una corte,
allorchè un enorme abate è venuto giù per condurmi innanzi a
monsignore che mi aveva guardata dalle finestre.
--Codesti birbi passano la loro vita a sbirciar cantoniere.
--Birbo no, ei mi va... Un bell'uomo! rosso, robusto, vivo, occhi
turchini, il sorriso sulle labbra, una bella barba rossigna, una
fronte d'imperatore... un bell'uomo davvero! alto, maestoso, ed una
mano che giammai a dama di castello ne ho veduta più bella, più
bianca, più eloquente. Io esaminai quella mano che parlava proprio,
provocava come gli occhi suoi scintillanti, e senza stento, tutta
sorpresa ed abbagliata sclamai: Monsignore, voi sarete papa!
--Già! costoro vogliono essere tutti papa: la s'intende. E poi?
--Quel barone sorride di tutto cuore e mi bacia sulla fronte e sulle
guance.
--Ma quante volte debbo dirti che ti guardi di codesti baci? « grida
Laidulfo » Il bacio di un uomo brucia la faccia delle fanciulle.
--Sì babbo: ma che poteva io farci? Quegli d'altronde fe' darmi dieci
bei bizantini e mi comandò che andassi a trovarlo tutti i dì.
--Come si chiama costui?
--Che so--lo dicevano l'arcivescovo di Ravenna.
--Lui? « sclama Laidulfo sorpreso e resta un istante mutulo: poi
soggiunge » Guaidalmira tu non ci andrai--decisamente, no, non ci
andrai.
--Sì babbo « risponde la giovinetta ».
Ed intanto cacciava di sotto il gamurino una soffoggiatella, ed
imbandiva sulla tavola alcune croste di pasticcio, della carne arrosto
ed altri frusti di desinare comprati alla trecca.
Allora si udì picchiare all'uscio.
--Entrate « disse Laidulfo, sedendosi ad uno scanno per dar
cominciamento al pranzo ».
Erano due persone imbacuccate fitte fitte nel mantello, una che
portava in mano preziosa fiala di nanfa ed odorava, come fosse
costretto respirare aria palustre, l'altra che restò alla finestra del
corridoio a guardar nella corte.
La casa che abitava Laidulfo era una topaia in vasto, nero e sdrucito
edifizio. Vi si saliva per lunghissima e tortuosa scala che metteva
capo in un corridoio, alla cima del quale era una finestra ed una
porta. La porta introduceva al bugigattolo di Laidulfo; la finestra
dava sulla corte.
La persona che vi era restata, guardava tutto attento una processione;
perchè di rincontro a lui, ad un angolo della corte, si vedeva aperta
una cappella o chiesetta.
Precedeva la croce, seguivano dei preti vestiti solamente di cotta e
di stola nera, altri di piviali e dalmatiche anche nere: poi due
becchini o monatti con una barella sul dorso, e dietro il popolo. Ma
qual popolo? Gente vestita a metà di sacco nero; parte della quale
aveva la pelle brizzolata come quella della tigre, a chiazze gialle o
rosse sparse per tutta la persona, larghe e spesse; parte coverta di
macchie annerite già, duro il cuoio come quello dell'elefante, gonfio
il naso, le sopracciglie cadute. Altri di maggior numero, avevano
queste impronte coperte di squama bianca, come il ventre del luccio.
Altri infine carichi di ulcere sordide, la fronte tubercolata a porri
violacei, il naso gonfio, cadute le unghie ed i capelli, varii punti
della persona ingangreniti, gli occhi vitrei ed immobili. Atterrito e
stomacato dall'aspetto di quegli esseri, i quali della classe umana
non avevano ormai che la coscienza di loro degradazione ed i dolori
atroci che non li lasciavano posar mai, quel signore, quasi per
riposar lo sguardo, lo volse alla barella dei monatti, credendolo
volgere ad un cadavere. Ma il raccapriccio aumentò. Perocchè i
monatti, giunti avanti l'altare, poggiano a terra la bara, ed un
residuo d'uomo vi si rizza sopra a metà.
Non aveva capelli, la testa coperta d'ulceri sordide, il volto
turgefatto e difforme in guisa d'aver perduto l'aspetto umano per
pigliar le somiglianze del lione, con i medesimi grossi tratti, le
medesime sporgenze degli zigomi, il resto del corpo ammagrito, vizzo,
labefatto, coperto solamente di cuoio squamoso, nerastro, ulcerato, le
estremità ingrossate e fatte torpide ed inflessibili. Questo
disgraziato, spogliato de' suoi panni, mentre i preti cantavano il _De
profundis_ fu vestito di nero sacco e bagnato d'acqua lustrale. Poi lo
tornarono a stendere come morto sulla bara, onde avvertirlo: che il
mondo si separava da lui; che non poteva entrare in altra chiesa fuori
di quella, non in mulino, non in forno pubblico e tremolasse pure di
freddo nel fitto gennaio; non lavarsi le mani in fontane o ruscello;
non toccare oggetti o derrate che con l'estremità di una bacchetta
armata di tre tabellette di legno per far rumore; infine non togliersi
più di dosso il nero cencio, che all'esecrazione pubblica lo
designava, neppure per discendere nella fossa. Quegli insomma era un
lebbroso. L'edifizio in cui dimorava Laidulfo e la sua figlioccia un
lebbrosaio.
La terribile malattia della lebbra sparsero in Europa i palmieri
reduci di Terra Santa, dove questo morbo era indigeno; ed in Europa si
mantenne lungamente, malgrado i lazzaretti che la pietà dei cristiani
alzò fuori le porte della città, dotò di ricchi lasciti, ed affidò
alla condotta di pietosi sacerdoti.
Quel signore dunque inorridito a tanta stomachevole vista entra
precipitoso nella camera di Laidulfo ed ode il suo compagno che
dicevagli:
--Dunque stai fermo?
--Sì, monsignore, risponde Laidulfo; basta che mi paghiate.
--Innanzi?
--Questo è il mio sistema, monsignore: ciascuno regola casa sua come
gli torna.
--La bisogna deve mandarsi ad effetto stanotte.
--Anche adesso per parte mia. Ora sono tranquillo di coscienza.
--Eccoti dunque i cento danari patteggiati. Ma guardati di trufferie e
di tradimenti, perchè sarebbero gli ultimi di vita tua.
--Salvo che morte anteriore non m'impedisca, non temete di nulla. Voi
trafficate con un uomo onesto che vuole acquistar pratiche.
--Sta bene. Al palazzo di messer Cencio.
--Non vi occorre altro? andate in pace, se tuttavia non volete
partecipare al nostro povero desinare.
Quei signori partirono.
La notte tutte le campane di Roma suonavano per la messa di Natale,
allorchè il cardinale Ugo Candido, il vescovo di Bovino e Cencio,
levandosi di botto dalla tavola dell'arcivescovo di Ravenna, da lui si
accommiatano. Guiberto resta maravigliato del loro allontanarsi
dall'orgia così presto; ma il vescovo di Bovino gli si accosta
all'orecchio e pianamente gli susurra:
--Tranquillatevi, monsignore, ritorneremo subito. Andiamo ad uccidere
papa Gregorio nella chiesa di Santa Maria Maggiore, e saremo
qui.--Tranquillatevi.
IV.
Sangue sitisti, ed io di sangue t'empio.
_Purg._ XII.
Come Laidulfo si fu allontanato da Ildebrando, per tutto il dì questi
restò in una specie di assorbimento di spirito, che non era meditazione,
ma vago raggranellare di fatti, di pensieri, di fisonomie, di memorie
che per interna visione gli passavano davanti come quadri senza nesso e
senza principii, da cui non sapeva cavare construtto. Ed egli si
abbandonava al pendío di quelle idee senza menomamente sollecitare la
volontà per dare loro ordine o scopo. Era una stanchezza della
continuata tenzione delle potenze dell'intelletto, una rivolta dei
pensieri sempre dominati e diretti ad un fine. Ildebrando non si fece
violenza per uscire da quel semi letargo contristato da sogni
indefiniti. Si compiacque anzi tuffarsi in quel voluttuoso e trascurato
deliramento. Solamente rivedeva con pena le sembianze del padre suo,
come le aveva vedute negli ultimi momenti della vita di lui, e sentiva
l'eco intima di quella voce che gli diceva: Guiberto ha miglior cuore
del tuo, Ildebrando; riconciliati con lui, che io vi benedirò dal cielo!
Quelle parole lo molestavano. Perchè nulla mai di amichevole gli era
derivato da quel suo fratello, il quale, bizzarro, corrivo, temerario, e
nell'ira crudele, come il suo cattivo genio, se lo aveva trovato allato
in tutti i punti i più dolorosi della vita. E maggiormente e' ne sentiva
il tormento, perchè quello che il padre loro, il bravo Bonizone,
chiamava dolce cuore, egli definiva per ipocrita ironia, per istinto
satanico di far il male. Ildebrando, fuso tutto d'una tempra, con un
armonico lusso d'interna organizzazione, non sapeva comprendere, e mal
si persuadeva della stravaganza di certe nature che incedono in perenne
opposizione nei voleri e nei fatti della vita. Egli in certo modo,
benchè lo predicasse tanto, non ammetteva nei suoi severi principii il
pentimento, e lo dileggiava. Perocchè l'uomo che si è cacciato una volta
per cammino qualunque, quello deve percorrere con perseveranza fino alla
cima, ed o risultare vincitore o perire. La sua vita si condusse su
questo modello.
Sul fare della sera però prese le briglie del suo pensiero in quelle
corse vagabonde, e, come se uscisse dal sonno, si rimise ed orizzontò.
Allora tutte le facoltà della mente si allucidirono. E' si ricordò
della scena con Laidulfo, e si maravigliò con sè stesso di quella
specie di affatturamento che quell'uomo sovra di lui aveva gittato, e
come e' si fosse stato ad udirlo. E si rammentò pure con rammarico
che, per conoscere quei due formidabili segreti, si era condotto fino
ad offrirgli non sapeva più qual premio, ma un premio sicuramente, e
tollerare da lui franchezze che puzzavano d'insolenza e di sopruso.
--Mio Dio, perdonami, egli pregò; in un momento di debolezza ho potuto
dubitare che l'uomo alcuna cosa influisca sul corso dei destini da te
stabiliti. Stolto! _Quis contra Deus?_ Tu l'hai detto e la tua parola
è infallibile. Io cammino sulle tue vie, o Signore. Ho commosso il
mondo facendogli sentire il vigore delle tue leggi, perchè il mondo
viveva sotto il dominio di Satana; perchè il mondo adorava idolo
falso; perchè riconosceva e venerava altro potere fuori di quello del
tuo luogotenente; perchè altri davano leggi fuori di costui, e davano
leggi che giungevano ad insultarlo, a pigliarsi gabbo di lui. Signore,
non far trionfare i tuoi nemici. La mia carne, la mia ragione si
conturberebbero. Potrei dire nel dolore: _non est Deus!_ I miei
principii sono i tuoi; le mie glorie saranno le tue. Se io soccombo,
l'amaritudine mi ucciderà, ma tu soccomberai con me; ed i popoli
correranno senza legge e senza lume. _Sorgi, Signore, ed i tuoi nemici
più non saranno._ Io mi sono rassegnato, mi sono rassegnato a tutto,
ma non mi acqueterò mai, o Signore, finchè non mi sarò vendicato ed
avrò stritolati come cenere i tre perversi che contro me e contro te
hanno sollevata la cervice. Io li commetto all'ira tua--ramméntati,
Signore, di Roberto Guiscardo, di Enrico di Germania e di Guiberto.
Distruggiamoli. Sottragghiamo Italia al dispotismo straniero. Il sire
d'Italia siamo noi.
Indi e' tolse alcun cibo, e si mise a scrivere di quelle potenti sue
lettere, sia per edificare qualche fedele, sia per atterrire qualche
ribelle, sia per consolare qualche popolo, o per esortare i
vacillanti--lettere esuberanti di apostolica carità, di severo sdegno
contro il vizio, di dolcezza e di mansuetudine, lettere che lusingano
tutte le vanità dei potenti, che li richiamano a dovere, che la
superiorità della Chiesa sull'universo portano impressa ad ogni linea;
ma nelle quali non si trova nè l'Ildebrando della storia, nè il
Gregorio. Ed era intento a questi studii, quando ode le campane di
Roma che invitavano alla chiesa i fedeli per la celebrazione delle
funzioni del Natale. Allora Ildebrando mette tutto da parte ed
avviluppatosi in bianco mantello, alla chiesa di Santa Maria Maggiore
si avvia accompagnato dai prelati della sua corte.
Era una notte orribile. La grandine, il vento, i lampi, atterrivano;
le strade erano ghiacciate; mettevano i passaggieri in pericolo di
sdrucciolo. Un buio fitto e denso, un muggito sordo e lontano di
tuono; ed in mezzo a tutto quel corruccio della natura, la squilla
prolungata della campana, più argentina, più malinconica. Pochissima
gente però si era avvisata di lasciare i riscaldati ricoveri, e
recarsi a laudare il Signore che nasceva. Massimamente perchè, in quel
parteggiare di cittadini ed accanire di fazioni, non mancava mai alcun
tumulto, delle battacchiate sovente, sovente delle uccisioni. Così che
parte pei ghiacciori, parte pel buio, parte infine pel tumultuare dei
violenti, si tennero a casa sicuri, ed i tempii lasciarono deserti. Ma
di gente non mancava a Santa Maria Maggiore, dove sapevasi che il papa
si sarebbe condotto ad uffiziare. Infatti Gregorio, che non temeva nè
il broncio degli uomini nè quello della natura, anzi provava solletico
a bravarli, dalla porta della chiesa profusamente illuminata intravide
molta gente già dentro, molt'altra affollarvisi. Avvenne però che in
quella calca, sul mettere il piede alla soglia, una giovinetta gli si
facesse avanti, e cacciatasi ardimentosa fin presso la sua persona:
--Papa Gregorio, supplicò, tornate indietro, in nome di Dio!
--Dio ti benedica, figliuola, risponde Gregorio, terribile con i
forti, mansueto coi poveri: non ti occorre altro da noi?
--Papa Gregorio, tornate indietro, insiste la giovinetta, uditemi, io
non sono degna di favellarvi, ma uditemi.
--Ma perchè, figliuola mia?
--Santo pontefice, non posso dirvi di più. Tornate addietro; siete
ancora a tempo: potete ancora andarvene incolume.
--Chi recede dalla via del Signore, risponde Gregorio rivolgendosi al
suo seguito, pecca contro la provvidenza e la misericordia di lui. Sii
benedetta, figliuola, lasciaci il passo.
E sì parlando entra nel tempio.
Guaidalmira, chè dessa appunto aveva tenuta la porta al pontefice,
resta fredda ed attonita; poi si stringe nelle spalle e sclama:
--La volontà del Signore sia fatta!
E si accuccia in un angolo della chiesa per udirvi la messa
Il pontefice comincia la celebrazione. Tutto era tranquillo nella
chiesa; tutto inspirava severa solennità--l'istesso canto dei cori,
fuori del quale nè altra voce, nè altro rumore si udiva. Gregorio,
dopo l'evangelo, parla al popolo la parola di Dio; poi si comunica, e
comincia a comunicare gli astanti. Quand'ecco precipitoso entrar nella
chiesa un uomo tutto ravviluppato nel mantello, col cappuccio di esso
tirato sul capo, ed i becchetti ripiegati sul volto. Egli gira intorno
sguardo inquieto, poi si presenta all'altare onde anch'egli
comunicarsi. Il papa, assorto nella santità del ministero, non si
avvede di nulla. E' profferisce le parole consuete, ed accosta l'ostia
allo strano divoto. Ma questi sul punto di assumerla, mormora:
--Sálvati, Ildebrando, gli assassini sono qui.
Quella voce fa dare un sussulto a Gregorio. E' si ritrae indietro
inorridito; il corpo di Cristo gli cade dalle mani. Non ode ciò che
dice colui: conosce solamente la voce e grida:
--Indietro, scellerato, indietro, sacrilego profanatore delle sante
cose; indietro, Satana, indietro; chè le mura del tempio si scrollano,
il Dio di Isdraello ruggisce--indietro, indietro, indietro.
--Ma sálvati, per Dio, ripiglia l'altro, sálvati, Ildebrando!
--Allontánati, empio! prosegue Gregorio con le mani levate al cielo,
minaccioso, acceso nel volto e nello sguardo, la voce tonante,
terribile, inspirata, radiante di fiamma elettrica come le onde del
mare nella tempesta; esci dalla casa del Signore che hai polluta come
postribolo, hai venduta come schiava. La misericordia di Dio è stanca,
è impotente a redimerti, t'abbandona, ti condanna. E tu, popolo di
Dio, uccidi, sbrana, dissipa i suoi nemici.
A questa selvaggia apostrofe il penitente resta pietrefatto. Egli alza
gli occhi sul volto del pontefice e lo vede corruscare negli sguardi
di fosforica luce, tremante ancora di raccapriccio e di sdegno. Volge
la testa al popolo, e l'ode mormorare e lo vede commuoversi. Tanto
basta. Egli si alza come forsennato, salta sull'altare sì che fosse a
vista di tutti, di un colpo di mano manda indietro il cappuccio e
mette un fischio acuto. I congiurati, che nella chiesa appostavano ed
attendevano che Gregorio avesse consumato il corpo ed il sangue di
Cristo--perchè il corpo non l'anima di lui volevano morire--prendendo
quel sibilo per segno, si scagliano sul popolo ed incominciano a
cacciarlo via a colpi di spada. Laidulfo intanto da un lato, Cencio
dall'altro si avventano al pontefice, ancora in sull'atteggiamento
d'inspirato, e Cencio lo prende alla nuca, Laidulfo gli scarica sulla
testa un colpo di daga. L'arma vola in pezzi sul cranio dell'unto. Al
colpo, il pontefice si appoggia all'altare. Il sangue imbrattagli il
volto, la pisside cade. Lo stile di Cencio gli passa il braccio
credendo passargli il fianco. Ildebrando però non profferisce lamento,
nè si trasforma in volto. Segno di commozione, di paura, di sdegno in
lui non appare. Solamente, quando Cencio gli dà del pugnale mormora le
sublimi parole di Cristo: