Baccelardo si trovò in uno spazio quadrato di trenta piedi, nel cui

mezzo già avevano imbandita la mensa coverta di coppe e di vasoi d'oro

e d'argento. Attorno attorno credenze magnifiche cariche di vasellame

e di vivande. Ad un angolo, un camino con fuoco acceso vicino a cui

novellavano parecchi signori sì ecclesiastici che secolari. Il maestro

di palazzo presentò quel cavaliere, come aveva presentato altri

ospiti, senza domandargli il nome, sendo ciò contrario alle regole

dalla cortesia d'allora, equivalendo in certa guisa alla misura del

favore con che bisognava accoglierlo. I signori quivi radunati

salutarono officiosamente Baccelardo, sulla di cui fronte maestosa e

negli occhi arditi si poteva leggere la nobiltà del legnaggio ed il

valore, e gli fecero posto al fuoco di cui il viaggiatore non avea men

bisogno che del cibo. Allora il maestro delle cucine venne ad

annunziare al maggiordomo delle credenze che tutto era all'ordine

sicchè potevasi _cornar l'acqua_. E questi, che fino allora si era

tenuto impiedi al capo della tavola per far tutto disporre, dopo aver

lento lento girato intorno e veduto che ogni cosa andava appuntino,

pone mano allo zufoletto di avorio appeso al collo e suona. I valletti

dispersi nel padiglione per ordinare il bisognevole dell'alloggiamento

accorrono subito e si attelano ai lati della tavola. E come si furono

disposti, il maggiordomo suona lo zufoletto di nuovo, e due araldi,

sollevando una cortina di velluto a stemmi, che faceva da portiera,

gridano:

--Castellani, leudi e baroni, fate riverenza a monsignor arcivescovo

di Ravenna.

Ed i cavalieri e gli ecclesiastici, schierati in due file, lo salutano

profondamente. Indi i valletti tolgono le brocche ed i bacini

d'argento dalle credenze e danno l'acqua alle mani. Dopo ciò, ciascuno

si siede al suo posto. Ora, quale non fu la sorpresa di Baccelardo

quando, al lume sfolgoreggiante degli odorati doppieri, in quel

possente principe riconosce Guiberto, il priore di Nostradonna di

Lacedonia? Stette lì lì per darsi a conoscere. E forse l'avrebbe

fatto, se non si fosse avveduto che Guiberto, sedendogli di fronte,

aveva dovuto già ravvisarlo.

Intanto si comincia il lauto banchetto. Io non lo descriverò per

minuto, perchè fastidioso ai miei leggitori potrebbe tornare

altrettanto che ai commensali dell'arcivescovo tornava saporito.

Ricche, squisite, profuse furono le dapi, stupendi i liquori. Pesci

che nuotavano in brode come se fossero vivi e nel loro primitivo

elemento: cacciaggione servita con tutte le penne, le quali, al primo

tocco dello scalco, cadevano di dosso ed ammirabilmente cotta

rinvenivasi: pasticci a foggia di rôcca, con barbacani e baluardi,

ciascuna torre rimpinzata d'intingoli diversi, i fossati ricolmi di

liquori e salse; la quale rôcca Saraceni, vestiti di fulgide vesti,

assediavano, difendevano cavalieri armati di ferro: un cinghialetto

irsuto del pelume, sì che sembrava vivo, e che, all'aprirsi, rovesciò

il cuoio e mise fuori pesciolini, pasticcetti, camangiari, torte,

tartufi ed altre di quelle leccornie che tanto ambivano i

prelati-baroni d'allora, stracarichi di ricchezze e di volontà di ben

vivere, e che tanto scandalizzano quel bizzarro ed iracondo uomo di s.

Pier Damiano, da cui attingiamo molti dei costumi di quei tempi. Nulla

dico poi dei preziosi vini, e delle bacchiche canzoni dei canterini, e

delle musiche dei suonatori, e delle smorfie ridicole degli istrioni,

e dei bei motti dei buffoni i quali sovente, per far ridere

monsignore, delle vivande imbrattavano il volto ad uno scemo pievano

chiamato San Gaudioso, gli mettevano in capo una testa d'asino, lo

solleticavano all'orecchio con un ferruzzo rovente, gli tingevano il

viso, e facendolo ubbriacare, lo pungevano di mille arguzie. Nulla vi

dico neppure delle voluttuose danze che un coro di baccanti, non men

belle delle maestre di cerimonie che trappolarono Baccelardo, tutte

allo stipendio ed ai comodi di monsignore, carolavano intorno alla

tavola.

Infine il pavone si servì.

Guiberto allora si alza, e prendendo un calice d'oro traboccante di

borgogna, dice:

--Alla salute dei nuovi nostri ospiti, ed al pieno compimento delle

vostre speranze, principe Baccelardo.

Baccelardo, così particolarmente distinto, si alza anch'esso, e

risponde:

--Mille mercè, monsignore; ed alla vostra maggiore grandezza!

Allora tutti gli altri signori della corte, si rizzano, inchinano

l'arcivescovo e bevono alla salute di lui. Solamente San Gaudioso

resta seduto. Un buffone, che dall'estremo angolo della tenda lo

puntava, gli si approssima mogio mogio e gli dà forte di uno

scappellotto sulla chierica. A questa correzione, San Gaudioso si alza

anch'esso di botto come preso da sussulto, poi sì volge, rumorosamente

starnuta, spruzza di cibo e di vino il viso del buffone che lo aveva

provocato, poi dice:

--Alla tua salute, fratello arcivescovo, e San Gaudioso ti farà

cardinale il dì che lo eleggeranno pontefice in luogo di mastro

Ildebrando.

A questo brindisi i commensali si rialzano, e vuotando le coppe,

sclamano:

--Alla confusione del mago Ildebrando.

Ma l'arcivescovo fa cenno a quei signori di sedersi ed impone:

--Alto, baroni, non violiamo il santo rispetto all'ospitalità, perché

qui vi ha taluno che senz'altro caldeggia per l'antipapa Gregorio.

A quella intima, mentre per consueto negli altri pranzi non si

suscitava discorso più favorito che tornare in ridicolo i decreti, le

opere, le lettere d'Ildebrando, non vi fu più alcuno che proferisse

motto. E qualcuno notò, che Guiberto, per ordinario cinguettatore e

bevone anzi che no, quella sera parlava e beveva pochissimo. San

Gaudioso se ne avvide egli pure, e temendo che l'orgia non si fosse

prolungata come di consueto nella profusione e nel brio, per

rinfocolar l'energia, con la voce la più scordata e la più slegata

possibile, biascicando ancora alcun poco le parole, intuonò la vecchia

canzone

Voglio bermi sei botti di vino,

Vo' crepare alla barba del mondo:

Io mi sento girar tondo tondo,

Eligetta, sostienimi un po'.

Te lo giuro, mia vecchia sgualdrina,

Te Io giuro per San Sigismondo!

Che te penso da notte a mattino,

Per te brucio, te sola amerò;

Io mi sento girar tondo tondo,

Eligetta, sostienimi un po'.

Un urlo prolungato di fischi e di applausi, un diluvio di scappellotti

e di pezzi dì pane e di frantumi di ossa piovono sul capo spelato

dello sciagurato pievano. Ma egli non ne cura più che tanto;

imperciocchè a quel baccano l'arcivescovo si riscuote, e, come si

svegliasse da sonno profondo, sì passa la mano tra i lucidi capelli

acconciati a guisa di torre, ed un denso sprazzo di profumi ne

sorvola. Indi si volge ad alcuni di quegli ingordi giullari che del

viso bisunto e la bocca ripiena a metà di cibi si rimbeccavano

insolenze e scurrilità, ed ordina:

--Andiamo: una _Tenzone_.

E subitamente escono dal crocchio due di quella genia. L'un d'essi

aveva il destro lato della persona un buon quarto più corto del

sinistro, sì che sembrava piegato a mezzo cerchio; l'altro non aveva

quasi mento, e la fronte così schiacciata che dal vertice della testa

alla punta del naso formava un piano inclinato come il dorso di una

montagna; ond'è che per vezzo lo chiamavano Pietro _dal naso corto_.

Essi fecero da prima stridere alcun poco le ribebe, poi, tutto

contorcendosi e digrignando, uno dimandò per canto mezzo declamato,

mezzo modulato:

Pietro _dal naso corto_, or dimmi un poco,

Tu che sei d'ignoranza un precipizio,

E solamente in trappolare al gioco

Mostri talvolta un lecco dì giudizio;

Perché si abbrucia chi si accosta al foco?

Perché fiutansi i cani a quel servizio?

E le vecchie han più fregolo di amore?

E la carne sull'ossa ha più sapore?

A queste burlevoli dimande, Pietro non sta lungamente a considerare.

Gli rimanda prima della ribeca suono più fragoroso, indi,

contorcendosi delle più sguaiate smancerie e facendo lazzi, risponde:

Come dritto hai del corpo il frontispizio

Dell'intelletto hai. Godo, anche il vedere:

Chiedi onde il foco dia crudo supplizio,

E non sai che la neve ha egual potere?

Ricorda, tu che hai fatto da novizio,

Perché i cani si fiutino al sedere;

Nelle vecchie la frega è rimembranza.

Son le ossa, a chi ha fame, anche esultanza.

Di poi si trassero avanti altri due giullari ed aprirono _Tenzone_ più

invereconda e di spirito più acerbo e plebeo. Noi la risparmiamo alle

nostre leggitrici, parendoci già anche troppo di una, accennata per

far noto un cotal poco di quai passatempi e di quai lazzi i nostri

maggiori rallegrassero le ore di tedio. Gli è vero che baccellieri più

culti e tonsurati più dotti usavano altresì _Tenzoni_ che avevano

anche ad obbietto quistioni di alta dialettica e di buia e stramba

teologia. Talvolta però in queste poetiche pugne discutevansi pensieri

di morale o fatti e leggi d'amore. Dappoichè i menestrieri

cominciavano già a dettare ed a promulgare gli statuti di galanteria,

e quel codice che regolar dovea un po' più tardi il vivere civile dei

cavalieri e delle dame.

Queste _Tenzoni_ però non rischiararono niente più lo spirito di

monsignore. Preoccupato e' mangiava, e scarsa parte prendeva al

diletto di altrui. Per lo che il tripudio dello stravizzo illanguidì,

malgrado gli apotegmi spropositati degli istrioni, i canti dei

buffoni, le carole delle damigelle, e le goffaggini di San Gaudioso.

Infine la cena terminò. L'arcivescovo saluta allora la brigata per

ritirarsi, e fa cenno a Baccelardo di seguirlo.

Entrarono in uno scompartimento della tenda, destinato al letto

dell'arcivescovo. Vi avevano rizzato un padiglione di damaschi a nappe

d'oro, che covriva una specie di ottomana. Due paggi di quattordici

anni, inanellati e svenevoli, e due fanciulle bellissime e

scollacciate, erano quivi al servizio dell'arcivescovo. Questi però,

entrando, fa loro cenno di uscire, poscia voltosi a Baccelardo

dimanda:

--E così, bel cavaliere, voi movete per l'Alemagna sicuramente.

--Monsignor sì « risponde Baccelardo ». Vi reco i decreti del concilio

di Roma, e le lettere di Gregorio all'imperatore ed ai magnati della

sua corte.

--Il concilio di Roma! « maravigliato sclama Guiberto che nulla sapeva

di quel sinodo, egualmente che nulla se ne conosceva in Germania. « E

quando mastro Ildebrando ha congregato codesto concilio?

--Non sono otto giorni, monsignore « dice Baccelardo. »

--Uhm! « mormora l'arcivescovo » il santo padre si sente dunque

stimolare forte al guidalesco, che accoglie partigiani?--Già non ci

vuol molto poi a capire di che si sia trattato in quella riunione.

--Sicuramente, monsignore. Papa Gregorio non batte che a ribadire un

chiodo: riformare gli ecclesiastici: la Chiesa sollevar sull'Impero:

Italia sottrarre a Lamagna.

--E ne ha colto proprio il tempo, ora che quel povero giovane d'Enrico

sta sui prunai della guerra coi Sassoni, ed è sì fresco d'età, sì

inesperto di reggimento! Ah! se fosse vivente la gloriosa memoria di

suo padre! Papa Gregorio allora non sarebbe sbucato su fiero di tanto

bruciore di santità e di ardimento; chè Enrico III ballottava i papi

come i dadi, e li faceva e sfaceva come il nostro cuciniere fa le

torte.

--Pur troppo è vero, monsignore « riprende peritoso Baccelardo » ma

prego vostra mercede a volersi ricordare che io sono messo di papa

Gregorio.

--Sicuro, Baccelardo, avete ragione; voi siete bravo cavaliere. Ma,

diteci un poco, quali altri provvedimenti ha presi codesto concilio?

--Ecco qui: gli Spagnuoli che volevano fare i bell'umori sono stati

esortati, con lettere severe, a riconoscersi vassalli della Chiesa, se

non vogliono essere scomunicati.

--Bravo! gli Spagnuoli paventano delle scomuniche ed e' sariano capaci

far qualche sacrifizio per non andare a casa del diavolo, che l'è

popolata di canaglia. Ma se quei baroni gloriosi si ficcano nella

memoria che il santo padre voglia smungerli a danari, e che è un

eretico; essi, che trattano a tu per tu con monsignore _el Rey_ e con

monsignor _Dios_, saranno tali da scomunicar lui, e di venirgli a dire

_bona dia_ dentro Roma.

--E siano i ben venuti per parte mia! Al re di Francia poi è stata

scritta una lettera piena di rimproveri, e tanti e cotali, che

mantenga Iddio quel re non vada in bestia. È stato caricato di nomi di

cui i minori sono tiranno, zingaro, ladrone di strada, turco,

assassino, barattiero, e che so io. Una consimile ne è stata mandata

pure ai vescovi della Francia, con il perentorio di un anno al

pentimento ed alla riforma.

--Eh! eh! con Filippo messer Ildebrando non farà poi troppo il

capotico. Filippo lo lascierà dire, ma vi assicuriamo noi, che

seguiterà a vendere l'investitura delle abazie e dei vescovadi, se

questo gli torna. Perchè alla fin fine saranno feudi ecclesiastici, ma

son pur sempre feudi, di cui egli è signore, e di cui può disporre a

suo talento.

--Voi dite benissimo, monsignore, e così pare anche a me. Sta a vedere

però se papa Gregorio sia del medesimo avviso. Egli guarda le cose da

un altro lato.

--E papa Gregorio farà conti falliti. E per la Germania quali misure

ha prese il concilio?

--Per la Germania, monsignore, con la vostra sopportazione, non posso

accennarvi nulla, perchè gli è questo il mio incarico. Posso però

dirvi altresì, che all'Inghilterra ed alla Sardegna è stato imposto

ancora di reputarsi feudi subordinati alla Chiesa, in virtù di non so

quali vecchi scartabelli che questo benedetto pontefice va cavando

dalle tignuole: che a Salomone il santo, re di Ungheria, è stato

ordinato mettersi dell'animo in pace a cantar mattutini in un convento

e cedere il suo regno all'usurpatore Geiza; perocchè questi si è

dichiarato suddito della Chiesa.

--Che santo padre generoso! E' dà e toglie i regni come i ragazzi

usano coi berlingozzi. E poi?

--E poi, i vescovi di Pavia, di Torino e di Piacenza sono stati tolti

di grado per peccato di simonia--e voi altresì, monsignore, degradato

per broglio ed indegnità della carica, e scomunicato.

--Che amoroso, che modesto pontefice! Ed inoltre?

--Ed inoltre, il vescovo di Liegi è stato esortato a smettere

l'abitudine della carnalità; quello di Basilea a lasciare la moglie.

---E dalli con le femmine! Bisogna proprio credere che queste povere

creature siano peggio del diavolo che fanno ai santi tanta paura.

--Monsignor sì, perchè le femmine hanno il torto di prestar piuttosto

l'orecchio ai diavoli che ai santi. È stata di più abolita

l'investitura di un feudo da un profano ad un uomo di chiesa--anche la

cerimonia di darsi l'anello ed il bastone dal feudatario, sotto pena

di scomunica ad ambedue. E su di questo segnatamente se ne sono dette

delle tante, e dati ordini, e minacciati castighi che io non saprei

ben bene esprimervi, quasi che dall'investiture dipendesse il

finimondo. Per ultimo, nel bel mezzo del concilio, con ispaventevoli

formalità è stato scomunicato Roberto Guiscardo, inibendo ai suoi

sudditi di riconoscerlo ulteriormente come signore e come cristiano.

--È stato scomunicato quel demonio di Guiscardo?

--Sì, monsignore, e con tale solennità, con tanto apparato che ha

incusso a tutti terrore. E non solamente lo ha scomunicato, ma gli ha

mandato contro esercito poderoso, parte tolto dagli Stati di San

Pietro, parte fornito dalla contessa Matilde, onde riconquistare le

città delle Marche ed astringerlo a sgomberare di assedio Benevento

dove adesso si sta.

--Proprio così, santo padre! « grida Guiberto » ma non l'incuterai a

Roberto il terrore! Sta bene, Ildebrando, sta bene. Tirasti il

giavellotto giusto allo scudo che te lo rimanderà sulla fronte. E sì

dicendo, si fregava le belle mani, con indicibile gioia si dimenava

sul suo seggio e sorrideva. Poi, volgendosi a Baccelardo, soggiunge:

--Non vogliamo saper altro, bel cavaliere. Però in compenso delle

grate notizie che ci avete date, usateci la cortesia di accettar

questa catena d'oro che a noi fu donata dall'imperatrice Berta. Non vi

facciamo grandi promesse: vi preghiamo solo di accordarci talvolta il

favore di potervi essere utile in qualche cosa. Vi diciamo intanto con

rammarico che avete accettata una commissione che vi tornerà a grave

danno.

--Sarà quel che vorrà Iddio, monsignore. Se pertanto potessimo

rendervi servizio in Germania...

--Gran mercè, bel cavaliere! Ricordateci all'imperatore.

Baccelardo si congedò, e Guiberto chiamò l'abate di Modena. Era questi

il segretario, il confidente, la coscienza, l'anima dannata

dell'arcivescovo. Guiberto gli dice:

--Ser abate, gli è mestieri che in questo punto, seguíto da cinque

uomini, montiate a cavallo, e che senza prender riposo nè dì nè notte

vi rechiate sotto le mura di Benevento onde dare a Roberto Guiscardo

il foglio che scriveremo. Intendete? nè dì nè notte farete sosta altro

che quando e voi ed i cavalli prendiate cibo. Ci raggiungerete a Roma,

al castello di Cencio. Ite dunque ad allestirvi.

Intanto l'arcivescovo scriveva:

« Monsignor Roberto, l'imperatore Enrico vuole che fra noi sia tolta

ogni uggia; e di nostra parte più non ne abbiamo. Siamo stati eletti

ad arcivescovo di Ravenna e segretario di Cesare in Italia, ed abbiamo

di gravi cose a comunicarvi. Quindi o verrete voi a raggiungerci a

Roma, nascostamente bene inteso, o ci manderete il nostro caro

fratello monsignor di Bovino, con piena facoltà dal canto vostro di

far trattati e con noi e con l'imperatore. Il resto a voce. Questo

occorre che sappiate da noi. »

« Guiberto arcivescovo di Ravenna. »

Indi chiude il foglio, lo lega con un nastro, lo suggella del suo

anello stemmato--e la lettera parte all'istante.

III.

Rex sum, si ego illum hodie hominem ad me allexero.

PLAUTO--_Penulo_.

L'arcivescovo di Ravenna giunse a Roma, ma non sì presto com'egli se

lo aveva immaginato; perocchè gli fu d'uopo permanere alquanti dì

nella sua vasta diocesi per darvi sesto agli affari. Se ne sbarazzò

però quanto più presto e quanto meglio potè, ed i primi che

avanzaronsi a salutarlo a Roma al suo arrivarvi furono il vescovo di

Bovino e Cencio figlio di Stefano, prefetto della città. Cencio

tornava anch'esso da Benevento--messo segreto a Guiscardo di parecchi

baroni romani.

Guiberto arditamente, per mezzo del cardinale Ugo Candido, già col

papa sgustato a cagione delle acerbe parole dettegli al ritorno della

legazione di Spagna, mandò a significare a Gregorio che gli venisse a

far riverenza, come a segretario dell'impero. Ildebrando nulla rispose

all'audace dimanda. Ma fu tale il rimproccio di che fulminò il

cardinale, il quale voleva così umiliarlo, che questi si alienò da lui

compiutamente, e divenne il suo più tenace nemico. Ed il partito

poderoso che osteggiava il papa dell'acquisto si rallegrò.

Intanto Gregorio si arrovellava del non poter pigliare misura alcuna

contro Guiberto. Gregorio era potente, ma di forza morale, ma con la

parola; la quale in quel secolo paventavano e riverivano tutti, meno

gl'Italiani. Imperciocchè, se la lontananza nei popoli settentrionali

rozzi e superstiziosi tornava il pontefice eguale a Dio, verun

riguardo ne tenevano coloro che gli stavano più d'appresso, e ne

sentivano troppo il peso e le passioni di uomo. Per modo che, non

avendo egli altra forza temporale che quella dei baroni del patrimonio

di San Pietro, e questi in maggior parte per sua severità voltiglisi

contro o spiattellatamente o di nascosto, non avendo altra truppa che

quella della divota contessa Matilde, ora occupata parte contro

Guiscardo, parte nelle sue terre contro i vassalli dell'arcivescovo di

Ravenna (perchè Guiberto comprese subito essere necessario un centro

di rivulsione, e non perdette istante a levare in armi i numerosi suoi

baroni), non potendo contare sui Romani, gente mutabile, indocile di

chiericale dominio, orgogliosa, ed al suo prefetto obbediente, alla

nobiltà divota; Gregorio si trovava sprovveduto di qualunque forza,

tranne le scomuniche, cui temeva generalmente il mondo cristiano, ma

deridevano ancora molti. E fra questi ardimentosi potevansi annoverare

i Normanni ed il lor duca Roberto, i Francesi, l'arcivescovo di

Ravenna, i Romani, e tolti in massa gl'Italiani tutti. Si arrogeva di

più che per Guiberto favoreggiavano altresì i partigiani di Cencio.

Non bisogna veramente prestare intiera fiducia al canonico Paolo

Bernriedens, scrittore della vita di Gregorio, ed al frate Lamberto

Schafnaburgense, autore di cronache, perchè entrambi nemici petulanti

di Enrico, e perciò appunto devotissimi a Gregorio. Questi due storici

dipingono Cencio discolo uomo, perduto, facinoroso, un pendaglio da

forca, di ogni scelleratezza vaghissimo, di ogni bruttura maestro,

caporione di quanti ribaldi numerasse la città. Cencio aveva

favoreggiato per l'antipapa Onorio II; alzata una torre a cima del

ponte San Pietro, per riscuoter pedaggio da chiunque di quivi

passasse, e perciò tenuto prigione alquanto tempo da Cinzio prefetto

della città di allora. Ecco i torti di questo ardito giovane il quale,

a vero dire, non vivendo nè meglio nè peggio degli altri baroni e

gentiluomini di quei secoli, sapeva condursi con giudizio per sè, nel

corrotto e nell'anarchia dei tempi. Di prosapia vetusta e nobilissima,

di carattere robusto ed avventaticcio, si era messo a capo dei nemici

d'Ildebrando; e perciò a costui esoso, e due volte scomunicato. I

nobili romani, avversi al papa, lo avevano mandato a Guiscardo onde

patteggiare aiuti, risoluti com'erano di sgabellarsene ad ogni modo. E

Guiscardo, astuto altrettanto che temerario, aveva accennato

accostarsi dal loro canto, dove che l'imperatore li secondasse. Aveva

perciò rimandato Cencio indeciso di sua condotta futura, ed al vescovo

di Bovino, invitato dal Ravennate, aveva date istruzioni segrete ma

positive, ad ogni costo temperanti, conciossiachè già delle scomuniche

fulminategli nel concilio di Roma e dell'esercito che si mandava ad

osteggiarlo sapesse.

Cencio possedeva parecchi castelli dentro Roma. In uno di questi

ospitò Guiberto, e quivi si aperse officina di progetti e di attentati

contro Gregorio. Ripulso la prima volta, Guiberto aveva fatti novelli

tentativi per avvicinarsi ad Ildebrando. Perocchè egli non era vesano

al segno da non comprendere che un giorno o l'altro il pontefice

avrebbe trionfato. E se corrotti dal donneare e dalla frega dei

dissidi aveva i costumi, nell'anima nudriva sempre sentimenti generosi

e blandi. Che perciò, malgrado dure fossero state le risposte di

Gregorio e talora anche proterve, egli non rifiniva di inculcare ai

suoi moderati partiti, e misure piuttosto adatte a piegare il

pontefice e ritorcerlo da quel suo fatale sistema di riforma e di

dominio. L'arcivescovo però malamente conosceva la tempra dei nemici

d'Ildebrando; e' s'illudeva nel potere degli uomini e del tempo onde

rimuover costui dai suoi propositi. Il vescovo di Bovino, Cencio, ed

il cardinale Ugo Candido si unirono a consiglio una sera e si

appigliarono al partito che non passerà guari e vedremo svilupparsi.

La mattina 24 dicembre 1076 una specie di belva faceva petulanti

instanze nelle anticamere del palazzo di Laterano volendo essere

ammesso a Gregorio, adducendo dovergli comunicare di gravi cose.

Se le nostre leggitrici si ricordano di Laidulfo lo Zanni, che loro

abbiamo presentato nelle atletiche pruove dentro le mura di Salerno,

lo riconosceranno a primo sguardo, perocchè egli appunto si ostinava a

domandare di abboccarsi col papa. E per vero seppe tanto minacciare e

richiedere, che a Gregorio fu menato innanzi.

Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 2 / 9 段