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BIBLIOTECA NUOVA
PUBBLICATA DA G. DAELLI
IL RE DEI RE
Stabil. tip. già Boniotti, diretto da F. Gareffi.
IL
RE DEI RE
CONVOGLIO DIRETTO
NELL' XI SECOLO
PER
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
VOL. II.
MILANO
G. Daelli e C. Editori.
1864.
LIBRO TERZO
LA NOTTE DI NATALE.
I.
Scosse Roma a' sacri allori,
Tenne l'orbe setto i piè,
E di un branco di pastori
Fece un popolo di re.
CELESIA.
Il 22 marzo 1073 papa Alessandro II si moriva, e tre giorni dopo,
l'unanime consenso del popolo romano, solito per lo innanzi a
tumultuare nei comizi dei pontefici, Ildebrando esaltava, col nome di
Gregorio VII.
Prima che di quest'uomo singolare parlassimo, e' sarebbe mestieri
accennare volando la posizione dell'Europa, della Chiesa, dei costumi
e della società dell'XI secolo, e vedere in quale stato ed in quai
tempi e' raccogliesse la tiara. Imperciocchè non altrimenti si puote
giudicare un uomo, cui la storia non ha per anco ben definito. Ma chi
di queste gravi cose si preoccupa non verrà a studiarle in un libro,
che arieggia di romanzo, ed in un quadro abbozzato a volo di rondine.
Le storie d'Italia, di Lamagna, della Chiesa riboccano di fatti e
documenti che questo stato sociale narrano, analizzano, condannano o
commentano. Chi poi queste pagine legge per puro sollazzo e dal dramma
fiuta, per induzione, l'epoca e gli uomini che facciam loro passare
dinanzi, quantunque sentisse di più minuta e seria scienza storica, i
dettagli, le date, il complemento degli avvenimenti del secolo,
tedierebbe. E' passerebbe oltre. Ora, se questi lettori sfuggono la
noia di sapere, perchè mi darei io quella d'insegnare? Riassumo dunque
in due linee.
La società era costituita sul tipo feudale. La Chiesa si modellava su
questo, ed il vescovo calcava le pedate del conte, il papa quelle
dell'imperatore. La società laica e borghese, la città, il contado,
cominciavano a scrutinare il dritto della Chiesa e dell'Impero, ed a
negarlo. La libertà apriva gli occhi all'alba. Il libero esame del
dritto e dei doveri s'installava nel dominio della ragione. Cinque
secoli di dolori, di miserie, di vituperii, d'urto di parti, di
reciproca negazione di jus, di vicendevole trionfo e vicendevole
sconfitta, lo spettacolo di papi nefandissimi e d'imperatori
prepotenti, aveano risvegliato la coscienza pubblica. Il dubbio
entrava nell'imperio dell'anima. Non che la vertigine fosse
nell'ordine materiale. Era il morale, al contrario, che insorgeva e
reagiva. Materialmente, almeno in teoria, nelle costituzioni e nelle
leggi, tutto era stato allogato al suo posto. Si eran stabilite le
dipendenze, i dritti ed i doveri di ognuno eransi fissi; alla società
si apriva cammino più spazioso per avanzare senza sregolatezze e senza
trambusti. Imperciocchè le rivolture parziali di taluni Stati non
interessavano la nazione tutta intera. La società sembrava assisa--sur
uno sgabello di ferro rovente o sur un seggio di velluto poco
importa--ma sembrava adagiata, costituita, normale, vitale. Un uomo
sorse allora.
E' dette uno sguardo all'Italia, e la vide dipendere dall'ingordo
dispotismo d'Alemagna, divisa, suddita a padrone a lei straniero
d'indole, di lingua, di pensamento. E' dette uno sguardo allo Stato
ecclesiastico, e lo vide imbrodolato nella laida e feroce ignoranza
dei laici, addetto ad uffici contrari ai canoni ed alla santità del
sacerdozio--perchè gli ecclesiastici ambivano il possesso di feudi ed
agli obblighi di questi doveansi assoggettare. E' dette uno sguardo
alle cagioni che tante miserie producevano; e lungi dal trovarle
nell'ambizione dei sacerdoti, i quali non solo non sapevano rifiutare,
ma sollecitavano dignità che solamente ai laici addicevansi, le trovò
nelle investiture che questi ne davano--vale a dire nella forma non
nella cosa in sè stessa. Infine e' guardò la catena delle
subordinazioni sociali, e vide che la tiara dipendeva dalla corona, la
Chiesa dall'Impero, l'Italia dalla Germania. Tale andamento nelle
costituzioni del mondo a quest'uomo non talentò.
E quest'uomo era Ildebrando.
Egli trovava nella Società qualche cosa di abnorme. Vedeva che la
forza dominava la ragione, la carne lo spirito. Sentiva un germe di
corruzione minare le fondamenta di ogni legge morale e civile.
Comprendeva bene questo veleno disorganizzante partire dal pontefice;
ma non voleva persuadersi ciò dipendere dal falsar questi i principii
del suo ministero; dall'attribuirsi dritti che cozzavano con la
santità della carica; commettere opere ed attentati sacrileghi; ambire
a poteri illeciti e non consentiti da tutti gli ordini sociali. Non
voleva persuadersene Ildebrando, per sostenere che la dipendenza
dall'Impero trascinava il pontefice all'enormità dei delitti; che le
investiture dei feudi corrompevano gli ecclesiastici. Lungi dunque dal
vietare a costoro di accettare più feudi, chè non l'avrebbero
obbedito, lungi dal ritornare il papa ai primitivi doveri di
sacerdote, senza competenza nelle bisogne secolaresche, concepì il
progetto ardimentoso di crollare l'intiero sistema sociale, le
costituzioni dell'impero, le leggi dei feudi, e creare un nuovo mondo
tutto subordinato ad un potere teocratico, sollevare l'altare sul
trono, il pastorale sullo scettro, l'Italia a Lamagna sottrarre, il
papa trasformare in monarca.
Ildebrando si accinse all'opera.
Dotato di un animo smisurato per aspirare come Catilina sempre a cose
eccedenti, incredibili e troppo sublimi, il suo spirito aveva
rinvigorito nel silenzio dei chiostri. E lo aveva rinvigorito col
concentrarsi in sè stesso; con l'isolarsi dalle umane passioni, che
son pure le umane debolezze; con lo studio ostinato che la mente
riscalda come l'attrito riscalda il ferro; con la meditazione che
esalta l'intelletto e dà energia alla volontà; con le mortificazioni
che addestrano al dominio dei sensi, ed inaspriscono la fibra, nel
tempo stesso che sterilizzano il cuore e soffocano la sensibilità. Nel
ritiro, nello studio, nella penitenza, il carattere d'Ildebrando erasi
fatto cupo, arbitrario, indomabile. Perchè il ritiro gli proibiva
qualunque comunicazione con i suoi simili, cui come nemici doveva
considerare. Lo studio lo elevava al disopra delle regioni della
terra, e gliene inspirava disprezzo, mentre gli dava coscienza della
sua superiorità e del suo nobile destino. La penitenza l'inselvaggiva,
indurandolo prima contra sè stesso. Inoltre, ruminando sempre sopra
un'idea, questa gli si era presentata lucida come chi vede nelle
tenebre lungamente permanendovi, gli si era assimilata, l'aveva
presente a tutti gli atti della mente e della volontà. Facendo scopo
della sua vita sempre un oggetto, non gli sfuggi mai parola o respiro
che a quello non fosse diretto; non si mosse che per avvicinarsi a
quello, a quel centro attirare gli sguardi di quanti gli stavano a
contatto. Non regolandosi che sotto il dominio di un principio,
addivenne ostinato nel rimuoversene, violento nel difenderlo, furioso
nel vederselo contrastato. Quindi un'eccezione nell'opinione
universale, un perno di disquilibri e di guerre. « Quel lusinghiero
tiranno » scrive di lui s. Pier Damiano, amico fedele, satellite cieco,
strumento divoto di tutte le volontà di lui, « quel lusinghiero tiranno
che mi compassiona con cuor di Nerone, che mi liscia a schiaffi, mi
carezza con artigli d'avoltoio, il mio _santo Satana_, e non esagero!
è il solo fra quanti confratelli caritatevolmente mi usano compassione
e gemono sui mali miei, è il solo a cui torno oggetto di riso ».
(_Ep._, I, 2.)
Ildebrando entrò nella società come il toro entra nel circo. Ogni cosa
gli dava molestia, ogni cosa l'offendeva, perchè egli si aveva creato
un mondo morale, come Platone si aveva creata una repubblica. Non che
egli avesse torto, perchè veramente i costumi ed i sentimenti di quei
tempi erano orribili, e chiunque aveva un principio di giustizia e di
religione se ne spaventava. Però i più tristi erano gli ecclesiastici.
« Essi conducono vita da giudei » scrive s. Pier Damiano (_Ep._, IV, 9.)
« non arrossiscono dell'incontinenza, degli scandali, delle più sozze e
laide brutture, non hanno orrore dei sacrilegi e delle rapine de'
santuari, di delitti e scelleratezze che gridano vendetta al cielo,
perchè da gran tempo sono avvezzi a vergognarsi delle virtù cristiane.
Nei loro circoli si odono arguzie a migliaia, bisticci, motti profani,
freddure del mondo, e tutti i vezzi del vivere cortigianesco della
città, da parerne meglio vanarelli, zanzieri e buffoni che ministri di
Cristo. I loro discorsi non si aggirano che sulle adultere pratiche di
questo o di quel lussurioso, non si odono che rise sconce, facezie
sporche e disoneste, o il rumore diabolico dei dadi. In una parola, ed
i vescovi sovra tutti, non curano che acconciarsi il crine a modo di
edifizio, coprirsi a pelli di peregrini animali, portar sotto il mento
preziose pellicce di martora, che al percuoter dei raggi
sfolgoreggiano, ornare a stracarico di squame di oro le bardature dei
cavalli, cavalcare robusti destrieri, tirarsi dietro stuolo numeroso
di soldati e trabanti; sicchè negli arnesi da svenevoli, nelle amorose
smancerie, nel muover degli occhi, nel gesto e nelle parole e'
rassembrano compiutamente a istrioni. »
Tanta improba rilasciatezza doveva colpire Ildebrando nel fondo del
cuore, perchè egli comprendeva come, per rendere potenti ed autorevoli
gli ecclesiastici, bisognasse renderli prima rispettabili. Egli aveva
trovata in sè la forza di reprimere le altere richieste dei sensi, di
resistere all'andazzo dei tempi. Pretendeva che anche gli altri
rinvenissero tanto coraggio, ed in questa austerità di principii si
consolidassero. Perchè, una volta rimondati da ogni lezzo profano,
potevano bene stendere ardita la mano al potere, ed impossessarsi del
governale del mondo. In una parola, egli vide che il secolo aveva tre
bisogni: un centro a cui si potessero rannodare le nazioni, da cui
sperare giustizia, pace e difesa; un principio di credenze non
contaminato da sozzi ministri; una libertà cittadina, che non fosse nè
precaria, nè all'arbitrio dei despoti e degli stranieri. Ed egli entrò
nella società, dalla rigida vita dei chiostri, con tre propositi:
riformare il sacerdozio; sottrarlo dalla subordinazione laicale;
constituire il papa re d'Italia, re dei re, protettore dell'universo,
onde tutte le nazioni, tutte le città, tutti gli oppressi in lui
riguardassero un giudice supremo, al suo tribunale si appellassero.
Egli intendeva fare del papa quegli che prima i re poteva giudicare,
deporre ed annullare, poi castigare i popoli.
Fornito di un carattere vivo, ostinato, coraggioso, prudente nella
condotta e nell'attendere, sagace nel concepire e nel penetrare,
pronto nel dedurre le conseguenze delle opere e nel prevenirle, audace
nel tentare, duro nel resistere, ardimentoso nel pretendere, altero e
vigoroso nel contrastare, attivo nell'agire, scaltro nel simulare e
fino ipocrita, Ildebrando comparve sulla scena del mondo. Da prima e'
si trovò fuori la sfera, perchè altrimenti l'aveva concepito. Ma,
essendo egli una di quelle organizzazioni compiute ed elette nelle
quali la natura spiega tutto l'opulento lusso dei suoi poteri, una di
quelle tempre che la natura fonde intere e tali da elevare la specie
umana onde servir di gradino intermedio tra Dio e l'uomo; mano mano
quel mondo conoscendo, adattandovisi, sperando nel lavoro del tempo,
cominciò l'opera fatale, che unico l'avrebbe reso nella storia--se un
altro uomo del destino, nell'ultimo secolo, non fosse comparso per
disputargli la gloria e superarlo di gran lunga.
Alla morte di Damaso II, 1049, Bruno vescovo di Toul, parente e
consigliero carissimo di Enrico III, fu eletto papa nel sinodo di
Worms. Bruno, recandosi a Roma, passa per Cluny, il giorno di natale,
vestito degli abiti ponteficii. Quivi s'incontra nel priore
Ildebrando, il quale di tali cose sa dirgli e siffattamente
persuaderlo, che Bruno, semplice e credulo, depone le insegne
ponteficali, ed in abito di pellegrino si reca a Roma, onde farsi
rieleggere dal clero e dal popolo. Ildebrando lo seguì per manodurlo.
E' gli fece attraversare a piedi nudi tutta la città, lo condusse dove
il popolo ed il clero già trovavasi adunato a cantare il _Te Deum_, e
Bruno, procedendo in mezzo dell'assemblea, parlò:
« Popolo e clero di Roma, noi, per volere dell'imperatore Enrico, nel
sinodo di Worms fummo eletti a pontefice: ma, innanzi ai decreti di
ogni altra autorità, noi stimiamo l'elezione del popolo e del clero
romano, e protestiamo esser pronti a ritornar nella patria, se dai
vostri suffragi quella scelta non sarà confirmata. »
Indi favella Ildebrando a pro di lui; ed a suo consiglio, il popolo ed
il clero lo riconosce, chiamandolo Leone IX. Ildebrando fu allora
creato cardinale suddiacono della Chiesa e proposto del monistero di
San Paolo. Di qui ei comincia ad influire negli affari ecclesiastici,
e su tutto quanto fa questo pontefice. L'elezione di Vittore II,
successore di Damaso, e quella di Stefano IX, che a Vittore tenne
dietro, non fu che opera d'Ildebrando, ed a sua insinuazione ogni atto
di loro.
Alla morte di Stefano, il conte di Tuscolo briga pel vescovo di
Velletri, uomo bestiale e caparbio e delle sacerdotali discipline
ignorantissimo, e lo fa ungere col nome di Benedetto X. Ma Ildebrando
si reca tosto in Germania, e l'imperatore Enrico, a consiglio di lui,
sceglie Niccolò II.
Questo pontefice fu la mano con la quale Ildebrando gittò le prime
fondamenta del suo gran sistema, che poscia si elevò a norma di dritto
pubblico e di constituzione teocratica. Niccolò II agiva ciecamente e
fiducioso sotto i dettami di lui. Infatti Ildebrando l'indusse nel
concilio di Laterano a mandare fuori quel famoso decreto che stabilì
il modo da tenersi nell'elezione dei nuovi pontefici, conferendone il
potere esclusivamente ai cardinali vescovi, la confirma ai cardinali
chierici, l'approvazione al clero ed al popolo romano; togliendo così
all'imperatore non solamente la facoltà di scegliere, ma il dritto
altresì di confirmare l'elezione. Ed Ildebrando lo trascinò a rompersi
con Roberto Guiscardo, a scomunicarlo per l'usurpazione di Troia,
sognata proprietà dei pontefici, ed infine accordargli l'investitura
del ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia--allorchè l'avrebbe
conquistata sui Saraceni--con l'obbligo di dodici soldi di Pavia per
ogni paio di bovi che arassero nel territorio investito. Scomunica
arbitraria, investitura ridicola, perchè si arrogava padronato su
paese conquistato ai due imperi, ma che tanto Roberto quanto i
pontefici seppero far valere, secondando gl'interessi di entrambi.
Niccolò richiese, qual signore diretto del feudo, giuramento di
fedeltà, e Roberto giurò di essere ligio alla chiesa romana ed al papa
suo signore; di non minacciarne la vita, e non tenerlo cattivo; di
aiutare di tutte le sue forze la santa sede per conservare,
acquistare, o ricuperare il patrimonio di San Pietro, promettendogli
assistenza nel sostenere la dignità di pontefice e governare il
principato e le terre dell'apostolo; di non bandir oste contro di
chicchessia senza il piacere di lui; di rimettergli nelle mani le
chiese dei suoi dominii coi beni e dritti annessivi e difenderli;
infine di vegliare alla sicurezza nei comizi dei nuovi pontefici. E
sulle basi di questo giuramento, i papi pretesero da poi sempre alla
signoria del regno di Napoli!! Ma nel 1061, dopo avere Niccolò II
sottratto all'imperatore la facoltà di eleggere il papa e dato alla
Chiesa, con l'investitura a Roberto, un esercito ed un capitano per
farne eseguire i decreti, si morì. Ildebrando, ragunati i nobili
romani ed i cardinali, proclama Alessandro II--mettendo così senza
indugi in pratica il decreto del concilio di Laterano emanato da papa
Niccolò.
Molti dei nobili, e segnatamente il conte di Tuscolo e quel di
Galeria, con grande parte di popolo e di clero, mal sentirono questa
elezione senza assenso dell'imperatore. Gli mandarono ambasceria
perciò, con una corona d'oro ed il titolo di patrizio di Roma,
pregandolo di dar loro un pontefice. In Basilea si accolse concilio
numeroso, che dichiarò erronei, ed abolì i canoni di Niccolò II, come
contrari alle constituzioni dell'impero teutonico ed ai decreti del
concilio di Laterano di Leone VIII, ed elesse Cadolo, vescovo di
Parma, col nome di Onorio II. Ildebrando, cui Niccolò aveva elevato ad
arcidiacono della Chiesa ed Alessandro a cancelliere, con facoltà di
fare quanto mai gli fosse piaciuto, per modo che s. Pier Damiano gli
scriveva:
Papam rite colo, sed te prostratus adoro:
Tu facis hunc dominum, te fecit ille Deum--
Ildebrando manda subito un legato ad Enrico con lettere del conclave.
Ma il messo non è ricevuto, e vilipeso ritorna a Roma. Anzi, nella
primavera, Onorio II, ricco di tesori molti e forte di truppa sì
italiana che tedesca, si avvia alla volta di Roma e si accampa a
Sutri. Poi, udendo che anche Alessandro faceva preparativi di guerra,
leva il campo, ed al 14 aprile si presenta alle porte della città.
Quasi tutto il popolo romano ed i nobili caldeggiavano per Onorio.
Alessandro andò ad attaccarlo nei di lui alloggiamenti. Alle falde del
monte Oro, i due eserciti, capitanati dai due pontefici, vennero alle
prese ferocemente, e quei d'Alessandro, rotti dall'ostinata puntaglia
dei nemici, sbaragliaronsi. Se non che, mentre questi godevano della
vittoria, sorpresi dalla contessa Matilde e da Goffredo di Toscana con
truppa fresca, sono investiti da tutti i lati, e travolti in fuga.
Onorio II si ricovera a Parma; ed Alessandro, minacciato dai suoi
nemici di Roma, recasi a Lucca. Enrico convoca allora due concili ne'
quali Onorio non comparve; ed Alessandro ed Ildebrando seppero dire di
tali umili e peritose ragioni, che Alessandro fu riconosciuto.
Questo pontefice si abbandonò interamente ad Ildebrando. E questi
lavorò sempre di alacre attività onde dar vita al suo sistema,
nell'opinione dei popoli radicarlo, metterlo in opera per fatti. E
perciò si avventurò fino a citare l'imperatore Enrico a dar conto di
sua condotta innanzi al tribunale di San Pietro. Infine nel 22 marzo
1073 Alessandro si muore.
Il tempo era giunto. Ildebrando aveva gittate le basi della sua
politica, nell'età era maturo. Morto appena il pontefice, col darne
novella al popolo, intima digiuno di tre dì e preci pubbliche onde
invocare lo Spirito Santo. Spirati i tre giorni, cardinali, prelati e
clero processionalmente si recano al Vaticano, dove il popolo si
ragunava già pei funerali del papa. D'improvviso, alquanti amici di
lui, nel religioso silenzio della turba, gridano: Ildebrando è
l'eletto di s. Pietro, il designato vicario di Cristo! E salito al
pergamo il cardinale Ugo Candido, allora suo amicissimo, ne spippola
lussureggiante panegirico. Il popolo risponde ad eco ai partigiani
d'Ildebrando. Immediatamente gli addossano la porpora, gli porgono fra
gl'inni e gl'incensi il camauro, e nella chiesa di San Pietro
celebrano i riti dell'esaltazione. Compiuta la cerimonia, i sacri
araldi gridano:
--I diaconi, i vescovi ed i cardinali elessero l'arcidiacono
Ildebrando in pontefice, gl'imposero nome di Gregorio VII, e vogliono
ch'egli sia supremo signore di Roma, padre e giudice della
cristianità. Collaudate, o Romani, l'elezione dei cardinali? »
Il popolo grida: Collaudiamo!
I vescovi di Lombardia e di Lamagna, che per le simonie, i baratti, il
concubinato e le sregolatezze d'ogni maniera contro i sacri canoni,
avevano a temere del carattere rigido ed inesorabile d'Ildebrando, si
recano allora all'imperatore Enrico e lo supplicano che annullasse
un'elezione fatta in onta dei diritti imperiali e delle costituzioni,
e che non patisse l'insolenza dei Romani, i quali si volevano
sottrarre al suo padronato. Enrico, anch'esso irritato, manda infatti
a Roma Eberardo di Nellenburg, perchè interrogasse il popolo ed i
cardinali dell'insubordinazione ai dritti dell'Impero, e, rilevata
l'irregolarità dei comizi, scacciasse Gregorio, ed eleggesse altro
pontefice. Giunto a Roma Eberardo, Ildebrando raccoglie il clero ed i
deputati del popolo. E dinanzi a quelli per tal modo s'infinge e si
scusa, che sue rispettose parole da Eberardo riportate all'imperatore,
Enrico, che cuore generoso e pieghevole aveva, si chiama soddisfatto
della sommessione di Ildebrando, ed ordina al vescovo di Vercelli,
cancelliero dell'Impero in Italia, che celebrasse la cerimonia
dell'esaltazione. Per lo che nel 1074, il dì della Purificazione,
Ildebrando è prima ordinato sacerdote, indi eletto pontefice.
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Una sera, dopo aver Gregorio passata la giornata a spiccar legati per
tutto l'orbe cristiano, a scrivere di quelle sue lettere piene di
semplicità e di schiettezza le quali fanno mirabilmente a calci con la
sua storia violenta, appoggiato ad un verone del palazzo Laterano
contemplava il cielo, pel quale si andavano sfioccando bianche nuvole
come falde di neve. Egli, infermo da tre settimane, non aveva potuto
intendere ad affari, nè i suoi amici avevano permesso che alcuno gli
si avvicinasse onde non intristirlo con isconfortevoli novelle. Ora,
compiutamente riavutosi, ripigliava le redini dell'universo, e ad
ascoltarne i casi e le vicende si apprestava. Un camerario gli
annunzia il cardinale Ugo Candido, legato nelle Spagne, che, reduce,
cercava rendergli conto della missione.
Ildebrando fa cenno della testa che entrasse, ed in piedi come stava,
le braccia incrociate sul petto, l'accoglie. Il cardinale entra, e
dice:
--Santo padre, il conte Evoli di Roucy, il guerriero della Spagna, ha
accettato di conquistare alla Chiesa le terre d'Iberia sopra i Mori, e
si è fatto investire del paese come feudo ponteficio, promettendo
pagarne i tributi. Ma gli altri signori spagnuoli, a cui ho fatto
mostra del vostro breve, sono restati orrendamente scandalizzati dalle
parole di questo, che voi, _in forza dell'autorità dell'apostolo,
proibivate loro di combattere i Mori, se alle condizioni del conte di
Roucy non si sottomettessero_ (_Ep._, VII, 1). Essi han perciò
risposto: che pugnano e pugneranno mai sempre, finchè si tratta di
liberare la penisola dagl'infedeli; ma che intendono ciò fare per loro
solo utile, gloria ed interesse: che la Chiesa non può vantar dritto
sulla conquista, perchè mai la Chiesa non ha mandato nè un soldo, nè
un fante per combattere i Mori: e che, infine, gli è sogno di ebbro o
di matto il dritto della santa sede alla sovranità della Spagna.
Dappoichè nel 701, nel concilio di Toledo, il re Witiza dichiarò sè ed
il popolo spagnuolo indipendente dalla santa sede, e con decreto
proibì a tutti gli abitanti delle Spagne qualunque segno di ossequio
alla chiesa di Roma.
Gregorio stette ad udire l'ardita risposta degli Spagnuoli, per gli
storici giustissima, per lui sediziosa, e dopo alquanto di silenzio
dimandò:
--E voi, cosa avete risposto voi a quei ribelli, messer cardinale?
--Io mi son taciuto « disse il cardinale », dappoichè, santo padre,
quivi non si trattava ribattere parole con parole, ma distruggere
fatti. Ora e' dà segno di stoltezza chi contro l'evidenza dei fatti
osa pugnare.
--Sta bene « risponde Gregorio severamente »; ritiratevi dunque, ser
cardinale, poichè m'avvedo che voi v'intendete meglio di donne che di
canoni.
Il cardinale Ugo Candido, uomo dottissimo ma ecclesiastico come tutti
quelli d'allora, vale a dire punticcio in fatto di donneare, ed
inoltre superbo e violento, guarda il pontefice di maniera
corrucciata, poi facendo un passo indietro ed un gesto di disdegno,
soggiunge:
--Mi ritiro, santo padre: ma vi ricordo che Ildebrando non mi parlò
così il giorno che mi sedusse, e lo feci mutare in Gregorio VII.
E Gregorio perdette un altro amico.
Il camerario fa noto poscia al pontefice che Costantino, arcivescovo
di Torres, legato nella Sardegna, dimandava anch'esso inchinarlo.
Gregorio ordinò che entrasse.
--Santo padre « dice l'arcivescovo », ho recate le vostre parole e le
vostre lettere ai Giudici della Sardegna, i quali meglio se ne
chiamerebbero i re. Le mie persuasioni ho aggiunte per piegarli a
riconoscere la loro isola quale immediato dominio della santa sede e
feudo antico della Chiesa. Ma essi mi hanno dato sulla voce, han
gridato all'insidia, e mi han cacciato dal paese, covrendomi di
vituperi.
Gregorio resta ancora un momento a considerare, poi risponde
freddamente e secco, senza di alcun modo spiegare il suo pensamento:
--Ritiratevi.
Il camerario annunzia Umberto, vescovo di Lione, commissario
ponteficio nella Francia.
--Santo padre « parla il vescovo », ricevuta la vostra lettera e la
bolla pei vescovi della Francia, mi son condotto a quelli di Reims, di
Sens, di Bourges e di Chartres onde partecipar loro le minacce di
vostra beatitudine, ed esortarli a lasciare gl'impuri traffichi ed i
baratti illeciti, e vivere da sacerdoti anzi che da soldati e
cacciatori nelle crapule e nelle orgie. Essi però, santo padre, mi han
risposto: ch'e' si sarebbero tolti dalla simonia e dal concubinato
quando tutti gli altri ecclesiastici del mondo cristiano avessero
fatto altrettanto. Poi sono andato a Macon per persuadere
l'arcidiacono Landri che, essendo stato eletto vescovo di quella
chiesa dal clero e dal popolo, non poteva il re Filippo pretendere
pagamenti d'investitura, ed impedire la consacrazione. Per lo che,
esigendo l'onore della Chiesa ch'ei fosse vescovo di Macon, si
lasciasse consacrare senza paura, se non volesse esservi costretto dal
rigore dei canoni. Landri infatti si persuase. Ma essendo entrati
nella basilica per cominciare le funzioni, i balestrieri del re ce lo
inibirono; e non lo avrebbero permesso mai, se Landri non avesse
pagata la somma richiesta. Landri però è stato unto vescovo.
La pallida faccia di Gregorio si arroventa. Convulso nelle labbra,
accennava già a violento scoppio, e qualche cosa in fatti fra sè
medesimo mormora; poi, tutto ad un tratto si calma, e dice anche al
vescovo, come aveva detto ai due precedenti:
--Ritiratevi.
Allora il camerario annunzia Sigofredo arcivescovo di Magonza, il
quale veniva di Lamagna onde riferirgli di gravi cose. All'udir di
costui, Ildebrando, come se stimasse doversi far trovare in attitudine
più autorevole di quello starsi addossato ad una finestra, si asside
avanti ad un tavolo gremito di pergamene e codici di Santi Padri, ed
ordina che fosse introdotto. Sigofredo si reca a baciargli la mano,
indi parla:
--Padre beatissimo, unitamente ai vostri legati presentammo a
Nurimberg all'imperatore Enrico i decreti del concilio che vostra
santità tenne a Roma. L'imperatore li riconobbe, benchè di mala
voglia, e solamente per condiscendere a sua madre Agnese, che con noi
lo veniva a supplicare. Allora gli richiedemmo che lasciasse convocare
nelle terre dell'impero un sinodo, onde, a nome di vostra beatitudine,
deporre i prelati contaminati di simonia e di lussurie. Col monarca
erano i vescovi di Strasburgo, di Spira, di Bamberga, di Augusta, di
Wurzburg, di Brema e di Costanza--che sono appunto i più grossi baroni
di Germania ed i principi più potenti dell'Impero. Alla dimanda,
questi cominciarono a mormorare, ed a reclamare ad Enrico; ed egli per
cavarsi d'impacci, ordinò a Liemaro di Brema di risponderci. Allora
questi schiettamente favella: « Il dritto di convocare concilio nelle
dipendenze della Germania appartiene esclusivamente all'arcivescovo di
Magonza. I legati pretendono cose contrarie alle constituzioni ed ai
canoni, non si debbono dunque ascoltare ».
Noi allora interdicemmo a lui il ministero di vescovo; e quello di
Bamberga, convinto già di aver compera l'investitura, sottoponemmo
alla pena della deposizione, se non si fosse provato innocente avanti
al tribunale di Roma. Pubblicati i decreti del concilio, tutto il
clero di Lamagna si leva a rumore, per ogni chiesa nascon tumulti. Noi
allora indicammo un sinodo ad Erfurt, dove, essendo convenuti
moltissimi, esponemmo gli ordini della santità vostra. Allorchè
l'empio vescovo Ottone di Costanza, sorgendo come forsennato, si
espresse in queste sentenze:
« Gregorio VII è un insensato! Gregorio VII è un ignorante, il quale
non sa quel che si chieda; sono assurdi i suoi decreti. Sta scritto
nel Vangelo: _abbandona padre e madre, ma la tua donna non
abbandonare_: il secondo degli ottantaquattro canoni degli apostoli
ordina: _vescovo, prete, o diacono non discacci la moglie sua col
pretesto di religione_: ed il 39.^o _non usurpate la roba del vescovo,
avendo egli moglie, figli, cognati e servi_. Innocenzo I inoltre,
nell'epistola 17, rimprovera i vescovi perchè _promovessero al
vescovado mariti di vedove_: il capo 22 del concilio di Nicea esorta,
_non essere conveniente agli ecclesiastici lo scacciar la moglie_; e
s. Paolo nelle lettere a Timoteo comanda: _che bisogna il vescovo
fosse irreprensibile, marito di una sola donna, pudico, buon massaio
di casa, e che avesse figli ben subordinati e casti; ed i diaconi,
mariti di una donna sola, buoni custodi dai loro figli e delle loro
case_. Cosa dunque pretende codesto eresiarca di Roma? S. Paolo stesso
ha altresì ordinato che: _chi non può contenersi si ammogli, perchè
val meglio ammogliarsi che ardere_; tutti gli antichi Padri della
Chiesa per tal modo si condussero. Che perciò, se Gregorio VII si ha
fitto in pensiero di volere che fragili mortali vivessero da angeli,
arrestando il corso ordinario della natura, Gregorio VII di sua mano
vuole aprire la strada alla fornicazione, e sostituire alla santità
delle nozze la nefandità di una libidine randagia e senza vergogna.
Gregorio VII è dunque un uomo senza pudore e senza criterio morale.
Noi quindi amiamo meglio rinunziare al sacerdozio che al matrimonio,
vogliam piuttosto incorrere nell'interdetto che abbandonare le donne.
Il papa perciò cerchi pure dei cherubini per guidare il gregge di
Cristo se di noi è malcontento, imperciocchè tutti, per bocca mia, qui
vi giurano, Sigofredo da Magonza, che giammai recederemo dai venerandi
usi dei nostri antenati per secondare le voglie impure e tumultuose di
lui ».
« Alle quali parole, santo padre, tutti levatisi a rumore gridarono:
--Vogliamo le mogli, vogliamo le mogli: Sigofredo ha meritata la
morte; uccidiamolo, onde serva di esempio ad ogni altro che, col
pretesto di religione, venisse a diffamare gli ecclesiastici e le
donne loro ».
« E dalle parole passando ai fatti, ebbimo appena campo di ripararci ad
Heiligenstadt e fulminare interdetto contro i perturbatori del sinodo.
--E poi? « dimandò Gregorio » cosa avete fatto di poi, messer
arcivescovo?
Sigofredo lo guardò in volto onde comprendere chiaro che mai volesse
dire, indi soggiunse:
--Nulla, santo padre, se non che partirci per venirvi a render conto
dell'esito della nostra legazione. E siamo qui da due settimane.
--Arcivescovo di Magonza « severamente risponde Gregorio alzandosi da
sedere » tu hai delusa l'aspettazione di s. Pietro, e ti sei mostrato
tutt'altro di quello che il pontefice ti aveva creduto. Ritirati, e
non lusingarti di trovar più fiducia in noi. Anzi, pensa alla
giustizia del sinodo che sarà congregato per giudicarti; perchè troppo
dalle tue parole e dalla tua codarda condotta abbiamo compreso
parteggiare anche tu pei ribelli.
Sigofredo di Magonza, in cuor suo non tranquillo, abbassa il capo, ed
uscito, in quell'istante istesso riparte per l'Alemagna.
Il camerario annunzia in seguito il principe Baccelardo.
--Santo padre « sclama Baccelardo entrando » santo padre, Salerno è
presa dai Normanni.
A questa notizia Gregorio percuote del pugno la tavola e grida:
--E tu, neghittoso, tu vieni a portarcene vergognosa novella?
Baccelardo fa un balzo come percosso d'improvvisa contumelia e fissa
il papa di sguardo superbo e collerico. Poi dopo un minuto di
silenzio:
--Sì, ser papa « animosamente risponde » io posso bene portarvene la
nuova, dopo aver combattuto come guerriero, ferito Guiscardo, e ceduto
al numero. Disdicetevi dunque di codesta parola di neghittoso che mal
mi si adatta; e se il cuore vi punge la sorte della misera nazione
longobarda e di me, provvedete, e sollecitamente, energicamente
provvedete.
--Sta bene « sclama Ildebrando » ritírati.
All'uscire di Baccelardo, senza essere chiamati, l'abate di Cluny ed
Alberada si presentano. Alla loro vista Gregorio spalanca gli occhi, e
dopo averli squadrati un momento, senza aspettare che parlassero,
corrugando la fronte in modo accigliato, dimanda:
--Ed il priore?
--Il priore è fuggito « risponde Alberada con fermezza. » Ed io--io
Alberada moglie di lui, rammentando il giuramento di Ildebrando nel
castello di Cariati--io gli detti questo consiglio.
--Ah! « sclama Gregorio mordendosi le labbra e convellendosi nella
persona per reprimersi » tu dunque gliene davi il consiglio? Ben
facesti, Alberada, concubina del priore di Lacedonia, ben facesti.
Appartatevi dunque; e tu abate di Cluny, fa perchè si rechi qui il
castellano della Mole d'Adriano.
I due legati escono, ed il camerario introduce Gisulfo principe di
Salerno. Gregorio lo riconosce, e cangiando voce e sembiante ad un
tratto gli parla:
---Confortatevi, messer principe. Iddio che fa la piaga la medica.
Sappiamo di vostre sventure: l'oro si prova col fuoco, gli eletti con
le tribolazioni. Confortatevi, che noi provvederemo. Potete intanto
ritirarvi.
Gisulfo a tanto freddo ed insultante conforto arde di dispetto e negli
occhi scintilla, indi amaramente soggiunge:
--Sì, santo padre, mi ritiro--e mi ritiro dopo aver conosciuto appieno
il valore dei soccorsi della Chiesa. Gli è bene però che sappiate
ancora voi, sire papa, che Roberto Guiscardo non solamente ha tolti
gli Stati a noi, ma in questo momento, in questo momento proprio
invade il patrimonio di San Pietro, occupa gran parte delle Marche, e
cinge d'assedio le mura di Benevento. Addio--conforto per conforto!
E sì dicendo, senza fargli cenno alcuno di veneranza, parte. Gregorio
gli manda dietro uno sguardo lento e ghiacciato, poi mormora:
--Imbecille! occupa le Marche! assedia Benevento! Ah! questo ladrone
normanno è dunque ben fermo a non lasciarsi mettere il giogo dai
pontefici? E la vedremo, bel duca, la vedremo, per dio! chi di noi
giuocherà posta più soda, e se tu ti stancherai prima di ribellarti,
noi di metterti il piede sul collo.--La vedremo!!
Il camerario entra allora novellamente e consegna a Gregorio una
lettera capitata in quel punto di Lamagna, riferendogli nel tempo
stesso che il castellano della Mole di Adriano stava fuori. Gregorio
rompe il nastro della lettera e legge
« Fratel caro, perchè mi è noto che le mie fortune ti recano gioia
smisurata, quanto l'amore che mi porti, ti partecipo che la
munificenza di Enrico IV mi ha eletto arcivescovo di Ravenna. Egli
rise assai, allorchè mi gli presentai a Goslar, e gli raccontai della
caritatevole trappola, cui mi avevi tesa con quel fedel duca di Puglia
e quel bietolone di abate di Cluny. E ne rise tanto, che, per tener
lieto ancora te, ed addolcire il dispiacere di non avermi avuto
vicino, ha, per vezzo, tramutata la mia povera prebenda di priore in
quella di arcivescovo--a cui voglio farti vedere come saprò fare
onore; ed ora mi metto in viaggio per alla volta di Roma, onde tu
possa fraternamente abbracciare il tuo amorevole e rispettoso
fratello.
Guiberto--_olim_ Priore di Lacedonia, _nunc Episcopus Ravennatis_ ».
A questa lettura Ildebrando rimane come stordito. Per un pezzo guarda
il suolo fitto fitto e convulso calca sul tavolo le polpastrella delle
dita, poi tutto ad un tratto lo percuote del pugno, si leva in piedi e
grida:
--Sire Cristo! gitterò le tue chiavi nel Tevere se non mi lasci punire
questi ribaldi che si prendono giuoco di me. Dovessi soccomberci,
dovessi perire, dovessi rinnegare la fede e dare l'anima mia a
Satanno, gl'imperadori di Lamagna non investiranno più vescovadi ad
alcuno; di Guiberto e di Enrico mi vendicherò.
E sì dicendo dava un passo per uscire, allorchè vede il camerario,
quel Giovanni che fu poscia vescovo di Porto e tanto temerario e
feroce, aspettare ancora gli ordini suoi. Ildebrando si ricorda del
suo comando, si rimette, e dice:
--Fate entrare il castellano.
II.
Esso comune saggio
Mi fece suo messaggio
All'alto re di Spagna
Ch'era re d'Alemagna.
SER BRUNETTO LATINI--_Tesor._ 2.
Il domattino gli araldi invitavano quanti cardinali, vescovi ed abati
si trovassero dentro Roma per assistere ad un sinodo che il pontefice
riuniva nel Vaticano.
Intanto Ildebrando aveva lavorato tutta la notte, ed ordinato a molti
legati tenersi pronti a partire, sull'istante medesimo che quello
sarebbe terminato, onde propagare nell'orbe cattolico i suoi voleri.
Le notizie della sera antecedente lo avevano riscosso un momento. Poi
si era ricalmato, e con una lucidezza di mente, che partiva da intima
convinzione del suo dovere e dell'altezza del suo ministero, a tutto
avea posto pensiero di provvedere. Doveva aprire l'uscita a novella
vita nei secoli; doveva annullare gli ultimi avanzi degli usi e delle
costituzioni dei vecchi tempi; al mondo far sentire la forza d'un
nuovo codice, il quale primamente tutti gli arbitrii e tutti i poteri
del dominio laicale rovesciava, indi ai cittadini restituiva un
simulacro di libertà. Il pensiero era generoso, grande, originale: e
perciò appunto senza violenza non potevasi manifestare. Segnatamente,
che il carattere dell'uomo il quale l'aveva concepito era tenace, e si
cacciava nell'aringo sicuro della pienezza delle sue forze, convinto
della giustizia della causa, non ignaro dei tempi e degli uomini con
cui scendeva a misurarsi, ed in Dio confidente. Perchè Ildebrando, se
fu stimolato da ambizione, e fortemente lo fu perchè uomo e potenti
sentiva le passioni, nel fondo del cuore caldeggiava di fede
smisurata, e le vie di Dio giammai perdeva dello sguardo.
Il concilio si tenne--uno dei più forti e più fatali concili.
Però, come fu terminato, e sanciti que' canoni che gli uomini della
Chiesa liberavano da qualunque subordinazione laicale ed alla purità
dei primi sacerdoti li richiamavano, sciame immenso di legati e
d'inquisitori traboccò per tutta Europa onde ad ogni città, ogni
borgata, ogni vescovo, ogni pievano, ogni suddito fossero manifesti i
concepimenti di Gregorio; lo stato delle chiese dell'orbe cattolico
riconosciuto ed a lui rapportato. Essi dovevano inquirere sulla
condotta dei preti ed a vita novella avviarli; sospendere i tribunali
e le loro pendenze appena arrivati nei paesi, ed e' giudicare; ogni
autorità piegare alla venerazione del pontefice; lo stato, il
pensiero, i desideri, i bisogni, le querele, le gioie, la fortuna di
ogni cristiano a lui significare ed a lui sottomettere; le città ed i
castellani d'Italia chiamare a collegarsi per rompere qualsiasi
vincolo di dipendenza dall'impero, ed il papa riconoscere capo della
federazione, a danno di tutti i poteri. In una parola, gl'inquisitori
che per tutte le terre d'Europa Gregorio spandeva dovevano spargere le
sue dottrine; tenerlo istruito dei progressi del suo sistema;
multiplicarlo; farne sentire il potere e la presenza; e quindi
metterlo a caso di sapere quai passi potesse dare ancora, dove
ammonire, dove fulminare.
Baccelardo era stato spedito nella Germania all'imperatore che allora
teneva corte a Worms.
Sul cader di una sera, egli viaggiava stanco di aspra giornata ed
affamato, mentre andava considerando le diverse vicende di sua vita.
Il cavallo, colle redini allentate sul collo, gli teneva dietro,
mansueto, affaticato non meno del padrone. Il nobile animale toccava
di tanto in tanto le spalle di Baccelardo quasi avesse voluto dirgli:
Monta su dunque, non divenir lasso maggiormente! E col fiato lo andava
riscaldando, perchè spirava rovaio tagliente, e qualche raro fiocco di
neve, come mosca bianca, aliava per l'aria e cadeva. Baccelardo però,
o che volesse rispettare il generoso corridore coverto di bardatura di
ferro e di cuoio, o che per il freddo gli tornasse utile il camminare
a piedi, non rispondeva alle carezze del cavallo che con uno zufolare
un'aria di caccia, o tutto al più con un: Animo Licht! due passi
ancora, ed uno buono strame ed una grossa misura di biada tutto
accomoda.
Indi considerava tra sè:
--Povera creatura! è stata sfortunata anche essa! I suoi antenati a
servire i signori d'Altavilla ed i loro potenti figli; ed essa ad
accompagnarsi meco di tutto diseredato, anche di amici, ad essermi
compagna in tanto peregrinare, in tanti perigli, sovente anche
digiuna. Ma andiamo, Licht, le cose forse cambieranno. Questo
pontefice, che è tanto potente in parole, non ha saputo far niente per
noi, perchè i pontefici apprezzano meglio un chierico, il quale
biascichi due parole latine, che un nobile animale come te. Staremo a
vedere che saprà fare questo matto d'imperadore. Veramente i saluti
che gli porto non sono mica i meglio graditi. Ma la Dio mercè ho
capito che oggi, in questo guazzabuglio d'interessi, bisogna che
ciascuno pensi a sè. Io non sono assoldato con Ildebrando. Quando avrò
compiuta fedelmente la commissione di lui, nessuno m'impedisce che non
mi raccomandi un tantino ad Enrico. A lui piacciono coloro che menano
le mani con l'aiuto di Dio, ed io mi son pane pei denti suoi. Del
resto io mi trovo anche bene agli scialacqui della sua corte; perchè,
dopo tanti stenti, un po' di crapole non mi dovrebbero mandare
all'inferno. Iddio è tanto misericordioso! Ad ogni modo, mio bravo
Licht, spero bene che per stasera non ci abbia a mancare un osso a
rosicchiare ed un fiasco da spartirci fraternamente. Eh! arricci il
muso? sei ghiotto di carne come un abate. Sta queto dunque che non te
ne mancherà, vah! non ci fosse altro che da tagliare le lacche
all'ostiere.
E così, parte discorrendo, parte pensando, si avvicinava ad un
villaggio ai pie' del San Gottardo; allorchè, da dietro alcune
casipole dirupate, vide uscire un gruppo di giovanette stranamente
vestite, tutte scollacciate, e prodighe di vezzi e di daddoli avviarsi
alla sua volta. Le quali, appena gli furono presso, si aprono, e
mettendoselo in mezzo e prendendolo chi dalle braccia, chi dai panni,
con gazzarra alta, cortese, e mista a sorrisi, gli diceano:
--Venite, bel signore, venite alla festa, venite all'allegria.
Baccelardo, stupefatto di quell'apparizione e da quell'invito, par
fuor del secolo, nulla comprende. È però a tempo a gridare al suo
cavallo: Quieto Licht! Perchè questo, vedutosi pigliar dalla briglia,
già sbruffando schiuma ed arroventando gli occhi, si alzava sulle
zampe di dietro per cacciarsi sotto quelle briose creature. Alla voce
del padrone il cavallo si assoda, e quelle fanciulle, che dalla paura
si erano sbrancate, si arrotano novellamente a lui, ed azzeccandosegli
alla persona, ripetono:
--Ma non sareste voi per avventura un buffone, o signore?
--Il diavolo che vi porti, quelle pettegole!
--Non sareste voi per sorte un suonator di ribeba, un suonator di
cornamusa, un istrione, un menestriere?
--Io non son niente di tutto codesto. Apritemi il varco ed andate
all'inferno.
--Allora venite, venite chiunque voi siate. Racconterete i vostri
viaggi, una storia di paladini o di maghi, una storia dell'orco e
delle streghe di Benevento: venite a rallegrar monsignore--venite,
damigello.
--Io non so nulla di codeste storie, le mie donnine! Che streghe, che
paladini? Io sono un povero cavaliero, ed ecco tutto.
--Da bravo--venite dunque, bel cavaliere, venite alla cena di
monsignore.
--Ma al nome di Dio! « sclama Baccelardo » non sareste
voi per avventura delle fate che vorreste condurmi in un castello
incantato, o spiriti maligni che, contraffatti in sembianze tanto
venuste, ambireste tirarmi in trappole infernali per caparrarvi
l'anima mia?
Quelle ragazze, ad uno scongiuro così peritoso, scoppiano in iscroscio
di riso più pazzo ancora, e facendogli in certo modo violenza, se lo
menano gridando:
--Non temete, bel cavaliere, noi siamo donne, pronte a darvi anche un
bacio per convincervene, a farci la croce, a nominare Gesù e Maria.
Venite con noi. Monsignore non sa cenare solo perchè si annoia, e ci
ha messe alla posta per condurgli degli ospiti. Venite dunque, bel
cavaliere, venite, se Iddio vi aiuta! a bearvi della presenza di
monsignore.
Baccelardo, che dal viaggio si sentiva affranto e dal digiuno
stimolato, al lusinghevole invito non sa resistere, tanto più che già
toccava le porte di quel barone.
Segue quindi le donzelle, ed esse si dileguano cantando:
Il cavalier dall'armadura nera
Prode in gualdane, od in levar falcon,
Sa alle dame slegar la giarrettiera,
Sa cantar la _sirvente_ ad un veron.
Calate il ponte, in su la saracina,
Ch'egli viene a veder la sua regina.
La meschinità del villaggio non aveva fatta trovare ai forieri che
precedevano il viaggio di quel magnate casa degna di sua signoria.
Luride, nere, affumigate, senza vetri alle finestre, i tetti di legno,
le porte sdruscite; che potevano promettere di buono fuori di un
ricovero per vassalli, da Dio destinati al sudore della fronte onde
far vivere lauti e sfoggiati i potenti della terra ed e' morirsi di
stento? Avevano perciò drizzato bel numero di ricche tende intorno al
ricchissimo e vasto padiglione del padrone, sì che il tutto sembrava
un accampamento più grosso del villaggio stesso. Una folla di
palafrenieri intendeva al governo dei cavalli; canettieri e falconieri
curavano alimento e ricetto di quelle bestie strepitose; guatteri,
cucinieri, damigelli, servidori di ogni maniera ivano e tornavano
portando scorte, acqua, carne, vino, legne e mettevano tutto a rumore,
tutto empivano di strida; scudieri, paggi, uomini d'armi che cercavano
quartiere e provvisioni; mulattieri che cospettavano non trovando
pronte le stalle per animali affatigati dal carico e dal cammino;
borghesi che pensavano a barattare roba d'ogni genere e d'ogni verso,
e piativano pagamenti da soldati tedeschi che non intendevano o
fingevano non intendere l'italiano; tutta la gente del borgo accorsa
per dare aiuto e per rubar qualche cosa, per curiosità e per guadagno;
poveri, lebbrosi, zingari, buffoni che stuzzicavano quell'accozzaglia
e speculavano per la folla; donne d'ogni età, pessimamente e bene
acconce, laide e bellissime, vereconde e sfrontate, che tentavano
chierici e frati in gran numero mescolati fra genía tanto misticcia, e
li sollecitavano di benedizioni e di vezzi; cantarini che spippolavano
la _cantilena d'Orlando_, e ballate piene d'insolenti buffonerie;
istrioni che si contorcevano in quante contraffazioni possa esser
capace la mobilità dei muscoli della faccia umana; musicanti che
ripassavano le arie favorite, e tutto insieme un rumore così bizzarro
ed assordante che eravi da perder la testa. La massima parte di quella
gente, molto sopra il migliaio, stava a servigio di monsignore, ben
messa, pulita, con eleganza e con gusto: altri molti si trovavan
quivi, essendovi fiera a causa della festa del santo protettore del
villaggio.
Le maestre di cerimonie presentarono l'ospite ghermito al maestro di
palazzo di quel barone, il qual maestro di palazzo sedeva
appositamente avanti la porta della tenda onde dar provvidenze e
comandi, assegnar posti, distribuir danaro ai sott'uffiziali della
casa, affinchè niuno rimanesse dimenticato. Il maestro di palazzo
accolse di assai gentil garbo Baccelardo, raccomandò il cavallo ai
palafrenieri del signore, e lo introdusse nel padiglione perchè
potesse gustare dei primi ristori.