Pure una sera, mentre attendevo Giovanni, solo, nella dubia luce del
crepuscolo, mi assalì il ricordo di _lei_: l'acre violento ricordo del
suo profumo e delle sue carni.
Oh la mia povera anima! Sopra i carboni ardenti del desiderio come si
contorceva, come gemeva, come ululava!
D'un tratto una scampanellata risonò nell'atrio; e di lì a un momento
Giuseppe entrò con un biglietto.
Io stesi la mano a ghermirlo, col cuore che mi batteva.
Mio fratello mi avvertiva che rimarrebbe ancora qualche giorno a
Dolcedo, un borgo della valle di Porto Maurizio che gli aveva fornito
il soggetto d'un quadro.
Io esultai: più che se fosse stato un biglietto di lei (come nel
calore dell'immaginazione m'ero dato a credere), un biglietto che mi
dicesse: «Vieni, non reggo più!»
Libero ormai dalla imbarazzante soggezione della presenza di Giovanni,
non diventava io padrone di me? Quali ostacoli avrebbero avuto forza
di arrestarmi o solo un poco trattenermi sulla ruinosa china fiorita?
Il mio scialbo sogno di purezza, di dignità, di pace! Che cosa valeva,
che cosa poteva esso più di fronte alla realtà fiammeggiante di quel
paradisiaco bagno di piacere, il cui pensiero bastava a mettere in
tumulto tutto il mio sangue?
Silenzioso come uno spettro scivolai per la lunga scala, attraversai
il giardino e uscii, fingendo di non udir la voce di Giuseppe che
dall'alto del terrazzo mi richiamava per la cena.
Laggiù trovai la stradicciuola già buia. Il grillo che strideva
ancora, su per la ripa nera. Il mare che suggeriva oblique lascivie,
leccando la spiaggia supina con guizzi di voluttà impudici rilucenti
nell'ombra.
D'un colpo un vento di delirio m'investì e mi squassò; una fitta benda
mi calò sugli occhi.
In capo al muricciuolo m'era apparsa la figura di lei, immota, curva
ad aspettare.
Ma presto cadde la benda. Non era _lei_. Era una figura maschile: un
giovane, forse.
--Scellerata!--pensai. E un'ondata di sangue mi montò al
cervello.--Cosa oserai rispondere quand'io ti intimerò:--Non mentire!
Con questi occhi ho veduto!--?
La libidine della carne si mescolava a quella dell'oltraggio: a
vicenda si rinfocolavano, nel satanico connubio.
Appena svoltato, gettai avidamente uno sguardo al breve tratto di
strada che mi separava dalla casetta, e alle finestre. E provai una
gioia amara nel veder tutto deserto, tutto buio.
In punta di piedi mi spinsi fino al memore cancelletto che tante volte
aveva cigolato al mio passaggio,--e chiamai:
--Susanna!
E stetti ad aspettare, col collo teso, la faccia supina, nel silenzio,
in preda a un affanno mortale.
--Susanna!--replicai, spaventato dalla mia stessa voce che tremava
forte.
Ed aspettai, senza respiro, senza un'oncia di sangue nelle vene.
Alfine qualche cosa si mosse, dietro la tendina che biancicava: un
leggero romore s'intese, la finestra si aprì; una vita bruna si piegò
verso me.
--Sei tu?
Un incredibile, inenarrabile sogno!
E pure era la sua piccola mano deliziosa che mi si tendeva nell'ombra,
era la sua vita flessuosa ch'io stringeva, era l'alito della sua bocca
ch'io beveva, eran le sue labbra rosse come il melograno ch'io
suggeva!
--Come mai?--interrogò ella con una voce molto velata, quasi
rauca,--che cosa è accaduto?
Io risposi:
--Credevo di poter vivere senza di te! Credevo di poterti scordare!
Ella mi prese tutte e due le mani, e mi chiese, con quella sua voce
fioca, che pareva di sepolcro:
--Pietro, sarebbe vero?
Ma d'un tratto si svincolò, si coperse la faccia, e mormorò,
costernata dal ricordo:
--Anche allora avevi giurato!
Io le strappai le mani dal volto, le inghirlandai con le mie braccia
il collo, ed esalai, curvo sulla sua bocca triste:
--Luce delle mie pupille! Non vedi come mi ti striscio a' piedi? Non
vedi come sanguino? Abbi pietà!
Quasi non avesse udito, ella taceva, piegato il mento sul petto che
pulsava agitato.
Ma io, reso audace dal presentimento e dalla visione della vittoria,
la urtai alle reni e la sospinsi. Tutto fremente le domandai:
--Dorme tua madre?
--Non è qui,--sospirò ella.
--Tornerà presto?
--Non credo che tornerà più. Ci siamo bisticciate, oggi. Non senti che
voce? Le dissi ch'ero incinta, e lei mi fece una scena. Pretendeva che
ti scrivessi.--Pestatemi--le dissi:--non gli scriverò.--Ella mi venne
co' pugni sul viso. Mi picchiò, mi afferrò pe' capelli, mi sbattè
contro il muro come un cencio. Guarda qui la piccola ferita. E se
n'andò minacciando di correre da te. Per carità: se mai venisse non
darle ascolto. Cacciala via!
Io non pensavo che a quell'unica cosa incredibile, scoppiata sul mio
capo col fragor della folgore.
--Incinta?--balbettai, pieno d'orrore, sentendo rizzarmisi i capelli.
Nell'ombra ella non potè certo scorgere l'espressione del mio volto,
nè i goccioloni di sudore che m'irrigavan le tempie. Ma la mia voce mi
tradì, alterata da quell'orrore.
--Lo sapevo,--soggiunse ella dopo una pausa che mi parve eterna,--lo
sapevo che questa notizia t'avrebbe un po' sconcertato. Avevo pensato
di non dirti nulla, perciò. Non volevo che avessi noie a cagione di
me. Poveretto! La colpa è stata mia: lo so: sono io che la devo
scontare! Di che ti vuoi dar pensiero, tu? Un giorno, questo m'avrebbe
schiacciata, è ben vero. Mi ricordo quella volta: s'ei non m'avesse
fatto un po' di coraggio, addio. Avevo già deciso, dentro di me, in un
lampo. (Oh l'avessi fatto davvero!) Adesso, invece, mi adatto. M'hanno
piantata lì come un cane. So che domani, appena sapranno, strilleranno
più forte, e mi mostreranno tutti i loro artigli. Che importa! Finchè
mi restano quelle due poveracce! Mia zia ha già insegnato alla prima
che sua madre è una mala femmina appestata. «Guai a voi se vi lasciate
baciare! Guai a voi se accettate una carezza!»--Ma quelle povere anime
di nascosto vengono a trovarmi, e mi raccontano tutto, e mi vogliono
bene.--È nostro padre, che ha trattato male--dice la Irene. E per
questo l'altro giorno da sua zia s'è buscata un ceffone.»
Trangugiò in silenzio quel po' di fiele; poi, con un tono estremamente
dolce, conchiuse:
--Ma tu non preoccuparti. Non vedi? Non ti chiedo nulla. Non cerco di
aggrapparmiti. Ti rendo tutta la tua libertà.
Io avrei preferito ch'ella m'offrisse qualche pretesto di ribellione,
per non trovarmi costretto a denudare la mia ributtante viltà. E fu
nell'insano desiderio di ricoprirla, cotesta viltà, che osai
affacciare--di mezzo a certi ipocriti avvolgimenti di frasi--un
ingiurioso dubbio.
--Miserabile!--ruggì ella, troncandomi le parole in bocca.--Perchè
venivi dunque? Chi ti aveva chiamato?... Lasciami! Non toccarmi! Se
sapessi che ribrezzo mi fai!
Invano tentavo, con le mie mani, di trattenerla. Ella si dibatteva,
nella stretta; si divincolava con tutta la persona, come se realmente
il mio materiale contatto dovesse ammorbarla.
--Per carità, Susanna, sentimi!--insistevo tra smarrito e furente.
Ma ella no. Era riuscita a sfuggirmi, s'era avventata all'uscio,
teneva già la mano sulla chiave.
Nel colmo dell'esasperazione, io mi cacciai perdutamente in braccio
alla mia viltà.
--Bugiarda!--le scagliai alle spalle,--ho visto chi ti aspettava
stasera al solito posto!
L'offesa si rivoltò con un sibilo di belva ferita, e mi sputò in viso
il suo estremo insulto. Poi s'affisse davanti a me fieramente: quasi
avesse raccolto una sfida, ed attendesse l'assalto, impavida.
Ma quando si sentì abbrancare alla vita, e vide la mia mano levata
nell'aria come una scure, mi si lasciò sdrucciolare a' piedi.
--Ammazzami!--soffiò.
E dette in uno scoppio di pianto.