--Ieri sera verso le otto sono passata. La finestra era aperta, ma tu
non c'eri. Nel ritorno mi son messa a sedere sul sedile di pietra,
davanti al tuo cancello, pensando: «Forse di lì a un po' si
affaccerà.» Non era quella, l'ora? Ho visto tuo fratello che
passeggiava sul terrazzo fumando.
Io risposi, improvvisando una bugia:
--Mi sono affacciato tre volte, e non ho visto un'ombra. Forse che
questo accadeva un minuto dopo che tu eri passata.
Ella soggiunse, insoddisfatta:
--Dove ti cacci, tu? Vivi tutta la giornata sepolto in casa tua tra
que' tuoi maledetti libri? Io verrò cinquanta volte in paese per
incontrarti, e non t'incontro quasi mai. Se sapessi le poche volte che
commozione! Appena ti riconosco di lontano, il sangue mi dà un tuffo.
Tu mi guardi alla sfuggita, come se passasse un'estranea. Io non posso
più staccarti gli occhi di dosso!
Poi che tacque, le posai una mano a sommo della fronte, e lentamente
insinuai le dita nella folta selva de' suoi capelli. Ella mi lasciò
fare, parecchie volte, reclinando un po' la faccia, sotto la dolce
pressione: come assorta, scoprendo la bocca e la gola alla luna.
D'un tratto riprese:
--Con quell'altro è durato quasi due anni, e poteva forse durare
ancora assai, se non capitava la disgrazia. Con te quanto durerà?
--Che pazza!---ghignai con una voce che non riconobbi per mia, mentre
la mia mano tremante tentava accarezzarle una guancia.
Ma ella si ostinava:
--Era un giorno di giugno, il giorno sette. Ho fatto il conto oggi che
sono ottantacinque in tutto. Mi giureresti che durerà ancora
altrettanto?
Nella ingrata necessità di sostenere una situazione falsa il mio animo
si inacerbiva.
--Smetti di torturarmi e di bestemmiare!--stridetti. E suggellai le
parole con un bacio, pur sapendo ch'eran esse le sole bestemmie, e che
il bacio era una perfidia.
La sconsolata tentennò il capo, incredula.
--L'altro mi dette una gran prova d'amore. Che prova mi daresti, tu?
Cosa sacrificheresti, tu?
E i suoi occhi fissi acutamente ne' miei tentavan scandagliarmi.
Allora le confessai ch'ero io pure uno spostato, un vinto della vita,
giacchè nella lunga accanita corsa verso que' miei folli sogni d'arte
e di gloria io aveva lasciato sul terreno a brandelli la miglior parte
di me, ed avevo perduto il sommo bene ed il sommo conforto, cioè la
capacità d'amare col completo abbandono dell'essere. Nessuno avevo io
mai saputo amare a quel modo: nemmeno mio fratello, nemmeno mia madre!
Mirando ad ottenere il doppio scopo di eccitare la sua compassione e
di appagare insieme un molesto bisogno di purificazione che
serpeggiava in fondo a me, mi spinsi fino a dirle che mi conoscevo
colpevole, indegno, abietto, dinanzi a lei!
Ella aveva abbassata la faccia, ascoltandomi. Quando l'alzò, due
grosse lagrime le scivolaron giù per le gote brillando. Non parlò, non
mi guardò, nemmeno. Asciugò col dorso della mano le lagrime, e
ricacciò indietro i ciuffi che le ricadevan sulla fronte, come per
liberarsi da un pensiero che la volesse schiacciare.
Nel silenzio, attraverso la folla degli ulivi veglianti in attitudini
desolate, saliva intanto la voce del mare che narrava il peso tragico
della vita e l'insopportabile affanno.
--Ho io forse una speranza? Sono io forse necessaria a qualcuno? Se
domani tu sentissi ch'io fossi morta, cosa proveresti tu?
A queste parole io mi rivoltava come a uno spettacolo di sangue. Era
mera compassione, che mi pungeva: ed ella, l'illusa, nel suo intimo
credeva forse ancora che potesse essere amore!--Io sapeva che s'ella
avesse attuato il funesto disegno non avrei sparsa neppure una
lagrima, che il giorno dopo l'avrei dimenticata, che avrei fors'anco
provato un gran sollievo, che avrei riabbracciato la vita con un nuovo
trasporto di gioia: e tuttavia gridai:
--Mi vuoi attossicare?
Ma quando ella si levò con un gesto costernato, e mi si avventò al
collo singhiozzando: «Perdonami!» e mi tempestò di baci, que' baci nei
quali si dibatteva la disperata ansia del naufrago che tenta
aggrapparsi all'ultima tavola di salvezza,--da capo io vidi nella sua
repugnante nudezza tutta l'oscenità della mia commedia.
Nauseato e avvilito, mi staccai dal fianco dell'inconsapevole, quella
notte.
E l'indomani mi svegliai soffocato dallo sgomento di chi
all'improvviso si vede prossimo ad affogare.--Ahimè che cosa ho io
fatto!--mi domandavo con le mani nei capelli.--E pensavo: «Ella non è
solo fango. Anche nel suo corpo vive e s'agita un'anima capace di
godere e di soffrire. E tu non sospettasti neppur questo,
accostandotele! Con un meschino inganno l'avvolgesti, e l'asservisti
alle tue basse voglie. Come fosse fango ti avvoltolasti in lei! Ella
ti porgeva una mano credendo alla tua parola che le prometteva di
aiutarla a rialzarsi, e tu di nascosto sputavi su quella mano! Di
nascosto la calpestavi! Chi ti dava dunque il diritto di far tutto
ciò?»
A più riprese m'ero risposto che questo diritto mi derivava dal fatto
stesso della irreparabile condizione in cui ella era precipitata, e da
cui nessun umano sforzo di generose energie l'avrebbe più saputa
ritrarre.
Ma un tale ragionamento ed altri simili che andavo facendo, non
raccoglievan altro effetto che quello di rivelar meglio a' miei occhi
le mie occulte vergogne.
In verità un senso di scontentezza e di disgusto aveva sempre
ondeggiato in me ogni volta che m'ero strappato alle braccia della
misera. Un fastidioso fumo d'inquietudine aveva sin da' primi giorni
turbato e offuscato il mio spirito.--Ed ora io non poteva appuntare il
pensiero nell'enigma dell'avvenire senza che una paura di abisso mi
agghiacciasse le reni. E mi rodevo, e mi struggevo, rievocando
involontariamente le memorie del mio antico passato: un passato puro e
immacolato come la vita di un fiore. La vista, così dolce un tempo, di
quella casa, di quel terrazzo, di que' luoghi che avevano assistito
allo sbocciare della mia giovinezza felice, mi riempiva ora di
amarezza; gli occhi di mio fratello, quegli occhi che si posavan su me
timidamente, e mi accarezzavan affettuosamente inquieti, e
m'interrogavan muti e dolenti,--e le parole, quelle rare parole rotte
con cui egli trepidando tentava sollevare il velo del segreto che mi
circondava,--tutto ciò mi premeva, mi pungeva, mi trafiggeva. Schiaffi
roventi eran quelli sguardi, quelle parole, quelle carezze, poi che
non eran più per me, ma per un altro che da me era esulato, per
l'antico fratello, compagno d'innocenza e di candore.
Allora io assumeva un'aria quasi ostile. Fremente di dispetto e
d'indignazione, mi levavo d'avanti a Giovanni, con un gelido saluto, e
mi rifugiavo nel mio studio.
Ma nella solitudine e nel raccoglimento il tormento diventava più
penoso e più acuto. Qualche carta abbandonata che serbava, incompiuta,
la traccia luminosa d'un pensiero d'arte e di poesia anelante, ebbro
d'azzurro, all'Alto; qualche libro nella cui lettura mi solevo beare
come in un divino lavacro ideale, e che aveva dischiuso agli occhi
della mia mente stupita ed avida nuovi orizzonti e nuovi cieli, che
aveva mantenute deste e rinvigorite le mie nobili energie, e mi aveva
insegnato il desiderio e la visione d'un'Arte eccelsa, grande e
serena,--tutto insorgeva unanime contro di me, e mi accusava.
--È necessario--gridai a me stesso togliendomi di schianto alle
riflessioni in cui m'ero sprofondato passeggiando sul terrazzo un di
quei giorni--è necessario che questo abbia fine!
Salii risoluto le scale, entrai nello studio, afferrai la penna, e le
scrissi.--Le confessai che fino a ieri l'avevo vilmente ingannata. Che
non l'avevo amata, che non l'amavo, che non potevo amarla. Che la mia
coscienza si riscoteva ora dal suo obbrobrioso torpore, e m'imponeva
di troncare la relazione. Io non poteva nè voleva esitare ad obbedire.
Addio. Mi dimenticasse. Mi perdonasse, se potesse. Fino a ieri l'avevo
vilipesa. Da oggi incominciavo a stimarla e a rispettarla.
Tutta la notte non chiusi occhio. Aspettai la risposta sudando freddo,
come il reo che aspetta la sentenza. E la risposta venne: ma
tutt'altra da quella ch'io m'era immaginata. La derelitta non inveiva
nè implorava: si rassegnava con repressa amarezza, incolpando sè e
l'avverso destino!
Io bagnai di lagrime di riconoscenza, di rimorso e di umiliazione quelle
parole che in luogo di condannarmi mi proscioglievano e mi restituivan la
mia libertà e la mia dignità d'uomo. E mi riconsolai pensando la nuova vita
che mi si apparecchiava; e giubilai, guardandomi attorno. I libri dagli
scaffali, i ritratti dalle pareti sorridevano di compiacimento; gli ulivi
che sormontavan con le cime nel vano della finestra annuivan con cenni di
consenso e di augurio: uno spirto di pace di serenità e di letizia
rinnovellate brillava in grembo all'aria e sulle cose, circonfondendole di
un inusitato fascino di poesia e di bellezza.--Oh la tenerezza appassionata
che inumidiva certi primi sguardi, che vibrava in fondo a certe prime
parole susurrate con Giovanni nella quiete solinga ombrosa del terrazzo,
come a un convegno di innamorati che si riconciliano! E il sottile squisito
diletto di riaprir certi libri su cui la polvere e l'obblio s'erano a lungo
posati; la commozione del vedere a certe letture inaspettatamente
risorgere, quasi per opera di magia, una cara folla di idee, di sentimenti,
di immagini, di affetti legati ad un dolce passato di cui tutto credevamo
perito in noi, persino il mesto ricordo! E la impetuosa concitata gioia
dell'ascendere e toccar col pensiero le aeree vette dell'Ideale, per
lanciare di lassù uno sguardo vittorioso e superbo alla misera vita vana ed
effimera brulicante nelle brume del piano!
Lunghe ore rimanevo così seduto innanzi alla finestra del mio studio
spalancata, o sul sedile di pietra del terrazzo, ora assorto nella
contemplazione delle grate visioni interiori, ora in quella della
natura esterna che mi attirava e mi soggiogava con le sue ineffabili
grazie.
Lasciavo lentamente errare lo sguardo pel giardino intorno irrorato
dalla rosea luce del vespero, o su per la linea ondulata de' ceruli
monti lontani incoronati dalla gloria del sole che loro cadeva alle
spalle, o su per l'ampia distesa della marina che s'increspava a
quell'ora e si popolava di vele che venivan giù gonfie, in braccio al
ponente.
Ma le ombre si allungavano, rapide; la rosea luce moribonda tremava
un'ultima volta nell'aria, sospesa come un desiderio fuggitivo; e il
cielo si oscurava, i fumi salivano, torpidi; una campana, desolata,
nel silenzio ricordava e piangeva, mesceva memorie e lacrime.
Così, pari ad una fontana inesauribile, la Natura versava nel cavo
dell'anima mia sonora le divine armonie della sua misteriosa ed
infinita bellezza.
E la mia anima le ripercoteva, estasiata.