III.

... Le pareti bianche della stanzetta ov'ella m'aveva silenziosamente

introdotto; le due immagini sacre appese in capo al letto e racchiuse

entro una cornice dorata, il cassettone sormontato da uno specchio ne'

cui angoli stavano infisse alcune fotografie; le due poltroncine di

seta gialla, e il letto alto ed ampio, con lo zanzariere candido

alzato come a una offerta!...

Ella era corsa, muta, ad accostar gli scuretti; curva sull'uscio aveva

un istante origliato; aveva, con infinita cautela, dato due mandate

alla chiave (che rimbombo dentro il mio petto!), poi era venuta verso

di me con le braccia tese, me le aveva cacciate al collo, e m'aveva

susurrato, con la voce spenta:

--Sono tutta tua!

Ma io m'era subito svincolato da quella stretta.

Ed ella, fissandomi con le pupille fosforescenti che indovinavano il

mio segreto pensiero, s'era incominciata a spogliare.

La vezzosa testa china ricca di capelli fini, le mani che slacciavan

convulse il corpetto e il busto, l'onda del seno che traboccava, e i

colpi de' nostri cuori anelanti, in quel silenzio di tomba: che

terribili cose!

Ella era stata sublime, nelle furie della voluttà.

S'era abbandonata a tutti i rapimenti, a tutte le demenze. Mi aveva

insegnate le più riposte e più squisite vie del piacere. M'aveva d'un

colpo spalancato le porte d'un paradiso di delizie di fuoco. E m'avea

visto, trasfigurato dall'estasi, bere a lunghi sorsi, con avidità

feroce, alla coppa raccolta nelle sue mani.

Sull'alba io me n'era venuto via carico di sbalordimento e di stupore.

Ma già l'indomani, a una certa ora del pomeriggio, il desiderio era

inaspettatamente resuscitato in me, e m'aveva riafferrato, co' suoi

mille tentacoli.

La sera avevo rifatto quella strada, ed ero tornato a picchiare a

quell'uscio, come un affamato.--Era stata un'orgia più bieca e più

cupa della prima: e tuttavia non m'aveva saziato.

«Forse--pensavo--la vita è troppo breve, per votare intera la coppa.»

Ma intanto un vago senso di malessere aveva

incominciato--inavvertito--a strisciare e pesare dentro di me. E si

era fastidiosamente aggravato ogni volta che noi ci eravam concessi un

po' di tregua e la derelitta m'aveva scoperto un lembo dell'anima sua.

Gemendo, singhiozzando, ella m'aveva raccontato il suo gramo passato.

Aveva evocata la figura di suo marito: la persona slanciata coronata

da una bella testa di poeta--diceva lei--due occhi neri come carboni,

e dei capelli inanellati, neri e lucenti anch'essi.

E le prime indimenticabili dolcezze del nuovo stato. A diciassette

anni senza un timore, una cura, un pensiero: affrontando l'avvenire

con la baldanzosa e spavalda sicurezza della giovinezza che

ignora.--Allora ella s'era immaginata che tutto ciò dovesse durar

tutta la vita. E invece era durato appena tanto che il ricordo potesse

restare e trasmutarsi nel più doloroso tormento. Poichè era un

tormento di morte pensare a che ella s'era ridotta, e cosa le rimaneva

della festa di tutto quel riso folle e giocondo.

A misura che la malattia di ventricolo a cui egli era soggetto

s'andava esacerbando, si esacerbava il suo temperamento. Dappertutto

spigoli, dappertutto urti. E nulla che valesse a rasserenarlo più:

nemmeno i vezzi d'Irma, la più piccola e più graziosa delle due

bambine, la sua prediletta. Com'egli rientrava di ritorno

dall'ufficio, una cappa di piombo copriva la casa. I trilli delle

bambine, il ritardo di un minuto nell'apparecchiar tavola, una

pietanza mal riescita, una risposta un po' secca: il fatto più

insignificante bastava a metterlo sulle furie. Fracassava tutto quello

che gli capitava alle mani; poi pigliava il cappello, e se ne andava.

Lei dietro a scongiurarlo, a mani giunte, piangendo. E lui, niente.

Ella gli diceva:--Non vedi come ti riduci? E queste due povere anime

innocenti?--E lui a vomitare ignominie; e a picchiarla, persino. La

gente per la scala e giù per la strada risapeva ogni cosa e si

scandolezzava.--Dovreste provare a piantarlo--le suggerivano in

coro.--Vedreste. Dopo due giorni verrebbe a strisciarvisi a' piedi.

Ma ella no, ella no.

Quando l'itterizia lo aveva còlto e inchiodato in quel letto, ella non

se n'era staccata un momento. Il poveretto era diventato giallo come

lo zafferano, fino alle unghie delle dita; e non aveva più che pelle e

ossa.--Non garantisco nulla!--aveva avvertito il dottore. E per

quaranta giorni s'era dovuto nutrire a solo latte.

Alfine il pericolo era cessato, e la speranza era riapparsa, fra le

pareti della casa.--La prima volta ch'egli s'era alzato e avea tentato

i primi passi appoggiato al braccio di lei, che scoppio di

contentezza! Era una dolce estate di San Martino, sul principio di

novembre. Il cielo senza una nuvola, il mare senza una crespa: un sole

così tiepido, così benefico!

Delle ore intere egli se ne stava a sedere davanti a quella

finestretta, divertendosi come un bambino a osservar col binocolo il

traffico del porto, gli arrivi e le partenze de' velieri, od i vapori

che passavan lontani impennacchiati di fumo: una cosa che inteneriva!

Una sera persino egli le avea presa improvvisamente la testa fra le

mani, e l'aveva baciata, confessando con le lagrime agli occhi che

sapeva di doverle la vita, e chiedendo perdono di tutto il male che le

aveva fatto.

Ma appena ricuperate le forze--ancora da capo. Lo stesso umor nero, le

stesse procellose collere, gli stessi forsennati furori.

Finchè un bel mattino s'era dileguato lasciando sul tavolino una

lettera dove diceva che non gli bastava l'animo di seguitare così, che

l'unica soluzione era separarsi per sempre: ch'egli s'era fatto

trasferire lontano, in Sardegna: non lo cercasse più: desse un bacio

per lui alle bambine, e addio.

S'era portati con sè i risparmi di cinque anni: ed ella era rimasta

con le due bambine e la vecchia madre sulle braccia, e lo spettro

della miseria sulla porta.

Che fare?

Le sere che usciva sola a prendere una boccata d'aria per quella

strada lungo il mare, non poteva mai affacciarsi dall'alto del

parapetto a guardar gli scogli irti della riva senza sentirsi gelare

il sangue nelle vene, a un pensiero che la percoteva immancabilmente.

Ma sempre il ricordo di quelle due povere anime innocenti l'aveva

trattenuta, che dimandavan pietà co' grandi occhi smarriti, e che un

giorno l'avrebbero maledetta.

Ahimè! E non l'avrebbero maledetta a ogni modo?

Tanto è vero che quando il destino piglia a perseguitare invano si

tenta di sfuggire a' suoi colpi.

Per vivere ella s'era messa a cucire e a ricamare di commissione. A

Porto Maurizio, presso un banchiere, avea trovato lavoro per tre mesi:

aveva allestito lei quasi tutto il corredo per la figlia maggiore

fidanzata allora. S'era affaticata come una schiava, per riescir a

mettere in là un po' di quattrini, andando la mattina e tornando la

sera, sempre a piedi, per lo stradone polveroso che non finiva mai.

Pure a che cosa era giovato?

Una di quelle sere il primogenito del banchiere le si era avvicinato

con un pretesto, e l'aveva accompagnata un pezzo. E quando il sole era

scomparso e la strada s'era fatta deserta, le avea soffiato sul viso

certe parole infocate. Ella no! Ella no! Aveva altro pel capo! Non

voleva disonorar sè e quelle due tenere creature innocenti! E lui a

battere, a insistere, a giurare e spergiurare delle pazzie. Aveva

persino osato mostrarle una rivoltella piccola come una mano, che

teneva nascosta nella tasca interna della giacchetta, sospirando con

gli occhi stravolti:--Vedete, se mi lasciate senza speranza?--E

l'indomani di nuovo, a quello stesso punto, a quella stessa ora, con

quello stesso viso languido che la turbava, con quelle stesse parole

che le inondavano la faccia di rossore e le gettavano in seno un

improvviso scompiglio.

Così egli avea potuto, una volta, coglierla a tradimento. Aveva fatto

postar la vettura a quel recondito gomito della strada ov'ella non

passava mai senza un leggero tremito alle ginocchia. Le era venuto

incontro con gli occhi luccicanti e con una diabolica espressione di

trionfo. «Siete nelle mie mani!» le aveva detto. E l'aveva afferrata e

sollevata di peso, mentr'ella si sentiva mancare.

Dopo quella notte fatale, che vita!

Egli aveva affittata una villetta a mezzo cammino tra Oneglia e Porto

Maurizio, tutta velata di olivi. Era stato quello il nido del loro

perduto amore, dove s'eran promessi di non lasciarsi mai più. Oh

quante volte, rifacendo ella quel cammino, aveva veduto l'alba

nascente spargere intorno alle vette de' monti a oriente un umido

color di latte e di rose! Quante volte s'era soffermata a quella nota

svolta con le membra affrante dal piacere! V'era un fossato, laggiù,

in fondo a cui bisbigliava l'acqua, sommessa, scorrendo tra le pietre

e tra i roveti; e qualche pettirosso sempre vi si calava a bere, poi

risaliva ad appiattarsi nel roveto, a spittinare.

Nulla, nulla pareva potesse mai ammorzar quella febbre, spezzar quella

catena.

E invece!

Dopo quindici mesi, una bambina era nata.--Tutta lui, negli occhi

azzurri come la marina, e nei capelli biondi, fini come fili di seta:

una bellezza. Egli le aveva imposto il nome di sua madre, e l'aveva

data a balia a un paesello della valle di Taggia: tanto le si era

sentito legato.

Ma quando la difterite se l'era portata via, tutto s'era rapidamente

mutato, tutto s'era sfasciato. Egli s'era allontanato per gettarsi

nelle braccia d'una ballerina. Fiori, ori, gioielli: cosa non le aveva

deposto a' piedi? E lui, vile, ardiva negare! E faceva delle scene di

gelosia, lui che cercava i pretesti per abbandonarla! Inventava di

sana pianta delle storie di tradimenti, e gliele rinfacciava come se

fossero verità vive e parlanti.

E se ella piangeva, se si disperava, se gridava ch'era la fine, egli

si rivoltava: «Sono sazio di queste tue commedie!»

Era sazio infatti: sazio di lei e del suo tenace amore. Sentiva la

catena pesare, e voleva liberarsi.

Ed ella lo aveva liberato. Se n'era tornata a casa più morta che viva,

un mattino d'inverno.

E non aveva nemmeno avuta la consolazione di stringersi al petto le

sue due bambine, poichè la zia, inferocita, se l'era ritirate presso

di sè fin dal principio della relazione. Non aveva nemmeno potuto

sfogarsi con sua madre, giacchè essa le si era lanciata sopra per

cavarle gli occhi. L'aveva vilipesa, l'aveva pestata, le avea

gridato:--Meritavi peggio!

E non le avea lasciato requie, da quel giorno.

Sempre a morderla e flagellarla con ogni sorta di rimbrotti,

d'improperi, d'infamie. E a smunger denari per appagar le voglie della

sua gola!

Ella allora per affogar quelle amarezze aveva affrontato delle

amarezze maggiori. S'era data ad un altro che l'aveva anch'esso

attirata ed avvolta con le sue bugiarde promesse...

Così il supplizio era stato completo.--Agli occhi del mondo era

l'ultimo passo sulla via della colpa e della vergogna; e il mondo non

perdona. Anche le poche amiche che le eran rimaste le avevan tolto il

saluto, e le si eran voltate contro. La zia aveva proibito alle

ragazze di visitar la madre, anche furtivamente, una volta la

settimana, come solevan prima. Le donne al suo passaggio si tiravano

in là, per non lordarsi. Gli uomini rasentandola le scagliavano

occhiate e parole cocenti come staffilate.

La rovina · 第 12 / 19 题