... Le pareti bianche della stanzetta ov'ella m'aveva silenziosamente
introdotto; le due immagini sacre appese in capo al letto e racchiuse
entro una cornice dorata, il cassettone sormontato da uno specchio ne'
cui angoli stavano infisse alcune fotografie; le due poltroncine di
seta gialla, e il letto alto ed ampio, con lo zanzariere candido
alzato come a una offerta!...
Ella era corsa, muta, ad accostar gli scuretti; curva sull'uscio aveva
un istante origliato; aveva, con infinita cautela, dato due mandate
alla chiave (che rimbombo dentro il mio petto!), poi era venuta verso
di me con le braccia tese, me le aveva cacciate al collo, e m'aveva
susurrato, con la voce spenta:
--Sono tutta tua!
Ma io m'era subito svincolato da quella stretta.
Ed ella, fissandomi con le pupille fosforescenti che indovinavano il
mio segreto pensiero, s'era incominciata a spogliare.
La vezzosa testa china ricca di capelli fini, le mani che slacciavan
convulse il corpetto e il busto, l'onda del seno che traboccava, e i
colpi de' nostri cuori anelanti, in quel silenzio di tomba: che
terribili cose!
Ella era stata sublime, nelle furie della voluttà.
S'era abbandonata a tutti i rapimenti, a tutte le demenze. Mi aveva
insegnate le più riposte e più squisite vie del piacere. M'aveva d'un
colpo spalancato le porte d'un paradiso di delizie di fuoco. E m'avea
visto, trasfigurato dall'estasi, bere a lunghi sorsi, con avidità
feroce, alla coppa raccolta nelle sue mani.
Sull'alba io me n'era venuto via carico di sbalordimento e di stupore.
Ma già l'indomani, a una certa ora del pomeriggio, il desiderio era
inaspettatamente resuscitato in me, e m'aveva riafferrato, co' suoi
mille tentacoli.
La sera avevo rifatto quella strada, ed ero tornato a picchiare a
quell'uscio, come un affamato.--Era stata un'orgia più bieca e più
cupa della prima: e tuttavia non m'aveva saziato.
«Forse--pensavo--la vita è troppo breve, per votare intera la coppa.»
Ma intanto un vago senso di malessere aveva
incominciato--inavvertito--a strisciare e pesare dentro di me. E si
era fastidiosamente aggravato ogni volta che noi ci eravam concessi un
po' di tregua e la derelitta m'aveva scoperto un lembo dell'anima sua.
Gemendo, singhiozzando, ella m'aveva raccontato il suo gramo passato.
Aveva evocata la figura di suo marito: la persona slanciata coronata
da una bella testa di poeta--diceva lei--due occhi neri come carboni,
e dei capelli inanellati, neri e lucenti anch'essi.
E le prime indimenticabili dolcezze del nuovo stato. A diciassette
anni senza un timore, una cura, un pensiero: affrontando l'avvenire
con la baldanzosa e spavalda sicurezza della giovinezza che
ignora.--Allora ella s'era immaginata che tutto ciò dovesse durar
tutta la vita. E invece era durato appena tanto che il ricordo potesse
restare e trasmutarsi nel più doloroso tormento. Poichè era un
tormento di morte pensare a che ella s'era ridotta, e cosa le rimaneva
della festa di tutto quel riso folle e giocondo.
A misura che la malattia di ventricolo a cui egli era soggetto
s'andava esacerbando, si esacerbava il suo temperamento. Dappertutto
spigoli, dappertutto urti. E nulla che valesse a rasserenarlo più:
nemmeno i vezzi d'Irma, la più piccola e più graziosa delle due
bambine, la sua prediletta. Com'egli rientrava di ritorno
dall'ufficio, una cappa di piombo copriva la casa. I trilli delle
bambine, il ritardo di un minuto nell'apparecchiar tavola, una
pietanza mal riescita, una risposta un po' secca: il fatto più
insignificante bastava a metterlo sulle furie. Fracassava tutto quello
che gli capitava alle mani; poi pigliava il cappello, e se ne andava.
Lei dietro a scongiurarlo, a mani giunte, piangendo. E lui, niente.
Ella gli diceva:--Non vedi come ti riduci? E queste due povere anime
innocenti?--E lui a vomitare ignominie; e a picchiarla, persino. La
gente per la scala e giù per la strada risapeva ogni cosa e si
scandolezzava.--Dovreste provare a piantarlo--le suggerivano in
coro.--Vedreste. Dopo due giorni verrebbe a strisciarvisi a' piedi.
Ma ella no, ella no.
Quando l'itterizia lo aveva còlto e inchiodato in quel letto, ella non
se n'era staccata un momento. Il poveretto era diventato giallo come
lo zafferano, fino alle unghie delle dita; e non aveva più che pelle e
ossa.--Non garantisco nulla!--aveva avvertito il dottore. E per
quaranta giorni s'era dovuto nutrire a solo latte.
Alfine il pericolo era cessato, e la speranza era riapparsa, fra le
pareti della casa.--La prima volta ch'egli s'era alzato e avea tentato
i primi passi appoggiato al braccio di lei, che scoppio di
contentezza! Era una dolce estate di San Martino, sul principio di
novembre. Il cielo senza una nuvola, il mare senza una crespa: un sole
così tiepido, così benefico!
Delle ore intere egli se ne stava a sedere davanti a quella
finestretta, divertendosi come un bambino a osservar col binocolo il
traffico del porto, gli arrivi e le partenze de' velieri, od i vapori
che passavan lontani impennacchiati di fumo: una cosa che inteneriva!
Una sera persino egli le avea presa improvvisamente la testa fra le
mani, e l'aveva baciata, confessando con le lagrime agli occhi che
sapeva di doverle la vita, e chiedendo perdono di tutto il male che le
aveva fatto.
Ma appena ricuperate le forze--ancora da capo. Lo stesso umor nero, le
stesse procellose collere, gli stessi forsennati furori.
Finchè un bel mattino s'era dileguato lasciando sul tavolino una
lettera dove diceva che non gli bastava l'animo di seguitare così, che
l'unica soluzione era separarsi per sempre: ch'egli s'era fatto
trasferire lontano, in Sardegna: non lo cercasse più: desse un bacio
per lui alle bambine, e addio.
S'era portati con sè i risparmi di cinque anni: ed ella era rimasta
con le due bambine e la vecchia madre sulle braccia, e lo spettro
della miseria sulla porta.
Che fare?
Le sere che usciva sola a prendere una boccata d'aria per quella
strada lungo il mare, non poteva mai affacciarsi dall'alto del
parapetto a guardar gli scogli irti della riva senza sentirsi gelare
il sangue nelle vene, a un pensiero che la percoteva immancabilmente.
Ma sempre il ricordo di quelle due povere anime innocenti l'aveva
trattenuta, che dimandavan pietà co' grandi occhi smarriti, e che un
giorno l'avrebbero maledetta.
Ahimè! E non l'avrebbero maledetta a ogni modo?
Tanto è vero che quando il destino piglia a perseguitare invano si
tenta di sfuggire a' suoi colpi.
Per vivere ella s'era messa a cucire e a ricamare di commissione. A
Porto Maurizio, presso un banchiere, avea trovato lavoro per tre mesi:
aveva allestito lei quasi tutto il corredo per la figlia maggiore
fidanzata allora. S'era affaticata come una schiava, per riescir a
mettere in là un po' di quattrini, andando la mattina e tornando la
sera, sempre a piedi, per lo stradone polveroso che non finiva mai.
Pure a che cosa era giovato?
Una di quelle sere il primogenito del banchiere le si era avvicinato
con un pretesto, e l'aveva accompagnata un pezzo. E quando il sole era
scomparso e la strada s'era fatta deserta, le avea soffiato sul viso
certe parole infocate. Ella no! Ella no! Aveva altro pel capo! Non
voleva disonorar sè e quelle due tenere creature innocenti! E lui a
battere, a insistere, a giurare e spergiurare delle pazzie. Aveva
persino osato mostrarle una rivoltella piccola come una mano, che
teneva nascosta nella tasca interna della giacchetta, sospirando con
gli occhi stravolti:--Vedete, se mi lasciate senza speranza?--E
l'indomani di nuovo, a quello stesso punto, a quella stessa ora, con
quello stesso viso languido che la turbava, con quelle stesse parole
che le inondavano la faccia di rossore e le gettavano in seno un
improvviso scompiglio.
Così egli avea potuto, una volta, coglierla a tradimento. Aveva fatto
postar la vettura a quel recondito gomito della strada ov'ella non
passava mai senza un leggero tremito alle ginocchia. Le era venuto
incontro con gli occhi luccicanti e con una diabolica espressione di
trionfo. «Siete nelle mie mani!» le aveva detto. E l'aveva afferrata e
sollevata di peso, mentr'ella si sentiva mancare.
Dopo quella notte fatale, che vita!
Egli aveva affittata una villetta a mezzo cammino tra Oneglia e Porto
Maurizio, tutta velata di olivi. Era stato quello il nido del loro
perduto amore, dove s'eran promessi di non lasciarsi mai più. Oh
quante volte, rifacendo ella quel cammino, aveva veduto l'alba
nascente spargere intorno alle vette de' monti a oriente un umido
color di latte e di rose! Quante volte s'era soffermata a quella nota
svolta con le membra affrante dal piacere! V'era un fossato, laggiù,
in fondo a cui bisbigliava l'acqua, sommessa, scorrendo tra le pietre
e tra i roveti; e qualche pettirosso sempre vi si calava a bere, poi
risaliva ad appiattarsi nel roveto, a spittinare.
Nulla, nulla pareva potesse mai ammorzar quella febbre, spezzar quella
catena.
E invece!
Dopo quindici mesi, una bambina era nata.--Tutta lui, negli occhi
azzurri come la marina, e nei capelli biondi, fini come fili di seta:
una bellezza. Egli le aveva imposto il nome di sua madre, e l'aveva
data a balia a un paesello della valle di Taggia: tanto le si era
sentito legato.
Ma quando la difterite se l'era portata via, tutto s'era rapidamente
mutato, tutto s'era sfasciato. Egli s'era allontanato per gettarsi
nelle braccia d'una ballerina. Fiori, ori, gioielli: cosa non le aveva
deposto a' piedi? E lui, vile, ardiva negare! E faceva delle scene di
gelosia, lui che cercava i pretesti per abbandonarla! Inventava di
sana pianta delle storie di tradimenti, e gliele rinfacciava come se
fossero verità vive e parlanti.
E se ella piangeva, se si disperava, se gridava ch'era la fine, egli
si rivoltava: «Sono sazio di queste tue commedie!»
Era sazio infatti: sazio di lei e del suo tenace amore. Sentiva la
catena pesare, e voleva liberarsi.
Ed ella lo aveva liberato. Se n'era tornata a casa più morta che viva,
un mattino d'inverno.
E non aveva nemmeno avuta la consolazione di stringersi al petto le
sue due bambine, poichè la zia, inferocita, se l'era ritirate presso
di sè fin dal principio della relazione. Non aveva nemmeno potuto
sfogarsi con sua madre, giacchè essa le si era lanciata sopra per
cavarle gli occhi. L'aveva vilipesa, l'aveva pestata, le avea
gridato:--Meritavi peggio!
E non le avea lasciato requie, da quel giorno.
Sempre a morderla e flagellarla con ogni sorta di rimbrotti,
d'improperi, d'infamie. E a smunger denari per appagar le voglie della
sua gola!
Ella allora per affogar quelle amarezze aveva affrontato delle
amarezze maggiori. S'era data ad un altro che l'aveva anch'esso
attirata ed avvolta con le sue bugiarde promesse...
Così il supplizio era stato completo.--Agli occhi del mondo era
l'ultimo passo sulla via della colpa e della vergogna; e il mondo non
perdona. Anche le poche amiche che le eran rimaste le avevan tolto il
saluto, e le si eran voltate contro. La zia aveva proibito alle
ragazze di visitar la madre, anche furtivamente, una volta la
settimana, come solevan prima. Le donne al suo passaggio si tiravano
in là, per non lordarsi. Gli uomini rasentandola le scagliavano
occhiate e parole cocenti come staffilate.