Il viglietto diceva: «Ho paura. Temo che mi vogliate far servire a un
capriccio, per poi gettarmi via come un limone spremuto. Sarebbe una
viltà. Pensateci. Ho sofferto già troppo. Sono una sventurata. Non
cercate di accrescere la mia infelicità. Lasciatemi. Sarà meglio anche
per voi.»
Questo fu l'ultimo soffio veemente per entro le tortuose fiamme
dell'incendio.--Il pensiero che il possesso di lei, così intensamente
agognato, non dipendeva più che da una mia sola parola, mi dominò
tutto d'un colpo, e mi piombò in un tremendo delirio.
Risposi immediatamente ch'era dell'amore sincero e leale e fedele
ch'io le offriva: che avevo bisogno di lei come dell'aria che
respiravo, che mi sentivo legato a lei come alla vita istessa, che mi
sarei squarciato il petto prima di abbandonarla.
L'indomani ella replicava: «Se tentaste d'ingannarmi, Dio vi
punirebbe. Confido nelle vostre parole. Venite. Stasera, verso le
dieci, mi troverete qualche passo innanzi alla svolta, seduta sul
parapetto, dalla parte del mare.»
Non era un'allucinazione. Eran parole sue, scritte di suo pugno,
queste su cui stavano adesso inchiodati i miei occhi. Ed ella mi
apparterrebbe veramente, immancabilmente. E nulla me l'avrebbe potuta
strappare: nessuna avversa forza al mondo. Era necessario, fatale,
indistruttibile, tutto ciò!
Oh la vorticosa ebbrezza che sgorgava da questo pensiero!
Ma sopra i gorgoglii e le spume dell'ebbrezza, il lampo d'una paura
tragica.--E se io non potessi reggere? Se nell'estremo supremo istante
ogni energia mi abbandonasse?--Che cosa dunque mio Dio sarebbe
avvenuto di me? Che cosa, più nera della morte, mi si apparecchiava,
ch'io non osava guardare in faccia?
Più volte già, levandomi di sul letto ove m'ero lasciato cadere
esausto, ero venuto alla finestra a misurar l'altezza del sole. E
m'ero dimandato s'ei non impiegherebbe tutta l'eternità a declinar
fino alle spalle de' monti. E se tanta luce diffusa sarebbe davvero
sparita; e se i monti, il mare, la vallicella, lo stradone, e perfino
il giardino, perfino il terrazzo, tutto si sarebbe ancora immerso nel
buio.
E m'ero tolto di là disperato.
Avrei voluto stendermi su quel letto come in una bara, per non
rialzarmi più che a quell'ora.--E invece mi toccò accogliere con un
sorriso Giovanni, e sedere a tavola con lui, e sostenere impassibile
la molestia de' suoi sguardi scrutatori; e alle sue amorevoli
premurose preoccupazioni perchè non assaggiavo nulla e non parlavo,
opporre un altro sorriso e uno scatto di simulata allegria.
Ma l'ora si appressava, oramai.
Il fuoco del sole si spegneva dietro i monti, la selva degli olivi si
velava d'ombre, la sala si oscurava.
A un momento Giovanni, che s'era messo a leggere il giornale accanto
alla finestra, si alzò dicendo:--Buio via buio, buio pesto!--E pregò
Giuseppe che accendesse il lume.
Fu il segnale.
Il mio cuore battè forte; e d'un colpo l'immobilità e la dimora nella
sala mi diventarono insopportabili.
Quando ebbi scesa la scala del giardino e varcato il cancello, che
torrente di gioia si rovesciò sul mio essere!
La sera, quasi incalzata anch'essa, cadeva e si spandeva, rapida. A
occidente, dietro la catena opaca de' monti, non sopravviveva, del
rosso incendio del tramonto, che uno smorto albore perlato. In alto,
sopra il mio capo, l'azzurro rincupiva, e una prima stella tremula
sfavillava.
Che acre, inquieta, palpitante dolcezza!
Scesi al principio del paese, attraversai quel braccio di vicolo nero,
notando con una nuova scossa di gioia che l'unico fanale era già
acceso,--e uscii alla marina. E mi incamminai su per il molo,
sforzandomi di soffermarmi a quando a quando per dare tutti i miei
sensi e lo spirito--come spesse volte inconsciamente mi accadeva--allo
spettacolo del lucido lago del porto ove si rispecchiavano il gruppo
intricato delle barche e le case alla riva e la guglia del
campanile--o alla pace vasta e solenne che regnava nell'aria e
dominava tutta la scena, dalla lontana chiostra delle alpi al lontano
arco del mare.
Ma non ero più padrone di me. Non avevo che un pensiero intorno a cui
i sensi vibravano e lo spirito si travagliava:--l'imminenza di
quell'ora, la certezza infallibile, la irrevocabile fatalità di
quell'avvenimento, e il suo infinito valore che tutto soverchiava,
appetto a cui tutto rimpiccoliva e diventava inutile--perfino la vita
istessa.
Ed ecco. I fanali s'erano accesi, alla riva; e le fiammelle si
riflettevan nel lucido lago, serpeggiando.
Non era dunque la notte? Non era l'ora che precipitava?
Come picchiava, come picchiava essa alle porte del mio cuore!
A cento passi dalla punta del molo sostai al sommo d'una
scalinata.--Col capo prono, la faccia sulle ginocchia e gli occhi
chiusi sotto le palme quanto tempo rimasi?
Udivo le rane che levavano un gran canto, nella valle; e, intramezzati
a quel canto, murmuri d'acque che si rompean tra gli scogli, voci di
pescatori che si chiamavan scambievolmente, tonfi di remi che
s'attuffavano, bisbigli di barche che scivolavan nell'ombra, passando.
Quando riapersi gli occhi, le tenebre m'avevano avviluppato. Mi rizzai
e mi avviai, precipitosamente, addentato dal dubbio ch'_ella_ potesse
precedermi.
Ma era ancora presto: il luogo del convegno era ancora deserto.
Passai la svolta, appuntai gli occhi sulla macchia della casa che
biancicava nel buio, e mi posi in ascolto, col cuore che martellava.
Nulla nemmeno qui.
Solo i grilli stridevano, su per la ripa nera.
Tornai indietro, colto da brividi di freddo; e mi misi a sedere sul
parapetto, con le spalle alla svolta.
Un momento dopo, battevano le dieci.
Allora io pensai, nello sconfinato smarrimento:
--Se tarda ancora un momento, io muoio.
E veramente mi parve che il senso della vita mi abbandonasse.
D'improvviso un fruscìo alle spalle mi fece trasalire. Mi voltai, e
scorsi un'ombra.
Era lei!
--Volevate farmi morire!--le dissi stringendo la mano ch'ella m'aveva
pòrta: una mano inverisimilmente piccola.
Ella sorrise; ritirò la mano; e stette immobile, con la testa
abbassata.
Al lume incerto delle stelle osservai ch'ella aveva dei capelli crespi
straordinariamente fini e abbondanti. Con una mano ripresi la piccola
mano, con un braccio le cinsi la vita e l'accostai a me fino a sentire
sul petto la molle pressione del suo seno. Poi le scoccai un bacio sul
collo, travolto da un nembo di voluttà.
Ella rialzò il capo e mi chiese, incredula:
--Come è possibile che voi mi amiate?
E fece atto di volersi scostare.
--Sono due giorni che non vivo più. Ho bisogno di voi come dell'aria
che respiro!--risposi con un soffio di voce.
--In fondo a voi non c'è l'amore, c'è l'indifferenza, e forse anche il
disprezzo. È questa la verità.
Io negai, reciso.
Ma ella proseguì:
--Sono una sciagurata. Nessuno mi ha compatita, quando sono caduta.
Nessuno mi ha aiutata a rialzarmi. A ogni sforzo che ho fatto, mi son
sentita ricacciar giù e calpestare. E adesso ho paura: ho paura che
anche voi vogliate fare così!
Io protestai che sarebbe stata un'infamia--con un tono stridulo che
risvegliò in me, acuendolo, un disgustoso senso di avversione a me
stesso.
--È il desiderio che vi offusca la mente. Domani, quando vi
ridesterete, vi sentirete il cuore secco come una pietra. Lo so.
Lasciatemi. Non prendetevi giuoco di me.
Allora una nuvola di tenerezza passò sul mio spirito velando a' miei
occhi lo spettacolo della mia vergogna.
--Povera creatura tormentata!--esclamai.--Come potrei abbandonarvi? E
poichè la mia voce uscì ammollita di pianto io pensai, commosso, che
forse ero stato sincero,
--Sono appena quaranta giorni--ripigliò ella soffocata
dall'ambascia--che ho giurato sulla memoria del mio povero padre di
non credere più a nessuno. Prima di credere un'altra volta volevo
morire. Ed ora ecco la mia forza, ecco la mia forza! Ho detto a mia
madre che andavo a trovare la zia, quando sono uscita. Essa s'è
spaventata. Mi ha gridato:--Bada a te!--Se sapesse che sono qui, guai!
Tacque sorridendo; e nel sorriso la bocca le si schiuse, fresca come
una corolla di fiore sbocciato appena.
Allora io sentii sciogliersi i lacci che trattenevan l'onda della mia
passione; e mi buttai perdutamente a baciarla sulle labbra e sugli
occhi mentr'ella prorompeva in una lunga risata cristallina.
--Andiamo!--imploravo io.
Ella rideva ancora, con gli occhi socchiusi, offrendomi la bocca. Ma a
un mio morso sussultò tutta tra le mie braccia, arrovesciò il capo e
mise un suono inarticolato ch'era invito e promessa, fremito e spasimo
di piacere.
--Andiamo a casa tua!--gridai.--Non reggo più!
--Se mia madre si sveglia, mi ammazza!--tentò di opporre ella,
debolmente.
--Non si sveglierà!--incalzai io, diventato rabbioso nella
insofferenza dell'indugio.
Ed ella si lasciò smuovere, si lasciò condurre...