Un mattino di giugno, per la stradicciuola solitaria lungo il mare,
ella mi ora passata dinanzi rapida, nera, con un'audace andatura;
avventandomi in faccia il fruscio delle sue sottane di seta e un
violento profumo: urtando e sconvolgendo fino alle ultime fibre tutto
il mio essere.
Io m'era, con un brivido, rivolto a dietro, ad assicurarmi che anche
quel tratto di strada alle mie spalle era deserto, che tutto intorno
era deserto e immoto, sotto la gran luce silenziosa.
Poi, in preda a una febbre che s'alimentava di procaci immagini di
lussuria sorte improvvise nella mia mente, l'avevo seguitata: gli
occhi annebbiati, le gambe che mi tremavan come giunchi, il cuore che
mi martellava.
La strada, svoltando bruscamente a un punto, si rinchiudeva
nell'angusto arco di una gola in mezzo a cui scorreva, nascosto, un
fossato, e s'adagiava una piccola casa bianca.--Quando io ebbi, dopo
la sconosciuta, svoltato; ed ebbi dinanzi quel segreto seno, e la
casetta bianca che brillava, unica, al sole,--qualche cosa di decisivo
scoppiò in me. I battiti del mio cuore si accelerarono. Ed io
accelerai il passo dietro lei che fuggiva; e raggiuntala mentre
metteva il piede sullo scalino del cancello per incurvarsi ad aprire,
l'avvolsi da capo a piedi in un lungo cupido sguardo; e trasalii,
sfiorandola.
In un sorriso che balenò come un lampo ella spalancò su me due grandi
occhi lucenti di tenebrosa maraviglia. Aperse, richiuse in fretta il
cancello facendolo sbatter forte; attraversò, leggera come un uccello,
il breve spazio ghiaioso (udii la ghiaia stridere sotto i suoi piedi),
e scomparve.
Non più di venti passi io potei procedere portando entro me prepotente
il tumulto suscitato da quella fugace visione passata lasciando sul
fondo oscuro della mia anima un solco di fiamma.
Quando mi voltai, e la rividi, affacciata alla finestra, che mi
fissava, sentii da me fuggire quasi l'essenza della vita. Come cera al
fuoco sotto quello sguardo mi sentivo struggere, e mi lasciavo
struggere.
Ma l'immobilità mi costava sangue. Con le gambe che mi si piegavano
rifeci quel pezzo di strada; e ripassai sotto la finestra, e bevvi
ancora, con gli occhi levati, avido, insaziato, inebriato. Gittai
ancora, allontanandomi, alcune ultime occhiate, ultimi saluti a cui
avrei voluto imprimere un particolar significato di promessa, di
pegno, e di suggello.
E scappai con in cuore il tesoro d'una certezza soave, calda,
irruente.
Nell'aperto riso, nel tripudio immenso di tutte le cose, come esultava
e traboccava, cantando, il mio essere!
Certo il mare, il mare turchino che alla spiaggia aveva il fruscio
della seta, non aveva tremolato mai così vago, nè il sereno aveva
brillato mai così vivido, nè l'aria aveva mai, così limpida, rivelati
in tutta la loro smagliante freschezza i colori e le forme delle cose.
Per tutto la vita, la gioia della vita si appalesava, zampillando
diffusa, intensa, vittoriosa.
E trionfava, baldanzosa, maravigliosa, sovrana.
Che voluttà, che inaudita voluttà, tuffarsi in quell'onda vivificante
di gioia! Che ebbrezza, che divina ebbrezza, annegarvisi!
Davanti a mio fratello durai fatica a comprimere la fontana
d'allegrezza che spicciava su dal mio intimo.
--Qualche novità!--gridò lui raggiante, alludendo ai miei lavori
letterarî, poi che quando componevo solevo aver sul volto quella
stess'aria di letizia esaltata, insolente, provocatrice.
Io mi sciolsi dalla stretta della sua mano con un ghigno ambiguo che
tutto confermava e tutto negava.
Ma non fiatai.--Udivo le parole di lui, che s'era messo a raccontar
d'un suo amico stato ferito in duello il mattino, come un ronzio
confuso che mi frastornava maledettamente, e m'opprimeva e
m'indispettiva.--Quando potei, in un momento di tregua, ripiegarmi a
cacciar, quasi di furto, uno sguardo in fondo alla mia coscienza, non
vi trovai più il tesoro di quella certezza soave, calda, irruente:
appena le vestigia in un pugnello di cenere fredda e in un'ombra di
fumo, grigia. Preso da uno smarrimento mortale, e incapace di rimaner
ancora immobile davanti a lui che seguitava, calmo e roseo, il
racconto, mi levai e uscii sul terrazzo, a passeggiare, sotto il sole,
solo.
Ma egli mi raggiunse, e mi si accompagnò, e rappiccò il discorso,
centuplicando l'oppressura.
--Un mal di capo assassino!--diss'io alfine per liberarmi. E gli tesi
la mano, e riparai nella mia camera, e mi buttai sul letto con la
testa fra le mani che mi scoppiava, a rievocare, a considerare, ad
architettare.
Mezz'ora dopo, il piano era stabilito.
Addio a Giovanni con un cenno, e giù per il giardino, e giù per lo
stradone,--difilato dal rivenditor di giornali: una vil creatura che
pel meschino utile che da me ritraeva mi professava una grande
riconoscenza.
Simile a un delinquente gli strisciai accanto e gli rivolsi, senza
guardarlo in viso, l'obliqua dimanda che da un'ora mi fremeva sulle
labbra.
Egli ebbe un sorriso che bruciò sulle mie guance come una scudisciata:
un di que' lubrici sorrisi di compiacimento ch'hanno tutti gli esseri
volgari e immondi quando inaspettatamente loro accade di scorgere un
punto di contatto fra la propria bassa natura e quella d'un altro
essere fino allora stimato superiore.
E mi raccontò ch'era una disgraziata maritata quattr'anni fa a un tale
impiegato all'ufficio del Registro, un giovane mezzo matto e mezzo
malato che, dicevano, la picchiava di santa ragione. In capo a tre
anni s'eran divisi: lui se n'era ito fuori: lei se n'era tornata in
casa della madre: una vecchia strega che ai suoi tempi n'aveva fatte
di tutti colori e adesso, dicevano, insegnava il mestiere alla figlia.
Dopo la separazione, lei s'era data a un signore, un banchiere che
teneva una villa fra Oneglia e Porto Maurizio. Di notte era stata
vista scendere di vettura a quel cancello infinite volte: perfino i
ciottoli della strada avevan saputo quella relazione. Ma un bel giorno
il banchiere s'era stancato e l'aveva messa alla porta. E allora lei
aveva cercato d'invescare un ufficiale...
Tanto bastava.
Io segnai, con la mano che mi tremava, sul taccuino il nome che avevo
raccolto dalla bocca di lui; ringraziai, e mi rincamminai verso la
villa.
Lassù la sfacciata luce del mezzodì aveva inondato il mio studio.
Accostai le persiane e abbassai le tende perchè anch'essa non fosse
testimone delle torbide impure cose che la mia anima doveva esalare.
Tolsi un foglio, e scrissi:
«Stamane per la strada solitaria lungo il mare mi siete passata
dinanzi rapida e tenebrosa. E il mio cuore s'è messo a battere,
indovinando. Vi ho raggiunta mentre stavate per aprire il cancelletto
del vostro giardino, e vi ho guardata in viso, la prima volta, curva
in quell'atto, E voi, con uno sguardo dei vostri diabolici occhi, mi
avete fulminato. E siete scappata via leggera come un uccello! E
improvvisamente siete apparsa alla finestra, e mi avete fissato,
ancora! Cosa avete voi in quei diabolici occhi? Come cera al sole io
mi son sentito struggere, e mi son lasciato struggere. Poi me ne son
venuto via col cuore gonfio d'una certezza calda, soave, inebbriante.
E tutto quest'oggi mi son nutrito di questa certezza, ho vissuto di
questa febbre di fiamma e di abisso. O bellissima tenebrosa! Perchè
non mi gettate la parola che io sospiro delirando? La parola che mi
farà morire, morire di ebbrezza, prima ch'io possa appressare le
labbra alla coppa della felicità? Guardate. Mi inginocchio a' vostri
piedi e vi supplico. Non prolungate, tacendo, questo supplizio!
Scrivete subito, oggi. Ditemi dove, quando, potrò parlarvi. Poichè ho
bisogno di dirvi cose che non posso scrivere, che incenerirebbero il
foglio.»
Io aveva così cercato di velare de' colori attraenti d'una passione
d'amore quel che non era se non un improvviso risveglio, una torbida
rabbiosa e cieca esplosione de' miei appetiti sessuali. Ed avevo
gioito in fondo al mio cuore pensando che il carco di miserie, di
tristezze e di abiezione che accasciava la vittima, me l'avrebbe più
presto sospinta nelle braccia: gioito come se già ghermissi e
sentissi, tra' miei artigli, viva dibattersi la preda.
La mia coscienza non era già ottenebrata al punto ch'io non potessi
discernere tutto ciò che di abominevole e di vituperevole si
nascondeva sotto una simile azione. Ma io comprendeva altresì con
sufficiente lucidità come qualsiasi tentativo di resistenza da parte
delle mie migliori energie sarebbe inevitabilmente fallito. Un turbine
m'aveva sorpreso ed involto nelle sue spire mugghiando: ed io mi
moveva portato dalla sua rapina con la leggerezza di un fuscello.
Solo assai tempo dopo, ritessendo io nella mente la storia del mio
fosco passato, potei riescire a rendermi ragione del come quel primo
fatto e quelli non meno obbrobriosi che gli tennero dietro, dovessero
necessariamente accadere e succedersi quasi anelli d'una stessa
catena.--La mia adolescenza e la mia prima giovinezza erano state ben
singolari! Eccettuato un vago sentimentale amoretto che, sorto con
l'adolescenza, s'era a stento trascinato fino alle porte della
giovinezza per morirvi d'anemia e di consunzione,--si sarebbe potuto
dire che la donna non era entrata mai nella mia vita. L'unico vero e
serio e grande amore della mia vita era stata l'Arte. L'unica mia
ambizione, imprimere un'orma non cancellabile nella storia della
nostra letteratura, e incoronar di gloria il mio nome. Per quest'unico
amore e per quest'unica ambizione io aveva imparato a vivere, fin da'
quindici anni. Tanto mi ero preso d'essi, tanto mi ero sprofondato in
essi, che avevo finito per allontanarmi e straniarmi dal mondo. A
quella fiamma intensa ed assidua il mio cuore s'era quasi essiccato.
La mia parola era diventata arida ed aspra: ahimè! perfino con mia
madre!
Povera e santa mamma!
Che bella e dolorosa vita era stata la sua!--Nel '66, a soli ventidue
anni, aveva perduto il babbo, a Mentana, che adorava. Non le eravam
rimasti che noi due, e non aveva vissuto che per noi. Per poterci
mantenere agli studî aveva fatto mille sacrifici. S'era quasi privata
di tutto. Aveva sùbito smessa la vettura e licenziata la servitù.
Aveva lasciato l'antico palazzo di Genova, strappandosi d'un colpo a'
rumori, alle distrazioni ed a' piaceri cittadineschi; e s'era venuta a
rifugiar in quell'angolo abbandonato e selvaggio, a respirarvi, come
entro la cerchia d'un chiostro, la solitudine ed il silenzio: posando
sulle nostre teste infantili il delicato giglio della sua mano
protettrice e amorosa.
Vederla improvvisamente mancare, era stato uno schianto!
Io avevo pianto a lungo, maledicendo l'iniqua crudeltà del destino che
abbatteva così brutalmente un'esistenza innocente come un fiore. Avevo
guardato la vita con occhio torvo e corrucciato: avevo ripensato alle
mie battaglie, alle mie seti, alle mie fedi come a cose vane, sterili,
inutili. Ed avevo anelato il riposo, la pace, l'infinito sonno, il
Nulla!
Ma la vita m'aveva subito riafferrato. L'antica passione m'aveva di
nuovo investito. L'Arte m'aveva di nuovo tese le braccia, seducente di
rorida intatta bellezza. Ed io m'era salvato in grembo al mio mondo
chiuso e profondo.
Della cara Estinta non tutto avevo ereditato. Non quel vigile ardente
spirito di amore, di annegazione e di sacrificio che abbracciava in un
vasto amplesso tutte le forme dell'Essere e caratterizzava,
santificandolo, ogni atto della sua vita: ma sì l'inquieto affannoso
anelito verso l'Alto, e la sacra, tenace devozione a un ideale di
purezza e di nobiltà.
Cos'era dunque il brivido che m'arrestava dubitante sulla soglia
dell'infame asilo quando nel cuore della notte come un ladro io lo
cercava, cacciato dalla schifosa febbre de' sensi? Cos'era l'orrore
che mi pervadeva alla vista della livida creatura che senz'amore,
senza palpiti, senza desiderio mi offriva la sua bocca stanca e le sue
carni disfatte? Cos'era quel senso di nausea che mi penetrava fino
alle midolle nel contatto e mi faceva giurare a me stesso, nella
rivolta dell'umiliazione, ch'io non sarei per cadere più mai?
Io aveva, così, affrontato e sostenuto delle fiere pugne:--ma le poche
volte che avevo trionfato, la vittoria era stata sanguinosa!
Da una di tali pugne vittoriose ero appena uscito quando mi toccò il
fatale incontro!