II.

*Le due visioni.*

In mezzo a vasta, popolosa piazza

sorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.

Turba d'uomini, donne, popolani,

S'affannano, da pio zelo sospinti,

A portare sugli omeri ricurvi

Rami stroncati, ed aride fascine.

E all'opra li sospingono i chiercuti

Monaci e sacerdoti, a ciò che sorga,

Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,

Che manda il reo fra demoni combusto.

Corrono intorno in lungo ordine, fila

Di palchi, di loggiati, da pomposi

Drappi coperti e adorni. In alto brilla

L'iberica corona, colla croce

Di quel Dio, che redime e che perdona.

Nella piazza, appo il circo, in ogni via,

S'accalca e ondeggia rumorosa folla

D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,

Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,

Lì sui tetti erpicata e sulle torri,

Del promesso spettacolo in attesa.

Il Re, le dame, i prenci, i cavalieri

In ricche vesti seriche, dorate,

Assisi in aurei seggi, sorridenti,

Attendono che il sacro ludo s'apra.

Entran gli araldi, suonano le trombe;

Indi silenzio. -- Avanzano gli attori.

Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,

Ove gli edili, i gladiatori? Donde

Le belve irromperranno in mezzo al circo,

I chiomati lioni, le pantere,

Che fean grandi e terribili le arene

Dell'Impero e di Roma? -- L'età nuova

È mansueta e pia; dal sangue abborre,

Ed incruente è il rito. Lunghe fila,

Sacre a Maria, di vergine sorelle,

Procedean lenti e umili; indi il corteo

Di tonsurati, in tunica, osannando:

Il divin sacramento, i baldacchini,

Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,

Al lor passaggio, cadono le turbe

Inginocchiate, ed alle sacre laudi

Rispondon salmeggiando. In mezzo a questa

Santa milizia chiusa, taciturna

Schiera procede, con fronte dimessa,

Di vecchi, adulti, femmine e bambini.

Han scalzi i piedi, nuda la persona,

Se non che le ravvolge un saio nero

Di fiamme e rossi demoni dipinto,

Che lor dal collo sino al piè discende.

Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.

Chi pur s'indugia nel cammin dolente,

Col pungiglion, con uncinate verghe,

Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»

Torta al collo una corda, e ciascun reca

Un cero acceso in mano.

Al circo giunti

Le madri spasimanti, che il bambino

Tengono stretto al sen, gli adulti, i figli

Che all'egro padre, all'avolo cadente

Reggono il passo, floride fanciulle,

Raggiante il volto di bellezza e vita,

Si collocàro al tetro rogo intorno.

Vider gli sgherri, che piantar le travi

Sulla catasta preparata; videro

Soffiar sul rogo, e cumular carboni

Di resina cosparsi; e i primi crepiti

Inteser delle legna arse, fumanti,

E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»

Dagli sgherri le vittime sospinte

Furon cacciate entro la pira ardente;

Nel volto si guardar senza far motto.

Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,

Poi sugl'arsi carbon, gli aridi rovi

Serpeggiaron le fiamme, e crepitando,

Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,

Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.

Poi divampando, vibrano le lingue

Di fuoco, crescon rapide, comburono

Le polpe, ne ghermiscon le ginocchia,

E quai branchi di vipere, con spire

Tortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,

Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibili

Dei venti, che fra vortici coruschi

Fischian sbattuti, pïetose voci

Emergon fuori e l'aure empion di lai:

«Dai profondi, Signore, dai profondi

A te clamo...»

e ricascon soffocate...

«Osanna, osanna», intuonano le turbe,

Ed i prelati, mentre che i lacerti,

Delle abbruciate vittime sul rogo,

Con roco tonfo, cascono disfatti.

La pira s'adimava: Tutta intorno

Taceva, allor che subito per l'aure

Correre udissi, misterioso, un grido.

«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,

Teco m'accogli, -- e sulla terra pace!»

Onde il flebile sorse grido eccelso?

Da quel mucchio di cenere e cadaveri

Che dal truce martir santificati

Già s'ergevano in alto? -- o fu parola

Dal ciel discesa, verbo dell'Eterno,

Che dalla morte suscita la vita?

Echeggiò sulla piazza, -- Come lampo,

Le menti rischiarando ottenebrate,

Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,

«Miserere, gridaro, miserere».

Poi caddero in ginocchio, -- si segnaro...

I prelati riprendere tentarono

Le cantiche, gli osanna, -- Niun rispose.

Di quà, di là, si spersero le turbe

Sgomente e silenziose. Ed io sentia,

Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcate

Del Tempio, allor che il divo sagrifizio

Dell'ostia consacrata si rinnova,

Si confondon più note in un concento,

Qual s'uniscon più raggi in una luce,

Così quei salmi, gemiti e preghiere

Poggiando in alto, a sfere ognor più pure,

S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.

*

* *

La visïone sparve.

In me raccolto

Stava pensoso ed atterrito, -- quando

Una voce degli avoli, che intorno

M'alleggiavan pietosi, -- mi riscosse;

«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.

Apri gli sguardi della mente, -- e mira...»

Novella visione a me si schiuse.

*

* *

Era in Sion, -- sul monte di Morìa,

Nel cortile del Tempio. -- A me di fronte

S'ergeano ancora, come ai tempi antichi,

Iachim e Boas, le mistiche colonne;

E spaziava in mezzo a lor tuttora

Il vasto mar di bronzo, -- e presso al mare,

A modo dell'altar del sagrifizio,

S'alzava un'arca.

E su di lei che vidi?

Stava sull'ara steso un gran vegliardo;

Bianca e lunga la barba, giù dal mento

Sino a terra scendeva, -- quai viticci

Attortigliati d'edera, girava

Intorno all'arca, -- e tutta la copria;

Aspre catene aveva al collo attorte,

E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,

Tenevan la persona immobilmente

Al duro marmo e alle pareti avvinta.

Avea quel veglio ambo le braccia stese,

L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,

Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,

Porgean l'immago di vivente croce.

Tutto era buio. -- Ma dagli occhi suoi

Partiva ad ora ad or luce sì fulgida

Che, qual di notte subito baleno,

Tempio, cortile, altare illuminava.

Io stavo fisso in esso con arcano

Senso d'affetto e di pietà, -- quand'ecco,

Con subito fragor, si spalancaro

Le porte del vestibolo, ed irruppe

Un guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,

Con l'aquila imperiale, il capo cinto,

E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;

Sul vegliardo calatolo, ne fende

Il destro braccio, -- e ne sega le vene:

Caldo proruppe il sangue, -- e qual fiumana

Gorgogliando, -- giù scese dal Morìa.

Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,

Pei colli dilagando e piani aperti,

Ovunque di quell'onda fecondante

Passa il tesoro, -- germina la terra.

Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;

Si stende sul deserto, e l'arse sabbie

Fioriscono qual rosa, e nel suo corso

È tutto moto e vita.

Un altro ignoto

Penetra nel vestibolo del Tempio;

Tacito e cauto sguiscia appo l'altare:

A la sembianza appar faccia d'uom giusto,

Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacro

Ed il pontifical paludamento

Crescon decoro a quell'aspetto augusto.

S'appressa all'ara... Tien dentro le pieghe

Della vesta, un pugnal nudo celato,

L'afferra, -- e ratto nel sinistro braccio

Della vittima eterna, sino all'elsa,

Tre volte e tre lo immerge. -- Sprizza il sangue,

Del sacerdote sopra il volto balza,

Tocca appena quel volto, si trasforma

In fiele ed in veleno. Egli compreso

Da subito terror, fugge, si asconde

Nei velami dell'ara. Il sangue scorre

Dall'arca nel cortile, -- e dal cortile

All'occaso si spande, a flutti, a fiume,

E si scava una foce, scende al mare,

Sposando le spumanti onde vermiglie

Al vivo azzurreggiar dell'Oceàno,

Lontane isole attinge e continenti;

E cittadi obliate e città spente,

Scote, ridesta, suscita alla vita.

Altre non note scopre, -- e splenderanno

Faro di luce e libertade al mondo.

*

* *

E già la mente mia correr sentiva

Il soffio animator dell'aspettata

Aura primaveril, che farà sgombri

Di pregiudizi i popoli venturi...

Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,

Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,

D'armi di guerra. -- Una perduta gente

Di sicari, di sgherri, di lenoni,

Da postriboli uscita e da taverne;

Un'accozzaglia senza onor, nè fede,

Di sacerdoti e nobili impinguati

Per furto, per mendacio, per versato

Nella guerra civil sangue fraterno,

Or stretti in lega insiem, per opre infami,

Irrupper nel vestibolo del Tempio.

Di leve, picche, di pugnali armati

Nè scardinar le mistiche colonne,

Sul veglio s'avventar, imbavagliarlo

Tentaro, e soffocarne entro le fauci

La parola, il sospir, sì ch'ei si spenga

Senza traccia lasciar sopra la terra,

Sdegnoso li guardava e non moriva:

E raddoppiar gli strazi e le torture...

Ed ei sereno e fiero, -- non moriva.

Anzi più forte per crescente vita...

Fatti allor più furenti, altri supplizi

Inventar contro il veglio intemerato;

Avventar sozza e lurida canaglia,

Che di rapine cupida e di sangue

Accaneggiaro con sacrileghe arti

Di mendacie e calunnie. A lapidarlo

Si dier furenti in cenere converse

Abbandonarne poi le membra ai venti.

Allor, siccome suol igne compresso

Nei convulsi crateri, spalancossi

La terra, e le colonne svelte e l'arca

Col veglio, entro gl'aperti gorghi accolse

Nel sen materno, e li coprì pietosa...

Colà staranno, inviolati, sino

Che il giorno atteso spunti, -- e la parola

Smarrita si ritrovi, -- e splenda alfine,[18]

Messaggiera d'amor, di pace, ai mondi...

«E tu, dubiti, imbelle? -- Sorgi e spera!»

[18] Due croci, secondo un'antica leggenda ebraica, si sono innalzate

sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma.

L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte

Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di

Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.

Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima,

l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava

per aprirsi.

Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro

legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano

tacciati di deicidio. Avendo essi rifiutato di adorare Cesare come

dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila

Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non

potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si

vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva

elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.

Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo

pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a

Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra,

un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo

ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e

d'amore.

La sua croce significava il sacrificio _individuale_; quella

elevata sul Morìa, il sacrifizio collettivo, quello di un popolo:

l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.

L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà

durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in

ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio

universale. -- Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo

aveva detto sul Calvario: _consummatum est_; Israel, il popolo,

sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò: _Non tutto è

finito, tutto è da ricominciare_. Esso non volle morire del tutto,

ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile

ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il

quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio,

la _parola smarrita_; la quale dovrà essere svelata a suo tempo,

come parola di redenzione per tutti gli oppressi e i deseredati.

Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova

Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti, come i

Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse

Massonerie nei loro riti.

Qual'è quella parola misteriosa?

Secondo l'avviso di alcuni, sarebbe _Giustizia_. Ma l'idea dovrà

divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un

popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in

forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la

giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte

le classi, di tutti i popoli. I due termini, _Giustizia,_ mercè

l'_Associazione_, si compenetrano, si concretano in un solo, che

omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del

Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e

sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di

religione futura.

Ahasvero nell'Isola del Diavolo: versi preceduti da uno studio su l'Ebraismo e la rivoluzione francese · 第 25 / 30 题