*Le due visioni.*
In mezzo a vasta, popolosa piazza
sorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.
Turba d'uomini, donne, popolani,
S'affannano, da pio zelo sospinti,
A portare sugli omeri ricurvi
Rami stroncati, ed aride fascine.
E all'opra li sospingono i chiercuti
Monaci e sacerdoti, a ciò che sorga,
Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,
Che manda il reo fra demoni combusto.
Corrono intorno in lungo ordine, fila
Di palchi, di loggiati, da pomposi
Drappi coperti e adorni. In alto brilla
L'iberica corona, colla croce
Di quel Dio, che redime e che perdona.
Nella piazza, appo il circo, in ogni via,
S'accalca e ondeggia rumorosa folla
D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,
Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,
Lì sui tetti erpicata e sulle torri,
Del promesso spettacolo in attesa.
Il Re, le dame, i prenci, i cavalieri
In ricche vesti seriche, dorate,
Assisi in aurei seggi, sorridenti,
Attendono che il sacro ludo s'apra.
Entran gli araldi, suonano le trombe;
Indi silenzio. -- Avanzano gli attori.
Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,
Ove gli edili, i gladiatori? Donde
Le belve irromperranno in mezzo al circo,
I chiomati lioni, le pantere,
Che fean grandi e terribili le arene
Dell'Impero e di Roma? -- L'età nuova
È mansueta e pia; dal sangue abborre,
Ed incruente è il rito. Lunghe fila,
Sacre a Maria, di vergine sorelle,
Procedean lenti e umili; indi il corteo
Di tonsurati, in tunica, osannando:
Il divin sacramento, i baldacchini,
Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,
Al lor passaggio, cadono le turbe
Inginocchiate, ed alle sacre laudi
Rispondon salmeggiando. In mezzo a questa
Santa milizia chiusa, taciturna
Schiera procede, con fronte dimessa,
Di vecchi, adulti, femmine e bambini.
Han scalzi i piedi, nuda la persona,
Se non che le ravvolge un saio nero
Di fiamme e rossi demoni dipinto,
Che lor dal collo sino al piè discende.
Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.
Chi pur s'indugia nel cammin dolente,
Col pungiglion, con uncinate verghe,
Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»
Torta al collo una corda, e ciascun reca
Un cero acceso in mano.
Al circo giunti
Le madri spasimanti, che il bambino
Tengono stretto al sen, gli adulti, i figli
Che all'egro padre, all'avolo cadente
Reggono il passo, floride fanciulle,
Raggiante il volto di bellezza e vita,
Si collocàro al tetro rogo intorno.
Vider gli sgherri, che piantar le travi
Sulla catasta preparata; videro
Soffiar sul rogo, e cumular carboni
Di resina cosparsi; e i primi crepiti
Inteser delle legna arse, fumanti,
E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»
Dagli sgherri le vittime sospinte
Furon cacciate entro la pira ardente;
Nel volto si guardar senza far motto.
Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,
Poi sugl'arsi carbon, gli aridi rovi
Serpeggiaron le fiamme, e crepitando,
Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,
Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.
Poi divampando, vibrano le lingue
Di fuoco, crescon rapide, comburono
Le polpe, ne ghermiscon le ginocchia,
E quai branchi di vipere, con spire
Tortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,
Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibili
Dei venti, che fra vortici coruschi
Fischian sbattuti, pïetose voci
Emergon fuori e l'aure empion di lai:
«Dai profondi, Signore, dai profondi
A te clamo...»
e ricascon soffocate...
«Osanna, osanna», intuonano le turbe,
Ed i prelati, mentre che i lacerti,
Delle abbruciate vittime sul rogo,
Con roco tonfo, cascono disfatti.
La pira s'adimava: Tutta intorno
Taceva, allor che subito per l'aure
Correre udissi, misterioso, un grido.
«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,
Teco m'accogli, -- e sulla terra pace!»
Onde il flebile sorse grido eccelso?
Da quel mucchio di cenere e cadaveri
Che dal truce martir santificati
Già s'ergevano in alto? -- o fu parola
Dal ciel discesa, verbo dell'Eterno,
Che dalla morte suscita la vita?
Echeggiò sulla piazza, -- Come lampo,
Le menti rischiarando ottenebrate,
Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,
«Miserere, gridaro, miserere».
Poi caddero in ginocchio, -- si segnaro...
I prelati riprendere tentarono
Le cantiche, gli osanna, -- Niun rispose.
Di quà, di là, si spersero le turbe
Sgomente e silenziose. Ed io sentia,
Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcate
Del Tempio, allor che il divo sagrifizio
Dell'ostia consacrata si rinnova,
Si confondon più note in un concento,
Qual s'uniscon più raggi in una luce,
Così quei salmi, gemiti e preghiere
Poggiando in alto, a sfere ognor più pure,
S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.
*
* *
La visïone sparve.
In me raccolto
Stava pensoso ed atterrito, -- quando
Una voce degli avoli, che intorno
M'alleggiavan pietosi, -- mi riscosse;
«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.
Apri gli sguardi della mente, -- e mira...»
Novella visione a me si schiuse.
*
* *
Era in Sion, -- sul monte di Morìa,
Nel cortile del Tempio. -- A me di fronte
S'ergeano ancora, come ai tempi antichi,
Iachim e Boas, le mistiche colonne;
E spaziava in mezzo a lor tuttora
Il vasto mar di bronzo, -- e presso al mare,
A modo dell'altar del sagrifizio,
S'alzava un'arca.
E su di lei che vidi?
Stava sull'ara steso un gran vegliardo;
Bianca e lunga la barba, giù dal mento
Sino a terra scendeva, -- quai viticci
Attortigliati d'edera, girava
Intorno all'arca, -- e tutta la copria;
Aspre catene aveva al collo attorte,
E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,
Tenevan la persona immobilmente
Al duro marmo e alle pareti avvinta.
Avea quel veglio ambo le braccia stese,
L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,
Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,
Porgean l'immago di vivente croce.
Tutto era buio. -- Ma dagli occhi suoi
Partiva ad ora ad or luce sì fulgida
Che, qual di notte subito baleno,
Tempio, cortile, altare illuminava.
Io stavo fisso in esso con arcano
Senso d'affetto e di pietà, -- quand'ecco,
Con subito fragor, si spalancaro
Le porte del vestibolo, ed irruppe
Un guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,
Con l'aquila imperiale, il capo cinto,
E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;
Sul vegliardo calatolo, ne fende
Il destro braccio, -- e ne sega le vene:
Caldo proruppe il sangue, -- e qual fiumana
Gorgogliando, -- giù scese dal Morìa.
Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,
Pei colli dilagando e piani aperti,
Ovunque di quell'onda fecondante
Passa il tesoro, -- germina la terra.
Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;
Si stende sul deserto, e l'arse sabbie
Fioriscono qual rosa, e nel suo corso
È tutto moto e vita.
Un altro ignoto
Penetra nel vestibolo del Tempio;
Tacito e cauto sguiscia appo l'altare:
A la sembianza appar faccia d'uom giusto,
Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacro
Ed il pontifical paludamento
Crescon decoro a quell'aspetto augusto.
S'appressa all'ara... Tien dentro le pieghe
Della vesta, un pugnal nudo celato,
L'afferra, -- e ratto nel sinistro braccio
Della vittima eterna, sino all'elsa,
Tre volte e tre lo immerge. -- Sprizza il sangue,
Del sacerdote sopra il volto balza,
Tocca appena quel volto, si trasforma
In fiele ed in veleno. Egli compreso
Da subito terror, fugge, si asconde
Nei velami dell'ara. Il sangue scorre
Dall'arca nel cortile, -- e dal cortile
All'occaso si spande, a flutti, a fiume,
E si scava una foce, scende al mare,
Sposando le spumanti onde vermiglie
Al vivo azzurreggiar dell'Oceàno,
Lontane isole attinge e continenti;
E cittadi obliate e città spente,
Scote, ridesta, suscita alla vita.
Altre non note scopre, -- e splenderanno
Faro di luce e libertade al mondo.
*
* *
E già la mente mia correr sentiva
Il soffio animator dell'aspettata
Aura primaveril, che farà sgombri
Di pregiudizi i popoli venturi...
Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,
Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,
D'armi di guerra. -- Una perduta gente
Di sicari, di sgherri, di lenoni,
Da postriboli uscita e da taverne;
Un'accozzaglia senza onor, nè fede,
Di sacerdoti e nobili impinguati
Per furto, per mendacio, per versato
Nella guerra civil sangue fraterno,
Or stretti in lega insiem, per opre infami,
Irrupper nel vestibolo del Tempio.
Di leve, picche, di pugnali armati
Nè scardinar le mistiche colonne,
Sul veglio s'avventar, imbavagliarlo
Tentaro, e soffocarne entro le fauci
La parola, il sospir, sì ch'ei si spenga
Senza traccia lasciar sopra la terra,
Sdegnoso li guardava e non moriva:
E raddoppiar gli strazi e le torture...
Ed ei sereno e fiero, -- non moriva.
Anzi più forte per crescente vita...
Fatti allor più furenti, altri supplizi
Inventar contro il veglio intemerato;
Avventar sozza e lurida canaglia,
Che di rapine cupida e di sangue
Accaneggiaro con sacrileghe arti
Di mendacie e calunnie. A lapidarlo
Si dier furenti in cenere converse
Abbandonarne poi le membra ai venti.
Allor, siccome suol igne compresso
Nei convulsi crateri, spalancossi
La terra, e le colonne svelte e l'arca
Col veglio, entro gl'aperti gorghi accolse
Nel sen materno, e li coprì pietosa...
Colà staranno, inviolati, sino
Che il giorno atteso spunti, -- e la parola
Smarrita si ritrovi, -- e splenda alfine,[18]
Messaggiera d'amor, di pace, ai mondi...
«E tu, dubiti, imbelle? -- Sorgi e spera!»
[18] Due croci, secondo un'antica leggenda ebraica, si sono innalzate
sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma.
L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte
Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di
Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.
Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima,
l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava
per aprirsi.
Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro
legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano
tacciati di deicidio. Avendo essi rifiutato di adorare Cesare come
dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila
Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non
potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si
vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva
elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo.
Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo
pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a
Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra,
un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo
ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e
d'amore.
La sua croce significava il sacrificio _individuale_; quella
elevata sul Morìa, il sacrifizio collettivo, quello di un popolo:
l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.
L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà
durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in
ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio
universale. -- Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo
aveva detto sul Calvario: _consummatum est_; Israel, il popolo,
sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò: _Non tutto è
finito, tutto è da ricominciare_. Esso non volle morire del tutto,
ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile
ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il
quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio,
la _parola smarrita_; la quale dovrà essere svelata a suo tempo,
come parola di redenzione per tutti gli oppressi e i deseredati.
Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova
Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti, come i
Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse
Massonerie nei loro riti.
Qual'è quella parola misteriosa?
Secondo l'avviso di alcuni, sarebbe _Giustizia_. Ma l'idea dovrà
divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un
popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in
forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la
giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte
le classi, di tutti i popoli. I due termini, _Giustizia,_ mercè
l'_Associazione_, si compenetrano, si concretano in un solo, che
omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del
Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e
sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di
religione futura.