I.

*L'Olocausto eterno.*

E l'età rea[17] non tramontata è ancora!

Mille passar sulla mia fronte indomita

Ed anni novecento, e ad ogni etade

Sul carro da rabbiosi lupi tratto

E luridi sciacalli, ed ogni giorno

Mi flagellar, più sempre imperversando,

Con dardi, con torture e spasmi atroci.

Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,

Qual dentro inoppugnabile fortezza,

Che per furror di torbini non crolla,

Sotto il talon del vil che mi calcava,

Mi rialzava, in mia fè securo,

Più giovane e più forte. E fu mio sprezzo

A miei tiranni rabbia, a me vendetta.

[17] _Età rea,_ soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del

medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco

d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana,

contrapposta all'èra antica e romana, la quale appellavano _età_

_buona_.

Soleva Roma che il buon tempo feo.

_Dante_, _Purg. XVI_.

*

* *

Or qui, nella ferale isola, sacra

Al nume loro, squallida, deserta

Da ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,

Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,

Mi gettaro, e gravandomi di ferri,

Sussuraro con vil ghigno ferino:

«Dispera e muori».

Ed una vil plebaglia

Di briachi in cenci, di vendute lanze,

Di sicofanti a prezzo e di segugi,

Gavazzanti in bordelli ed in mercato,

Ove si vende e si baratta a prezzo

Giustizia e libertà, uomini e Dio,

Pur di bruttarmi d'odi e di calunie,

Ordita un'infernal trama nel buio,

Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»

*

* *

E tu l'udisti, o mar che mi circondi,

E voi l'udiste, tormentate roccie,

Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,

Che di miasmi pestilenti pregna,

Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,

Qual funereo lenzuolo, -- e non mi uccidi.

E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,

Nè vi siete dai cardini divelti,

Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,

Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,

A denunziar l'empia calunia ai venti,

E i venti a piaggie, ad isole lontane;

Tal che, qual ripercosso suon sì spanda

Di cielo in cielo, e grïdi ad ogni popolo:

«Non grazia, non pietade, -- ma giustizia.

« -- Si regge sol per la giustizia il mondo».

*

* *

E qui tutto è silenzio. Anch'essi i venti

Posan su l'ale. E se pur han sussurri,

Quei sussurri si cangiano in singulti,

Ed il singulto in gemito, -- e s'estingue:

Tomba non soffre che la turbi il pianto.

Cupa qui regna, faticosa, eterna,

Solitudine muta, -- e mi domando:

Vivo od estinto io son? e questo loco

È bolgia di dannati o cimitero,

E bara, che le spoglie algide sface?

Cade pei vivi il sole, e doman sorge

Per essi ancor. Per me non v'ha domani.

Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.

E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,

Tremulo un lume, -- vagola, e una voce

Vibra, e mi scende in core. -- E che? fia vero?

O non è questa, illusion de' sensi

Egri, fallaci? O non è vacua bolla,

Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?

Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,

Che dagli ultimi cieli giù calato,

I secoli e gli spazi valicando,

Dopo lungo cammin, la terra attinge,

A me s'appressa. Illumina la mente,

E penetra nel cuor. -- È la parola

Degli arciavoli miei? Oh! parla, parla!

-- «Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».

Ed una visïone a me s'apria.

Ahasvero nell'Isola del Diavolo: versi preceduti da uno studio su l'Ebraismo e la rivoluzione francese · 第 24 / 30 题