XI. -- _Internazionalismo._

È questa un'altra delle accuse, che si suole scagliare contro gli Ebrei.

Essi non hanno patria, sono cosmopoliti. Invano hanno però dimostrato

coi fatti in tutto il secolo come sono affezionati al paese ove nacquero

e hanno pugnato al fianco dei loro concittadini in Francia, in Germania,

Polonia e Italia, sia per servire i Governi costituiti, sia per

combattere le battaglie della libertà e rivendicare la indipendenza

nazionale. Devoti al paese in cui sono nati, essi mirano tuttavia più

alto e più lontano. Dopo il cittadino havvi l'uomo, dopo la patria,

l'umanità.

Questo sentimento di cosmopolismo, che favella pure nel cuore di ogni

uomo di alto sentire presso ogni nazione, è come ingenito nella razza

ebrea, tal che sembra quale un suggello impresso sulla sua fronte, sin

dalle origini dalla Provvidenza, e ne determina i destini in mezzo ai

popoli.

Essa, come fu notato da molti scrittori e da quasi tutti gli scienziati,

è la sola fra le razze umane del globo, che possa resistere alle

intemperie di ogni clima e d'ogni regione, fra i ghiacci della Siberia,

come sotto il sole rovente dei tropici, nelle Indie, come nel clima

temperato d'Europa, noi lo vediamo allignare, perdurare, e lavora e

prospera.

Ed anche in questa tendenza cosmopolita, egli non fece che precedere e

aprire la via ad altre civiltà più avanzate. Chi omai in Europa, senza

cessare di essere cittadino del proprio paese, non è, in qualche modo,

internazionale? nessuno può chiudersi, al pari della chiocciola, entro

il proprio guscio: tutti hanno bisogno di aria, di spazio più vasto, per

corrispondere ai nuovi bisogni, alle proprie aspirazioni.

Tutto è divenuto o va facendosi internazionale. Dai congressi

scientifici, dalle università, agli annunzi nella quarta pagina su pei

giornali. Non parliamo della diplomazia, la quale lo è per origine e per

essenza, dei traffici, dei grandi istituti di credito, ma gli operai, i

compagnoni e proletari, sparsi nel mondo intero, tutti omai tendono a

comprendersi, e abbattendo le antiche barriere, mossi da interessi

comuni, mirano in ogni parte di Europa ad associarsi, a stringersi in

vincoli di solidarietà, e costituire una stessa famiglia. Nel passato

solo le scienze, le lettere si appellavano repubbliche universali, ora

anche le arti, le quali per indole e per essenza sono la espressione più

perfetta del particolarismo, assumono forma, colorito, idee e

aspirazioni universali; le lingue, in questo mezzo secolo, noi le

vediamo intorno a noi trasformate; dizioni eteroclite ed ibride passano

dall'una in altra nazione, sono accolte e s'immedesimano fra loro. I

puristi, ciò appellano, e non senza qualche ragione, barbarie, ma il

popolo non cura tali accuse, procede oltre, obbedisce al genio del

secolo, vede o prevede; e comincia per tal modo a formarsi una lingua

europea: come già il latino nelle età di mezzo: Ciò che avviene nelle

lingue, nelle arti, vediamo a poco a poco succedere nelle religioni, e

nei Numi. Negli ultimi secoli del Paganesimo, Roma accoglieva nella

città _Urbi et Orbi_ tutte le divinità venute dall'Asia, dalle Gallie,

dall'Etruria; loro consentiva un seggio nel gran Panteon: così accade

omai nell'Europa. Però con questo divario, che Roma antica le accoglieva

tutte, ne accettava i riti, le cerimonie e spesso credeva e adorava.

L'Europa moderna invece li sottopone, al pari del chimico, al suo

crogiuolo, li esamina, li critica, li discute e dubita. I Lari, i

Penati, gli stessi Santi, che proteggevano le nostre case, le nostre

città, le nazioni vanno ecclissandosi.

Al particolarismo divino stanno per succedere idee più ampie e

comprensive; ai dommi imposti subentrano sistemi più o meno scientifici

e razionali; alle religioni, la religione, o il sentimento religioso; ai

Numi, un Divino che tutti li abbraccia e li comprende.

Chi è che potrà essere quello Iddio, che diviene?

Il naturalismo antico e le sue leggende e miti, la fenomenologia, come

l'antropomorfismo moderno, più non corrispondono ai nuovi bisogni della

società, non appagano nè il sentimento, nè il pensiero. A tutte coteste

forze, potenze, geni e spiriti, la scienza contrappone la Unità delle

forze, al dualismo antico, materia e spirito, la scienza contrappone la

sostanza unica universale. La quale, in altri termini, sarebbe

l'onnipotente, il _Sadai_ dell'Antico Testamento, il filosofo, l'Ente

Universale, l'assoluto, l'Essere degl'Esseri. L'uomo religioso adora

l'Ente ancora, che è, fu, sarà; l'eterno, il quale, elevandosi al

disopra del tempo e dello spazio, alza la mano ai cieli e dice: «Io sono

in eterno».

Ahasvero nell'Isola del Diavolo: versi preceduti da uno studio su l'Ebraismo e la rivoluzione francese · 第 18 / 30 题