Da oltre mezzo secolo l'Israelita in Francia si era cullato nella
speranza, che il periodo storico della _dispersione fra i popoli_ e del
suo isolamento in mezzo a' suoi concittadini, fosse cessato; e salutò
con entusiasmo l'aurora che pareva aprire il terzo ed ultimo periodo
storico, quello della _Fusione_; e, sotto l'egida di principii religiosi
più razionali ad un tempo e più morali ed equi, di essere alfine
cittadino fra i cittadini, uguale fra gli uguali. Perciò era divenuto
omai indifferente, oblioso di quei principi, che a lui erano stati forza
e usbergo in mezzo ai combattimenti affrontati, alle persecuzioni
sofferte nei secoli passati, e che sperava tramontati per sempre.
L'evento Dreyfus dissipò in parte queste illusioni, e lo scosse
dall'apatia in cui era piombato. Lo fece pur troppo accorto, che gli
odi, i pregiudizi dissimulati e celati, avevano ancora radici profonde
nel cuore delle plebi umane, chè occorrono secoli per essere svelti del
tutto, che i _Revenants_ dal sepolcro, entro cui si credevano chiusi, e
imputriditi, possono risorgere ancora e sopraffare, corrompere i vivi.
Allora sentì il dovere di correre al riparo per difendersi. Gli Ebrei
non costituirono verun sindacato, come adottando un termine di borsa, si
volle fantasticare; ma si destò più vivo in essi il sentimento, che fu
nei tempi di angoscia la loro fortezza e salute, il sentimento o meglio
il principio redentore della solidarietà. In questo sentimento si
trovarono consociati e uniti insieme tutti gli elementi, le frazioni di
un popolo.
Il gran capitalista col proletario, il banchiere col bottegajo e
merciajo, lo scienziato coll'operaio, il conservatore, il moderato col
radicale, e col socialista.
Ad essi non tardarono ad unirsi gli uomini di nobile cuore e
d'intelligenza di ogni partito e classe, che abbondano sempre in
Francia; sentirono non essere questa la causa di una setta, di una
confessione religiosa, ma causa d'umanità, ed una minaccia alla libertà
di tutti, un pericolo per la dignità della Francia, come per l'onore
dell'armata; conveniva all'uopo affrontare le contumelie, gli insulti e
violenze di una folla briaca o venduta, sagrificare sè stessi per
salvare l'onore e l'avvenire morale della nazione.
Un branco di arruffoni, intriganti, per coprire colpe proprie e deludere
la giustizia sui veri colpevoli e fuorviarla, si erano insinuati, come
bacilli morbosi, nell'organismo sano e forte della Francia, per
paralizzarne le libere mosse, avvelenarne il sangue, rendersi padroni
delle sue forze, guidarle a fini inconfessabili, a meta disastrosa; ma
la vera Francia saprà scoprire l'inganno, le frodi tese contro il suo
onore e la sua sicurezza: spezzare la rete, entro cui tentarono di
avvolgerla, sbattere quella turba di mestatori dalle sue spalle
titaniche, nel fango verminoso dal quale sono pullulati, ritemprarsi di
nuove forze e raggiare ancora nell'antico suo splendore.
X. -- _L'Esposizione del 1900 -- Missione della Francia -- L'Europa si
unifica e si espande._
I giorni dell'Esposizione si appressano. La Francia sta preparandosi
materialmente; però essa non deve, non può limitarsi a celebrare solo
una festa del lavoro, o una mostra industriale. Parigi, al pari della
nobiltà antica, obbliga: essa è l'areòpago, al quale è convocata tutta
l'Europa intelligente, e Parigi deve proporre a se stesso oltre
all'industriale, uno scopo altamente civile e morale.
Il 1900 segna il centenario della grande Rivoluzione, che aprì l'êra
nuova all'umanità, fondò la società moderna, e iniziò il governo della
ragione. Essa trasformò non solo la Francia, ma l'Europa.
E se Parigi non vuol perdere il suo primato d'iniziatrice, e che l'alto
mandato si trasferisca ad altra città o nazione, essa non solo deve
riconfermare questi principi, ma condurli a più ampia e intera
applicazione negli ordini politici, giuridici, e sociali, ed elevarli
come programma del secolo ventesimo.
Vieti pregiudizi e vanità fanno sì, che molti in Francia credono ancora
di mirare intorno a sè, come ai tempi di Luigi XIV o Napoleone I,
un'Europa da invadere e conquistare, nè vogliono avvedersi, che, al
soffio rinnovatore della Rivoluzione, tutto in Europa è mutato,
trasformato. Appo ogni popolo molte forze, sempre latenti, e che il
dispotismo tentò invano di comprimere e soffocare, rimbalzarono in tutta
la loro energia e anelano di svolgersi, ad agire.
L'Europa non è più scissa, come per lo passato, in regioni e piccoli
stati, facile preda alle invasioni di vicino più potente o prepotente,
ma ordinata in nazionalità compatte, fiere della loro indipendenza e
che, vuoi per simpatia, vuoi per interesse politico o commerciale, vuoi
per la reciproca difesa, si raggruppano in un fascio di nazioni per modo
che quest'Europa, già scissa in altrettanti nazioni, ora è quasi in
travaglio per costituire l'Europa una. Lavoro misterioso, lento, ma
indeclinabile, continuato, ed evidente all'occhio dei sensi e
dell'intelletto.
Un altro lavoro, ben altrimenti poderoso e fecondo, si va facendo in
questa Europa rinnovata: le Società umane, al pari delle forze cosmiche,
obbediscono alla duplice legge di concentramento e di espansione. Come
le nubolose, dopo aver concentrato le forze per formare un mondo od un
sistema planetario, si espandono, quali germi di altri mondi, non
altrimenti l'Europa, dopo essersi costituita in nazionalità, e quindi in
gruppi di nazionalità, ora, traboccante di forze, aspira a meta più
vasta.
Essa si sente ristretta entro gli angusti limiti a lei segnati dalla
geografia, quali sono il bacino mediterraneo e l'Atlantico, i
Dardanelli, i monti Urali e la Siberia; si agita per oltrepassarli.
Dispone di forze, sinora non pure sognate, per percorrerli a volo. Le
steppe sterminate della Siberia, che sinora dividevano due mondi, ora li
uniscono, gl'immedesimano insieme.
I convogli partiti dal fondo della Russia, fra pochi anni si
abbatteranno con quelli, che mossero dal nuovo mondo, la Transiberiana
colla Transfranciscana, e s'incontreranno sulle rive del mar Pacifico,
questo Mediterraneo dell'avvenire. L'oriente si confonde coll'occidente,
questo coll'Africa. Il vaticinio, che il Profeta Israele, rapito nelle
visioni dell'avvenire, già da tremila anni, annunziava ai popoli diviene
realtà. «Aprite, egli gridava da Sionne, aprite le strade, adeguate i
monti, togliete gli inciampi dal cammino dei popoli, poichè deve regnare
la Giustizia, si costituisce l'Umanità[16]».
[16] Isaia, cap. 54, 55.