La Riforma, nata dalla Teologia, si fonda bensì sulla Bibbia, ma si
arresta alla parola, all'esteriore; la Rivoluzione, nata dalla
filosofia, dalle scienze giuridiche e sociali, ne penetra lo spirito, ne
rileva il pensiero dominante, lo spinge nella pratica sociale, lo
traduce in azione. L'Ebreo, allo scoppiare della Rivoluzione, comprese
che i principi da lei proclamati corrispondevano a quelli che egli
professava da secoli e ne costituivano la essenza religiosa e sociale.
Essi erano stati la sua forza e la sua fede durante le lotte da lui
sostenute a traverso i secoli. Questi principi, come vedemmo, si
riassumevano nella triade: Dio, Legge e Popolo, e la Rivoluzione, pur
rispettando i culti diversi, che dividono l'umanità, si alzava alla
contemplazione di un essere superiore, il Dio Uno, fattore ed anima
dell'universo. Suo culto fu la legge, la quale, a quel modo che ordina e
regge l'universo, così deve guidare il mondo dei popoli con equità e
giustizia, e, sollevandosi al disopra dei privilegi di classe, caste e
razze, mira anzitutto l'uomo coronato da' suoi diritti, e soggetto a
doveri corrispondenti.
Carattere essenziale di questi principi è la Universalità. Carattere
principale, che presentano i comandamenti promulgati dal Sinai, poscia
svolti dai legislatori e dai profeti, si è, che essi non si limitano
soltanto a riguardare una famiglia, un popolo, ma sono un imperativo
morale, sociale; si adattano ad ogni razza, ad ogni tempo; ed un
carattere identico di universalità è impresso nella dichiarazione dei
diritti dell'uomo, proclamati, prima nell'America, poscia in Parigi, ed
essi sono l'eco e l'esplicazione sempre più larga e positiva, del Verbo
mosaico.
Ora egli riesce facile ai retori e accademici, che stanno leggiferando
placidamente e si perdono nelle minuzie e nelle sillabe, come i Farisei
dell'antica legge, il criticare la dichiarazione dei Diritti dell'uomo,
opponendo, secondo il sofisma di De Maistre, che l'uomo in astratto non
esiste. Certo non esiste l'uomo in astratto, come non esiste nè
l'albero, nè l'animale astratto e generale; ma la mente riassume i
caratteri, le doti e qualità d'ognuno, e da questi si forma il concetto
dell'albero e dell'animale e ne determina le leggi generali. Con un
processo identico rileva i caratteri, i bisogni della parte fisica,
morale del genere umano, e procede a determinarne i diritti e doveri, i
quali abbracciano tutta la specie, e col tempo, il lavoro, il progredire
di ogni razza, d'ogni popolo verranno ad informarsi in ciascuno, e
potranno costituire per tal modo certa unità di leggi pel genere umano.
Questi principi generali, che i codici particolari verranno svolgendo
d'età in età, di popolo in popolo per tradurli nella pratica sociale,
corrispondevano all'antico ideale ebraico e che da concetto religioso si
traduceva in legge e pratica sociale. Avvenne quindi, che alla
proclamazione dei principi della Rivoluzione, l'Ebreo acquistò più viva
la coscienza di sè stesso, vide in essi la riprova e la confermazione di
quella fede religiosa sociale, che fu la sua forza durante i secoli e,
diremmo, la ragione della sua durata.
Perciò allo scoppiare della Rivoluzione francese, noi assistiamo a
questo fatto: mentre tutte le confessioni religiose in Europa la
osteggiano e ne oppugnano i principi, le comunioni ebree, sparse in
mezzo a tutte le nazioni, l'accolgono con entusiasmo, ne acclamano i
principi; quella turba di bottegai, di mercatanti, di operai, dianzi
umiliati, negletti, rispondono all'appello della Rivoluzione, si
rialzano nella loro dignità d'uomo e di cittadino. Essi intuonano la
Marsigliese, e molti Rabbini la traducono in lingua ebraica, o foggiano
sopra quello altri inni patriotici per Israello. Nelle sinagoghe,
all'inno nazionale francese risponde l'antico canto patriottico Ebraico
«_In exitu Israel de Ægypto_» e l'antica liturgia di Francia e d'Italia
aggiunge alle benedizioni all'Eterno, a' suoi patriarchi e profeti anche
questa: «Benedetta la Rivoluzione, che proclama tutti gli uomini
fratelli».
All'êra nuova, che si leva sull'Europa e sul mondo, sino dalla prima
metà del secolo decimonono, corrisponde una vera _Rinascenza_
israelitica. Questo popolo, che cancellato, avvilito da duemila anni,
altri credeva chiuso nel suo sepolcro e spento, si rialzò nella forza
della sua intelligenza e attività, ajuto, stimolo di vita e di progresso
fra i suoi concittadini. Dopo quei giorni egli prende viva parte al
movimento politico, economico, letterario, sociale di ogni nazione fra
cui esso è disseminato. Soldato, egli combatte al fianco dei suoi
concittadini a difesa della libertà, non solo in Francia, ma nei campi
della Germania, della Polonia, dell'Ungheria, dell'Italia per
rivendicare la indipendenza delle nazionalità fra cui è nato.
Cospiratore, egli si affiglia alle diverse fratellanze secrete per
combattere il despotismo e la reazione che tenta imporsi all'Europa.
Nello stesso tempo, pubblicista, letterato, artista, scienziato,
industriale, economista, socialista, noi troviamo sempre e ovunque
alcuni dei suoi a combattere le battaglie della libertà e del progresso.
Questo subito risveglio di una razza, che omai si credeva esaurita ed
estinta, od almeno straniera in quest'Europa nella quale viveva, non
solo attesta la sua origine europea, meglio che il favoleggiato
Arianismo, ma è sintomo dell'energia di cui è dotato, come fosse uno
degli elementi più efficaci di progresso, ed il lievito nel mondo dei
popoli, non che la sua superiorità. Perocchè è omai principio proclamato
dalla scienza, che le specie inferiori, deboli, poco adatte all'ambiente
e poco conformate per sostenere la concorrenza vitale, sono condannate a
perire, quelle superiori finiscono per vincere nel combattimento per la
vita, e perdurano.
Ma egli è puranco una legge penosa, che la vile moltitudine umana suole
sempre essere invidiosa, sospettosa ed avversa ad ogni superiorità
individuale o collettiva. Il super-uomo o la super-nazione sono per lo
più invise e temute. Si colpiscono col pugnale, come avvenne a Cesare, o
si avvelenano come Socrate. L'abbiamo pur veduto, sino dai tempi delle
civiltà orientali, che l'Ebreo e l'Ebraismo, appena divengono una forza
intellettuale e morale o politica, tutti i despotismi antichi, come le
reazioni moderne, si associano e insurgono contro di lui per opprimerlo
o sopprimerlo. Nei tempi antichi, quando l'Ebreo era ancora una forza
collettiva o nazione, fu combattuto colle armi e cogli eserciti nei
campi aperti; nelle, così dette, civiltà moderne, gli avversari non
trovando intorno a sè che individualità o personalità più o meno
superiori, mutarono la tattica, si pugnò alla spicciolata, si adottarono
armi corte o avvelenate, si sono inventate accuse mostruose e calunnie,
come quelle del sangue emunto ai bambini, si aprirono processi loschi
con documenti falsi, testimoni compri. Sopra questi dati s'imposero ai
giudici sentenze per condannare. Queste guerre aperte o velate,
insidiose sempre, secondo i tempi, le circostanze, l'indole dei popoli,
assunsero forme diverse. Ora, nel secolo decimonono, esse si appellano
antisemitismo.