VI. -- _La Rivoluzione francese e i principi costitutivi dell'Ebraismo._

La Riforma, nata dalla Teologia, si fonda bensì sulla Bibbia, ma si

arresta alla parola, all'esteriore; la Rivoluzione, nata dalla

filosofia, dalle scienze giuridiche e sociali, ne penetra lo spirito, ne

rileva il pensiero dominante, lo spinge nella pratica sociale, lo

traduce in azione. L'Ebreo, allo scoppiare della Rivoluzione, comprese

che i principi da lei proclamati corrispondevano a quelli che egli

professava da secoli e ne costituivano la essenza religiosa e sociale.

Essi erano stati la sua forza e la sua fede durante le lotte da lui

sostenute a traverso i secoli. Questi principi, come vedemmo, si

riassumevano nella triade: Dio, Legge e Popolo, e la Rivoluzione, pur

rispettando i culti diversi, che dividono l'umanità, si alzava alla

contemplazione di un essere superiore, il Dio Uno, fattore ed anima

dell'universo. Suo culto fu la legge, la quale, a quel modo che ordina e

regge l'universo, così deve guidare il mondo dei popoli con equità e

giustizia, e, sollevandosi al disopra dei privilegi di classe, caste e

razze, mira anzitutto l'uomo coronato da' suoi diritti, e soggetto a

doveri corrispondenti.

Carattere essenziale di questi principi è la Universalità. Carattere

principale, che presentano i comandamenti promulgati dal Sinai, poscia

svolti dai legislatori e dai profeti, si è, che essi non si limitano

soltanto a riguardare una famiglia, un popolo, ma sono un imperativo

morale, sociale; si adattano ad ogni razza, ad ogni tempo; ed un

carattere identico di universalità è impresso nella dichiarazione dei

diritti dell'uomo, proclamati, prima nell'America, poscia in Parigi, ed

essi sono l'eco e l'esplicazione sempre più larga e positiva, del Verbo

mosaico.

Ora egli riesce facile ai retori e accademici, che stanno leggiferando

placidamente e si perdono nelle minuzie e nelle sillabe, come i Farisei

dell'antica legge, il criticare la dichiarazione dei Diritti dell'uomo,

opponendo, secondo il sofisma di De Maistre, che l'uomo in astratto non

esiste. Certo non esiste l'uomo in astratto, come non esiste nè

l'albero, nè l'animale astratto e generale; ma la mente riassume i

caratteri, le doti e qualità d'ognuno, e da questi si forma il concetto

dell'albero e dell'animale e ne determina le leggi generali. Con un

processo identico rileva i caratteri, i bisogni della parte fisica,

morale del genere umano, e procede a determinarne i diritti e doveri, i

quali abbracciano tutta la specie, e col tempo, il lavoro, il progredire

di ogni razza, d'ogni popolo verranno ad informarsi in ciascuno, e

potranno costituire per tal modo certa unità di leggi pel genere umano.

Questi principi generali, che i codici particolari verranno svolgendo

d'età in età, di popolo in popolo per tradurli nella pratica sociale,

corrispondevano all'antico ideale ebraico e che da concetto religioso si

traduceva in legge e pratica sociale. Avvenne quindi, che alla

proclamazione dei principi della Rivoluzione, l'Ebreo acquistò più viva

la coscienza di sè stesso, vide in essi la riprova e la confermazione di

quella fede religiosa sociale, che fu la sua forza durante i secoli e,

diremmo, la ragione della sua durata.

Perciò allo scoppiare della Rivoluzione francese, noi assistiamo a

questo fatto: mentre tutte le confessioni religiose in Europa la

osteggiano e ne oppugnano i principi, le comunioni ebree, sparse in

mezzo a tutte le nazioni, l'accolgono con entusiasmo, ne acclamano i

principi; quella turba di bottegai, di mercatanti, di operai, dianzi

umiliati, negletti, rispondono all'appello della Rivoluzione, si

rialzano nella loro dignità d'uomo e di cittadino. Essi intuonano la

Marsigliese, e molti Rabbini la traducono in lingua ebraica, o foggiano

sopra quello altri inni patriotici per Israello. Nelle sinagoghe,

all'inno nazionale francese risponde l'antico canto patriottico Ebraico

«_In exitu Israel de Ægypto_» e l'antica liturgia di Francia e d'Italia

aggiunge alle benedizioni all'Eterno, a' suoi patriarchi e profeti anche

questa: «Benedetta la Rivoluzione, che proclama tutti gli uomini

fratelli».

All'êra nuova, che si leva sull'Europa e sul mondo, sino dalla prima

metà del secolo decimonono, corrisponde una vera _Rinascenza_

israelitica. Questo popolo, che cancellato, avvilito da duemila anni,

altri credeva chiuso nel suo sepolcro e spento, si rialzò nella forza

della sua intelligenza e attività, ajuto, stimolo di vita e di progresso

fra i suoi concittadini. Dopo quei giorni egli prende viva parte al

movimento politico, economico, letterario, sociale di ogni nazione fra

cui esso è disseminato. Soldato, egli combatte al fianco dei suoi

concittadini a difesa della libertà, non solo in Francia, ma nei campi

della Germania, della Polonia, dell'Ungheria, dell'Italia per

rivendicare la indipendenza delle nazionalità fra cui è nato.

Cospiratore, egli si affiglia alle diverse fratellanze secrete per

combattere il despotismo e la reazione che tenta imporsi all'Europa.

Nello stesso tempo, pubblicista, letterato, artista, scienziato,

industriale, economista, socialista, noi troviamo sempre e ovunque

alcuni dei suoi a combattere le battaglie della libertà e del progresso.

Questo subito risveglio di una razza, che omai si credeva esaurita ed

estinta, od almeno straniera in quest'Europa nella quale viveva, non

solo attesta la sua origine europea, meglio che il favoleggiato

Arianismo, ma è sintomo dell'energia di cui è dotato, come fosse uno

degli elementi più efficaci di progresso, ed il lievito nel mondo dei

popoli, non che la sua superiorità. Perocchè è omai principio proclamato

dalla scienza, che le specie inferiori, deboli, poco adatte all'ambiente

e poco conformate per sostenere la concorrenza vitale, sono condannate a

perire, quelle superiori finiscono per vincere nel combattimento per la

vita, e perdurano.

Ma egli è puranco una legge penosa, che la vile moltitudine umana suole

sempre essere invidiosa, sospettosa ed avversa ad ogni superiorità

individuale o collettiva. Il super-uomo o la super-nazione sono per lo

più invise e temute. Si colpiscono col pugnale, come avvenne a Cesare, o

si avvelenano come Socrate. L'abbiamo pur veduto, sino dai tempi delle

civiltà orientali, che l'Ebreo e l'Ebraismo, appena divengono una forza

intellettuale e morale o politica, tutti i despotismi antichi, come le

reazioni moderne, si associano e insurgono contro di lui per opprimerlo

o sopprimerlo. Nei tempi antichi, quando l'Ebreo era ancora una forza

collettiva o nazione, fu combattuto colle armi e cogli eserciti nei

campi aperti; nelle, così dette, civiltà moderne, gli avversari non

trovando intorno a sè che individualità o personalità più o meno

superiori, mutarono la tattica, si pugnò alla spicciolata, si adottarono

armi corte o avvelenate, si sono inventate accuse mostruose e calunnie,

come quelle del sangue emunto ai bambini, si aprirono processi loschi

con documenti falsi, testimoni compri. Sopra questi dati s'imposero ai

giudici sentenze per condannare. Queste guerre aperte o velate,

insidiose sempre, secondo i tempi, le circostanze, l'indole dei popoli,

assunsero forme diverse. Ora, nel secolo decimonono, esse si appellano

antisemitismo.

Ahasvero nell'Isola del Diavolo: versi preceduti da uno studio su l'Ebraismo e la rivoluzione francese · 第 14 / 30 题