A quel modo, che nei tempi nostri, dopo la reazione del 1815 e lo
smembramento d'Italia, i nostri emigrati, profughi e dispersi in ogni
parte del mondo, presero a cospirare contro l'Austria, che rappresentava
allora ogni dispotismo, e si recarono a combattere in Spagna, in Grecia,
Svizzera e nelle Americhe per la libertà, non altrimenti gli Ebrei, dopo
la caduta del tempio, schiavi o dispersi in ogni parte del mondo antico,
iniziarono una guerra sorda e tenace di opposizione e di cospirazioni
contro Cesare, come contro la costituzione sociale del mondo pagano.
Erano state spezzate nelle loro mani le armi materiali, ma rimanevano
loro invisibili, inoppugnabili, quelle intellettuali e morali: la
fierezza di un popolo, la fede nella giustizia e nella verità. Milioni
di Ebrei, tratti in cattività a Roma e nelle grandi città, erano
condannati a lavorare nei pubblici edifizî, ad erigere in Roma il
Colosseo, le Terme, il palazzo di Cesare. Quivi si affiatavano, si
associavano cogli schiavi ed operai delle Gallie, della Germania, delle
provincie italiane, uniti da un odio comune, e da una stessa sete di
vendetta contro Roma, la terribile conquistatrice e tiranna delle genti,
e contrapponevano le dottrine religiose e sociali, uscite dal seno
dell'Ebraismo, contro quelle pagane. Così, mentre l'operaio lavorava a
sollevare le Terme ed il Colosseo, orgoglio dei Cesari, minava e
scalzava dalla base l'edifizio dello impero di Cesare e di Roma.
Il Cristianesimo, mentre Sionne ed il tempio erano ancora in piedi, si
era appena diffuso fuori delle sue mura, e delle provincie Siriache;
caduta Sionne, prese uno slancio subitaneo e cominciò a propagarsi nel
mondo greco-latino, nelle grandi capitali dell'Asia Minore, ed a
penetrare in Roma. Il Cristianesimo ne' suoi primordii rispondeva agli
ideali ebraici, così religiosi come sociali. Cristo, come si vede dalle
stesse epistole di S. Paolo, era per essi, più che persona storica, un
ideale, il quale, simbolo della parola dei loro profeti, corrispondeva
alle passioni ardenti e tormentose, che si agitavano nel profondo dei
loro cuori. Nella sua dottrina morale, come nella passione e morte,
trovavano, personificate, le dottrine dei loro avi, le sofferenze, la
crocifissione di tutto un popolo immolato. Al pari dei nostri martiri
patrioti, nei tempi dei Carbonari e martiri della libertà, egli divenne
il centro intorno a cui si raccoglievano tutti gli oppressi, i
sofferenti, e quanti aspiravano a libertà. La maggior parte dei primi
apostoli e martiri erano usciti dal seno degli Ebrei; essi
contrapponevano il Cristo, all'imperatore, il loro Dio, alle divinità
dell'Olimpo Greco-Romano. Voi, dicevano, nell'ardore delle loro
passioni, nell'entusiasmo della fede, voi credeste di trionfare di noi,
di soggiogarci, annientarci, e noi afferriamo uno dei più umili fra i
nostri fratelli, figlio d'un semplice operaio, nato nella piccola terra
di Betlemme, noi lo solleviamo sulle nostre braccia, invano incatenate,
lo gettiamo contro Cesare e Roma, dicendo: Questo sarà il vostro Re,
Imperatore e Dio. _Rex Romanorum_.
Per circa tre secoli, Cristiani ed Ebrei formarono una medesima
comunione, associati nelle stesse dottrine, rivolti ad uno scopo: La
diffusione ed il trionfo del messianismo. Avversi del pari alle
istituzioni pagane, ribelli al dominio di Cesare, perseguitati del pari,
essi si strinsero in fratellanze segrete, per modo che molti dei martiri
cui il Cristianesimo attribuì a se stesso e santificò, furono Ebrei.
Essi avevano comuni le scuole, come i sepolcri; e nelle recenti
scoperte, in fondo alle catacombe, dalle iscrizioni e dai simboli si
riconosce, che molti dei sepolcri e delle urne coprono le salme di
Ebrei.
La scissura dei due rami, nati dallo stesso ceppo, cominciò veramente
con Costantino, e venne vieppiù allargandosi dopo che la Chiesa si unì e
si associò all'impero.
Dante, nel poema nazionale, in una visione meravigliosa di poesia e di
verità storica, descrive e segna questo momento storico con parole
roventi.
L'aquila vidi scender giù nell'arca
del carro, e lasciar lei di sè pennuta;
. . . . . . . . .
O navicella mia, come mal se' carca[9].
[9] Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.
Il Cristianesimo primitivo fu trasformato, adulterato e sopra il carro
vide:
Seder sovr'esso una puttana sciolta:
Di costa a lei dritto un gigante
E baciavansi insieme alcuna volta[10].
[10] Id. c. 32, v. 149 e segg.
Fu in ogni tempo fina politica della Chiesa romana cedere, modificarsi
secondo le circostanze e le necessità dei tempi. In tal modo la vediamo
ancora nel nostro secolo, nel 1814 e 1815, essa è a capo della Santa
Alleanza, appoggia ogni sorta di despotismo. Mutate le condizioni
politiche, il Vaticano diviene repubblicano, demagogo in Francia,
socialista, antisemita a Vienna, moderato a Berlino, a Pietroburgo,
avverso ad ogni libertà costituzionale e all'unità, in Italia.
Dopo Costantino cominciò veramente, e venne vieppiù allargandosi, la
scissura fra il Cristianesimo trasformato ed il Giudaismo. Pullularono
le eresie sempre più numerose e ribelli nel seno del Cristianesimo; esse
accusavano la Chiesa Romana di essersi dilungata da quei principi che
formavano la essenza del Cristianesimo: negli ordini religiosi, esse
dicevano, divenne un altro Paganesimo; all'Uno, ineffabile, sostituì un
Dio in più persone, poi il culto delle Imagini, e dei Santi, coi quali
edificò un nuovo Olimpo, impose la Mariolatria. Sostituì tutta una
gerarchia, una teocrazia all'uguaglianza democratica della chiesa
primitiva: negli ordini sociali, altra scissione fra eletti e rejetti,
sacerdoti e secolari; scissure, che si tradussero in seguito nelle
divisioni di classe, clero, nobili e plebei che si combattevano nel seno
della società; quindi alla legge subentrò il privilegio, al principio
assoluto di Giustizia, che dominava la legge antica, contrappose la
dottrina della grazia, e con essa il mercato delle assoluzioni e delle
indulgenze.
In mezzo a queste scissure e conflitti, l'Ebraismo si raccolse in sè
stesso e continuò a reggersi, inflessibile sempre, sopra i principî
antichi. Allora dalla Chiesa venne considerato, più che un'eresia,
un'empietà, un pericolo. Infatti, egli colla semplicità dei suoi riti,
colle tradizioni che personificava in sè, si levava quale un'accusa, un
rimprovero contro la Chiesa pomposa e trionfante; la sua perduranza e
tenacità creava un pericolo, per cui sarebbe stata politica avveduta
l'annientarlo, come una specie di pretendente, il quale aspirava, se non
al trono, all'altare. Ma sopprimerlo, come si fece di molte eresie col
ferro e col fuoco, riesciva impossibile, disseminati quali erano gli
Ebrei in ogni parte del mondo, in Oriente ed in Occidente, ed ove la sua
potestà non poteva raggiungerli. Adottò quindi una politica più
terribile e più fina: isolarli in mezzo alla Società, umiliarli,
vituperarli.
Si predicò, che su di loro pesava l'ira e la vendetta di Dio, che essi
erano colpevoli di Deicidio: Quasi che Dio potesse morire; ogni giorno
s'inventava una calunnia per colpire la razza e gli individui; e s'aprì
l'êra delle persecuzioni più atroci e pertinaci, che rammentino le
istorie religiose.