si può leggere una dotta nota che bene illustra il concetto che è
fondamentale nel poema sacro. “Questa è la ragione per cui la
professione della vita religiosa si considera come un battesimo. Come
nel battesimo avviene che noi moriamo alla vita vecchia e rinasciamo
alla nuova (vedi _Rom._ VI, _Coloss._ III, _Ephes._ II _et al._ da cui
si ricava che dal battesimo non emerge l'uomo medesimo che v'era
entrato, ma al tutto un altro); segue ancora che i peccati di quell'uomo
anteriore non s'hanno da attribuire al neonato, più che i miei a un
altro, e gli altrui a me. Così nella profession religiosa. Muore il
religioso al mondo e alle opere sue, inoltre a sè stesso e alla volontà
sua, e muore così, che non gli è lecito usar del mondo e delle sue
delizie e della sua volontà, come se fosse proprio morto e sepolto
etc.„.
[427] Si chiamano così da loro. Vedi quel che dice Simone a Maestro
Adamo: _alcun_ altro _dimonio_. (Inf. 30, 117)
[428] _Così si fa la pelle bianca nera..._ Oh! non poteva dire (domando
io a quelli che in Dante non vogliono mirare se non il poeta bello), non
poteva dire: _Così la pelle bianca si fa nera?_ Perchè Dante volle fare
cozzare insieme quelle due parole nemiche?
[429] _Funere_: perchè l'uomo nella selva oscura e nel vestibolo è come
morto. Dalla morte che è morte, si deve riscattar con la morte che è
rigenerazione e vita. Il battesimo (ripetiamolo) trova il neofito morto,
lo fa morire per vivificarlo: morto a Dio, morire al peccato, cioè
vivificare a Dio: concetti, quanto si voglia sottili, ma comuni, saputi,
triti, volgati.
[430] Vel. pag. 47 e altrove. Ma bisogna capovolgere il concetto che
v'esposi, del seppellimento rispetto alla morte. Il seppellimento è
prima, nel battesimo cioè nell'_alto passo_ dell'Acheronte: la morte
segue, avanti Francesca e Lucifero. Parrà strano; e tuttavia se alla
morte segue la vita, al seppellimento deve seguire la morte. È un
_rovescio_.
[431] Vel. pag. 204 sgg.
[432] _Act. Ap._ II 3.
[433] _Act. Ap._ I 5.
[434] _Summa_ 1a 2ae 51, 4.
[435] Per es. vedi S. Bern. II 686 in fine.
[436] Il lettore critico sogghignerà, e chiederà: “Come mai Virgilio
ministro di sacramenti cristiani? Questa è la più grossa di tutte!„ Il
lettore critico si degni di capire; e per capire, ricordi che Virgilio è
lo _Studio_, lo _studio_ di Dante. Dopo, vada a pag. 346 e rilegga il
passo capitale di S. Agostino e si fermi alle parole: _ma lo intenderà,
sed intelliget_; e capirà anch'esso.
Per l'ordine sacro e il matrimonio, fusi in uno, per così dire, dal
Poeta, giova ricordare che sono i due sacramenti instituiti in favore
della moltitudine. (_Summa_, 3a 65 e 2).
[437] Notevole, come osservai in Vel. pag. 244, che _occupat aditum_
(_Aen. VI_, 635) è già interpretato in Servio, _ingreditur_.
_Ingreditur_, dunque, sì dalla porta principale (424) e sì da questa men
segreta. Qui soggiungo che Servio al 109 commenta _sacra ostia pandas_
così: “o venerabili o esecrande: come dirà del Tartaro: _sacrae
panduntur portae_„. L'equivoco ne era aiutato.
[438] _Ad_ 136. Si noti anche: “_sub imagine fabularum docet rectissimam
vitam_ (non _viam?_) _per quam animabus ad superos datur regressus_„.
[439] Vedi a pag. 27, e prima e dopo.
[440] È la continuazione del passo capitale già citato dall'opera _De
praec. et dispens._ cap. XVII, 54.
[441] _ad Rom._ XIV 12.
[442] Vedi nota a pag. 433.
[443] Aur. Aug. Op. XIII 1165.
[444] ib. 426 (_De anima_ I 11).
[445] ib. 36, 90, 91.
[446] ib. 18 _et al._ Non si dica che questo luogo medio è appunto il
limbo. Dice esplicitamente S. Agostino contro i Pelagiani, che
gl'infanti saranno dannati, col diavolo, sebbene con la pena più mite.
Questa è la sorte del limbo, contraria, perciò, a quella del medio
luogo.
[447] Aur. Aug. Op. XIII 90 (_De pecc. mer. et rem._ III 3, 6). Le
parole _Venite..._ son di Matth. 25, 34.
[448] MO. pag. 95 Vel. pag. 333 sgg.
[449] Arist. _Eth. Nic._ IV 3. Questa dalla magnanimità fusa nella
fortezza (vedi pag. 195) è aggiunta che faccio in questo libro. E non
dubito che non sia per essere persuasiva. Filippo Argenti come si
comporta nella palude e come è descritto nella sua Fiorenza, è il tipo
di quelli che Brunetto Latini, traducendo Aristotele, (che ha _chaunoi_)
chiama (ahimè! uso l'ed. Romagnoli!) _vaneglorious et bobanciers_, e
l'Arrò _tronfi_, e Dante persone _orgogliose_. Quanto ai pusillanimi
(_micropsychoi_) Brunetto traduce _poures de corage_ e il Giamboni,
uomini piccoli. Vedi la cit. ed. del Tesoro, Vol. III pag. 73 sgg.
[450] Id. ib. IV 3, 36. Trad. Arrò.
[451] Id. ib. 14.
[452] Id. ib. 17, 18, 21.
[453] Id. ib. 20 sg.
[454] Id. ib. 27 sg.
[455] Id. ib. 31.
[456] Id. ib. 24.
[457] Potrebbe alcuno metter fuori la virtù della mansuetudine, alla
quale sono opposti i vizi contrari tra loro dell'ira e della “troppa
pazienza contra li nostri mali esteriori„. (Co. 4, 17) Ammettendo che
qualche nota e dell'ira e della pazienza si trovi nei mobili e immobili
dello Stige, vediamo peraltro che la virtù loro opposta è la fortezza
umana di Dante e Virgilio, e la magnanimità, o fortezza eroica, del
Messo del cielo; non davvero la mansuetudine degli uni o dell'altro. E
se la mansuetudine non è la virtù loro, non sarà l'_ira_ propriamente il
vizio delle “rane„ loro opposte.
[458] Rimando al molto che ne scrissi in MO e Vel. Si continuerà a
ripetere uggiosamente, _cui vinse l'ira, l'ira, l'ira_? Buon prò lor
faccia. Studiamo piuttosto perchè Dante abbia usata quella parola
fuorviatrice. Sì: per nascondersi, per far prova dell'acume del lettore;
ma anche perchè qui volle fare un trattato dell'_ira_ passione, che è
sprone di fortezza e magnanimità, se è retta; e causa di tronfiezza e
pusillanimità, se non è o è vana. E qui mal invischia e nel primo
cerchietto mal immolla.
[459] MO. pag. 84. _Summa_ 1a 2ae 73, 5 _et al._
[460] Vel. pag. 259 Ar. _Eth._ VII 6, 9.
[461] _Summa_ 1a 63, 2: Utrum in angelis possit esse tantum peccatum
_superbiae_ et _invidiae_.
[462] _ib._
[463] _ib._
[464] Vel. pag. 343 e _passim_.
[465] Vel. pag. 377.
[466] Uno dei soliti accorgimenti di Dante: Caifas sebbene non reo
d'apostasia e di tradimento e di superbia (per lui Gesù era _homo_) lo
fa pur calpestare, per la somiglianza, che so io? dell'effetto se non
dell'intenzione. Il passo del calcagno è in _Ev. sec. Ioann._ III 18:
“chi mangia il pane con me, leverà contro me il suo calcagno„ Cfr.
_Psalm._ XL 10.
[467] Bart. Aquarone, _Dante in Siena_, Lapi, 1889: p. 18.
[468] Vel. L'altro viaggio.
[469] Matth. XXVI 24, Marc. XIV 21.
[470] E vedi in Vel. L'altro viaggio.
[471] _Gen._ IV 5 sgg.
[472] Vel. pag. 259. Vedi più sopra, a pag. 504 sg.
[473] _Gen._ ib. 11. Vedi in Vel. (pag. 254) un'altra derivazione, che
non esclude questa.
[474] _Gen._ IX 1 sgg. Ho tolto dal passo ciò che per un cristiano non
ha più senso o ne ha un altro: il mangiar carne col sangue.
[475] _Gen._ I 27 sq. II 15, III 16 sqq.
[476] _Gen._ IX: _carnem cum sanguine non comedetis_.
[477] Chi sa che Dante non avesse assegnata, in suo pensiero, a Ugolino,
come di lui propria sede, non Caina ma la riviera di sangue? Chè certo
là dov'è, non dovrebbe essere: la buca è _una_ e fatta per un solo. Vedi
MO. pag. 159 sgg. E io non posso che confermarmi nella interpretazione
_bestiale_ (offro e dedico l'epigramma agli avversari) dell'episodio. Mi
si dica (ma prima si cerchi di ravvivare l'impressione, ormai stinta e
logora, dei versi tante volte letti); mi si dica: Come è saltato in
mente a Dante d'introdurre figliuoli che facciano al padre affamato la
proposta di mangiar loro?
[478] In essi talvolta è anche l'ira, cioè il proposito di vendetta,
contro le _fere mogli_. (Inf. 16, 45)
[479] Vel. pag. 340.
[480] ib.
[481] Vel. pag. 344.
[482] ib.
[483] Vel. 343, 350.
[484] Vel. L'altro viaggio.
[485] Si domanda, credo: o dopo come fece Dante senza corda? Dio mio! o
perchè non si domanda, dove, in quei giorni del suo viaggio, Dante
mangiò e bevve? O non si vuol capire che il buon senso non basta e non
vale a dichiarare il viaggio ultrasensibile?
[486] Vel. L'altro viaggio, pag. 372.
Ecco la genealogia dei sette peccati secondo Dante.
_Peccato originale_
|
+———————+———————+
| |
(concupiscenza) lussuria e gola _avarizia_ (cupidità)
| |
| +————+————+
| | |
_accidia_ invidia superbia
|
ira
I peccati in corsivo sono inconoscibili e innominabili. Si veda che
l'avarizia (mal dare e mal tenere) sta alla invidia e alla superbia,
come l'accidia all'ira. È l'accidia dell'invidia e superbia, essa.
L'accidia genera l'ira, perchè i violenti o bestiali o rei d'ira
piangono dove avrebbero a essere giocondi. (Inf. 11, 45) La lussuria e
gola, generano l'accidia. (Vedi pag. 378 sg. e Vel. 123 sgg.) La
concupiscenza e la cupidità nascono tutti e due dal peccato originale.
Si ricordi (Vel. pag. 141) che S. Agostino trova nel peccato dei primi
parenti la _mala volontà_ (in cui si liqua la cupidità) e la _mala
concupiscenza_. L'avarizia è concupiscenza, quando è mal tenere,
cupidità, quando si risolve a mal prendere. Si riscontri questo
specchietto con gli esempi del purgatorio: si veda come da lussuria gola
e accidia non nasca nulla di peggio di violenza o bestialità o ira:
dall'accidia, la violenza degli ebrei lapidatori e dei troiani
incendiari; dalla gola, violenza dei centauri ebbri (oltre la mollezza
degli ebrei di Gedeone, che è accidia); dalla lussuria, Soddoma e
Gomorra e la bestialità di Pasife. Dall'avarizia invece deriva frode e
tradimento, cioè invidia e superbia: i tradimenti di Carlo d'Angiò, e
dell'_altro Carlo Giuda_, e del _nuovo_ Pilato, e Pigmalione _traditore
e ladro e parricida_, e Polinestor, e il _folle ladro_ Acam (folle e
ladro, come Vanni Fucci).
Da ciò traggo motivo a ricordare la mia interpretazione della corda
gettata a Gerione. (Vel. pag. 137 sgg.) Dante si scinge la corda che
contiene il concupiscibile; dunque è divenuto (in apparenza s'intende),
mediante l'accidia, (la quale conséguita i due peccati più propriamente
carnali) reo d'ingiustizia violenta o d'_ira_. Al cerchio della violenza
sale Gerione dal suo regno di frode. Segno, che il violento sta per
divenire fraudolento, che il leone sta per isparire nella lupa, come la
lonza, non presa, diventò leone; segno che dopo l'ira viene l'invidia e
la superbia; che chi fa il primo passo nel male ruzzola spesso sino
all'ultimo abisso, se non si contiene sulle prime; che chi è colpevole
d'incontinenza (la bestialità è per metà incontinenza) divien reo di
malizia; infine, e qui è l'esatto pensiero dantesco, che chi commette
de' peccati simboleggiati da mostri, è prono a commetterne di quelli
rappresentati da diavoli. (Vedi a pagina 503 sgg.)
[487] Vel. pag. 356 sgg. Anche la dolorosa selva è arsa dall'incendio
che bolle nel primo girone e piove nel terzo. Questo io dissi. Si
leggano ora questi passi d'un breve e bello studio _estetico_ di Ettore
Sanfelice (_Eros_, Messina, Giugno 1901), il quale non conosceva la mia
argomentazione _mistica_ o _filosofica_: “.... il canto XIII
dell'Inferno, dove suona quella similitudine, è in quantità ben maggiore
ricco di armonia imitativa... le parole di Pier della Vigna e quelle di
Rocco de' Mozzi sono un continuo cigolìo. Ce ne aveva già fatti scorti
Dante stesso; invano (dedico queste e le seguenti parole a quanti per
far rimaner male chi cerca e trova, e mostra e insegna, escono a dire:
io non sento, son sordo; io non vedo, son cieco; io non comprendo, sono
un pover uomo!); egli nella sua arte meravigliosa assomiglia spesso,
come qui, a Natura (la sua Musa, aggiungo io, è Matelda, arte figlia di
natura e nepote di Dio), della quale molte bellezze dissimulano sotto la
loro perfezione esterna l'arcana intima arte ond'esse hanno vita... (Il
canto di Pier della Vigna) tutto _sibila e trema_. Rileggiamo...„ E il
giovane e dotto e schietto pensatore e poeta rilegge il mirabile canto,
facendone notare il misterioso _sigmatismo_. Riferisco qui un bel gruppo
di parole che egli sottolinea a facile dimostrazione dell'ineccepibile
tesi: schiante, scerpi, spirto, sterpi, esser, state fossim, serpi,
stizzo, arso sia, scheggia, insieme, sangue, adeschi, inveschi, volsi,
serrando e disserrando sì soavi etc. Rilegga ognuno il canto, e vedrà da
sè. E il Sanfelice nota tanti altri suoni di _io_, di _ir_: “L'animo
m_io_ per d_is_degn_os_o _gusto_. Credendo col mo_rir_ fugg_ir_
d_is_degno. Ingiusto fece me con_tr_o me giusto„. Si osservino le
terzine che seguono quella in cui _soffiò lo tronco_! E altro e altro!
[488] Vel. L'altro viaggio.
[489] Vedi a pag. 446.
[490] Vel. pag. 381 sgg.
[491] Vel. pag. 388.
[492] In _Summa_ 1a 2ae 68, 4. Si scambiano il posto le due coppie
sapienza e scienza, intelletto e consiglio. Ma possiamo notare
nell'articolo seguente: _sapientia et scientia uno modo possunt
considerari... prout scilicet aliquis abundat in tantum ~in cognitione
rerum divinarum et humanarum,~ ut possit etiam fideles instruere et
adversarios confundere... Alio modo possunt accipi, prout sunt dona S.
S. et sic sap. et scient. nihil aliud sunt quam quaedam perfectiones
humanae mentis, secundum quas disponitur ad sequendum instinctum S. S.
~in cognitione divinorum ed humanorum~_.
[493] Vel. pag. 386 sgg.
[494] Aur. Aug. Op. III pag. 28 sq. (_De Doctr. Christ._ II 9 sqq.).
Noto che quest'opera di S. Agostino è citata da Dante in _Mon._ 3, 4;
_idem ait in libro de D. Ch._ etc.
[495] In _Summa_ 1a 2ae 68, 6. Vel. pag. 396 segg.
[496] _De Doctr. Christ._ II 7, 9.
[497] Vedi a pag. 472 sgg. e spec. 473 (_a quella Atene celestiale..._).
Ripeto che Dante non attribuisce che la scienza o arte agli antichi
savi. Matelda (_l'arte e scienza_) ha gli occhi ardenti e luminosi per
amore, ed è _scorta_ a Dante che ha mondati gli occhi nel fuoco d'amore
per la visione.
[498] Il lume che sfavilla nel passar dal girone dell'invidia a quello
dell'ira, e che abbaglia, non è senza allegoria. Da notare ivi la parola
_arte_ (Pur. 15, 21).
[499] _De doctr. christ._ II 7, 10 sq.
[500] E la cosa si ripete nel salire dalla _scientia_ alla _fortitudo_
(17, 44).
[501] Vedi a pag. 316 sgg.
[502] Aur. Aug. Op. X 640 (_Contra Secund. Man._ X). Ecco una buona
fonte per provare l'equivalenza, per il contrario, del diavolo al Dio
uno e trino. La cupidità che si riduce a _iniqua_ volontà, è proprio
rappresentata nella faccia di mezzo. Vel. pag. 298.
[503] Vel. pag. 396.
[504] Ma vedi Vel. pag. 391 sgg.
[505] Sete: Pur. 20, 3, 89, 92, 117; 21, 1, 39, 46 sgg., 74, 97; 22, 6;
fame: 22, 40, 132, 141, 144, 147, 149, 151 sg.; 23, 27, 30, 35, 66, 67;
24, 18, 24, 28, 30, 33, 39, 80, 104, 110, 116, 122. La fame entra nel
posto della sete; e questa di quella in 20, 12, 105 (?), 107 (?); 22,
65, 102 (?), 105 (?), 137, 145, 150, 23, 36, 62, 66, 67, 86; 24, 24, 32,
124. Il che mostra una specie di rifusione delle due beatitudini (cfr.
per esempio 21, 39 _sete men digiuna_, e 31, 128 _cibo che asseta_).
[506] Pur. 19, 77, 120, 123, 125; 20, 48, 95; 21, 16 sgg., 65, 83; 22,
4, 71; 23, 15, 39; 24, 82 sgg., 129, 154.
[507] Consiglio e intelletto sono tutti e due nominati nella cornice
della gola. (23, 61; 22, 129; 24, 51) Il che mostra che essi vanno
insieme e a pari, come il bere e il mangiare. Anche i due trattati, per
così dire, dell'avarizia e della gola sono fusi; e male scorgiamo quando
cessa l'uno e l'altro comincia.
[508] Vel. pag. 391 sgg.
[509] Su Stazio vedi alcune pagine di profonda intuizione in _Su le orme
di Dante_ (Roma, 1901) di Angelo de Gubernatis: lez. quarta. Vuol essere
conosciuto anche un bello studio di Giovanni Longo-Manganaro:
_L'allegoria di Stazio nella D. C._ Messina, 1901.
Dante volle il suo canone di poeti nel numero di sette. Tre, Virgilio e
i suoi due discepoli, l'antico e il nuovo, entrano primi nella futura
dimora dei pii vati antichi ossia _poetae magni_.
[510] Vel. pag. 389.
[511] _De doctr. christ._ II 7, 11.
[512] Nè è tutta qui. Vedi l'arguto studio di PPetrocchi, _Del numero
nel poema Dantesco_ in Rivista d'Italia IV 6, pag. 242 sgg.
[513] _Conf._ XIII 11, 12.
[514] ib. Codesto avverbio è in Dante _igualmente_. (Par. 33, 144)
[515] ib. _Nemo sine pace videt istam visionem._ L'ultima beatitudine è
vulgatamente quella dei pacifici, cui è promessa la visione. Dante fa
che sia in quella dei mundicordi.
[516] Aur. Aug. _Civ. D._ XI 24 e 27.
[517] Ad. Cor. II 12, 2.
[518] Vedi il cap. XXXIX _L'ultima visione_.
[519] Vedi a pag. 368.
[520] Vel. pag. 335 sgg.
[521] Ad. Cor. I 12, 8.
[522] Aur. Aug. _Confess._ XIII 23.
[523] Vedi a pag. 491 sgg.
[524] Vedi a pag. 486 sgg. Per i sacramenti vedere in _Summa_ 3a
_Quaestio_ 65 sqq.
[525] Vel. pag. 400.
[526] Vel. pag. 402 sg. Pure vi si sente quella fusione tra vivanda e
bevanda e fame e sete, che è nel purgatorio. Vedi qui a pag. 531.
[527] Vel. pag. 404 sg.
[528] Vel. pag. 404 sg.
[529] Aur. Aug. _Conf._ XIII 11, 12.
[530] _Summa_ 1a 2ae 69, 4.
[531] ib. 3.
[532] Vel. pag. 406.
[533] Vel. 407.
[534] Vel. 408. E vedi più avanti. Lucifero era (e a suo modo è) un
Serafino, con le sue sei ali, come le Malebranche sono _neri_ Cherubini.
[535] Vedi FPLuiso, _Struttura morale e poetica del Par. Dant._ in
_Rassegna Nazionale_, _anno XX_ 16 luglio 1898.
[536] Serv. _ad Aen._ VI 127.
[537] _Somn. Scip._ I 12.
[538] Prendo questo e i dati astrologici che seguono, dal “buono
accoglitor„ M. Francesco Alunno, _Della fabrica del mondo_. E rimando al
Luiso, studio citato, il quale reca il testo di _Albumasar_.
[539] Del resto Albumasar in Luiso ha _philosophie ac poetrie studium_,
che è il proprio significato di Virgilio nella Comedia.
[540] Dal cit. studio di FPLuiso; e così di seguito, quando nomino
Albumasar.
[541] _Somn. Scip._ Vedi più giù la nota a pag. 553.
[542] Espressione di Macrobio in _Somn. Scip._ 1, 19; _ergo Venerea et
~Iovialis~ stella_.
[543] Vel. pag. 218 sgg.
[544] Dion. Ar. _De cael. Hier._ 7, 1.
[545] Nell'ed. di Dion. Areop. _Lutetiae Parisiorum_ Chaudière 1644:
pag. 76.
[546] Dion. Ar. _ib._
[547] Dalla parafrasi di Pachymere, ed. cit. pag. 78.
[548] Dion. Ar. _ib._ Ed ecco, in “_divino studio_„, il nome di
Bernardo, che è il Virgilio dell'ultima visione.
[549] Id. ib. 8, 1.
[550] Certo Dante aveva letto ciò che segue in Dionigi; “affinchè le
illuminazioni in loro insite non patiscano alcun menomamento„. _Tutta_
tua visione!
[551] Id. ib.
[552] Id. ib. 9, 1. Trascrivo per chiarezza il comento di Croderio: “Ai
Principati pertiene, secondo Dionigi, il regime universale, verbigrazia,
d'un regno o gente, o il condurre un regno alla similitudine di Dio„.
(Ed. cit. p. 112). Utili poi a meditare, per rendersi ragione di molte
cose in quel cielo Dantesco, sono le parole che seguono: “Secondo
Gregorio, è loro ministero ammaestrare gli uomini a porgere a ognuno
riverenza secondo il suo grado„. Anche: promuovere gli uomini “che
facciano giustizia non per utilità propria, ma per amore e onore del
solo Dio„. Ricordiamo _la mala signoria_.
[553] Dion. Ar. ib.
[554] Del suddetto comento.
[555] Correggo e metto in corsivo il Convivio con la Comedia, in ciò in
cui quello differisce da questa, cioè nel posto dei Troni. Principati e
Potestati. Tutta questa parte fu trovata e trattata da LRCapelli in
Giornale Dantesco, A. V pag. 58. Io non faccio altro che emendare in
qualche punto che mi sembra emendabile.
[556] Segno con puntolini questi luoghi che possono essere del Padre e
dello Spirito, non essendo noi certi in che modo avrebbe Dante
continuato il suo ordine. Certo mi pare quel di mezzo, sin d'ora, perchè
nella sfera di Marte è la Croce. Per il resto, vedremo.
[557] Per es. 1, 7 (_desire intelletto e memoria_: cfr. Aur. Aug.
_passim_. per es. _De Trin._ XI, 3, 6, dove è _voluntas_ e non _desire_;
ma l'amore si sa che _si liqua_ in volontà); 2, 41; 7, 64; 10, 1; 13,
25; 14, 29; 15, 47; 24, 139; 27, 1; 31, 28.
[558] _Carità_ è poi in 3, 102. La _grazia che piove_, (3, 89) ricorda
lo Spirito. Anche l'espressione “_del secondo ~vento~ di Soave_„ par
suggerita da quel ricordo.
[559] E tralascio tante altre prove: 7, 1 sg. 65, 70 etc.
[560] Matelda e Beatrice (_arte_ e _sapienza_) formano un concetto solo.
[561] FPPerez, _B. S._ pag. 360 sgg.
[562] Ricci U. R. p. 259. Vedi in questo libro a pag. 257. L'argomento
principale che conferma la verità sostanziale del racconto Boccaccesco,
è quel verso di Minghin da Mezzano. Egli scrisse il suo povero epitafio
zoppicante, quando tutti credevano che Dante fosse rimasto a mezzo del
suo cammino verso le stelle, ossia della terza cantica. Nè il cenno
manca, forse, in quel del Canaccio: _cecini voluerunt fata, quousque_.
La morte interruppe il canto.
[563] Vedi a p. 231: _Tu vuoi ch'io muoia_ etc. Vedi a p. 300 e sg. Il
senso dei versi “_Fa, signor mio_„ in ultima analisi è che vuol compiere
la Comedia prima di morire.
[564] Vedi a pag. 292 sg.
[565] E questo s'accorda con l'ipotesi di ALubin, che Dante nel XIX
della VN, alludesse alla cavalcata del 1289 contro i ghibellini
d'Arezzo. Vedi a pag. 49, nota.
[566] Vedi a pag. 108 sgg.
[567] Cap. I-VI.
[568] Cap. I. _La prima visione._
[569] Cap. II. _L'angiola._
[570] Vedi a pag. 33, 117, 123 sg.
[571] Cap. III. _La speranza de' beati._ Di Fausto si narra in _Conf. V
3 sgg._
[572] Cap. IV. _Mentis excessus._ Cap. V. _I simulacri d'amore._
[573] Cap. VI. _Le nove rime._ Cfr. Vel. pag. 479. Vedi questo libro
pag. 275 e cap. VII _Lo stil nuovo_, e VIII _Guido e il suo disdegno_.
[574] Cap. IX _Beatrice beata_, e XI _La Vita nova_.
[575] Pag. 108.
[576] Vedi a pag. 108 sgg.
[577] Cap. XII _Per via non vera_.
[578] Cap. XIII _L'Angiola e la Donna_.
[579] Cap. XV _Rectitudo_.
[580] XVI _Legno senza vela_.
[581] XVII _Il re pacifico_.
[582] Cap. XXII _L'Alpigiana_.
[583] Vedi a pag. 231 sg.
[584] Vedi a pag. 573.
[585] Capo XIX _Decem vascula_. Ho già notato, ma giova ripetere, che la
terza cantica procede per decine, sebbene tra loro commesse e non recise
l'una dall'altra: la prima decina è dell'ultimo ternario angelico, la
seconda del penultimo, la terza del primo; e restano tre canti. Mentre
correggo le bozze di queste pagine, leggo in _Atene e Roma_, ottobre
1901, un arguto ed elegante studio, sulla lezione di questi carmi
latini, di GAlbini. Riferisco poche parole, che fanno presentire (non so
se mi son qui troppo folle) come egli non sia punto persuaso delle
conclusioni del Novati, alle quali si acqueta il D'Ovidio: “... Scrivere
il _Paradiso_ e poi coronarsi; coronarsi, certamente dell'alloro ideale
etc. coronarsi anche materialmente, col rito e col ramo, se le
circostanze non avversino„.
[586] A pag. 392, nota, aggiungi che la strofa di S. Paolino d'Aquileia
è del _Natale_.
[587] Cap. XVIII _Il veltro_.
[588] Cap. XX _Romagna tua_. Cap. XXI _In Ravenna_.
[589] Cap. XXIII _La selva e la foresta_, a principio.
[590] Cap. XXII _L'alpigiana_.
[591] Il com. di Servio è al verso “Senti che cosa devi far prima„ per
andare all'Averno. E racconta del ramo per cui un servo fuggitivo doveva
morire. Dante era servo.
[592] La profezia del Veltro è consimile a quella di Virgilio per
Augusto, per il buon Augusto; e anche per questo modo si conferma che il
Veltro è l'imperatore o la podestà imperiale. Cfr. _Aen. I 286 sqq. VI
791 sqq._
[593] Virgilio, spec. come narratore degli inferi a guisa della Sibilla
(562 sqq.), è anch'esso _praefectus lucis Avernis_. Invero gli altri
poeti lo considerano loro principe. (4, 80, 94 sgg.) È il maestro.
[594] Si tratta, per Dante come per Enea, di andare ad immortale secolo,
(2, 14 seg.) ossia di morire.
[595] Si noti che non curerò sempre le pure imitazioni d'arte, come per
es. l'episodio di Pier della Vigna di fronte a quel di Polidoro etc.
[596] Questo cambiamento di _corpo_ in _anima_ fa vedere che la
sepoltura necessaria per passare, è in Dante una _spirituale_ sepoltura.
[597] _Falso_; e forse anche perchè saranno salvi, ed essi nol sanno!
[598] I _guai_ di 4, 9 non vengono dal limbo (cfr. Pur. 7, 30), che è
escluso dal regno di Cerbero.
[599] Vedi altro a pag. 266 sgg.
[600] Nell'episodio dello spirito bizzarro, a Dante sottentra Virgilio
nello sgridare e respingere l'_insepolto_. Così, in quello del
_gubernator_, la Sibilla risponde e respinge invece di Enea. (372)
[601] I Lapiti sono per Dante centauri, co' doppi petti. (Pur. 24, 121
sgg.)
[602] Vedi altro a pag. 446 sgg.