e vulgatissimi, questo passo di S. Bernardo, Op. I 966: “Si, siam figli
d'ignoranza, d'ignavia, di servitù, e abbiamo conseguita sapienza,
virtù, redenzione (libertà). L'ignoranza della donna sedotta ci aveva
acciecati; la debolezza dell'uomo traviato e allettato dalla propria
concupiscenza, ci aveva snervati; la malizia del diavolo ci aveva
asserviti, esposti giustamente da Dio. Così dunque nasciamo tutti, prima
al tutto ignari della via, della città, dell'albergo; poi deboli e
ignavi sì, che sebbene ci sia nota la via della vita, siamo impediti e
rattenuti dalla nostra propria inerzia; all'ultimo servi sotto il
peggiore e più crudel dei tiranni etc.„. Tutto ciò è _miseria_. Il passo
è del primo sermone _in purific. B. Mariae_ dove è l'espr. di S.
Giovanni (1, 5), della luce _cui le tenebre non compresero_.
[276] Questa miseria involve, sì, tutte le miserie, e questo peccato,
tutti i peccati. Ma il lettore comprende: un parvolo _innocente_ morto
avanti il battesimo non è un _malvagio_!
[277] Vedi in Aur. Aug. Op. XIII 1103, 1224; spec. 774 (_contra Iul.
Pel._ IX 83): “_Ecce circumstat sensus tuos ~miseria generis humani~...
parvulos intuere, quot et quanta mala patiantur, in quibus ~vanitatibus,
cruciatibus, erroribus, terroribus crescant~. Deinde iam grandes, etiam
Deo servientes tentat error, ut decipiat, tentat labor aut dolor, ut
frangat, tentat libido, ut accendat, tentat maeror, ut sternat, tentat
typhus, ut extollat. ~Et quis explicet omnia~ festinanter, quibus
gravatur iugum super filios Adam?_„
[278] Aur. Aug. Op. IX 718 (_De civ. D._ XIX 4, 2). Notevole che in
questo passo si legge: “_impetus porro vel actionis appetitus, si hoc
modo recte latine appellatur ea quam Graeci vocant hormen_...„ che può
essere stato fonte del Co. 4, 21: “l'appetito dell'animo, il quale in
Greco è chiamato _hormen_„.
[279] Vedi il passo più su alla nota 2.
[280] “E non dicesse alcuno, che ogni appetito sia animo, chè qui
s'intende animo solamente quello che spetta alla parte razionale, cioè
la volontà e lo intelletto, sicchè se volesse chiamare animo l'appetito
sensitivo, qui non ha luogo nè stanza può avere etc.„ (Co. 4, 22) “In
questo sonetto fo due parti di me secondo che li miei pensieri erano in
due divisi. L'una parte chiamo _cuore_, cioè l'appetito; l'altra
_anima_, cioè la ragione„. (VN. 39).
[281] Definizione di Aur. Aug. Op. VI 110.
[282] Altra def. dello stesso Op. I 723, 888.
[283] _Summa_, in moltissimi luoghi; per es. 1a 22 1; 23, 4; 1a 2ae 57,
6 etc. 2a 2ae 47, 1, 2.
[284] _Summa_, _passim_: per es. 1a 2ae 57, 5; 58, 4; 65, 1 etc.
[285] Vedi a pag. 334.
[286] Vel. pag. 94 sgg.
[287] Aur. Aug. _Op._ VII 1686 (_De cataclysmo 3_).
[288] _Summa_, _passim_: per es. 3a 66, 11.
[289] Aur. Aug. Op. XIII 823, 636.
[290] id. XI 591.
[291] id. X 817.
[292] id. XI 588.
[293] id. XIII 662 sqq.
[294] Aur. Aug. Op. XIII 662 (_contra Iul. Pel._ II 14). Le parole di S.
Paolo, _ad Rom._ 6, 7 sono appunto quelle “_Qui enim_ mortuus est,
_iustificatus est a peccato_„.
[295] Citato ib. L'opera di S. Ambrogio, che non rimane, era _de
sacramento regenerationis seu de philosophia_. Questo concetto del
battesimo che è morte, dovuto a S. Paolo, è trattato e accennato in
_Summa_, passim: per es. 2a 2ae 147, 5; 3a 49, 3; 51, 1; 61, 1; 66, 3
etc.
[296] Vedi, per es. a pag. 108.
[297] Gli editori milanesi emendano in “di malo in buono„.
[298] _Conf._ IX, 14.
[299] Anticipando dico che l'altra figurazione, più chiara anzi
evidente, del battesimo, che è nel passaggio dell'Acheronte, si
riferisce appunto nel colmo dell'età, che è l'anno trigesimo quinto; nel
qual anno, _in certo modo_, morì Gesù Cristo nella cui morte siamo
battezzati. (Co. 4, 23).
[300] Op. II 351 (_Epistola XCVIII_).
[301] Vedi un opuscoletto di LPerroni Grande, in cui si conferma questo
senso “di alcuna volta„, così dichiarata da CCipolla.
[302] Arguta osservazione di NVaccalluzzo, il quale spero di convincere
con le mie parole.
[303] Vel. pag. 67.
[304] _Summa_, passim. Vedi per es. 3a 70, 4; 69, 3, 4, 5, 6, 8, 10; 2a
2ae 47, 13 _et al._
[305] Aur. Aug. Op. XII 415, 423.
[306] Id. Op. XIII 132, 133.
[307] Id. ib. 962.
[308] Id. ib. 300.
[309] Id. ib. 903, 948.
[310] Vel. pag. 38 segg.
[311] Ricordiamo da MO. (126) e dal Vel. (401), che la spera del Sole
corrisponde al cerchio e alla cornice della gola.
[312] _Summa_ 2a 2ae 55, 1. Nel cielo corrispondente al cerchio e alla
cornice della gola, nel cielo del sole, si fa, dichiarare in qual modo,
e sino a qual punto si deve amare la carne. (Par. 14, 43 segg.).
[313] Vel. pag. 283.
[314] Vel. pag. 40 sg.
[315] Aur. Aug. XIII 661 sqq. XI 714.
[316] GFraccaroli fece altrimenti il computo, ma il mio, che ritengo più
giusto, è certo ispirato dal suo.
[317] Vel. pag. 40 sg.
[318] Aen. VI 270 sqq.
[319] Perchè Dante chiami nel paradiso figlia del sole quella che nel
purgatorio chiama suora, e che nell'inferno dice “luna tonda„, senza
nominarla però nel primo canto, mi pare che ogni lettore debba
intendere. La grazia si manifesta gradatamente più, e a mano a mano la
luna si spiritualizza.
[320] Vedi a pag. 211.
[321] Vel. pag. 450. Giova ricordare la prima fonte di questa
figurazione, che è nelle _Confessioni_ di S. Agostino, libro molto letto
da Dante. S. Agostino (Conf. XIII, 23) dice che il _sermo sapientiae_ di
S. Paolo è il _luminare maius_, e il _sermo scientiae_ è il _luminare
minus_. Tra sapienza e vita contemplativa, e tra scienza e vita attiva è
quel nesso che tutti sanno.
[322] Vedi a pag. 220.
[323] L'abbiamo già veduto in Vel. 168 sgg.
[324] Op. XII 559 (_Sermo CIX_, 4).
[325] Pag. 133, e nota a pag. 113.
[326] ALubin nel suo comento, che non ho presente, porta luoghi di
mistici in cui si dichiara lo zoppicare di Giacobbe a proposito del
_pie' fermo_ di Dante.
[327] _Gen._ 32, 22 sqq. Non bisogna trascurar nulla in questa
narrazione, nemmeno le circostanze che Dante modificò più che
tralasciasse. Per es. questa, _Iacob... transivit vadum Iaboc._ Questo è
il _passo_ della selva. Ma la fatica Dante la durò prima del passo, e
Iacob, dopo.
[328] Vel. pag. 453.
[329] Vedi a pag. 20 sgg. e 25 sgg. e poi 36.
[330] Aur. Aug. Op. III 528 (_Quaest. in Gen._ I 104).
[331] Bern. Op. II 1034 (_Guerrici Abbatis in Nat. Iohann. Bapt. Sermo_
II, 1).
[332] Bern. Op. I 898 (in _Coena Domini Sermo_, 4).
[333] _Contra Iul. Pel._ IV 83 in _Op._ XIII pag. 774.
[334] Vedi a pag. 336.
[335] È questione, credo, risoluta. Vel. 107-164. Si dice peraltro
risoluta da GCasella nel suo Discorso “dell'allegoria della D. C.„ In
verità egli disse che essendo la selva prefigurazione dell'inferno,
tanto è vero che selva è chiamato il limbo, (4, 65) le tre fiere
dovevano esser le tre disposizioni che il ciel non vuole; la Lonza
rappresentando la frode, perchè Dante getta la corda, con cui voleva
prendere la lonza, a Gerione imagine di froda, la lupa essendo
l'avarizia e perciò incontinenza, e il leone violenza. Di tutte queste
affermazioni, solo l'ultima resta in piedi; le altre si trovano fallaci
tutte. Io mossi in MO. dai caratteri che hanno le due ultime fiere in
comune con le tre Furie. Vedi Marzocco in nn. citati a pag. 319, nota.
[336] Vedi MO XXI e p. 64. Vel. pag. 252 sgg.
[337] Così la rovina, corrisponde all'incontinenza, è ampia e dà facile
la scesa. Vel. pag. 189.
[338] Vel. pag. 259.
[339] Non ce n'avrebbe a esser bisogno; tuttavia vedi a pag. 339 in nota
come Dante distingua “la parte razionale„.
[340] Vedi sempre Vel. Le tre fiere, pag. 107 sgg.
[341] _Iud._ XVI 19: _et rasit septem crines eius... statim... ab eo
fortitudo discessit_.
[342] Vel. 123-136.
[343] MO. pag. 50 seg. Vel. pagina 320 e altrove.
[344] Questo porta a riconoscere nel leone l'ira, e nella lupa l'invidia
e superbia, più, come vedremo, l'avarizia.
[345] Vel. pag. 159.
[346] _Summa_ 1a 2ae 46, 3 Vel. pag. 340 e altr.
[347] Vel. pag. 153 sgg.
[348] Dell'esattezza di questa indagine, si veda questa riprova. Il
leone, avendo inordinato solo l'appetito irascibile e non anche il
concupiscibile, come la lonza; essendo tristo e non anche amante di quei
beni che concupisce la lonza; apparisce quando l'altra non è ancora
scomparsa. Dante bene sperava dalla lonza, quando apparve il leone. Ma
si noti, sopra tutto: quando apparisce il leone, Dante, per via dell'ora
e della stagione, sperava di vincere la lonza ne' suoi effetti, cioè
nella tristizia; quando comparve la tristizia ma accompagnata dal mal
volere. Come a dire: quella tristizia _mia_ stavo per vincerla, ma mi
capitò addosso la tristizia _altrui_, che era ben altro! Ora qui bisogna
ricordare l'episodio del nemico che dice: _Son un che piango!_ O se non
si vuol andare tanto in là, basti dire: Quella tristizia, sì, la
vincevo; ma venne quest'altra! Il _sì_ e _non sì_ congiungono due parole
uguali. Si noti che il _leo_ è il nesso sì etimologico e sì filosofico
delle altre due bestie; _leo_nza e _leo_pede; incontinente (in
particolare _tristo_) come la prima, ingiusto, come la seconda. Ed è
maschio tra femmine.
Le fiere sono connesse l'una all'altra per un de' loro capi, così:
leonza è concupiscenza e _tristizia_; leone è _tristizia_ e
_ingiustizia_; leopede è _ingiustizia_ e frode. La prima pecca nel
concupiscibile e _irascibile_; il secondo nell'_irascibile_ e nel
_volere_; la terza nel _volere_ e nell'intelletto. Il _leo_ è centrale
ed è, come si vede dai primi puniti de' violenti, l'_ingiustizia_
tipica. Nè senza cagione è Marco Lombardo, un macchiato d'_ira_, la
quale corrisponde a questa _ingiustizia_ tipica, che discorre
dell'origine della _malizia_, cioè dell'ingiustizia, che copre e aggrava
il mondo.
[349] Ma leggi però Vel. 121 segg. Che il lupo sia animale fraudolento,
come e più della volpe, e che insidii gli ovili, come la volpe i pollai,
e spii l'assenza dei cani e pastori, e si travesta (lo dice Dante) da
pastore, e la lupa tolga la voce, vedendo ella per prima, e veduta prima
non noccia, e venga innanzi _sensim_, cioè a poco a poco, sarà bene
ricordare. Qualcosa posso aggiungere. Nelle _Constitutiones regni Siculi
Tit. I_ (in Cantù, Doc. 3, 499) leggo: _Hi sunt ~lupi rapaces~
intrinsecus et eo usque mansuetudinem ovium praetendentes, quousque
possint ovile ~subintrare~ dominicum... Hi sunt filii pravitatum a patre
nequitiae et ~fraudis authore~ ad decipiendas simplices animas
destinati... Hi sunt ~serpentes~ qui latenter videntur inserpere et sub
mellis dulcedine virus evomunt, et dum vitae cibum ministrare se
simulant, ~cauda feriunt~, et mortis poculum etc._ Qui abbiamo la lupa e
Gerione, che sono la stessa cosa sotto diversa forma. Come la
_vulpecula_ ciceroniana diventasse la lupa dantesca, vediamo da questa
strofa di S. Paulino: _~Vulpes~ Herodes, cur cauda dissimulas Praedam
captare? belluino gutture Sanguinem sitis: agni carnes esuris, ~Lupe~
crudelis_.
[350] Osservazione partita da un'altra di TCasini che notò
l'allitterazione dei tre nomi, e suggerita da FD'Ovidio, che in
_Flegrea_, 5 luglio 1900, ricordò la pretesa etimologia di lonza, come
io aveva riferita in Vel. l'altra, e più curiosa ancora, etimologia
falsa di lupo.
[351] Vel. 148 sgg.
[352] Correggo qui alquanto Vel. p. 331 sg. In verità violenza ci fu, e
come; ma mi pare che Dante non volesse fare a tutta quella sequela di
tradimenti e frodi l'onore di chiamarla anche violenza. Il giostratore
con la lancia di Giuda qui _piaggia_. A ogni modo, se ha adombrata anche
la violenza, ella è, come il leone, compresa nella frode. Che cos'è
Vanni Fucci? Un leone divenuto lupo. E nelle bolgie e nella ghiaccia
sono tanti violenti, micidiali, commettitori di scismi, che s'avrebbero
a dire “violenti con frode„.
[353] Non ce n'è bisogno: tuttavia si mediti questo passo delle _Conf._
di S. Agostino (13, 21): _Continete vos... ab ~inerti~ voluptate
luxuriae_.
[354] Vel. pag. 457 sgg. e in questo libro a pag. 72 e sgg. spec. 82,
nota. Era facile, credo, trovare anche senza la mia fonte (Vel. 429
sgg.), il significato simbolico di Virgilio. Invero Dante nella VN. e
nelle rime personifica continuamente l'amore, e nel Convivio,
personificando tuttavia, sebbene in modo meno plastico, ci spiega che
amore è studio. Come non pensare che anche nel poema sacro dividesse
nelle sue due parti il concetto di filosofia? Come pensare che nella
Comedia non desse alcuna parte all'Amore fatto persona?
[355] Vedi a pag. 60 sgg.
[356] In _Monarchia_ 2, 3 ricorda Miseno _qui fuerat Hectoris minister_
“in bello„, e afferma, secondo Aristotile, che Omero _Hectorem... prae
omnibus glorificat_.
[357] Vedi però FD'Ovidio nel vol. cit. pag. 520 sgg.
[358] Vel. pag. 59.
[359] Su questo s'appuntò Dante per _ammettere_ nel suo Elisio i sospesi
del Limbo, come e abbiamo veduto e vedremo.
[360] Vel. pag. 84 sgg.
[361] Alcune di queste somiglianze sono imitazioni di arte; sta bene. Il
lettore mentalmente tralasci tutto ciò che non riesce a mostrare
l'_identità_ voluta da Dante, del suo inferno con quello Virgiliano:
questa, per esempio. Ma questa può portare ad avere un indizio buono per
_colui_ dal _gran rifiuto_. Deve essere (si può sospettare) un compagno
di Dante, come Leucaspi e Oronte e Palinuro sono d'Enea. Non il
timoniere, il _gubernator_, della parte Bianca? Ma forse è tutt'altri.
[362] Vel. pag. 182 sgg.
[363] Vedi a pag. 226 sgg.
[364] Vel. 264 sgg. Così la verga d'Enea significa con la branca
sinistra i vizi, con la destra le virtù. (Serv. _ad Aen._ VI 136). La
distinzione generale è così formulata da S. Bernando (_De adv. Dom.
Sermo_ V — Op. II 920): _Spiritus est ad dexteram, caro est ad
sinistram_. Donde il doppio significato, di destra, a esprimere la vita
contemplativa o spirituale, e la vita buona e virtuosa; di sinistra, a
indicare la vita attiva o civile o anche carnale (in senso non vizioso);
e la vita malvagia o carnale in senso vizioso.
[365] Vel. pag. 264 sgg.
[366] _Ad Aen._ VI 576: _alii tria volunt habuisse capita, alii novem,
Simonides quinquaginta dicit_. Il luogo di più su, intorno Cerbero, è
_ad..._ 395.
[367] Vel. pag. 267 sgg.
[368] Vedi in Vel. la pag. 102.
[369] Vedi nella pag. citata il passo di S. Ambrogio.
[370] Vel. pag. 84.
[371] Notevole che la contradizione Dante la trovava per questo punto
anche nell'autor suo, e segnata dal comentatore, il quale anche
gl'insegnava l'essenza simbolica d'Ercole, _mente magis quam corpore
fortis_, e di Cerbero che raffigura _omnes cupiditates et cuncta vitia
terrena_: l'incontinenza. (Vedi a pag. 411) Servio annota: “Ma Cerbero è
subito dopo i fiumi!... Il trono di Plutone è più dentro. Dunque o ci si
deve riferire alla natura de' cani, che atterriti fuggono al padrone, o
_solium_ è da intendersi _pro imperio_„.
[372] Serv. _ad Aen._ VI 136.
[373] I versi 743 sq. vanno posti fra parentesi. Vedi il mio Epos. I a
questo luogo: pag. 256.
[374] _ad Aen._ VI 740.
[375] Vel. pag. 65 sgg.
[376] Vedi a pag. 336 segg. Dante, a proposito dei veri “miseri„ del suo
inferno, di quelli cioè che direttamente patiscono le conseguenze del
peccato originale, esprime il difficile concetto che la suprema miseria
sia il _non esse_, poichè chi è misero vuol piuttosto _esse_ con quella
miseria, che _non esse_ pur senza quella. Intorno a che vedi Aur. Aug.
_de civ. Dei_ XI 27. I miseri per es. del vestibolo non sono nè furono:
quindi la lor miseria è superiore a qualunque altra, ed essi sono
invidiosi di qualunque altra sorte. Qual'è la sorte che lor si presenta
come invidiabile? Quella dei morti della seconda morte; morti che sono
miseri, ma dunque _sono_, non sono miseri per _non esse_.
[377] Serv. _ad_ 720. Si potrebbe ricavarne il senso che dà l'autore
dell'epistola a Can Grande, della parola _sublimis_, attribuita alla
terza cantica. Significherebbe “grande, magna„; e sarebbe d'accordo con
la protasi di essa cantica, e con l'interpretazione dell'ecloga
Dantesca. Vedi a pag. 240.
[378] Il. XXIV 258.
[379] Vedi, per esempio, Pur. 6, 30.
[380] Su Catone leggi un opuscolo di PChistoni in _Raccolta di studi
critici dedicata ad AD'Ancona_, Barbèra, Firenze MCMI, pag. 97.
[381] Vel. pag. 196 e 422.
[382] Servio, al verso in cui la Sibilla interroga Museo, annota: “_Et
sciendum hoc loco Sibyllam iam a numine derelictam_„. Virgilio,
all'ultimo, non dichiara più nulla esso a Dante, ma lascia dire a
Matelda, e poi sparisce, quasi _a numine derelictus_, avanti Beatrice.
[383] Pag. 68, 73 sgg. 95 sg.
[384] Al verso VI 660 Servio annota che è detto figuratamente. “Si deve
avvertire che cosa dice Orazio nell'Arte Poetica: dire cose insieme
piacevoli e utili alla vita. Chè i nostri maggiori vollero non ci fosse
_arte_ che non riuscisse di qualche pro' alla repubblica„. Tutto _arte_,
dunque: dei guerrieri, dei sacerdoti, dei poeti.
[385] Che è però anche in Lucano.
[386] Assurdo è pensare che Virgilio intendesse d'alcuno venuto di
fuori, che, mentre parlava, egli sentisse già penetrato nell'inferno.
Assurdo, assurdissimo. Virgilio avrebbe deposto ogni dubbio ed ogni
impazienza; e invece li mostrerebbe, dopo, più che mai. (Inf. 9, 7)
[387] Vel. pag. 413 sgg.
[388] Non ascende chi non discende. La discesa nel baratro e la salita
per il monte non sono che mezzi per giungere alla divina foresta, donde
poi volare al cielo.
[389] Notevole il comento di Servio al verso: _bis Stygios innare lacus,
bis nigra videre Tartara_: VI 134. Comenta: _Modo et ~post~ mortem_.
Vuol dire, “morendo„, e pur quant'ansa dà all'interpretazione
(volutamente arbitraria) di Dante!
[390] Vel. pag. 236 sgg.
[391] Vel. 60 sgg. 181 sgg. Michelangelo intuì il pensiero di Dante.
Egli pose nel suo _Giudizio_ “per più pena di chi non è ben vissuto,
tutta la passione di _Gesù_, facendo portare in aria da diverse figure
ignude la croce, la colonna, la lancia, la spugna, i chiodi e la
corona...„ Vasari.
[392] EProto in un bell'opuscolo, _Gerione_, Fir. Olschki 1900, confermò
questa equazione.
[393] Vedi altro in Vel. pag. 421 sgg.
[394] Vedi a pag. 333 sgg.
[395] E conservano, s'intende, il loro senso dottrinale. (Vel. pag. 208)
_Errano_, gli sciaurati, e _sono cruciati_. Quanta poesia è nel
paragonare l'immobile selva dei suicidi e la selva semovente
degl'ignavi! O Dante!
[396] “Che dir nol posson con parola integra„, oltre la sua derivazione
dottrinale, mostra d'imitare il noto verso d'Ovidio: (_M. VI 376_) _quam
vis sint sub aqua, sub aqua maledicere_ tentat. E poi a Dante paion
rane.
[397] Diverse l'una dall'altra, per colore e tipo, sono le tre teste di
Lucifero, dell'_hydra saevior_. Vedi su Cerbero a pag. 428, nota.
[398] Vedi a pag. 376 nota, e nota a 339.
[399] Vel. pag. 291.
[400] Vel. pag. 502, nota.
[401] Zelfa (_os hians_) è la predicazione buona a parole non a fatti.
Parrebbe che Dante ne facesse la predicazione che riguarda la vita
attiva. Matelda deve prender le veci di Beatrice quando si tratta di
dichiarare alcunchè riguardo al paradiso terrestre. (Pur. 33, 118)
[402] _Fulg. de Virg. Cont._ in _Mythographi Latini, Lugd. Bat. 1742_:
pag. 760 sq. Altro è da vedere in quell'operetta, che Dante osservò.
Dante a Virgilio, nel passo dello Stige, fa fare l'uffizio di Radamanto:
_verbum (~verba~) domantem... Qui verborum inpetum domare scit, hic
superbiae et damnator et contemtor est_. Pag. 759. Da Fulgenzio trasse
Dante la falsa etimologia di Tisifone “_furibunda vox_„ (_gridavan sì
alto_, Inf. 9, 51). Resta confermato così che ella è la superbia
speciale. Resta confermato che il regno della malizia può chiamarsi, se
si vuole, il regno della superbia, cioè aversione od apostasia da Dio,
che si esplica nei tre peccati spirituali di ira, invidia e superbia
(speciale): in vero Dante, a prova di ciò, chiama superbo uno dei
peccatori d'ira, Capaneo, uno dei peccatori d'invidia, Vanni Fucci,
oltre che il più insigne dei peccatori della ghiaccia, che è Lucifero.
Si può rileggere, nell'operetta, la nota proposizione “_poema...
superbiae deiectio est_ etc.„. A riprova di ciò che significa la _morte_
di Dante avanti Francesca, si legga: “_Illic etiam et Dido videtur,
quasi amoris atque antiquae libidinis umbra iam vacua. Contemplando enim
sapientiam libido iam contemtu emortua lacrimabiliter poenitendo ad
memoriam revocatur_„. Pag. 757. Le lagrime di Dante e la pietà che fa
ch'e' venga meno, non sono, via, da interpretarsi soltanto nel modo
geniale e simpatico che si suole!
[403] Vedi a pag. 408.
[404] FPPerez, _B. S._ pag. 24, 233, 381.
[405] Vel. p. 429 sgg. Punto importantissimo, non considerato mai, o non
assai considerato.
[406] _Summa_ 2a 2ae 181, 1; 180, 2. Vedi GPoletto, _Alcuni Studi_ etc.
App. X.
[407] Vel. pag. 310 sgg.
[408] Vedi a pag. 430.
[409] Vel. pag. 462 sgg.
[410] Si potrebbe giocar di parole, dicendo che è la _scienza_ o la
_Musa_ o la _scienza ed arte_. E sia pur così; ma si aggiunga sempre:
nel senso d'_arte_.
[411] Chi poi sia Matelda, è grande controversia. AMancini in un
opuscolo (_Matelda_ etc. Lucca, 1901) dimostra fondata su un equivoco la
nuova candidatura proposta da MScherillo (Rivista d'I. III, 11). Si
tratta sempre della Matilde di Hackeborn già propugnata da ALubin. Nuovi
argomenti in favore di questa porta il Mancini (_Ancor su Matelda_ etc.)
in Riv. d'I. E io non nego che Dante abbia potuto ispirarsi alle
Rivelazioni di questa Beata. Ma certo più s'ispirò alla storia di
Matelda contessa, la quale, come ricorda LRocca (_Matelda_ in _Con
Dante_ etc. Hoepli 1898) è detta da Donizone una _Marta insieme e Maria_
(pag. 142) come l'_arte_ è insieme della vita attiva e contemplativa,
della vita attiva dispostasi alla contemplativa. Poi la contessa era
nepote d'un imperatore e protettrice della chiesa: univa in sè queste
due instituzioni che male discordano. Era spirituale e temporale. E sua
madre si chiamava _Beatrix_. Nell'Eden ell'è come figlia di Beatrice.
[412] Non fu tralasciato da Fulgenzio il precetto che sapeva tanto di
mistico. “_Sed sepeliat_ ante Misenum necesse est„. Per lui però Miseno
è la pompa della vana lode. L'ispirazione che n'ebbe Dante, è tuttavia
manifesta. In vero ecco, per chi n'ha bisogno, la conferma che il
viaggio agli inferi è ricerca della sapienza, o contemplazione
(_dispositivamente_, in Dante), e che Virgilio che è guida in quel
viaggio, è _Studio_. Dice Fulgenzio che nel sesto libro Enea arrivando
al tempio d'Apollo discende agli inferi. Fulgenzio mette queste due
azioni in un nesso di causa ed effetto; nel nesso medesimo in cui Dante
mette il mostrarsi di Virgilio e la visita al regno dei morti. Ebbene
“_Apollinem deum ~studii~ dicimus, ideo et Musis additum_„. Pag. 753.
Dal che possiamo trarre un'altra conferma per ciò che abbiamo detto
significare Apollo e le Muse ed Elicona in Dante. (pag. 83 sgg.) Quanto
alla contemplazione, ecco: “_... ad templum Apollinis, id est ad
doctrinam ~studii~ pervenitur, ibique de futurae vitae consultatur
ordinibus, et ad inferos descensus inquiritur, id est, dum quis futura
considerat, tunc ~sapientia~ obscura secretaque mysteria penetrat_„. E
qui aggiunge: “_Sed sepeliat ante Misenum necesse est_„.
[413] Vel. Il passaggio dell'Acheronte.
[414] _Ad Rom._ VI 3, _et al._
[415] ib. 8, _et al._
[416] _ib._ 4 e 5.
[417] _ib._ 4 _et al._
[418] In Vel. non tenni conto di queste dissimiglianze tra morire, anzi
_quasi_ morire, morir per metà, nel passo della selva, e morire non solo
ma essere seppellito nell'alto passo; sebbene qualche cosa intravedessi.
Vedi a pag. 102 di quel libro.
[419] S. Bern. Op. I, 1160 (_Serm. de divers._ XXXVII).
[420] Vel. pag. 94 sgg.
[421] Hier. _Ep._ XXV _ad Paulam_. Si noti la frase _calcato mundo_.
[422] Il medesimo S. Girolamo nell'epistola a Demetriade: _Quia
~saeculum reliquisti~ et ~secundo post baptismum gradu~ inisti pactum
cum adversario tuo, dicens ei, Renuntio tibi, diabole, et saeculo tuo et
pompae tuae et operibus tuis, serva foedus quod pepigisti_. S. Pier
Damiano (_Opusc._ 16) ha, scrivendo a un vescovo che chiamava al secolo
i monaci: _Dic, obsecro, legisti aliquando vitae monasticae propositum
secundum esse baptisma? Sed quia ~hoc inveniri in dictis Patrum
perspicuum est~, negare licitum non est._ Invero tal sentenza è anche in
questi autori che non posso ora confrontare: _Theodori Studitae
testamentum_ apud Baronium, t. IX; _Odo Abbas Cluniacensis_, Collationum
lib. II cap. 7.
[423] Bern. _Op._ II 920-1 (_De adventu Dom. Sermo_ V, 4).
[424] Id. ib. I 520-1 (_De praec. et dispens._ cap. XVII, 54).
[425] Id. ib. I 1108 (_Sermones de diversis_, XI _de dupl. Capt._ etc.).