[146] Vedi nota a pag. 49. E leggi tutto il discorso di GCarducci,

_Della varia fortuna di Dante_.

[147] IDLungo: _da Bon. VIII ad Arr. VII_. Cap. VIII.

[148] Su ciò ritorneremo. E dico sin d'ora che m'acqueto a ciò che dei

Malaspina ospiti di Dante dice LStaffetti in _Bull. Soc. Dant. It._ N.

5. VI 6.

[149] Epistola V dell'ed. Fraticelli.

[150] IDLungo, Op. cit. Cap. IX.

[151] IDLungo, Op. cit. pag. 421.

[152] IDLungo, Op. cit. pag. 422.

[153] Epistola VII.

[154] GAScartazzini, _Dante in Germania_, II, 317 segg. _Id._ in Giorn.

stor. lett. ital. I, 270 sg. — Scheffer Boichorst, _Aus Dante's

Verbannung_, pag. 105-138.

[155] Tesi di FSKraus in _Dante sein Leben und sein Werk_ etc. V. Egli

però sostiene che tutto il Trattato ebbe occasione da quella bolla e

principio in quell'anno.

[156] CWitte, IDel Lungo, Grauert.

[157] Il seme, i due capitoli 4 e 5 del IV del Convivio; l'innesto, le

correzioni e aggiunte che Dante nella _Monarchia_ fa a' concetti del

Convivio: per es. a quello della nobiltà. Nel Co. 3, 8 non cita l'autore

dell'opera di S. Martino Dumiense; in M. 2, 5 l'attribuisce, sia pure a

torto, a Seneca. E altro, in rapporto alle epistole e al poema.

[158] In questo senso mi par di accettare l'idea di IDel Lungo.

[159] Nella Comedia (Pur. 16, 107) rettifica, e dice che anche

l'autorità temporale è un sole. Nel vigesimo dell'inferno (v. 127) ha

seguito l'idea o imagine della _Mon._ che quell'autorità si raffiguri

nella luna. Con l'ipotesi e il calcolo che si leggeranno nei cap.

seguenti, Dante alla fine del 1317 si sarebbe trovato a comporre, su per

giù, il diciottesimo del purgatorio. C'è da credere che nel tempo stesso

che, in ossequio alla tradizione, manteneva nel terzo di _Monarchia_

l'imagine della luna imperiale, nella Comedia la facesse correggere

quasi dispettosamente da Marco Lombardo.

[160] Vel. pagg. 122, 169 e altr.

[161] Dell'epistola a Can Grande è controversa l'autenticità, negata in

questi giorni dal D'Ovidio, difesa da FTorraca. A me man mano pare che

quest'autenticità risulti dall'esattezza singolare con cui è esposto il

pensiero di Dante: da chi, se non da lui stesso?

[162] È l'epitafio di Giovanni del Virgilio, che al verso 7 dice:

_Pascua Pieriis demum resonabat avenis:_

_Atropos heu! lectum livida rupit opus._

Intorno a cui vedi FNovati _Indagini e Postille Dantesche_, Bologna

1899, pag. 37 sgg. Io non credo, come dirò di qui a poco, che Dante

volesse fare un _opus_ di dieci ecloghe; credo però che Giovanni del

Virgilio lo credesse.

[163] Vedi su questo e sugli altri epitafi il bellissimo libro di

CRicci, _L'ultimo rifugio di D. A._ p. 249 segg.

[164] Di che parleremo.

[165] De off. I 13, 41. Vedi Vel. pag. 119. La _Vulpecula_ si chiama

_Florentia_, dice Dante; ma è per dire che ha la sua tana in Fiorenza.

È, quanto si voglia, cupidità guelfa, ma cupidità, a ogni modo, e frode,

come abbiamo dichiarato in Vel.

[166] VCian, _Sulle orme del Veltro_, Messina 1897, pag. 58 sg. Dante,

ivi citato, (nel Co. 1, 12) dice che la bontà propria del veltro è “il

bene correre„.

[167] Vel. pag. 122.

[168] Si può opporre che nemmeno nella Monarchia è l'imagine del Veltro.

Ma si consideri il diverso stile di quel grave trattato, nel quale non

sono neppure le altre imagini di vipera, Mirra, volpe, ecc.

[169] Vel. pag. 122 seg.

[170] Istorie Fiorentine, V 29. Il Boccaccio nel suo Comento ricorda

“alcuni altri„ che pensarono appunto a' Tartari e al feltro di che

inviluppano il morto corpo de' loro imperatori. Un moderno, Bassermann,

dichiarò il veltro essere l'imperator de' Tartari. Nelle note alla Vita

di Dante di CBalbo, scritte da Emmanuele Rocco (Napoli, 1840) a p. 175

si legge: “Io per me son quasi certo che nel Veltro di Dante debba

intendersi un Imperatore o già eletto o da eleggersi. Ed in conferma

accennerò un fatto che pare ci abbia qualche relazione, e ch'è

raccontato da GVillani etc.„. E riporta il passo che io riporto.

[171] Secondo i calcoli che si vedono più giù, il canto XVII del

paradiso cadrebbe dopo il 1318, nel qual anno a dicembre Can Grande fu

eletto capitano della lega ghibellina in Lombardia, e prima dell'agosto

del '20, quando la fortuna del “vittorioso tiranno„ si mutò all'assedio

di Padova.

[172] CRicci. _L'ultimo rifugio di D. A._ pag. 12.

[173] In verità il nome rimase. Vedi l'art. _Marcabò_ nell'_Enciclopedia

Dantesca_ di GAScartazzini.

[174] Vedi a pag. 63 e 68.

[175] Vedi su tale questione FNovati, _Indagini e Postille Dantesche_,

pag. 39 sgg. Egli nega ciò che io torno a confermare. FD'Ovidio in

_Studii sulla Divina Commedia_ assente in tutto al Nevati, che gli ha

“bene aperti gli occhi„, e agli altri augura “non li tengan chiusi per

forza„. Questo riporto, perchè il lettore stia sull'avviso.

[176] Può questa coincidenza d'argomenti nei due passi accennati

persuadere alcuno, che Giovanni non conoscesse le due cantiche per

intero, ma avesse avuto sentore o notizia di quei due luoghi soli, che

attestavano la cultura antica di messer _Dantes Alagerii_.

[177] Queste e simili dichiarazioni si devono all'anonimo glossatore

Laurenziano.

[178] Poco importa a qual parola si unisca _de more_. Ma mi pare sia da

unire a _recensentes_. Virgilio ha _pasti tauri_, (ecl. 7, 39, 44)

_saturae capellae_ (ecl. 10, 77) senz'altro.

[179] _Quamquam mala coenula turbet._ Mi pare si riferisca a tutti e

due, a Titiro e Melibeo. Mangiavano tutti e due lo stesso pane delle

sette croste. Lo dice Dante all'ultimo dell'ecloga, dove ci fa sapere

persino in che consisteva la _coenula_: _parva tabernacla et nobis dum

farra coquebant_.

[180] La glosa vuol che significhi lo stil bucolico (_bucolicum

carmen_). Non mi pare. Giovanni del Virgilio non aveva scritta un'ecloga

bucolica, sì un cotal sermone oraziano. Vuol dire la poesia latina. Ser

Dino è poco saputo di latino, come vedremo. E Titiro ride di codesto. O

di che altro? Notiamo la corrispondenza con l'ecl. X 14: Pinifer...

_Maenalus et_ gelidi... _saxa Lycaei_. I due monti arcadici sono fusi in

uno, con quell'idea del rezzo.

[181] _Alveolus_, comenta il glossatore, _stilus humilis_. Errore! Dante

attribuisce al poeta bolognese stile tutt'altro che umile, nel cantare

_hominum superumque labores_! Ma il buon glossatore ha preso un

dirizzone dal bel principio, nell'interpretare malamente i _pascua_. Si

tratta di un fiumicello che circonda i pascoli del Menalo e li _difende_

da chi non sa, come quel del Limbo difende il nobile Castello. Melibeo

non poteva passar quello come terra dura; e perciò i pascoli gli erano

_ignota_.

[182] Nell'ecl. X 56 è _Maenala_, come qui, mentre più su, nell'una e

nell'altra, è _Maenalus_.

[183] _In herbis ignotis, ignota carmina, te monstrante_; allude alla

poca conoscenza che ha Melibeo di latino. Titiro deve _tradurre_ i canti

di Mopso, per farli intendere a Ser Dino. Qui _capris_ e più su

_capellas_: _scolares_, interpreta l'An.

[184] È arbitrario interpretare queste frondi per una “laurea„ vera e

propria, sì nella proposta di Giovanni e sì nella risposta di Dante.

Indicano esse il pregio della vera “poesia„ che era, anche già secondo

Dante, solo latina. E Giovanni che chiama Dante “_censor liberrime

vatum_„ mi pare dovesse conoscere il Trattato d'eloquenza, oltre

l'episodio di Bonagiunta. Questo solo non mi pare potesse condurre

Giovanni a chiamare l'altro censore, e senza peli sulla lingua. Vedi il

cap. VII e seg. a pag. 60.

[185] La glosa, _ignara deorum_ interpreta _imperatorum, quia contraria

parti Dantis tunc Bononia erat_. Ma anche Ravenna! Notevole che Dante

conosceva la professione d'empietà di Polifemo.

[186] _Nam iam senuere capellae Quas concepturis dedimus nos matribus

hircos._ Si traduce _matribus_ come un “per madri„ predicativo. Io ho

tradotto emendando _concepturis_ in _concepturas_. Eppure, invece di

_hircos_, sarebbe meglio _hoedos_.

[187] La glosa interpreta _circumflua corpora_ per il purgatorio,

_astricolae_ per il paradiso. Ma _infera regna_ vale i due regni

terreni, del baratro e del monte.

[188] _Revocare_ non può aver qui se non questo senso di “far

ricredere„, in relazione col _concedat_ di più su.

[189] Se Melibeo la conosce, non è una pecora _latina_, sì volgare. A

ogni modo, anche se non si ammette che prima Dante alluda alla debole

latinità di Ser Dino, si spieghi qui in che modo Ser Dino conosca la

musa latina o bucolica di Dante!

[190] Ha finito il purgatorio: lo _rumina_. Si spieghi, se la pecora è

il _bucolicum carmen_, in che modo ora rumini.

[191] _Numquam vi poscere mulctram._ Il senso mi pare quel che ho dato

io; ma la lettera porterebbe ad altro. Si capisce che Dante ha voluto

dire _sponte, iniussa_. Ora si spieghi questa gran facilità di mungere

la poesia bucolica; e si abbia la mente a quel che dice prima sul gran

pallore di Mopso. Si spieghi ancora come possa Dante credere di

assecondare il bolognese che gli aveva chiesti carmi epici, mandandogli

_bucolicum carmen_.

[192] FNovati. _Indagini e Postille Dantesche_: p. 54 segg.

[193] Vel. pag. 461 e segg.

[194] Fa impressione vedere nell'epistola di Giovanni d. V. _Peneis...

sertis_. Non sembra quest'esordio del Paradiso una risposta al

Bolognese? Si potrebbe credere a un rimaneggiamento della protasi, dopo

ricevuta l'epistola, nel mandare i _decem vascula_.

[195] Aen. VI 662.

[196] Vel. pag. 408.

[197] Pag. 18: La speranza de' beati.

[198] Aen. VI 657, 645, 658, 665, 638. Vedremo come egli professi

codesta speranza alla foce di quell'Eridano, al cui fonte sono i _pii

vates_.

[199] Opinione di altri, come può ognuno vedere nel bello studio di

FNovati.

[200] Ecl. X 15 e 56, 9, 7, 30, 78, 14, 1, 64, 22, 65, 72. E bisogna

ricordare che c'è _saturantur capellae_ al 30. E i due versi dolcissimi

_Hic gelidi fontes_ sqq. (42 sq.) sono alla meglio imitati nella

descrizion de' _pascua_ di Mopso.

[201] ib. 32; V 1 sq.

[202] X 50, 46. E della morte: 33.

[203] Ecl. X, 16 sqq. L'ecl. si legge: 2.

[204] Ecl. I di Dante, v. 18, 21.

[205] Ecl. V 4; VII 4, I 2; VI 3. Quest'ultima è citazione di FNovati

(Op. cit. pag. 58): _Cum canerem_ reges et proelia, _Cynthius aurem

Vellit et admonuit_: _Pastorem_, _Tityre_, _pinguis Pascere oportet_

ovis, deductum dicere carmen.

[206] Ecl. V, 45.

[207] FNovati, Op. cit. pag. 98. E ci sono altre osservazioni da fare.

Che autorità aveva Giovanni del Virgilio di proporre a Dante o il

modesto convento o la solenne e rarissima cerimonia della, diremo, gran

laurea poetica? Come poteva Dante credere di Giovanni un'autorità come

d'un Roberto di Napoli o d'un senatore di Roma?

[208] CRicci. L'U. R. pag. 69 sgg.

[209] Fa pensare, come già ho detto, che Giovanni del Virgilio ricordi i

passi dell'inferno e del purgatorio, dove si parla de' poeti nel limbo.

Ma certo l'argomento e il fine dell'epistola gli fecero ricordare quelli

e non altri.

[210] Leggi le belle pagine (170 sgg.) dell'U. R. del Ricci.

[211] CRicci. L'U. R. pag. 118 sg.

[212] Id. ib. pag. 124 sgg.

[213] Id. ib. pag. 126.

[214] Id. ib. pag. 127 sgg.

[215] Noto di passaggio che col verso

Tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.

Dante non ha voluto circoscrivere la Romagna propriamente detta.

[216] CRicci, l'U. R. pag. 128 sgg. specialmente per questo punto, pag.

138.

[217] CRicci. L'U. R. pag. 138 sg.

[218] Id. ib. pag. 128 sgg. Vedi le opinioni di molti in Studi Danteschi

di Vittorio Imbriani (che incespica in una _pietra_), pag. 492 sgg.

[219] Vedi nel “Trattato dell'amore humano„ di Flaminio Nobili etc.

pubblicato da Pier Desiderio Pasolini, a pag. 18 e altrove: “Aristotile,

come nelle altre cose è usato di penetrare più addentro, che tutti gli

altri, così in questa mi pare, che toccasse molto il vivo, conchiudendo

per ferma ragione, questo vicendevole Amore essere il desiderato fine

dell'Amore„.

[220] Aen. VI 440 sqq.

[221] CRicci, L'U. R. pag. 134, e altr.

[222] Aen. I 683 e sqq.

[223] Aen. VI 469; IV 331.

[224] Aen. VI 467 sqq. E forse Dante _lacrimasque ciebat_ interpretava

“faceva piangere„, piuttosto che “voleva far piangere„, o “piangeva„.

[225] Aen. IV 522 sqq. Confronta _carpebant fessa soporem_ corpora, con

_At non infelix ~animi~ Phoenissa_.

[226] Aen. IV 648 sqq.

[227] CRicci, L'U. R. _passim_, spec. a pag. 14 sgg.

[228] Vedi più su a pag. 49.

[229] CRicci, L'U. R. pag. 5. E così in seguito.

[230] Vedile in CRicci, L'U. R. a pag. 377 sgg. Su Guido rimatore, leggi

nel medesimo libro a pag. 86.

[231] L'U. R. pag. 28.

[232] Dott. E. M. L'autenticità della _Quaestio de aqua et terra_,

Zanichelli 1899. A me non par lecito di dubitar più.

[233] CRicci, L'U. R. pag. 19 sgg.

[234] MO. Appendice pag. 159 sgg.

[235] Per esempio quei di Romena.

[236] Vedi in CRicci, L'U. R. pag. 39.

[237] Prima di tutto mi sia permesso dire una sciocchezza: quel pane

_sapeva_, appunto, _di sale_, se già d'allora i romagnoli salavano il

lor pane, come ora, giovandosi, specialmente a Ravenna, la cui aquila vi

stendeva i suoi vanni, del molto sale di Cervia. E un'altra sciocchezza.

Nell'ecloga si accenna, da Fiorentino a Fiorentino, alla comune _mala

coenula_ di farro, in cui Melibeo, ossia ser Dino, deve imparare a

ficcare i denti _duris crustis_. Spiaceva ai due fiorentini il pane,

quale s'usa fare anche oggi in Romagna, con la crosta scrosciante sotto

i denti? Oltre il sale, anche la solida fattura e vigorosa cottura,

spiaceva ai due fiorentini? Solito vezzo degli esuli o spatriati

dissimulare col mal di stomaco, il mal di cuore! “Non sanno fare nemmeno

il pane!„ E colui che c'è da più tempo, Dante, scherza amaramente,

invitandolo ad assuefarsi e rassegnarsi, con l'altro che c'è capitato di

fresco. E anche questo è un po' di riprova che Dante, nel 1319, era da

tempo in Ravenna.

Ma in che qualità? Di lettore nello studio, afferma il Ricci. (U. R.

pag. 78) Nega il Novati. (op. cit. 7 sgg.) A me par certo che non fosse

là in tal condizione da essere obbligato a Guido Novello, come fu ai

Malaspina e sperò d'essere agli Scaligeri, e da poter o dover dire di

ricevere da lui un beneficio. Faceva là, e n'era modicamente retribuito,

qualcosa che avrebbe mutato con qualcos'altro. Egli mal soffriva di

mangiar quel pane duro e di quell'aver che fare, come Melibeo, con le

_capellae_ di Ravenna; e sperava in Can Grande. Quelli che suppongono in

Dante tal brama di “convento„ per potere insegnare, contradicono a ciò

che mostra di noia e di malumore per dovere insegnare. Perchè, le

_capellae_ che cosa sono se non _scolares_? e come, di Melibeo solo

_scolares_, se le rassegnavano tutti e due insieme, Melibeo e Titiro, e

tutti e due aspettava al fin della giornata l'istessa _mala coenula_ di

farro, cotta nella medesima capanna? e come, se quel di Guido aveva a

chiamarsi un vero beneficio di signor magnifico, come, come non avrebbe

Dante consegnato a noi, dal poema sacro, il nome di Guido Novello, come

consegnò quelli dei Malaspina e degli Scaligeri? Dante era a Ravenna

maestro, non molto alto, da appagarsene in sè, non troppo basso, che il

povero Ser Dino non fosse più basso di lui. Lavorava, per campare, Dante

a Ravenna. E io ringrazio il Podestà della mia sacra Ravenna d'aver

offerto a Dante Alighieri, esule immeritevole, il pane, quanto duro e

salato che fosse, piuttosto della scuola che della corte.

Tu sei dei nostri, o padre nostro!

[238] Leggi la mirabile descrizione che ha della Pineta il Ricci nel

libro tante volte citato: pag. 114 sgg.

[239] Vedi a pag. 238. Già lo Scartazzini rispose con argomenti simili a

CRicci.

[240] Secondo LStaffetti (cit. a pag. 209): “... Se di un Moroello, dopo

la pace di Castelnuovo, Dante fu amico, siamo indotti a credere che

costui fosse il giovane marchese di Villafranca poi che fu uscito dalla

minore età. Quel Currado trovato dal Poeta nella valletta del Purgatorio

fra gente che gli fu cara, era appunto uno dei principali signori del

ramo di Villafranca: Moroello gli fu nipote, perchè figliuolo di suo

fratello Obizzino...„.

[241] Cic. _Div._ 1, 55. Altrove in _Nat. D._ 1, 4: _continuatio

seriesque rerum_.

[242] _Aen._ III 376.

[243] ib. 446. Più giù, ib. II 129.

[244] Il ms. ha _quem affectus gratuitatis dominantis servum

reddiderat_. Il senso è aperto da una parentesi che segue. _Gratuitas_,

sarebbe di una parola sola, la formula _gratia gratis data_. Ricordiamo

che nel poema Dante è fedele, cioè servo, di Lucia, cioè della _Gratia_

che è l'interpretazione mistica di Laban il quale fu _dominans_ di

Giacobbe. Noterò tra poco quanto questo concetto di “servo di grazia„ mi

faccia pensare.

[245] Ecco il passo che suggerisce il senso del precedente.

[246] S'intende però che nella Comedia, oltre Beatrice, è anche Maria.

[247] Il Bartoli in _Storia d. L. I._ IV, pag. 288, vide in questa

canzone un amore non reale. Per lui la donna è Firenze.

[248] La vita di Dante... per cura di ERostagno: 23.

[249] Il concetto angolare della Comedia è nelle nozze del nuovo

Giacobbe con la nuova Rachele; le quali nozze impetrò Giacobbe,

_servendo_ Laban cioè la Grazia, per _sette_ anni e poi altri _sette_.

Nella lettera a Moroello campeggia il pensiero del _servaggio_ alla

Grazia. E io sospetto che nel quadernuccio, contenente la bozza

giovanile della Visione, avesse luogo l'interpretazione di quella storia

biblica, in cui dominava il numero _sette_, e qualche divisione

dell'opera in cui si procedesse per questo numero. Onde la tradizione,

singolarmente rafforzata da quell'_Io dico seguitando_, a principio del

canto ottavo dell'Inferno.

[250] Questa data si conferma senza più dubbio nello studio di Nunzio

Vaccalluzzo, _Il plenilunio e l'anno della Vis. Dant._ Trani 1899.

[251] Vedi a pag. 178, e anche a 130, dove correggerai la frase “sono

una notte e un mattino„ in “sono una notte e un giorno„. Nel Vel. non

avvertii questa circostanza.

[252] Un Grande, in vero, sin dal 5 marzo del 1295, nel qual giorno

Giano della Bella era bandito, poteva prevedere l'abolizione degli

Ordini di giustizia, o almeno la loro riforma, che avvenne in quel

medesimo anno.

[253] Anche questo non è nel Vel. Molti antichi conducono a credere,

come io dico qui. E molti moderni così credono.

[254] NVaccalluzzo nel citato opuscolo fa acute considerazioni sul fatto

che Dante nel primo canto non accenna alla luna, e s'induce a credere

che a mettere il plenilunio in quel suo errore fosse ispirato dopo. Vedi

però Vel. a pag. 283. E tuttavia il V. non ha torto a porre la

questione, che è invero importantissima. Come si vedrà.

[255] Così credo d'aver purgato “d'ogni macola„ il mio comento alla

selva oscura in Vel. a principio.

[256] Segno, del canto notissimo, solo i richiami più importanti.

[257] _Summa_, 1a 94, 4. E vedi Vel. pag. 108.

[258] Vel. pag. 84. Ecco il passo della _Summa_ 1a 2ae 82, 2. “Nel

peccato originale virtualmente preesistono tutti i peccati attuali, come

in un cotal principio...„. Ma vedi tutto l'articolo, anzi tutta la

questione.

[259] Il caro e bravo NVaccalluzzo nella recensione del Vel. (Rassegna

critica della L. A. di Percopo, pag. 65-84) nota: “Io credo con... (un

altro, _un'autorità_) che il sistema del Casella, con alcune mutazioni,

possa ancora sostenersi, specialmente con l'inversione fatta dal

Pascoli„. Vedo da queste parole la via per la quale le mie dichiarazioni

passeranno nella scienza dantesca: passeranno come _mutazioni_, magari

lievissime, di nessun conto e merito, di sistemi altrui. E sia. Morirò

anch'io; e a me morto si renderà quella giustizia che, ora a confronto

d'un morto, a me vivo si rende così scarsa. Del resto, passeranno,

passeranno. Non ne dubiti l'egregio amico; che conclude: “Ma chi sa?

anche qui si finirà col tornare agli antichi!„ Sulla spiegazione del

Casella rispetto alla mia, scrissi nel Marzocco del 20 gennaio 1901 e in

un num. seg. Così in n. precedenti, del 7, 14, 28 ottobre del 1900,

avevo trattato del _Disdegno di Guido_ e del _Dolce stil nuovo_.

[260] La selva è d'origine Virgiliana, come vedremo. Dante trova il suo

_vates_, come Enea la sua _dea_, in un bosco o selva. (_Aen._ VI 13,

118) Dante va all'inferno per un cammino alto e silvestro. Così Enea.

(_ib._ 131, 257, 271). Inoltre in una selva Enea trova il ramo d'oro,

per il quale può scendere e uscire; _itur in antiquam silvam stabula

alta ferarum_. (_ib._ 179) Ecco le fiere di Dante! E secondo il modello

dovrebbero esser nel folto e nel fondo.

[261] In _Summa_ 1a 2ae 82, 1.

[262] Vel. pag. 67.

[263] Vedi Aur. Aug. _de libero arbitrio, lib. III, passim_. Dante

riconosce negli spiriti magni l'esercizio delle quattro virtù morali, il

_ben fare_; quindi non riconosce in loro questa _difficultas_, la quale

è in supremo grado negli ignavi del vestibolo. Ma con le parole “non per

far ma per non fare„ messe in bocca a Virgilio, sana quel non so che

d'eretico che sarebbe nell'affermazione sua, che i grandi uomini non

cristiani potessero essere esenti di questa necessaria conseguenza

dell'umana colpa. E tuttavia _non fare_ può (e Dante volle che potesse)

interpretarsi, come vedo interpretare, per “non vedere„. Darò di qui a

poco l'interpretazione esatta del pensiero di Dante.

[264] _Summa_ 3a 65, 1; 67, 1; 69, 5.

[265] Vel. 174 sgg. _Summa_ 2a 2ae 50, 1 _et al._ 2a 2ae 58, 6 _et al._

[266] Vedi tutto il libro primo, spec. il cap. 7, in cui parla della

_prudentia_, che egli chiama _res intellectualis_, che è nel singolo

uomo _regulatrix et rectrix omnium aliarum_ (cfr. _Summa_ 2a 2ae 166, 2,

e Co. 4, 19: “Aristotile denumera quella (_la prudenza_) intra le

intellettuali, avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù„).

[267] Vel. La selva oscura. Vedi anche in questo volume a pag. 38 e sgg.

La concezione giovanile sta un po' a disagio nel poema dell'età matura:

pag. 59.

[268] Ognun vede qui delinearsi l'imagine degli sciaurati nell'atrio

dell'inferno: imagine che è la traduzione visibile di questo concetto.

[269] Vel. pag. 20 sgg.

[270] Pianta è dunque usata in Pur. 18, 54. Tallo e ramo in Co. 4, 8 e

21.

[271] _Summa_, 3a 69, 5.

[272] Ognun vede come l'opposto della selva oscura sia la divina

foresta, dove Dante trova la scienza e arte personificata in Matelda, se

scienza e arte formano un concetto solo in due parole; oppure l'arte in

Matelda, e la scienza o _sapienza_ in Beatrice, se quivi, come altrove.

Dante ha usato scienza come astratto di _sapere_. Vedi a pag. 77, nota.

[273] Aur. Aug. _Contra Iul. Pel._ IV, 12, parlando di Cicerone: “Egli

non sapeva come fosse sui figli di Adamo un grave giogo... perchè...

ignorava il peccato originale„. Id. ib. 83: “l'evidenza di questa

_miseria_ spinse i filosofi gentili che non sapevano o non credevano al

peccato originale, a dire etc.„ L'espressione “grave giogo„ è dell'Eccl.

I 40. E l'uso della parola _miseria_, nel senso esatto di conseguenza

dell'umana colpa, non avrebbe avuto bisogno d'esemplificazione.

[274] Non sarà male che quelli che disputano sull'autenticità

dell'epistola a Cane, mettano sulla bilancia anche questo

importantissimo argomento. Qualche cosa di simile a questo concetto, de'

due termini estremi della Comedia, miseria e felicità, è, si può dire,

in tutti i commentatori. I quali peraltro aggiungono qualche cosa,

corrompendo l'esattezza del concetto. Per es. il Da Buti così dichiara

il fine del poema: “arrecare li uomini viventi nel mondo dalla miseria

_del vizio_ alla felicità _della virtù_„. Come, prima, il Laneo:

“rimovere le persone che sono al mondo dal vivere misero _ed in

peccato_, e perducerli a vertuoso e grazioso stato„. E anche: “rimuovere

li uomini _dalli peccati_... ed inducerli nelle vertute etc.„ Con le due

semplici parole dell'ep. a Cane sarebbero venuti, gl'interpreti antichi

e moderni, agevolmente all'interpretazione verace della selva oscura,

che invece dichiarano come vita viziosa, peccaminosa etc. sbagliando a

bel principio e radicalmente tutto il comento.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 39 / 42 段