[37] Aur. Aug. _Contra Faustum_ XXII cap. 52-8. Riferisco qui molte

delle dichiarazioni che dà S. Agostino di Rachele, dichiarazioni

sinonimiche e che s'accentrano nella parola _sapientia..._ (52)

_Rachel... (interpretatur) Visum principium, sive Verbum ex quo videtur

principium_ — Spes... aeternae contemplationis Dei, _habens certam et

delectabilem_ intelligentiam veritatis, _ipsa est Rachel; unde etiam

dicitur_ bona facie et pulcra specie... (53) _Unusquisque, quid aliud

corde gestavit, quid aliud adamavit, nisi_ doctrinam sapientiae...? —

pro concupita et sperata delectatione doctrinae... — ad pulcrae atque

perfectae sapientiae delicias _pervenire_... — voluptas intelligendi

_quae vera sunt_ — Concupisti sapientiam — intelligentiae _meritum_... —

ad sapientiam... intelligentia _pertinere monstretur_ — _qui flagrant

ingenti_ amore perspicuae veritatis... — _in eo quod appetit, (est)_

luminosa sapientia... _Verbum quo videam rerum omnium, principium..._ —

speciosa intelligentia... — (54) _Rachel clara adspectu_ mente excedit

Deo _et videi in principio Verbum Deum apud Deum_ (Paul. ad Cor. 5, 13,

Ev. Ioan. 1, 1)... _studio_ contemplationis, _ut ea quae carni sunt

invisibilia, non infirmis oculis mentis, per ea quae facta sunt,

intellecta conspiciat, et sempiternam Dei virtutem, ac divinitatem

ineffabiliter cernat_ (Paul. ad Rom. 1, 20)... — _studia_

contemplationis _ignescunt_... etc.

[38] _Liber Sapientiae, Cap. VIII._ Vedi FPPerez, _La beatrice svelata_,

cap. XI.

[39] Vel. passim spec. 49 sgg.

[40] La lezione di questo verso è assai incerta. “Pur„ non può

significare “ancora„, dice il Rajna, che perciò interpunge col d'Ancona

che mi dicean pur: Morrati, morrati

Il Casini vuole che “pur morrati„ sia mantenuto, per far riscontro al

“Tu pur morrai„ della prosa dichiarativa. Ma come “pur morrati„ valga

“tu pur„ ossia “tu solo„ non si vede.

[41] Vel. Il passaggio dell'Acheronte, pag. 69-103.

[42] Aur. Aug. _contra Faustum_ XXII 53: _Quamlibet enim acute

sinceriterque cernatur a mortalibus incommutabile bonum_ adhuc corpus

quod corrumpitur etc. (Sap. 9, 15).

[43] Ciò è in Perez, _La beatrice svelata_, XII.

[44] Notevole il fatto, segnalato dal Perez, che l'autore dell'Epistola

a Can della Scala ricorda e questo passo di S. Paolo e il nome di

Riccardo da S. Vittore. È un fatto in favor dell'autenticità che vale

quanto molte argomentazioni, quanto si vogliano sottili, contro.

[45] PRajna, La genesi della Divina Comedia: “Dante, in un periodo

d'afflizione, perchè la sua Beatrice, biasimando alcuna cosa in lui, gli

ha tolto il prezioso saluto, cerca conforto nella esaltazione

dell'amata, e s'attenta, forse per la prima volta, ad affrontare il

genere lirico più elevato, cioè la canzone. Egli parla — a donne e

donzelle amorose — ...„

[46] Vel. pag. 28.

[47] Giuliani: “Io duro costante, non così tu: io rimango sempre lo

stesso, non mi muto mai per diverse che sieno le circostanze in cui

m'aggiro, ma tu invece ti cambi di frequente„. Il Witte: “un amico amore

manda i suoi raggi ugualmente a tutte le parti della circonferenza, cioè

si manifesta ugualmente in tutte le azioni dell'amante, ma le tue azioni

hanno più d'un centro„. Queste due spiegazioni implicano il concetto

d'incostanza e imprudenza. E l'implica anche quella del Notter: “Amando

Beatrice mortale, oppure quel che in lei è mortale e non iddio, tu non

sei ancora nel vero centro del tuo essere, cioè in me, che sono iddio„.

[48] Nel Vel. (pag. 153) è notato lo sparire quasi a questo modo della

lonza e specialmente del leone nella lupa.

[49] AD'Ancona nella sua ed. della VN. “In questi due amori... a noi

sembra trovare la conferma di ciò che il Boccaccio scrisse, Dante cioè

essere stato prono ad amori, non sempre spirituali, specialmente in

gioventù. Dovendo egli in questo libretto far le sue _confessioni_, non

poteva tacere di quei due affetti giovanili: solamente, volendo anche

mostrare la fatalità e la perennità dell'amore a Beatrice, li collegò

con questo rappresentandoli come _schermi_„ etc.

GCarducci, nella medesima ed. “_Peregrino_ indica lo errare da un amore

all'altro o da una sembianza d'amore a un'altra: _leggermente vestito_,

adombra la leggerezza e varietà di siffatti amori; e di _vili drappi_,

significa che quel nuovo amore fu indegno: per ciò, più sotto, _guarda

la terra_.„

MScherillo in _Alcuni Capitoli_ etc. (pag. 268-272) rintraccia in poeti

provenzali quest'uso d'amori finti a coprire il vero. Io credo però che

Dante s'ispirasse a codesti rimatori per dare la sua figurazione

allegorica di amori veri sebbene non serii, o che tali, almeno, non gli

parvero dopo.

[50] L'idea del circolo a significare l'amore può D. averla tratta dal

_3 de Anima_ (in _Summa_ 1a 2ae 26, 2): _appetitivus motus circulo

agitur_. Invero il quid appetibile muove l'appetito che tende

all'appetibile, da cui è mosso: così la linea converge a ritrovar sè

stessa. Come però l'amore sia il centro di questo circolo, piuttosto che

il principio di questo moto, qual è nella Somma, D. può averlo indotto

da questo passo di S. Agostino nelle Confessioni, 13, 9: “Il corpo

tende, per il peso, al suo luogo. Il peso non è solo verso il basso, ma

verso il luogo suo. Il fuoco va a su, la pietra a giù. Sono tratti da'

loro pesi, cercano i luoghi loro... Il mio peso è l'amor mio: là son

condotto, ovunque io sia condotto„. Per la gravità il corpo cerca invero

_locum medium_ come è in _Summa_ 1a 2ae 26, 1; e questo _locus medius_ è

detto centro da Dante stesso; (Inf. 34, 107)

dal _centro_...

il punto

al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

È incluso, nel paragone di Dante, il concetto che amore sia Dio stesso?

Può stare. Dio (per dirla con un filosofo cattolico, GMCornoldi, Lezioni

di Filosofia, pag. 551), Dio “amando sè ama in sè e con sè tutte le

cose„. E come egli è il centro cui tendeva l'anima ardente d'Agostino,

ed è l'Amore stesso, così possono essere buone e cattive le cose ch'egli

ama.

[51] Secondo il Lubin sarebbe stato nel 1289. La canzone è trascritta in

parte sopra un memoriale dell'anno 1292 del notaio bolognese Pietro

Allegranza. Ve la trovò il Carducci.

[52] Si contradice a F P Perez, che si giova di questo passo, per

dimostrare che tutto è allegoria e simbolo nella VN. (Vedi ad esempio

Gaspary). Si dice che qui si tratta di personificazioni. Le quali,

dunque (dico io), il rimatore deve sapere denudare di cotal vesta. E

così dunque negli esempi recati da Dante di poeti, Virgilio avrebbe

dovuto certo aprir per prosa che _Aeole namque tibi_ valeva, che cosa?

Lucano “non senza ragione alcuna, ma con ragione„ avrebbe detto:

_Multum, Roma, tamen debes_, e questa ragione consisterebbe tutta, in

che? nel dire, _tu, o Roma, devi_, invece che, _Roma deve_? O guardate:

lo scoliaste (vedi per ciò la V. N. del Casini, pag. 141) di Lucano qui

soccorre: _tamen quod per illud_ (bellum) tantum rectorem _habemus,

ideo_ etc. Dante forse non pensava che quel sì grande reggitore fosse

Nerone o pensava che il concetto di Lucano fosse “che le guerre civili

avevano portato alla monarchia„. Superfluo ricordare i sensi mistici

attribuiti all'Eneide. Per questi, e per altri, attribuiti alla

Farsalia, vedi di Dante stesso il Co. 4, 26, 28. Dante dice che tali

personificazioni non si adoperano che in poemi i quali hanno ben altro

intendimento di quel che paia, e così non si debbano adoperare in rime

(d'amore, per forza) se non per coprire di tal veste un altro senso.

[53] FPPerez, _Beatrice svelata_, Cap. XVIII. “Le quali (Beatrice e

Giovanna) mentre esprimono, nel concetto di Dante, la distinzione delle

due Vite possibili all'uomo — l'operativa, sotto l'impero della ragione,

e la speculativa, sotto quello dell'intelligenza — e i loro rapporti

d'attenenza e successione, valgono a sodisfare pur anche un gentile

bisogno dell'anima sua; consociare alla propria gloria colui che fu

primo e dolcissimo tra' suoi amici„. Così vedi nel cap. VIII il divario

tra scienza e sapienza, basato sul passo di Paul. ad Cor. 1 12, 8: _alii

quidam datur per spiritum sermo sapientiae, alii sermo scientiae_.

_Scientia_ in Dante era anche sinonimo di “arte„, poichè la Musa (VN 25)

egli chiama la propria scienza del poeta.

[54] La proporzione sarebbe questa: 25 : 10 :: 18 : 7, 2.

[55] Vel. La selva oscura, pag. 1-48.

[56] Non diversamente del Giuliani, FFlamini in _Dante e lo “Stil Novo„_

(Rivista d'I. 15 Giugno 1900): “Nè chiosa più veritiera poteva egli fare

appunto a quella designazione (Io sono uno che scrive quando etc.), se

gli dobbiamo credere quanto nella _Vita Nova_ afferma, il cominciamento

di canzone riferito da Bonagiunta essergli venuto spontaneo sulle

labbra„ etc.

[57] Vedi a pag. 49.

[58] Ol. II 94. Nem. III 80. V. 21.

[59] Perchè non si creda trattarsi di facoltà essenzialmente diversa,

basti, per un esempio, ricordare (Pur. 4, 73):

Vedrai...

Se l'_intelletto tuo_ ben chiaro bada

· · · · · · · · · · · · · ·

Non ved'io chiaro sì, com'io discerno,

là dove _mio ingegno_ parea manco.

Ingegno è espressione più modesta che intelletto. Intelletto si fa dir

da Virgilio, esso dice ingegno.

[60] Ecco il luogo del Convivio: “Pure avvegnachè all'abito di quella si

vegna, non vi si viene sì per alcuno, che _propriamente abito dire si

possa_; perocchè il primo studio, cioè quello per lo quale l'abito si

genera, non può quella _perfettamente acquistare_„.

[61] Sap. 8. Lo cita il Perez, e se ne parlerà ancora.

[62] E qui scienzia vale certo sapienza, come si vede da ciò che seguita

all'ultimo passo che cito: “chè, siccome di sopra si dice, Filosofia è

quando l'anima e la sapienza sono fatte amiche„. Pure non credo a una

svista di Dante. _Scientia_ è anche nel VE. per _habitus scientiarum_.

Le _scientiae_ (di cui una è l'arte poetica, detta pur scienza da Dante

in VN.) sono le membra della sapienza. Scienzia sarà quindi la Sapienza

ma considerata nelle sue parti, veduta come un complesso di parti. Sarà

insomma scienzia lo stesso concetto di sapienza, analiticamente espresso

invece che sinteticamente. Nello stesso capitolo dice che i seguitatori

di _scienza_, cioè filosofi, erano chiamati sapienti, e che filosofo

vuol dire amator di _sapienza_. Scienza da _scire_, che in italiano è

sapere da _sapere_, donde sapienza: gran confusione.

[63] V. in IDel Lungo _Dal Secolo e dal Poema di Dante_, Bologna 1898,

nello studio “Il disdegno di Guido„ a p. 40-41, la _biblioteca_ (una

gran biblioteca) del _disdegno_ di Guido. E aggiungivi “Il disdegno di

Guido„ degli _Studii sulla D. C._ di FD'Ovidio; studio che contiene con

qualche lieve ritocco i successivi articoli di lui. NTommaseo aveva

enunziate le parole decisive nel suo commento: “Guido non curò

l'eleganza dello stile e lo _studio degli antichi_... Non mai però

_l'arte e lo studio_ sono (in Guido) quanto in Dante profondi„.

[64] È tanto decisiva, che basterebbe, invertendo il modo della

dimostrazione, a provare che Virgilio significa studio.

[65] Oltre i suoi modi di “sdegnoso e solitario„ (Cronica di D. C. I.

20) giova ricordare che Guido Orlandi (PErcole p. 330) gli dice: “Ovidio

leggi: più di te ne vide!„ e Cino (ib. 358) par che dica di lui, ch'e'

“_cuopre sua_ ignoranza con disdegno„. Ma a nessuno sfugga che Dante

nella Vita Nova non fece tanto alta testimonianza di Guido, quanto nella

Comedia, perchè qui lo dichiara l'unico idoneo a venir con lui,

mancandogli solo lo studio, che _forse_ non disdegnò volontariamente.

[66] Per es. FPPerez. “Non so qui tenermi dal notar la singolarità di

questo esprimere per sillogismo e in modo induttivo, anzichè

affermativo, il dolore della propria donna alla morte del suo padre„.

[67] Vedi a pag. 16, 24, 25, 30 e 31.

[68] Sap. 6. FPPerez, in _Beatrice svelata_ XI.

[69] Tradurrei: non _qui prior vidit_, ma, con la frase biblica, _cui se

prior ostendit_.

[70] AD'Ancona nella sua VN. “Per uno di quegli accorgimenti, di quelle

transazioni, che facciamo con noi stessi, quando vogliamo persuaderci

della bontà di una cosa che il sentimento o la ragione ci fanno apparire

d'altra natura, Dante mormora entro di sè che le _ragioni_ dell'antico e

del nuovo affetto _sono identiche_, che è _lo stesso amore_ quello che

lo fa triste e quello che appare adesso nel volto della donna pietosa.

Così l'antico affetto scusa e spiega il nuovo„.

[71] V. a pag. 12.

[72] Pag. 57.

[73] Vedi _Scritti su Dante_ di Giuseppe Todeschini, 1872 vol. I pag.

311 e segg.; _Studi su Dante_ di Raffaello Fornaciari, _La Trilogia

Dantesca_, pag. 113 segg.

[74] Vedi _Intorno all'epoca della Vita Nova_... diss. di A. Lubin,

Graz. 1862; a pag. 22. Questi afferma trattarsi di due rivoluzioni

equivalenti a due anni solari. Il Todeschini contradice affermando

significate dalle parole di Dante due rivoluzioni “di Venere nell'orbita

sua„, dello spazio, cioè, di 450 giorni circa, in tutto.

[75] _Confess._ IV 1, 1: _Per idem tempus annorum novem, ab undevicesimo

anno aetatis meae, usque ad duodetricesimum, seducebamur et seducebamus,

falsi atque fallentes..._ Si tratta proprio di false imagini di bene.

Vedi _S. Agostino e Dante_, Saggio di Arena Antonio, 1899. Della Vita

Nova questi non parla.

[76] _Confess._ I 6, 10; 7, 12.

[77] ib. III 4, 7.

[78] ib. III 11, 19.

[79] ib. V 3, 3 sqq. E vedi a pag. 15, 16, 24, 31.

[80] Nel pensiero di Dante, Giovanna non mi sembra che fosse, come non è

Matelda, la vita attiva in sè e per sè, ma _qualche cosa_ della vita

attiva in quanto questa _dispone_ alla vita contemplativa. Ne

riparleremo, e già se n'è parlato molto in Vel. Il colle, sì,

rappresenta la beatitudine della vita attiva in sè; il santo monte, no,

ma della vita attiva in quanto si dispone e si rende atta alla

contemplativa. In cima al bel colle non avrebbe Dante trovata nè

Giovanna nè Matelda. Lia lassù non si sarebbe specchiata. Beatrice a

Dante dice: (Pur. 30, 73)

Ben son, ben son Beatrice:

come degnasti d'accedere al monte?

non sapei tu che qui è l'uom felice?

“Qui: non nell'altro colle, dove è beatitudine imperfetta, per chi ci

può arrivare. E tu non potesti. Gran mercè, che allora lasciasti il

colle e ti mettesti per questo monte! Eppure io lo sapevo che tu non eri

fatto per quella vita là, che poi non dà la beatitudine perfetta, non ha

me sulla cima„.

[81] Vedi VN. di TCasini, pag. 199; PRajna, _Per la data della VN._ in

Giorn. stor. della lett. ital. VI 112-162.

[82] Hier. proph. lam. I. Vedi anche ALubin, _Dante spiegato con Dante_,

1884, p. 39 segg. Egli non persuade me come non aveva persuaso il

D'Ovidio (Nuova Antologia 15 marzo 1884).

[83] Sopra tutti, AD'Ancona, _Discorso su Beatrice_, nella sua ed. della

VN.

[84] Dino Compagni, Cronica (ed. Del Lungo); II. G. Villani VIII, I.

Vedi _Dino Compagni e la sua cronica_, e _Da Bonifazio VIII ad Arrigo

VII_ di IDLungo. Qui specialmente di quest'ultimo volume il cap. III.

[85] La V. di D. Testo del c. d. _Compendio_... per cura di E. Rostagno.

[86] Nè in queste imaginazioni sono primo, giova avvertire. Ma lungo e

fuor del mio proposito, far qui una lista. Si ricorra per altro, da chi

voglia vedere come possa aver proceduto Dante nel trasformare una Bice

donna in una Beatrice Sapienza, al citato “Discorso su Beatrice„ di

AD'Ancona.

[87] La nota già citata (pag. 11) di MBarbi porta a escludere _monna

Bice_. Un solo ms. ha _monna bice e... uaggia_. Nella Giuntina (del

1527) che recò _monna Vanna e monna Bice_, questo nome può essere

emendamento dell'editore. Il quale si sarebbe ricordato del sonetto XIV

della VN. verso 9: _io vidi monna Vanna e monna Bice_. Ora non è più

verosimile che i trascrittori antichi cercando la monna di Lapo e non

volendola riconoscere in quella ch'era in sul numero di trenta o _delle

trenta_ (se non pensavano al serventese, potevano vedere in quel numero

qualcosa di privilegiato), cominciassero a mettere, prima in margine e

poi dentro, _monna Lapi_ (Vat.) e _monna Lagia_?

Questo non è più che un dubbio; ma fa pensare quell'unione di Vanna e

Bice nel sonetto XIV! e quel pensiero di Dante su Giovanna precorritrice

della vera luce! A ogni modo, anche se si esclude Bice dal sonetto del

vascello, non si deve però escludere che Guido avesse dall'amico la

confidenza dell'amore suo per Bice o Beatrice.

[88] Cronica di Dino Compagni, XX. Vedi PErcole, nel libro citato, a

pag. 44: “Resta dunque che il pellegrinaggio si ponga tra il 1292-93 e

il 1295-96. Ed io credo infatti che, avvicinandosi la bufera del 1293...

Guido aristocratico, sdegnoso, dovesse sentire assai forte dispetto

della sconfitta dei Grandi... è molto probabile che Guido abbandonasse

sconfortato Firenze, approfittando dell'occasione d'un pellegrinaggio„.

Leggi poi a pag. 49: “Il primo (periodo della vita di G.) va dalla

fanciullezza sino al tempo in cui egli cessò, come dice Dante, di mirare

la beltà della Primavera gentile. Fino a questo tempo lo vedemmo quasi

interamente estraneo dalle lotte cittadine... Il secondo periodo, che va

dal 1290 (per me, dal 1292 o 93, riferendomi non al tempo del sonetto,

ma della prosa dichiarativa) al 1300, è il più fortunoso... È quindi

probabile assai che nel primo periodo egli attendesse a quegli studi

filosofici che lo resero così celebre fra i contemporanei„. E

aggiungiamo che è assai probabile che nel secondo periodo, non vi

attendesse più. Per il viaggio interrotto, vedi a pag. 80 e segg. dello

stesso libro.

[89] IDLungo _Bon. e Arr. VII_ pag. 118, id. _Dal Sec. e dal Poem. di

D._ pag. 385 segg. Ivi si legge anche che il Biscioni aveva a' suoi

tempi veduto di Dante atti consiliari del 1295.

[90] Vel. La selva oscura.

[91] Vel. Le tre fiere; e, spec. qui Il corto andare, pag. 169 seg.

[92] Vel. Il passaggio dell'Acheronte, p. 73 segg.

[93] Così almeno dice Dante di sè; ma le sue non erano _confessioni_

come quelle d'Agostino; bensì erano note della sua vita, molto

generiche, per formare una specie di trattato filosofico.

[94] Vel. pag. 171. Iohn Earle, La “Vita Nova„ di Dante, 1899, pag. 56.

Egli crede che il monte non sia quello del Purgatorio, sì quello al

termine della valle. Duro peraltro è intendere espresso, da una che sta

sur un monte, con quella parola “il monte„, un altro monte che quello su

cui ell'è. La sconnessione tra i versi 74 e 75 sparisce, quando s'unisce

il 75 al 73. Del resto IEarle intende bene: qui, non là; pure non

interpretando esattamente il colle ch'egli dice “il monte della

scienza„. E pure anche “scienza„ andrebbe, ma interpretandola come quasi

sinonimo di vita attiva, nel modo stesso che sapienza si prendesse per

vita contemplativa.

[95] Nel che peraltro è da vedere un dubbio che veramente ebbe il Poeta.

Come la sapienza, di cui si parla nel libro di sapienza, non è la

sapienza vera? la sapienza che s'identifica nella contemplazion di Dio?

E solve il dubbio dicendo che veramente ella era _senno_ (cfr. Inf. 16,

20: fece col senno assai e con la spada) o prudenza regale. Così nel

Convivio (4, 17): “Bene si pone Prudenza, cioè Senno, per molti essere

morale virtù... avvegnachè essa sia conducitrice delle morali virtù, e

mostri la via perchè elle si compongono, e senza quelle essere non

possono„. Vedi Co. 4, 27.

[96] Nel Convivio (2, 5) Dante chiama “_più_ divina„ la vita

contemplativa. _Divina_ la chiama, a dirittura, Beatrice qui nella

Comedia (Pur. 33, 88).

[97] _Aur. Aug. contr. Faustum_ XXII. L'espressione è in _Sap._ 9, 14.

Vel. pag. 435.

[98] Ps. 91.

[99] Ottimamente tratta GPoletto (in _Alcuni Studi su Dante Alighieri_,

App. X) questa materia della vita attiva preparazione alla

contemplativa. È meno esatto, a parer mio, in alcune conclusioni.

Queste, per esempio. “La _Vita Contemplativa_ non è che complemento

dell'_attiva_, questa quale preparazione di quella„. No: non tutti

quelli che riescono a bene, dall'attiva sono passati alla vita

contemplativa, _in questo modo_. Sarebbe un negare che ci sia vita

attiva. “Matelda adombra le due _Vite_„. Non precisamente: adombra

qualche cosa che tiene delle due vite: dall'operare e contemplare:

l'arte, virtù _intellettuale_ e abito _operativo_, Vel. 462.

[100] Osservazione di GPoletto, in _Alcuni Studi_, pag. 217: “Così è

stabilita la necessità della prima parte del viaggio, lasciando alla

libera elezione di Dante la seconda„. E cita un passo di S. Gregorio

citato in _Summa_ 2a 2ae 182, 4.

[101] S. Bern. Op. I 842: “_Quod quidem si magnum illud Ecclesiae corpus

considerare libet, facile satis advertimus, longe acrius impugnari

spirituales viros ipsius Ecclesiae, quam carnales: quae nimirum duo eius

latera, dextrum sinistrumque, puto non inconvenienter accipimus_„. Vedi

Vel. 264.

[102] Vedi in S. Bernardo (op. II 461) l'antitesi tra Lucifero e Maria.

Mi giovo, trattando di Maria, pure in cose vulgate, di S. Bernardo,

perchè certo autore di Dante.

[103] Bern. Op. I 1564.

[104] Bern. Op. I 468.

[105] A ogni tratto Maria è chiamata _domina e domina nostra_ in S.

Bernardo. Vuolsi ch'ella cominciasse a chiamarsi _domina_ a esempio de'

Cistercensi, chè tutti i loro monasteri sono dedicati alla Vergine. Vedi

in Bern. Op. (ed. Migne) I 89.

[106] Bern. Op. I 743.

[107] Bern. Op. I 468.

[108] Bern. Op. I 1006, 723.

[109] Bern. Op. I 1374.

[110] Bern. Op. I 1012.

[111] Vedi a pag. 18 sgg.

[112] Bern. Op. I 1012.

[113] Vedi a pag. 87 sgg.

[114] Bern. Op. II 610.

[115] Bern. I 995.

[116] Leggi più avanti a pag. 155.

[117] Ev. Luc. 1, 35.

[118] Bern. Op. I 1328.

[119] Vedi a pag. 12 sgg. e 98.

[120] Vedi a pag. 35.

[121] Si può dire che dietro CWitte (_Dante-Forschungen_ I 1-65 e altr.)

tutti ora credano alla così detta _Trilogia Dantesca_, di cui il

Convivio figurerebbe il traviamento, pieno di contradizioni e di

martirio, e la Vita Nova uno stato per così dire d'innocenza e purezza,

e la Comedia il ritorno a quella. Modo superficiale, a parer mio,

d'intendere! O se invece il Convivio è l'opera moralmente più pura! Lì

Dante è fermo (vedremo, come _pietra_) nell'amor della sapienza, dal

quale amore sì nella VN. e sì nella C. narra d'essersi disviato! Per

alquanti dì, nella VN.; per un decennio, nella C. Il martirio dell'anima

nel Convivio è l'alternarsi di luce e d'ombra ne' suoi stadi: non altro.

[122] Per es. il Dionisi, del sonetto _E' non è legno_; il Fraticelli,

delle tre sestine, e della sestina doppia e della canzone _Io son

venuto_.

[123] Isaia 16, I.

[124] ad Cor. I 10, 4.

[125] S. Bern, Op. II 1002. _In annunt. Dominica Sermo II._

[126] id. ib.

[127] _In festo S. Benedicti Sermo_ I. Bern. Op. II 988 sqq.

[128] Ev. Iohann. 6, 61.

[129] Così nel comento alla canzone seconda conviviale dice, come già

riferii: “E di tutto questo il difetto era dal mio lato„.

[130] Così intesero veramente il Dionisi e il Fraticelli, interpretando

allegoricamente queste composizioni.

[131] A pagina 156.

[132] _In cantica, Sermo XLVIII_, 6; alle parole del Cant. 2, 3: _Sub

umbra eius quem desideraveram sedi, et fructus eius dulcis gutturi meo_.

Bern. Op. I, 1437.

[133] _Sermo LIII_, 8. Op. I, 1453.

[134] _De laudibus Virginis Mariae, Hom._ II, 6. Op. I, 745.

[135] _Medit. in Antiph. Salve Regina._ Op. II, 750. Veramente la

meditazione si attribuisce ad Anselmo vescovo di Lucca, che visse avanti

la nascita di S. Bernardo.

[136] _Georg._ I 208. _Libra die somnique pares ubi fecerit horas._

Servio annota: _dicit autem aequinoctium auctumnale, quod fit sole in

Libra posito_. Vernale _enim_ aequinoctium sol in ariete _efficit_.

[137] _Georg._ II 336.

[138] IDLungo _Dal Sec. e dal Poem. di Dante_: pag. 385 segg.

[139] OBacci _Dante ambasciatore_, etc. Firenze 1899.

[140] Non mi persuade al tutto Antonio Cimmino con _Il Giubileo del 1300

e D. A._ Roma 1900, dell'importanza in genere dell'anno santo nella

Comedia; nè prima di lui m'aveva persuaso Nunzio Vaccalluzzo con _Il

plenilunio e l'anno della Visione Dantesca_, Trani, 1899 (pag. 23 sg.),

nè gli altri, citati in quel bello opuscolo. L'importanza c'è; non però

precipua nè grande.

[141] Vel. pag. 126 segg.

[142] Vel. pag. 331.

[143] Vedi a pag. 94. E vedi nota a pag. 134.

[144] Vedi, per un esempio, PFraticelli nella _Dissertazione nel

Convito_ (pag. 6 segg. dell'ed. Barbera 1857). Con che non dico

d'accettare le sue date.

[145] Vedi in FPPerez, _La beatrice svelata_, l'inoppugnabile capitolo

XVIII.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 38 / 42 段