il Padre nel Padre. Già a ciò era Dante preparato dalle parole di Adamo
che gli aveva detto come il Sommo Bene si appellasse in terra: I. (Par.
26, 134) Ma poi ecco espressa la grande unità: (ib. 27, 106)
La natura del moto che quieta
il mezzo, e tutto l'altro intorno muove,
quinci comincia come da sua meta.
Ma trina è quest'unità, e subito perciò sono nominati la luce e l'amore.
(ib. 112) E ritorna a splendere l'I sommo e unico: (ib. 28, 16, 36)
Un punto vidi...
Ma il punto è uno e trino: raggia lume, e il lume affoca: luce e amore.
Intorno all'_uno_ si aggirano i nove cerchi d'angeli, distribuiti ne'
tre ternari della potenza, della sapienza e dell'amore. Nel primo Mobile
Dante coi Serafini, che è il cerchio che più ama e più sape, contempla
l'unità di Dio, che pure è trino: (29, 142).
Vedi l'eccelso omai e la grandezza,
dell'_eterno Valor_, poscia che tanti
speculi fatti s'ha, in che si spezza,
_uno_ manendo in sè, come davanti.
E Dante è nell'Empireo. Vede l'alto trionfo del regno verace: vede la
rosa, vede il convento delle bianche stole. Un gran seggio è preparato
per l'imperatore; per l'_uno_ in terra. (Par. 30) Restano i tre canti
ultimi. Dante s'apparecchia alla visione ultima, a cui è salito a mano a
mano: deve vederla “la trina luce in unica stella„. (31, 28) Beatrice
non è più presso lui. C'è un sene, che sembra un tenero padre e gli
parla come a figlio. È mandato da amore (31, 16) e da carità. (ib. 110)
Mostra a Dante (nel canto 31) Maria tra più di mille angeli, raggiante
un caldo calore; (ib. 140) e la disposizione dei beati (nel 32), secondo
che credettero in Cristo venuto o venturo, in Cristo il cui nome tre
volte risuona (ib. 83); e finalmente, dalla Vergine gli impetra la
suprema visione della luce eterna. (nel 33)
Negli ultimi giorni della sua vita Dante scriveva queste ultime parole.
Si credè che il paradiso ch'egli chiamava il suo peana, non lo avesse
compito: _Vulnere saevae necis stratus ad sidera tendens_.[562]
Gli ultimi tredici canti, in verità, non si trovarono sulle prime.
Appunto s'era fermato, essi credettero, avanti il cielo della
contemplazione o di Saturno, (il 21) che inaugura la terza parte della
cantica, la parte più altamente e meramente contemplativa, la parte che
comprende il cielo delle _stelle_, medio tra Saturno e il primo Mobile.
Appunto appunto mancava all'_ultimo lavoro_, ispirazione ineffabile del
buon Apollo, la salita _ad sidera_. Ma egli l'aveva compiuta questa
cantica, che abbiamo veduta procedere per decine, più il ternario
ultimo: egli aveva compiuto il poema sacro che, in verità, come nella
sua misteriosa canzone s'aspettava, lo fece morire,[563] e non lo
ricondusse, come egli nel poema sperava, al bell'ovile della sua patria.
XXXX.
LA DIVINA COMEDIA
Nella sua prima giovinezza, “passando... per un cammino lungo lo quale
sen gìa un rivo chiaro molto„, (VN. 19) chè può ben essere il
“_fiumicel_ che nasce in Falterona„, (Pur. 14, 17) e non differire dal
“fiume bello e corrente e chiarissimo„, (VN. 9) lungo il quale gli era
già apparso Amore peregrino; Dante concepì un suo primo disegno di ciò
che fu la Comedia; la quale fu richiamata al pensiero, e così disegnata
come ella è, più di venti anni dopo, _iuxta Sarni fluenta_,[564] cioè
lungo il medesimo fiume d'allora. E quest'ultima circostanza spiega
benissimo, come a un tratto, quasi in un baleno, negli stessi luoghi a
lui venisse la stessa ispirazione.[565]
Il primo disegno era questo. Dante ispirato dalle confessioni di S.
Agostino, il quale narra come di buono divenisse cattivo e di cattivo
tornasse buono e migliore e ottimo,[566] imaginava o narrava d'essere
stato ingannato, nella sua adolescenza, dall'amore, incolpevole, sementa
come d'ogni virtù così d'ogni vizio, e d'essere stato distolto di amar
Beatrice; e poi di ritornare a lei pentito.[567] Per mostrare che
l'amore è passione incolpevole, mentre è colpevole chi male ama e
disama, il Poeta adolescente faceva che Amore stesso, mal vestito e
vergognoso ed errante, desse prima il consiglio cattivo, e poi il
rimprovero o il compianto d'averlo seguito. Per mostrare che ell'erano
false imagini di bene, cioè _simulacra_ d'amore, Dante fingeva che il
suo nuovo amore (vero o non vero che in sè fosse) fosse un amor
simulato. Ora Dante si pentiva e tornava alla sua Beatrice.
Beatrice o Bice era veramente una fanciulla fiorentina ch'egli amò sin
da bambino. L'amò invero come si ama, desiderando e sognando,[568]
struggendosi e adorando.[569] Ella era una donna reale; che se tale non
era, egli non aveva bisogno di fingere ch'ella morisse, quando per il
suo disegno poetico e filosofico ebbe necessità di tal morte: poteva
narrare ch'ella era morta.[570] E invece fu la vera morte di lei che
interruppe quel disegno primo!
Bice era una donna reale, ma a Dante negata o vietata. E Dante allora
trasfigurò, ispirandosi a un'altra opera di S. Agostino (ai libri contro
Fausto il qual Fausto è ricordato nelle Confessioni), in _Sapienza_ o
_Speranza dell'eterna contemplazione_.[571] Essa, la Rachele del
patriarca, non si può vedere, se non morendo, se non liberandosi del
grave involucro corporeo.[572] E così Dante in due canzoni, che di quel
primo disegno ci rimangono, cantava, nella prima, come Beatrice fosse
codesta speranza, per cui l'uomo si salva, nella seconda, come egli
avesse sognato ch'ell'era morta e che esso moriva, raggiungendo così la
sapienza. Queste canzoni, specialmente, se non esclusivamente,
costituivano le _nove rime_ scritte con _dolce stil nuovo_ o _bello
stile_, che gli fece onore, e ch'egli dedusse dallo _studio_ dei poeti
regolari e grandi.[573] E poichè questi un verace intendimento
filosofico (e in ciò stava la loro eccellenza) solevano coprire d'una
vesta di figura o colore retorico, anch'esso d'una simil vesta copriva
un intendimento profondo, pieno di mistero. Dalle poesie e prose (ma
meglio dalle poesie) che nel libello giovanile precedono e seguono le
due canzoni _Donne che avete_ e _Donna pietosa_, s'inducono altri
particolari di questa cotal tragedia che Dante non compiè. Nella via
della contemplazione, nella quale s'entra morendo, Dante era
probabilmente guidato da Amore, da quell'amore che gli si mostrava ora
in figura di un signore di pauroso aspetto in mezzo a una nebula di
colore di fuoco, con nuda tra le braccia la sua fanciulla, ora come
peregrino leggermente vestito di vil drappi, ora come un giovane
piangente vestito di bianchissime vestimenta: era guidato da Amore a
impetrare il perdono della donna amata. Incontrava, forse, in questo
cammino prima Giovanna la precorritrice, ossia la Primavera, che è
l'Arte che _prima verrà_ della Sapienza. Dopo, avrebbe veduta, uscito di
sè, la Beatrice. Ciò nel suo anno vigesimo quinto, nel 1290, quand'egli
stava per lasciar l'età adolescente. Il suo traviare, vero o non vero,
era avvenuto a mezzo, presso a poco, del cammino della sua vita nuova. E
così avrebbe mostrato (questo era il verace intendimento delle _Rime
nove_) che facilmente nell'anima semplicetta si torce il tallo o
appetito sensitivo, il quale, se non si raddrizza o riferma nella sua
stagione, fa che il seme, quanto si voglia buono, dia amari frutti nella
vita. Ma quest'argomento non era una mera speculazione astratta e
nemmeno un trattato puramente morale: Dante s'ispirava già al _Liber
Sapientiae_, e certo, a esempio di quel libro che è in persona d'un re e
si volge ai giudici della terra, egli voleva insegnare al mondo come
governarsi per essere felice.
Quando, Beatrice morì, e la Tragedia restò a mezzo. Dante che per la
necessità del suo soggetto aveva finta poetando la morte di Beatrice e
la sua (e con ciò le sue rime erano usate di portar letizia), ora pianse
la morte vera, e su quella non seppe più accomodare la sua ultro-umana
concezione. E pare che del suo intendimento morale e politico volesse
fare un trattatello in latino, con istile biblico, una specie di _Liber
Sapientiae_, ispirato profeticamente, rivolgendosi _ai principi della
terra_, a cui si rivolge Salomone e di cui parla Geremia.
Non corre molto tempo; e Dante, nel 1292 o giù di lì,[574] mette insieme
il suo libello, accogliendovi, delle rime fatte sino ad allora, alcune,
e vigliandone altre: il tutto collegando con un racconto e comento in
prosa. Ciò perchè aveva riconcepito il suo primo disegno. Invero gli
s'era presentata una =Mirabile Visione=, per la quale narrare
degnamente, molti anni occorrevano e molto studio. In tanto mettendo
insieme quelle prime poesie e collegandole e lumeggiandole con quella
prosa, segnava l'_antefatto_ del futuro poema. Il quale non differiva
gran che, nel suo principio essenziale, da quel che fu la divina Comedia
e da quel che doveva essere la giovanile Tragedia. Beatrice era morta
(nella Tragedia la morte si fingeva) veramente. Dante, dopo averla
pianta, si commoveva della pietà che una Donna gentile mostrava per lui.
Dopo un traviamento, così leggero così attenuato come quel primo o quei
primi, che erano amori simulati e schermi e difese, cioè _simulacra_,
cioè imagini di bene false; dopo un traviamento così scusabile, perchè
ispirato da non altro che pietà, sentimento buono se altri mai; Dante
tornava, in pianto, a Beatrice morta, e la vedeva beata in cielo. Il
traviamento fu vero? la Donna gentile era una donna reale? È lecito
dubitarne. Si ispirava Dante, anche questa volta, alle Confessioni, e
anche questa volta voleva trattare di quel decisivo torcersi del tallo.
Questa volta poneva la _crisi_ dell'anima sensitiva alla fine
dell'adolescenza o meglio al principio della gioventù; un anno dopo la
morte della gentilissima. Ritornava in sè quasi subito, alla fine del
terzo novennio della sua vita.[575] Poichè nel libello, che è come un
proemio alla futura Comedia, introduce anche i traviamenti primi,
avvenuti in vita di Beatrice, si può arguire che, seguendo in parte
Agostino che a diciott'anni è preso d'amore per la sapienza e poi per un
novennio è sedotto e seduce,[576] dei tre novenni assegnasse uno alla
puerizia incosciente, un altro alla bontà, il terzo alle seduzioni,
finchè la morte di Beatrice lo fa tornare in sè, non senza un ultimo
traviamento, il più inescusabile e più doloroso di tutti, perchè a
Beatrice, con la morte, era cresciuta bellezza e virtù.
E si diede dunque, più fervorosamente, allo studio, e più che mai
risolvè nel suo cuore di dar la vita alla contemplazione, non
all'azione.[577] Studiò, segregato dal mondo, trenta mesi. Nel 1295
abbandonava la via sino ad allora seguìta, rinunziava al proposito fatto
e confermato, e si metteva nella via della vita civile o del mondo, la
quale di lì a qualche anno doveva imparare a sue spese che non era la
via vera per lui. Forse ebbe qualche momento nell'incamminarvelo
l'apparizione fastosa e leggiadra di Carlo Martello in Fiorenza e la
benevolenza di quel principe per Dante. Il fatto è che Dante, dandosi
alla politica, metteva da parte la _Mirabile Visione_. Del libello
giovanile, già pubblico, faceva quasi ammenda, scrivendo la canzone _Voi
che intendendo_.[578] In essa esprime il concetto che una vera donna
(cioè _domina_) lo consola della perdita di Beatrice e lo attira a sè:
è, anagogicamente, la Madonna, allegoricamente, la Filosofia. Anche
Beatrice egli aveva rappresentata e come Madonna (una specie di Madonna)
e come Sapienza. E qui dunque contradice il suo primo libello, e toglie
alla morta la sua aureola mistica, lasciandole peraltro il suo pallore
di carne che palpitò. Continua a poetare giovandosi degli studi fatti;
ma la rinunzia alla vita attiva, che è la pietra angolare della Comedia,
egli naturalmente non la canta più. Adoperando ad altro fine i materiali
preparati per quell'edifizio, mostra di non volerlo inalzare più il
monumento mistico del pensiero medioevale.
Invece egli si dà a scrivere canzoni sulle virtù morali necessarie alla
vita civile,[579] facendole precedere da una triade, che significa
l'abbandono delle rime d'amore e cancella così nella _Vita Nova_ tutto
il significato filosofico e mistico ch'ella aveva ed ha.
Nel cammino della vita attiva Dante trovò ben presto la lupa, cioè la
superbia invidia e avarizia de' suoi avversarii, gente avara invidiosa e
superba; cioè i lupi che facevano guerra all'ovile della sua patria. Fu
bandito, andò ramingo, divenne vile agli occhi degli uomini tra cui
s'avveniva. Per non perder vita, per non trapassare come non nato, per
non essere oscuro come i più, arbori e pietre piuttosto che uomini,
cominciò dopo alcuni anni d'esilio, a raccogliere le canzoni che aveva
scritte, di rettitudine, e a fare e disegnare le altre e incorniciarle
(come aveva fatto per le dolci rime di amore) in un vero trattato di
vita attiva. Nel frattempo, in latino (quasi, oltre che per altre
ragioni, a mostrare che in latino sapeva pur comporre) componeva il
trattato di Eloquenza volgare, col quale giustificava il suo Convivio
volgare e gli procacciava onore e lode. La _Mirabile Visione_ era
dimenticata.[580] Ma e il Convivio volgare e il trattato latino
restarono a mezzo. Questi due libri, cospirando insieme, dovevano farlo
vivere nell'estimazione delle genti e impetrargli il ritorno in patria.
Il ritorno in patria, ora, gli era fatto sperare da un avvenimento di
pace: dalla discesa di Arrigo imperatore che calava a conciliare le
fazioni e raddrizzare i torti e cancellare i peccati. Dante pose mano al
suo alto stile latino, e cominciò a scrivere i libri _de
Monarchia_.[581] Breve illusione! Tutto si sommuove in Italia avanti
l'imperatore della pace; Fiorenza gli si oppone fieramente. E Dante che
ha scritte epistole, a mano a mano più severe; che ha implorato,
sgridato, minacciato, maledetto; ridottosi alla fonte dell'Arno,
nell'aspettazione ogni dì più ansiosa di scendere lungo quella corrente
e rivedere il suo bel S. Giovanni, sente che l'imperatore è morto e che
la patria, la quale pochi anni prima confidava di muovere con la sua
dottrina e gloria, e ora sperava di forzare con l'armi dell'imperatore,
spronato dai suoi consigli e dai suoi rimbrotti; la patria, da lui
offesa e a lui divenuta ora più ostile che mai, non gli si sarebbe
aperta forse più mai per accoglierlo nel suo dolcissimo seno.
E allora lungo quel fiume da lui detto anche fiumicello (e perchè non
anche _rivo_?), gli riapparisce la _Mirabile Visione_ di prima del 1290,
la visione, veduta forse andando armato ver Campaldino, la visione
ch'egli rivide nel piangere per Beatrice morta e disamata e riamata. Una
donna gli apparve come folgore: la divina Comedia. Seguì un tuono pieno
di terrore. Egli ne vide, in un lampo, la forma e la sublimità e la
gloria: ne sentì, nel lungo e terribile tuono, la difficoltà lunga e
terribile. Ciò dunque nel 1313 avanzato.[582]
Se fin qui non raggiungemmo se non il verisimile, di qui innanzi siamo
nel vero e nel certo. Dato il concetto fondamentale della Comedia, che è
la rinunzia alla vita attiva, resa impossibile dalla lupa, dato che la
Comedia è l'attuazione stessa di quel proposito, di lasciare il mondo e
darsi a Dio; la Comedia è dunque la conclusione della vita di Dante. E
tale si dimostra con un fatto irrefutabile, che in un epitafio, composto
per il suo monumento, è scritto ch'egli morì (e _vulnere saevae necis_
si deve interpretare, _impensatamente_ e _acerbamente_) mentre scriveva
il paradiso.[583] E chi compose l'epitafio era tale, per familiarità col
Poeta, che si può ben essere certi ch'egli attesta quel primo dubbio,
quella prima ansia, quel primo rammarico de' figli e di tutti, che il
gran morto non avesse compiuta la grande opera.[584] Il che è confermato
da una notizia che abbiamo da Dante stesso, ch'egli nel 1319, due anni
perciò avanti la morte, era al principio del paradiso, il quale, perciò,
non era meraviglia non si trovasse compiuto due anni dopo. E questa
notizia è certissima e liquidissima. Dante riceve un'_epistola_ in versi
latini da Giovanni del Virgilio, il quale con essa vuol indurlo a
scrivere in latino per i dotti. Risponde con un'_ecloga pastorale_, in
cui, per convenienza di stile, trasforma l'_espistola_ del Bolognese in
_modulamina_ e lui stesso in mandriano di bovi, mentre sè pone in figura
di pastore di pecore. Tutto dice che Dante ha nel pensiero l'ecloga X di
Virgilio e il verso: _Nec te poeniteat pecoris, divine poeta_. Tutto
porta a concludere che tra il mandriano di bovi e il pastore di pecore è
la proporzione che tra _poeta_ latino o grande o regolare, e _rimatore_
volgare; non quella che tra grande e piccolo nella medesima poesia
latina. Se fosse così, in quest'ultimo modo; poichè la finzione
pastorale varrebbe a indicare per l'un de' due, cioè per Dante, anche il
proprio genere di poesia latina ch'egli vuol coltivare e coltiva, cioè
la poesia latina bucolica; la finzione pastorale dovrebbe valere anche
per l'altro, cioè per Giovanni: a indicare che cosa? un genere pastorale
più elevato? bovino e non ovino? Ma il maestro Bolognese non aveva
mandato all'esule Fiorentino un saggio di poesia pastorale o mandriale;
sì di poesia latina in genere, o di _sermo_, anzi _epistola_, in
ispecie. E perciò se chiamar mandriano di bovi Giovanni non è affermarlo
poeta bucolico, ma latino, così chiamar sè pastor di pecore non è
affermarsi poeta bucolico, inferiore o no, ma volgare. Inoltre
chiaramente Dante allude nella sua ecloga al _peana_ con cui comincia il
paradiso e che riecheggia a principio del canto XXV, del canto della
speranza per cui fu salvo. Perciò è certo che a Giovanni, ammiratore di
lui e delle prime due cantiche del poema volgare, a Giovanni che
tuttavia chiedeva a Dante qualcosa di più alto e più negato al volgo e
più cònsono alla grande arte degli antichi, egli prometteva l'ultima
cantica del poema sacro, con la quale il Poeta, chiaramente a principio
del primo canto e del vigesimo quinto, pronunziava ch'egli aveva attinte
le cime dell'arte e aveva guadagnata la fronda peneia e il nome di
_poeta_.
E questa vecchia interpretazione diventa più che mai indubitabile,
quando si consideri che nell'ecloga è detto come Dino Perini non sappia
di latino, almen tanto da leggere da sè la epistola di Giovanni del
Virgilio, la cui poesia (di mandriano di bovi) è separata dal vulgo
mediante l'_alveolus_ che solo chi sa di latino può passare. Ma l'_ovis_
del pastore di pecore, questa sì, è conosciuta dall'umile amico; dunque
non è un'_ovis_ latina. Oh! ella è l'_ovis gratissima_ all'autore di
tanti sonetti e ballate e canzoni e di due cantiche del poema sacro;
ella è l'_ovis_ facile ed agevole a mungersi dal divino pastore di
pecore che in sì breve tempo compie sì lunga opera; ella è l'_ovis_ così
ricca di latte quale noi vediamo che era, noi che leggiamo i cento canti
del poema sacro: è la Comedia nella sua terza sublime cantica, la quale
Dino sa e Giovanni no. Ma questi ne avrà in dono dal pastore _decem
vascula_ (da una pecora, intendi, _decem vascula_!) di latte, e allora
comprenderà che si può essere poeti come gli antichi, degni della laurea
Delfica, anche senza scrivere in latino. Dunque nel 1319 Dante era
intorno ai primi dieci canti del paradiso.[585]
E questa conclusione, alla quale invano si oppone che l'_ovis_, tra le
altre _oves_ (quali? le sue poesie volgari? e allora “pastor di pecore„
non significa poeta bucolico) _gratissima_ (anche più cara della
Comedia?), che Dino conosce (sebbene non munta mai, come si dovrebbe
dire per significare che non esisteva _prima_ di quest'ecloga _prima_; e
invece è detta abbondevole di latte e facile e solita a mungersi!); che
l'_ovis_ sia la poesia bucolica che a Dante ispirerà la classica decuria
d'ecloghe; questa conclusione indubitabile, quando all'ecloga si
confronti il principio del paradiso, dove è persino l'_indignatio_ (_sì
rade volte_ etc. 28) che nell'ecloga accompagna il prenunzio del peana;
questa conclusione vince anche l'obbiezione di coloro che non credono
verosimile il compimento in sì breve tempo di poema così grande. In otto
anni per vero potè esser compiuto il poema di cento canti, dei quali
ventitrè almeno mancavano nel 1319. E il fatto di codeste ecloghe poi dà
un singolar valore al verso di Minghino e alla notizia del Boccaccio,
riguardo l'interruzione creduta di questa cantica, della quale Dante
stesso aveva affermata l'eccellenza in tale celebre, come si ha a
credere, corrispondenza poetica.
Potè il poema essere compiuto dal 1313 al 1321, e non potè essere
cominciato prima del 1313; quando il cacciatore imperiale, coi suoi
indugi a Dante increscevoli, non seppe prendere la _vulpecula_ e perciò
sgombrare a Dante la via del ritorno e del governo. Dopo la morte di
Arrigo scrisse Dante il suo canto proemiale, in cui è espressa
l'impossibilità della vita attiva, per Dante e per tutti, infin che non
venga col tempo un veltro, un _cane_ ben diverso da Arrigo, contro la
lupa in cui s'è trasformata la _vulpecula_.[586] Nessuna o notizia o
ragione contrasta a tal data del cominciamento.[587] E tutto la
conferma.
Il poema rimeditato nel Casentino, _sub fonte Sarni_, fu cominciato e
compiuto a Ravenna, dove, secondo la notizia del Boccaccio che del
soggiorno di Dante a Ravenna era particolarmente ben informato, Dante si
recò subito dopo la morte di Arrigo.[588] La parte che ha la Romagna
nella Comedia, ci persuaderebbe senz'altro ad ammettere che lungo fosse
il soggiorno di Dante in Romagna e a Ravenna. L'onore ch'egli fa, e
parlando a Guido Montefeltrano e con l'episodio di Francesca, alla casa
di Polenta, ci fa certi che il Poeta era là a Ravenna, ospite o in qual
altra condizione si voglia, presso Guido Novello, quando scriveva non
solo il canto XXVII ma il V dell'inferno. La divina foresta è suggerita
dalla pineta di Chiassi, come Dante medesimo ci fa vedere. Ora la selva
oscura, con cui comincia il primo canto del poema, è, come antitesi di
essa foresta, così derivazione, per il contrario, di quella. Dunque è
verosimile che a Ravenna egli scrivesse quel primo canto.[589] E così è
probabile che il dramma di Ugolino egli pensasse o ripensasse nel
Casentino o in una sua gita a Pisa nel tempo che in Pisa sostava Arrigo:
ora da quel dramma dipende, per antitesi, l'episodio di Francesca.
Dunque è verosimile, se non fosse certo per tante altre ragioni, che
Dante, mentre dimorava nel Casentino, mentre si recava a Pisa, mentre
era ancor vivo Arrigo, non avesse cominciata la Comedia. E poi c'è
un'altra prova, misteriosa sì ma molto persuasiva. Dante in persona, con
l'epistola a Moroello Malaspina e con la canzone sua montanina, racconta
il ritorno nel suo animo dell'esule visione:[590] il che avvenne
quand'egli era fermo _in finibus Thusciae sub fonte Sarni_. E l'epistola
a Moroello, la quale nessuno vorrà credere modellata sul racconto del
Boccaccio, viene a riprocacciare fede al Boccaccio in cosa che meno gli
si credeva, nel fatto dei sette canti; come gli epitafi di Minghino e
del Canaccio e la corrispondenza in versi latini confortano l'altro così
ostico racconto di lui intorno ai tredici canti. E così il novellatore
riacquista credibilità anche nel resto.
Negli otto ultimi anni, dunque, nella sua vita raminga, in Ravenna,
Dante cominciò e compiè (appena, appena) la divina Comedia. Il che non
si troverà così superiore alla fede da chi consideri il disegno semplice
del poema. Chi crede che il poema sia un laberinto irremeabile, non si
acconcerà mai a crederlo finito dal suo Dedalo in così breve tempo. Ma
io sottopongo al lettore gli schemi della grande costruzione; i quali
saranno così il riassunto degli altri capitoli del libro.
Vediamo prima, analiticamente, i rapporti tra l'Eneide, lib. VI
(i versi che numero, sono del VI quando altro non aggiungo), e
l'inferno e purgatorio: tra
=l'alta tragedia= e =la divina comedia=
(Enea nel sesto libro è esempio di Dante nel mezzo del cammin di
virtù nella giovinezza “colmo nostra vita, Inf. 1, 1
della nostra vita„. Co. 4, 26)
va _in antiquam silvam_ 179 (_per si ritrova in una selva oscura,
incertam lunam in silvis_ 270) 1, 2 (la luna per la selva
20, 127)
_exanimum corpus amici_ 149 l'_animo_... con lena
affannata, 1, 22, 25