Nel cielo stellato ci dobbiamo aspettare che si avveri e veda ciò che

Dante diceva nel Convivio: “se tutte le precedenti virtù s'accordassero

sopra la produzione d'una anima nella loro ottima disposizione... tanto

discenderebbe in quella della deità, che quasi sarebbe un altro Iddio

incarnato„. (4, 21) E sì, apparisce in questo Cielo il Cristo sotto la

forma umana, oltre Maria e Adamo e i tre apostoli. Di più Dante qui

parla di sè, per riconoscere dai Gemini “tutto, quel che si sia, il

_suo_ ingegno„; (Par. 22, 112) ingegno che così dice alto e perfetto.

Qui Dante afferma, nel segreto della sua ultramondana finzione, d'essere

un nuovo Cristo. In verità non discese egli negl'inferi per ascendere,

come l'uomo Dio, in pro' del mondo che mal vive? Non raccolse egli

l'influenze dei sette pianeti, e non ebbe egli l'aiuto dei sette

Spiriti? Chè “per via teologica si può dire, che poichè la somma deità,

cioè Iddio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo

beneficio, tanto largamente in quella ne mette, quanto apparecchiata è a

riceverne. E perocchè da ineffabile carità vengono questi doni, e la

divina carità sia appropriata allo Spirito Santo, quindi è che chiamati

sono doni di Spirito Santo... Oh! buone biade! e buona e mirabile

sementa!„. (ib.) Di qui Dante si volge all'aiuola che ne fa tanto

feroci; feroci perchè la nostra mente mira pur a terra per via

dell'invidia. (Pur. 14, 150) L'invidia è tra uguali; è la superbia

nell'ambito dell'umanità; è il peccato di Caifas che in Gesù vedeva

l'uomo, _unus homo_; è la colpa per cui s'incarnò il nemico nel serpente

con la faccia d'uom giusto. Così all'invidia dell'inferno e del

purgatorio corrisponde il cielo stellato con tutta l'umana perfezione.

In simil modo il primo Mobile in cui si mostra Dio coi nove cerchi di

fuoco, e in cui si maledice al superbir di Lucifero, corrisponde alla

ghiaccia immobile dove Lucifero è costretto da tutti i pesi del mondo, e

alla cornice dove son l'anime angosciate dal carico che doma le superbe

lor cervici. Dio quassù coi nove cori d'angeli fedeli; l'Antidio laggiù

coi suoi nove cerchi di dannati, e con le sue tre teste e sei occhi, coi

suoi sei occhi e tre menti, con le sue sei ali e tre venti.

Dopo il gran dì continueranno le ruote delle nove spere celesti e non si

arresteranno i meandri sotterranei della _Styx_ noviens _interfusa_.

Questi cerchi saranno, per una indubitabile convenienza, nove, sebbene,

per un'altra convenienza, non alberghino se non sette, i sette, peccati.

Saranno nove. Ma l'inferno ha dieci ordini di puniti... No: in vetta al

monte solitario, nella foresta antica, saranno i pii poeti filosofi ed

eroi che non adorarono debitamente Dio. Saranno così veramente

_secreti_.

XXXIX.

L'ULTIMA VISIONE

Ogni cielo ha per motore un ordine di angeli. Dante enumera le gerarchie

con qualche diversità nel Convivio e nella Comedia. In questa segue

Dionigi, non solo nel novero ma anche negli uffizi dei singoli ordini.

La prima e più sublime gerarchia, di Serafi, Cherubi e Troni ha

quest'uffizio in S. Dionigi. Il nome di _Seraphim_ designa (mi limito

alle ultime parole del periodo) “una proprietà luciforme e illuminativa

che caccia e cancella ogni oscurità di tenebra„.[544] Dal comento del

gesuita Croderio (commento derivato da autorità più antiche, il quale

però non è assurdo citare a proposito di Dante) ricavo:

“Tropologicamente, in Ezechiele, i Serafini presentano il tipo

d'un'_umile_ e pronta e cieca obbedienza, mentre, coperta la faccia e

gli occhi, quasi rinunziando al proprio giudizio, e coperta la parte

inferiore del corpo, per la quale si designano gli effetti, ritengono

due ale spedite a volare, cioè a eseguire i divini comandi„.[545]

Ricordo che le ale loro son _sei_: due velavano la faccia e due i piedi:

le altre due erano pronte al comando. Risulta da ciò che i Serafini son

simili e contrari a Lucifero il quale ha _sei_ ali; e che son _umili_

quant'esso è _superbo_. Egli non aspettò lume, e quelli ritengono la

proprietà luciforme e illuminativa. Ed essi sono _igne_, e quello è

gelo. Il nome _Cherubini_ significa la loro virtù di conoscere e rimirar

Dio; ed essi (mi limito, come sopra) “la sapienza loro donata, _senza

invidia_ derivano e trasfondono agli inferiori.„[546] I cherubini “hanno

molti occhi a significare la moltitudine della cognizione„.[547] E qui

ricordiamo la pena degl'invidi nel purgatorio, i quali son fatti orbi, e

ricordiamo sopra tutto il facile etimo d'invidia, e ricordiamo che neri

cherubini son le Melebranche di Malebolge. (Inf. 27, 113) Per Dante a

quel che pare, non si dannò (oltre gli angeli _nè caldi nè freddi_, non

dannati e non beati) se non un Serafino, il più bello anzi dei Serafini,

per superbia, e molti Cherubini per invidia; per superbia e invidia che

sono, come ho detto, gli unici peccati di cui quelle creature spirituali

erano capaci. “Il nome di Troni dinota ciò che è separato da ogni

terrena bassura, senza alcuna mistione, e che è portato all'alto da

divino studio... in lui che è veramente sommo, immobile sta„.[548] Ecco

perchè sono i contemplanti nel cielo di Saturno cui muovono i Troni. E

il nome di Dominazioni indica “la dominazione liberalmente severa, che

inalzandosi sopra ogni abietta servitù e sopra ogni bassezza, libera da

ogni dissimiglianza, brama incessantemente la dominazione e il principio

della dominazione...„[549] Ecco il cielo di Giove, e la dominazione o

signoria giusta che in quel cielo trionfa. E il nome di Virtù indica,

per non dir altro, “una forte e inconcussa virilità„. Ecco il cielo di

Marte, e gli imperturbabili campioni della fede, e l'inconcusso animo di

Dante, apostolo della verità, che farà manifesta, checchè gliene

avvenga, la sua visione tutta.[550] Le Potestà significano “un ordine

senz'alcuna confusione nell'accogliere le cose divine, e una

intellettuale e supermondiale disposizione di potestà...; la quale con

animo invitto ordinatamente si diriga alle cose divine„.[551] Ed ecco i

dottori di scienza divina nel Sole, governato dalle Potestati. I

Principati hanno “la facoltà di principare (per così esprimermi) e

guidare in modo deiforme e con sacro ordine... e di rivolgersi

totalmente al sopraprincipale principato, e condurre gli altri

principalmente a quello...„[552] La ragione astrologica prevale, senza

dubbio, nel cielo Dantesco di Venere, mosso dai Principati; ma Carlo

Martello è un principe, e Cunizza è sorella di principe, e Folco fu

vescovo. E tutti e tre parlano di “principare„ in modo buono e retto; e

un d'essi, convertito appunto al sopraprincipale principato, indica ai

principi uno scopo divino nelle loro umane operazioni; il conquisto di

terra santa. Per gli Arcangeli udiamo il comentatore: “Arcangeli si

chiamano i sommi Nunzi che annunziano le somme cose. Loro uffizio è,

secondo Dionigi, rivelare le profezie: essi ancora le illuminazioni che

ricevono dai superiori annunziano agl'inferiori, e mediante loro, a

noi„. Sappiamo che cosa apprenda da Giustiniano e poi da Beatrice Dante

nel ciel di Mercurio. Di più: “secondo Gregorio, il loro uffizio è far

consapevoli gli uomini delle cose che pertengono alla promozione della

fede, e de' principali misteri, come la Natività del Cristo, e

simili...„. Il corso dell'aquila e la vendetta della vendetta son certo

di tali cose che gli arcangeli annunziano! Gli angeli, infine, “toccano

le cose più evidenti e mondane„.[553] Da ciò non indurremmo la

convenienza che Dante sentì di farli presiedere alle vergini sorelle che

mancarono forzatamente ai loro voti (sebbene tornano al _mondo_!).

Questa convenienza la induciamo da alcuno dei dodici ministeri, per es.

rimuovere gl'impedimenti del loro bene e le occasioni del male; aiutare

contro i nemici visibili; _eccitare al fervore_ (la volontà, se non

vuol, non s'ammorza! Par. 4, 76); _consolare_ (Dio sa qual fu la vita di

Piccarda! Par. 8, 308); rintuzzare le potenze contrarie, “_affinchè non

possano tanto nuocere quanto vogliano_„.[554]

Ma l'uffizio generale di tutti gli angeli è, come Dante afferma nel

Convivio, speculare e contemplare Dio, cioè la Maestà Divina in tre

persone. (Co. 2, 6) Gli ordini angelici, egli ammonisce, sono primi o

secondi o terzi “quanto al nostro salire a loro altezza„. Ora Dante

sale, nel suo paradiso, via via a ognuna delle loro spere, cioè

contempla, con loro e come loro, Dio ossia la Trinità. E contemplare la

Trinità è quella massima beatitudine a cui Dante arriva dalla “miseria„

sua umana. E ci arriva a grado a grado, per le nove sfere, mosse da nove

ordini d'angeli, che contemplano nel modo che egli assegna nel

Convivio.[555]

“Si può contemplare la potenza somma del Padre, la quale mira la prima

Gerarchia (Serafini, Cherubini e _Troni_), cioè quella che è prima per

nobiltade, e che ultima noi annoveremo: e puotesi contemplare la somma

sapienza del Figliuolo; e questa mira la seconda Gerarchia (delle tre

dee, Dominazioni, Virtudi e _Potestati_): e puotesi contemplare la somma

e ferventissima carità dello Spirito Santo; e questa mira la terza

Gerarchia (_Principati_, Arcangeli e Angeli), la quale più propinqua a

noi porge delli doni che essa riceve. E conciossiacosachè ciascuna

Persona nella divina Trinità triplicemente si possa considerare, sono in

ciascuna Gerarchia tre ordini che diversamente contemplano. Puotesi

considerare il Padre, non avendo rispetto se non ad esso, e questa

contemplazione hanno li Serafini, che veggiono più della prima Cagione,

che alcun'altra Angelica natura. Puotesi considerare il Padre,

secondochè ha relazione al Figliuolo, cioè come da lui si parte, e come

con lui si unisce, e questo contemplano li Cherubini. Puotesi ancora

considerare il Padre, secondochè da lui procede lo Spirito Santo, e come

da lui si parte, e come con lui si unisce; e questa contemplazione fanno

i _Troni_. E per questo modo si puote speculare del Figliuolo e dello

Spirito Santo„. (Co. 2, 6) Poniamo ora tutti questi modi, con vicino il

loro cielo e i loro ordini d'angeli.

Luna: Angeli { carità dello |[556] . . . . . .

Mercurio: Arcangeli { S. S. | . . . . . . . .

Venere: _Principati_ { | . . . . . . . .

Sole: _Potestati_ { sapienza del | . . . . . . . .

Marte: Virtudi { F. | rispetto al F.

Giove: Dominazioni { | . . . . . . . .

Saturno: _Troni_ { potenza del | in relazione allo S. S.

Cielo Stellato: Cherubini { P. | in relazione al F.

Primo Mobile: Serafini { | rispetto al P.

Osservo, prima di tutto, che dei trentatrè canti del paradiso sono

assegnati alle prime tre sfere, nove, più parte del decimo; alle seconde

tre, il resto del decimo e gli altri sino al vigesimo; alle ultime tre i

canti del vigesimo primo al trigesimo non intero; chè al verso 38 Dante

è nell'Empireo. Per quanto la divisione non sia netta, possiamo arguire

che il Poeta ha dato a ognun de' tre ternari, un dieci, numero perfetto,

serbando per l'Empireo una triade di canti. Ed è notevole che nel

ternario mediano di sfere, risuonano tre volte le tre voci _Cristo,

Cristo, Cristo_; la prima nel Sole (12, 71), la seconda in Marte, (14,

104) la terza in Giove. (19, 104) E notevolissimo è poi che de' tre

ultimi canti, che avanzano alle tre decine, quello di mezzo, ossia il

trigesimo secondo, contenga di nuovo le tre voci. (32, 83) E in quel

regno centrale del Sole Marte e Giove, dove fiammeggia la _croce_ dei

combattenti, tra la _corona_ de' savi dottori e l'_aquila_ dei giusti

regnatori, Dante è chiamato Figlio dal suo tritavolo e da lui fatto

imperturbabile nella sua divina missione. Sol chi consideri questi più

sacri segni che parole, queste imagini di luce in cui Dante, come i suoi

beati, luminosamente s'asconde, potrà stupire avanti quell'abisso di

grandezza consapevole, che era l'anima dell'esule fiorentino.

Per quanto i singoli ordini contemplino specialmente una persona

rispetto all'altra, contemplano però sempre la Trinità in due persone o

in una sola delle tre. Onde la menzione, espressa o implicita, della

Trinità da per tutto.[557] Anche qui è da considerare come la lauda

della Trinità sia tre volte nel paradiso: la prima (13, 26) e la seconda

(14, 29) nel Sole, e la terza volta, più solenne,

Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo

cominciò gloria tutto il Paradiso,

nel cielo delle stelle; e appunto al principio del canto vigesimo

settimo: tre volte nove. Premesso questo, ricordiamo che in ognuna delle

sfere è un dono dello Spirito. Ora io congetturo che la gloria della

Trinità sia cantata in quelle sfere appunto in cui essendo la

contemplazione delle due prime persone, elleno facciano insieme con lo

Spirito che è presente col suo dono, la Triade. Così, vediamo che nel

primo ternario in cui è la contemplazione dello Spirito, la Triade a

questo modo non può formarsi. Si formerà dunque nel Sole, che conterrà

quindi la contemplazione del Figlio in relazione con la potenza del

Padre, come è nel Cielo stellato che contempla il Padre col Figlio. Così

possiamo aver intero l'ordine con molta probabilità.

PM. Serafini | | rispetto al P. | Spirito di timore

| Pot. del | |

CS. Cherubini | | col F. | „ di pietà P.F.SS.

| P. | |

Sat. Troni | | con lo SS. | „ di scienza

Giove. Dominazioni | | con lo SS. | „ di fortezza

| Sap. del | |

Marte. Virtudi | | rispetto al F. | „ di consiglio

| F. | |

Sole. Potestadi | | col P. | „ d'intelletto

| | | F.P.SS.

Ven. Principati | | col P. | „ di sapienza

| Car. | |

Merc. Arcangeli | | col F. | _Sermo scientiae_

| dello SS.| |

Luna. Angeli | | rispetto allo | _Sermo sapientiae_

| | SS. |

Nel cielo della Luna e degli Angeli, deve contemplare lo Spirito in sè

stesso. Dice invero: (Par. 1, 73)

S'io era sol di me quel che creasti

novellamente, _Amor_ che il ciel governi

tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni

desiderata, a sè mi fece atteso,

con l'armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso

dalla fiamma del sol...

Poi Beatrice esclama: (ib. 2, 29)

Drizza la mente in Dio grata...

che n'ha congiunti con la prima stella.

L'amore lo levò, Dio lo congiunse: come a dire, lo Spirito è Dio.

Beatrice è in questo cielo chiamata, (ib. 3, 1)

quel sol che pria d'_amor_ mi scaldò il petto;

e amanza del primo amante, (4, 118) ed è piena di faville d'amore. (ib.

139) Piccarda alla domanda del Poeta, risponde subito: (3, 43)

La nostra _carità_ non serra porte

a giusta voglia...

e soggiunge:

li nostri affetti, che solo infiammati

son nel piacer dello _Spirito Santo_...

e aggiunge: (ib. 70)

Frate, la nostra volontà quieta

virtù di _carità_...[558]

essere in _caritade_ è qui necesse...

_divina voglia..._

allo re che 'n suo _voler_ ne _invoglia_...

In la sua _volontade_...

Infine Piccarda conclude cantando la salutazione dell'angelo alla sposa

dello Spirito. (ib. 121) E sempre è qui la nota del desiderio di sapere

e del caldo d'amore e della luce. E infine gli spiriti di questo pianeta

macchiato sono tali in cui la volontà un poco s'ammorzò, e della libertà

del volere si ragiona. Ora la volontà è in noi ciò che lo Spirito è

nella Triade. E si menziona la _mala cupidigia_, ben diversa da quella

che fa _cupido_ l'ingegno di Dante: (ib. 5, 79 e 89) ora cupidigia mala

è quella che si liqua in volontà ingiusta, e la buona, cioè il retto

amore, in volontà benigna.

Nel secondo regno del cielo, mosso degli Arcangeli, si contempla lo

Spirito col Figlio. Lume, grazia, desio, ardore sono nel cielo di

Mercurio. Giustiniano si nasconde nel suo raggio; (ib. 5, 136) e parla

dell'aquila, che è molto affine alla colomba dello Spirito, dell'aquila

che altra volta noi vediamo scendere con penne d'oro, e terribile come

folgore; (Pur. 9, 20) e dice di sè: (ib. 6, 41)

per _voler_ del _primo Amor_ ch'io sento

dentro alle leggi trassi il troppo e il vano.

Questo, per lo Spirito: o il Figlio? Giustiniano dice che l'aquila

romana ebbe la gloria di far la vendetta di Dio, sottomettendo al suo

potere il suo Figlio. Il che Beatrice dichiara, ragionando a lungo della

redenzione, per la quale il _Verbo_ di Dio (ib. 7, 3)

la natura che dal suo Fattore

s'era allungata, unio a sè in persona

con l'alto sol del suo eterno _amore_.[559]

Nel cielo di Venere e dei Principati si contempla lo Spirito col Padre.

Lo sfavillare, l'ardore, il cielo e l'amore crescono. Gli spiriti nella

luce sono come il baco nel bozzolo di seta. Tutto quel vedere e

mostrare, onde risulta che qui è lo Spirito di sapienza, indica che qui

è anche la contemplazione dello Spirito Santo. Ora il vero, che il pien

d'amore principe d'Angiò mostra a Dante, qual è? (Par. 8, 97)

Lo Ben che tutto il regno che tu scandi

volge e contenta, fa esser _virtute_

sua provedenza in questi corpi grandi.

Questo Bene è la prima persona della Trinità, è il Padre, ossia la

Potestà o Virtù; e Carlo Martello dichiara come essa Virtù si deleghi,

per così dire, ai cieli. E in altri modi ha il Poeta significata la

contemplazione dell'_amore_ in relazione alla podestà. Non sono qui

nominati sì i Troni e sì i Serafini che sono del primo ternario e

contemplano il Padre nello Spirito, i primi, in sè stesso, i secondi?

(Par. 9, 61, 77) Non si nomina reiteratamente il “Valore ch'ordinò e

provvide„? (ib. 105)

Salendo al Sole, che è delle Podestadi le quali contemplano la sapienza

del Figlio in relazione con la potenza del Padre, il Poeta esclama: (ib.

10, 1)

Guardando nel suo _Figlio_ con l'_Amore_

che l'uno e l'altro eternalmente spira,

lo primo ed ineffabile _Valore_,

quanto per mente o per occhio si gira

con tanto ordine fe...

Leva dunque, lettore, all'alte rote

meco la vista...

E lì comincia a vagheggiar nell'_arte_

di quel Maestro, che dentro a sè l'_ama_

tanto che mal da lei l'occhio non parte.

Così si forma il concetto della Trinità. Dio con sapienza tutto ha

disposto, e _ama_ l'opera sua _sapiente_:[560] ossia guarda nel Figlio

(che è la Sapienza) con Amore (che è lo Spirito Santo). E comincia un

trattato su codest'_arte_ del Maestro, di cui il Sole è ministro

maggiore, (ib. 28) e a questo concetto si unisce quello dell'amore,

tanto che Beatrice è dimenticata. (ib. 59) E S. Tomaso parla a Dante,

ricordando (ib. 83)

lo raggio della grazia, onde s'accende

verace amore, e che poi cresce amando...

Dante _vuol sapere_ e non ha bisogno di dire che cosa. Spiriti sapienti

sono a lui mostrati, e tra gli altri il più sapiente degli uomini. Ma

più rifulge il concetto della Sapienza nell'Amore, e più si mostra

l'ingegno di Dante che l'esprime, nell'elogio de' due Principi, ordinati

in favore della Sposa del Cristo. Udite: (Par. 11, 37)

L'un fu tutto Serafico in _ardore_,

l'altro per _sapienza_ in terra fue

di cherubica luce uno splendore.

Ebbene lodando l'uno, si loda anche l'altro. La nota dell'amore

accompagna sempre Francesco, (ib. 63, 74, 77, 114) il quale pure è

assomigliato a Gesù (ib. 107) che è la Sapienza. E pien di amore è

raffigurato Domenico (ib. 12, 55, 61), il quale è pur il sapiente de'

due. (ib. 58) Ecco, invero, risuonare le tre grida: Cristo! Cristo!

Cristo! (ib. 71) Così in lui s'intrecciano le due idee d'amore e di

sapienza: (ib. 74)

il primo _amor_ che in lui fu manifesto

fu al primo _consiglio_ che diè _Cristo_...

per _amor_ della verace manna

in picciol tempo _gran dottor_ se feo.

Ed è da notare che l'elogio dell'_amoroso_ è pronunziato da un

_sapiente_, e quello del _sapiente_ da un _amoroso_. Inoltre il dubbio

risolto da S. Tomaso si appunta sulle generazioni, che, amando, fa Dio;

(ib. 13, 52) sulla sapienza che non si disuna dal Padre e dell'Amore. Ed

è fatto intelligibile il mistero della relazione della Sapienza e

dell'Amore, con le parole, che l'ardore seguita la visione, ossia quanto

più s'ama, più si vede o sa. (ib. 41) E si conclude: (ib. 76)

O vero sfavillar del _Santo Spiro_,

come si fece subito e candente

agli occhi miei che vinti nol soffriro!

Ma Beatrice sì bella e ridente

mi si mostrò....

(Beatrice è la _Sapienza_). E qui dunque le tre Persone si ritrovano

tutte e tre: e così risuona il canto mistico: (13, 25)

Lì si cantò non Bacco, non Peana,

ma tre Persone in divina natura,

e in una persona essa e l'umana;

e l'altro: (14, 28)

Quell'uno e due e tre che sempre vive,

e regna sempre in tre e due e uno,

non circoscritto, e tutto circonscrive.

tre volte era cantato da ciascuno

di quegli spirti...

La stella affocata è mossa dalle Virtudi che contemplano la Sapienza del

Figlio nel Figlio. Ecco invero la croce, ecco le tre voci, Cristo!

Cristo! Cristo! (ib. 95, 104) In questo cielo dedicato al Figlio, Dante

è chiamato figlio, è abbracciato, lodato, istruito, consigliato,

confortato come figlio. In questo cielo della Sapienza, la Sapienza

personificata in Beatrice lo regge nelle sue domande che altrove fa da

sè o nemmeno esprime. Qui la Sapienza medesima arride un cenno a Dante,

(ib. 15, 71) prima che parli; ride, quando incomincia col _voi_ romano

(ib. 16, 14); gli dice che parli e gli soggiunge il perchè deve parlare;

che è un savio perchè; (ib. 17, 7) onde Dante si rivolge all'ultimo

ancora a destra (a _destra_, notiamo) per vedere il suo dovere in

Beatrice. (18, 52) Inoltre i discorsi di Cacciaguida sono un piccolo (o

grande e grandissimo) _libro di Sapienza_, applicata alla _Terra_ nativa

di lui e di Dante. Infine, ciò che più monta, qui si dirime

vittoriosamente il contrasto tra la Sapienza e la Ventura o Fortuna, la

quale non può prevalere contro la sua contraria. (16, 84; 17, 24 e 26)

Dante è amico di Beatrice, che qui gli accenna, gli ride, gli

suggerisce, “e non della Ventura„.[561] Nel Verbo del suo trisavo il

Figlio si acqueta, “tetragono ai colpi di ventura„.

Giove è delle Dominazioni che contemplano la Sapienza del Figlio

rispetto alla carità dello Spirito. Anche qui risuonano le tre voci,

Cristo! Cristo! Cristo! (Par. 19, 104) Continua qui, per così dire, il

_liber sapientiae_, di cui le prime parole sono scritte dai beati coi

loro stessi splendori: _Diligite iustitiam qui iudicatis terram_. Questo

per la Sapienza. Ora vediamo per lo Spirito Santo. Nella giovial facella

è l'Aquila che è figurazione connessa allo Spirito Santo, e l'Aquila è

composta di molti _amori_, (19, 20) ed è contesta “di laude della divina

grazia„ (ib. 37), anzi “di lucenti incendi dello Spirito Santo„ (ib.

100); e il _dolce amore_ ardeva (20, 13)

in quei flavilli

ch'aveano _spirto_ sol di pensier _santi_;

e poi si sente “un mormorar di fiume„; e dell'aquila la pupilla è “il

cantor dello Spirito Santo„. In tanto teniamo per fermo che se il primo

ternario è dell'Amore, il secondo è della Sapienza, cioè di Cristo!

Cristo! Cristo! tre volte ripetuto. La croce scintilla nella sfera di

mezzo di questo ternario. Nella sfera di mezzo la Sapienza vince la

Fortuna. E la corona dei dotti di scienza divina precede, e l'aquila dei

re giusti segue il segno in cui si vince.

Saliamo in Saturno, che è dei Troni che contemplano il Padre con lo

Spirito. Essi sono gli specchi in cui rifulge Dio giudicante. (Par. 9,

61) E Dante deve diventare un Trono anch'esso: (ib. 21, 16)

Ficca dietro agli occhi tuoi la mente,

e fa di questi specchio alla figura

che in questo specchio ti sarà parvente.

Ora si osservi il predominio, dirò così, del Padre, nella contemplazione

di questa sfera contemplativa, in cui tacciono i canti e Beatrice non

ride; si legga: (ib. 83)

Luce divina sopra me s'appunta...

La cui virtù con mio veder congiunta

mi leva sovra me tanto, ch'io veggio

la _somma Essenzia_...

Ora l'unione con lo Spirito. Il contemplante scende giù dalla scala per

tanto e tanto _amore_; (ib. 67 sg.) amore che è libero e segue la

provvidenza eterna. (ib. 74) L'alta _carità_ lo fa servo con gli altri

(ib. 70): egli è un _amore_; (ib. 82) e parla di Cephas e del gran

vasello dello Spirito Santo. (ib. 127) E un altro parla della _carità_

che arde tra loro. (ib. 22, 32)

Siamo tra le gloriose stelle. Ivi sono i Cherubini che contemplano la

Potenza del Padre nella Sapienza del Figlio. Ecco le schiere del trionfo

di Cristo! (ib. 23, 20) Quivi è la _Sapienza_ e la _Possanza_! (ib. 37)

Dante è fatto _possente_ a sostenere lo riso di Beatrice, cioè la

dimostrazione della _Sapienza_. (ib. 47) E apparisce, per la ragione

sopra detta, anche lo Spirito, in quell'_amore_ angelico che gira

intorno a Maria; (ib. 103) e si parla qui come altrove, della larga

ploia dello Spirito Santo, (24, 91) e di coloro che furono fatti almi

dall'ardente Spirto. (ib. 138) E si canta gloria (27, 1)

al Padre al Figlio allo Spirito Santo.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 34 / 42 段