che fu l'ispiratrice del gran viaggio, l'occhio nella Trinità. A un
tratto la mente è percossa “da un fulgore in che sua _voglia_ venne„.
Poi il suo _velle_ è volto. Da chi? Dall'_Amore_. La terza cantica è del
=velle= che corrisponde alla terza persona della Trinità: al primo Amore
o Spirito Santo. Una tomba che vaneggia, una fonte che gorgoglia, una
ruota che gira, sono le tre imagini con le quali si chiudono le tre
cantiche, in cui Dante dice: _Sum et novi et volo_. Egli, per ricorrere
ad altra opera del medesimo autor di Dante, _est_, _videt_, _amat_, o
_viget_, _lucet_, _gaudet_. Uscito dall'aura morta, _est_ e _viget_;
portato da _Lucia_ alla porta della purgazione e passato attraverso il
fuoco della visione, _videt_ e _lucet_; col suo volere mosso dall'amore
pien di letizia, _amat_ e _gaudet_. _Essentia_, _Scientia_
(=_Sapientia_), _Amor_ sono le tre parole di S. Agostino che Dante
avrebbe messe come titolo alle sue tre cantiche.[516]
Ma questi tre concetti s'intrecciano nella fantasia di Dante in mirabili
modi, che noi appena appena possiamo imaginare. Certo vediamo che il
_velle_ e il _nosse_ è con l'_esse_ nella prima cantica, rispondendo
forse alla formula agostiniana ultima: _Volo esse et scire_. La “virtù
possente„ per la quale, vinte la dubbiezza e la viltà, entrò dalla porta
oscura, e morì e si seppellì, è bene il volere. (Inf. 2, 11) Volle Dante
riapplicare al sacramento lustrale, ricevuto da bimbo, la sua volontà.
Volle morire, per rinascere, esser sepolto per riveder le stelle
(quattro spiccano lucide nel cielo australe), volle _esse_, e volle
_scire_. Egli si mise nell'alto passo e nell'altro viaggio, con lo
_studio_, con un savio che tutto seppe; e da lui a mano a mano imparava
e con lui vedeva e per lui sapeva. Egli dice dunque nella sua prima
cantica: _Volo esse et scire_. E invero nella seconda può dire _sum_,
perchè è risorto o rinato, _sciens_, perchè dallo studio è stato addotto
all'arte e alla sapienza, _et volens_, perchè donde bevve quell'onda
santissima? Da _Eunoè_, ossia dal buon volere. E non è, l'ascendere di
grado in grado, tutto una purificazione, tutto un alleggerimento della
volontà, dalle macchie e dai pesi che la tirano giù? sì che all'ultimo,
libero dritto e sano è l'arbitrio, e l'uomo è vago di girare e penetrare
la divina foresta? e dopo essere stato tuffato nell'oblìo di quei pesi e
di quelle macchie, e dopo aver bevuto il supremo ristoro di quel volere,
_vuole_ salire alle stelle, essendo puro e disposto; e perciò sale? E
lassù di sfera in isfera giunge a quello stato di coscienza divina e
perfetta, in cui può dire, _Scio esse me et velle_, tratto com'è nel
moto circolare dallo Spirito Santo che illumina, e che è sol quello che
può far sì ch'uomo dica: _Scio_.
_Scio_, cioè _novi_, cioè _vidi_. La terza cantica è propriamente quella
nella quale Dante può dire: _Vidi_. Tutto il viaggio è di
contemplazione; ma le prime due descrivono l'esercizio, contemplativo
sì, ma di vita attiva, esercizio che _dispone_ alla contemplativa
propriamente detta. La quale è propriamente narrata e descritta nel
paradiso, dove, Dante dice; _Fui io e vidi_; (Par. 1, 5) il che è più
solenne del primo: _ciò ch'io vidi_. (Inf. 2, 8) Più solenne, come si
scorge dalla reiterata e raddoppiata invocazione; più solenne, come si
scorge dal tacito confronto con le parole sottintese di S. Paolo: _Scio
hominem in Christo..._ (_sive in corpore nescio, sive extra corpus
nescio, Deus scit_), _raptum huiusmodi usque ad tertium caelum_.[517]
Dante che nei due primi regni è stato un eroe della vita attiva (un
_pius vates_, se non un guerriero) che ha contemplato, un Enea novello
che discende agli inferi e riesce all'Elisio, che entra lì per lamenti
feroci e qui per canti, (Pur. 12, 113) come l'Enea antico, (_Aen._ VI
274 sq. 557, e poi 644, 657) ora è quell'altra persona che nel
principio, dubitando, negò di essere: è Paolo, e tutto e perfettamente
contemplativo.
E che vide? Cioè, che contemplò? La Trinità a parte a parte, e poi
insieme, il Dio uno e trino, per ispirazione della Vergine Madre, sposa
dello Spirito Santo. La quale inizia e termina il poema sacro.[518]
XXXVIII.
LO VAS D'ELEZIONE
Ripensiamo al Giacobbe, che, con lena affannata quasi per una lotta
sostenuta nelle ore antelucane, al passo della selva oscura, zoppicando
s'avvia per la piaggia diserta. Quel Giacobbe ormai pensa soltanto _quae
Dei sunt_ e in ispirito vola libero al cielo, ed è divenuto Paolo.[519]
Egli dopo aver chiesto al buon Apollo di farlo “_vaso_ del suo valore„,
(Par. 1, 14,) vaso come Paolo, (Inf. 2, 28; Par. 21, 128) è ratto al
terzo cielo, che è quello della visione e corrisponde alla cornice del
purgatorio dove è il fuoco che monda la vista; sino al terzo cielo e più
su. Egli passa per i sette gradi delle beatitudini preannunziate nel
purgatorio... Ma le sfere sono nove, più l'empireo. E già: questo numero
nove è anche nell'inferno e nel purgatorio, che hanno un antinferno e un
antipurgatorio, diviso in due regioni. Nell'inferno, ignavi del
vestibolo o battezzati invano o invano dotati della libertà del volere,
la quale essi non usarono per _operare_; e non battezzati, parvoli e
magni, del limbo, che non ebbero il lume senza il quale non si può
meritare, ed ebbero, cioè, un difetto originario e radicale che li
impedì di vedere o _contemplare_. Nel purgatorio peccatori resisi a Dio
nell'estremo della vita, scomunicati o no: scomunicati, che, per ciò,
furono esclusi in vita dal ben meritare, come non avessero avuto
battesimo; indugiatori semplici che in vita ebbero inerte il volere sino
all'ultimo: gli uni dunque affini a quelli del limbo, gli altri a quelli
del vestibolo:[520] in ordine, dunque, inverso, come gli accidiosi del
purgatorio stanno in ordine inverso con gli accidiosi dell'inferno;
essendo nominati nella quarta cornice primi quelli in vedere, secondi
quelli in acquistare, mentre nel quinto cerchio sono tali di cui bontà
non fregia la memoria, e nel sesto tali che ebbero e hanno mala luce.
Nel paradiso le prime due sfere costituiscono un antiparadiso analogo.
Invero nella prima sfera sono quelli in cui volontà s'ammorzò, come nel
vestibolo sono tali in cui volontà fu spenta; nella seconda sono quelli,
che a ben far poser gl'ingegni, come gli spiriti magni del limbo. Anche:
la luna è simbolo che riguarda la vita attiva. Mercurio è stella più
luminosa della luna, sebben velata anch'essa un poco; e che è in
proporzione del fioco lume che è nel vestibolo e del lume che è nel
limbo (lume però che non è lume). Anche: nella sfera della luna vi è
_sermo sapientae_, e in Mercurio _sermo scientiae_, il che pare
accordarsi con la disposizione de' due luoghi dello inferno, perchè nel
limbo è manco di _sapientia_ e abbondanza di _scientia_, mentre nel
vestibolo è sì la _sapientia_ infusa col battesimo, e manca ogni
_scientia_, e ogni operazione, quindi, e di vita attiva e di
contemplativa. Perchè questo dal pensier di Dante, riesce evidente che
senza la _sapientia_ la _scientia_ non è meritoria; ma la _sapientia_
senza la _scientia_ è nulla, è invano. Or nel vestibolo del paradiso,
nella stella macchiata e nel pianeta velato, dove godono spiriti in
qualche modo difettivi, perchè il loro _vóto_ fu _vòto_, e la loro vita
troppo esclusivamente attiva; in codesto vestibolo è, come ho detto,
_sermo sapientiae_ e _sermo scientiae_. Dante, io credo e vedo, ne' suoi
inizi di Paolo, ricorda il versetto del Vas d'elezione: _Alii quidem per
Spiritum datur ~sermo sapientiae~; alii autem ~sermo scientiae~ secundum
eumdem spiritum_.[521] Invero nella sfera della Luna parla a Dante la
_Sapienza_ in persona, Beatrice, e gli parla delle macchie della luna e
dell'ordine delle sfere e del ritorno dell'anima alle stelle e della
natura del voto: tutta materia speculativa. Nella sfera di Mercurio
parla a Dante la _Scienza_ in persona, Giustiniano, il raccoglitore e
purgatore delle leggi; e gli parla del corso dell'Aquila Romana e della
giustizia: materia di vita attiva o civile o di governo. _Sermo
sapientiae_: il discorso di Beatrice; _sermo scientiae_: il discorso di
Giustiniano.
E qui occorre osservare che, in certa guisa, le prime due cantiche sono
in dominio della _scientia_ o dell'arte, e l'ultima e sublime è
irraggiata dalla _sapientia_ o contemplazione. Si capisce: nelle prime
due cantiche è Virgilio in principio e Matelda infine (l'ultime parole
nell'ultimo canto del purgatorio riguardano un'operazione di Matelda e
un'ispirazione dell'arte). Beatrice che apparisce quando Virgilio
sparisce, illumina e riempie di sè la terza cantica. Si capisce e
s'intuisce; ma c'è anche una prova dottrinale d'altro genere.
Nell'inferno e nel purgatorio vedemmo le figurazioni dei sacramenti.
Ebbene nel libro che Dante studiò sin dall'adolescenza è questa
dottrina: “Il _sermo scientiae_, nella quale scienza sono contenuti
_tutti i sacramenti_, che variano ne' tempi come la luna... quanto
differisce da quel candor di sapienza, di cui gode il... _dì_ tanto sono
nel principio della _notte_„.[522] Ora ricordiamo l'opera di _Lucia_ e
nell'inferno e nel purgatorio, di _Lucia_ che con la luna ha attinenza;
ricordiamo che tutto il tempo passato nell'inferno è una notte rispetto
al purgatorio, e tutto il tempo passato nell'inferno e nel purgatorio è
di nuovo una notte rispetto al paradiso; ricordiamo, _Nox praecessit,
dies appropinquavit_;[523] ricordiamo infine che il battesimo e la
confermazione sono indicati nel passaggio dell'Acheronte e dello Stige;
che l'olio santo e l'ordine sacro sono raffigurati alle radici e in
vetta del monte santo; che la penitenza e l'eucaristia sono presentati
nel tuffo in Letè e nel bere ad Eunoè; e che le nozze purissime e
celestiali sono la conclusione di tutti sei: noi potremo dire che Dante
ha posto la _scientia_, nelle prime due cantiche, e la _sapientia_
nell'ultima.[524]
Con Venere cominciano le beatitudini, e si scorgono i singoli spiriti.
In Venere è la beatitudine dei mundicordi, ai quali è promessa la
visione. In vero la nota dominante è vedere, antivedere, discernere,
mostrar la verità; e la stella raggia d'amore. Vi è il dono della
sapienza, che consiste nella cognizione della verità; e in essa è
definito il conoscere: _Dio vede tutto e il tuo veder s'inluia_; e Carlo
Martello dice a Dante: _s'io posso mostrarti un vero_.[525] Nel Sole è
la beatitudine dei famelici, e il dono dell'intelletto. Vi domina la
nota di cibo e convivio. In Marte è la beatitudine dei sizienti, il dono
è il consiglio. Vi domina la nota di sete e di liquore.[526]
L'intelletto e il consiglio sono per ben giudicare nella via speculativa
e nella via pratica. Si paragonino i ragionamenti dei due dottori e
quelli di Cacciaguida: si vedrà che differiscono per ciò che
l'intelletto differisce dal consiglio.[527] E nel cielo di Giove è la
beatitudine promessa a quelli che _lugent_, e il dono è di _fortitudo_.
C'è invero, nella giovial facella, molto gioviale aggirarsi e volare e
cantare, e letizia e piacere. E i beati di tale sfera formano una
milizia del cielo.[528] E l'aquila della giustizia è ispirata certo da
quella virtù che mancò ai gran regi del brago. In Saturno è la
beatitudine dei pacifici. A ciò bisogna ricordare il fatto, che questa è
l'ultima delle beatitudini nel Vangelo di Matteo, la quale perciò dai
Padri e Dottori fu interpretata in modo analogo a quella dei mundicordi
che la precede. S. Agostino, per esempio, dice, a dichiarare il _beati
pacifici_: “_Nemo ~sine pace~ videt istam visionem_„.[529] S. Tomaso
pone quest'ultima beatitudine insieme con la penultima e dice
che appartengono tutte e due “alla felicità o beatitudine
_contemplativa_„;[530] le dice tutte e due “effetti della vita attiva
per i quali l'uomo è disposto alla vita _contemplativa_„.[531] Ora in
Saturno sono i santi _contemplativi_. Di più v'è il corrispondente dono
della scienza per cui s'apprende la verità nelle cose umane. Ed ecco, il
discorso di Marco Lombardo si trasforma costassù, nel cielo dei
contemplanti, in due invettive che riguardano la vita bensì umana, ma di
pastori e di monaci; e Pier Damiano e Benedetto parlano della
_mondanità_ e _secolarità_ degli uomini _contemplativi_.[532] La
beatitudine de' misericordi e il dono della pietà sono nel cielo delle
stelle fisse. In esso troviamo dunque la pietà nel senso umano e la
pietà nel senso divino. Maria in sè riassume l'una e l'altra: in lei
misericordia! in lei pietate! O dolci imagini di uccello che cova i suoi
nati, di fantolino che tende le braccia inver la mamma, di pecora
serrata nella notte fuor dell'ovile! O imagini sublimi di tre apostoli
che esaminano intorno alle virtù teologali, e incoronano lassù il
bandito, l'esule, il dannato a morte di guaggiù![533] Nel nono cerchio è
certo la beatitudine dei _pauperes spiritu_, e il dono del timor di Dio.
In esso si mostrano gli angeli che furono fedeli, e furono, cioè,
l'opposto di colui che scende folgoreggiando dal cielo nella prima
cornice del purgatorio e che è costretto da tutti i pesi del mondo nella
ghiaccia ultima dell'Inferno.[534]
Le beatitudini corrispondono ai doni dello spirito; le une e gli altri
alle sette macchie o cicatrici del purgatorio, e perciò ai sette peccati
dell'inferno. In paradiso corrispondono ai cieli; dunque ai cieli
corrispondono in qualche modo i peccati; e questo modo sarà, è
intuitivo, per il contrario. I singoli cieli iniziano, diremo, i
movimenti dai quali viene, per il libero arbitrio donato agli uomini, o
un male o un bene, che si troveranno perciò in un'opposizione e in una
somiglianza tra loro. (Pur. 16, 73)
La cosa è evidentissima per il cielo di Venere, che iniziò certo i
movimenti per cui Francesca si danna, per cui Dante attraversa il fuoco
purificatore, per cui Carlo Martello, con mondo il cuore e l'occhio,
_vede_. In tutti e tre è l'_amore_, è l'influsso del bel pianeta ch'ad
_amar_ conforta. Ma per gli altri cieli? Rispondo subito che
l'astrologia assegnava alle sfere influssi così diversi e contrari, che
Dante non aveva che trascegliere, per far sì che da ogni cielo emanasse
e un peccato e una virtù, e un castigo e un premio, e un vizio e un
dono. E vediamo come egli si comportò.[535]
I cieli sono nove, e i peccati sono sette. Ma Dante lesse certo nel
comento all'alta tragedia queste parole: la terra “è sotto tutti i
cerchi, vale a dire, sette pianeti, Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere,
Mercurio, Luna, e i due grandi. Di ciò quell'_et novies Styx interfusa
cohercet_. Perchè _con nove cerchi_ cinge la terra„.[536] Ecco nove
cerchi infernali messi in relazione con i nove cieli. Abbiamo veduto
come Dante compia questo numero di nove, aggiungendo ai sette peccati,
sì nell'inferno e sì nel purgatorio, due _difetti_, non propriamente
_reità_: difetti nel volere. E il modo è sottile e sembra intricato.
Nell'inferno il numero nove si ottiene o contando nel novero quelli del
vestibolo e tralasciando i sepolti nell'arche, per il fatto che sono
sepolti, e sono allo stesso piano del quinto cerchio; o tralasciando nel
novero gli sciaurati per il fatto che sono oltre Acheronte e non hanno
nè possono avere la seconda morte, e contando gli eresiarche. Nell'un
caso e nell'altro, ai sette peccati sono aggiunti due _difetti_. Nel
primo: difetto totale di volontà, nella vita attiva; difetto, quasi
involontario, di volontà, nella vita contemplativa; difetto di volere e
difetto di lume che governa il volere; vestibolo e limbo; peccato
originale, non ostante il battesimo e per mancanza di battesimo. Nel
secondo: difetto quasi involontario di lume; volontario e malizioso
difetto di lume, ossia _mala luce_. Nel purgatorio, sono pure, oltre le
sette macchie, due difetti: degli scomunicati esclusi dal meritare, e
degli indugiatori, che aspettarono, gli uni e gli altri, il fin della
vita per i buoni sospiri: _non vollero_, insomma, prima. E si aggiunge
la valletta amena dei principi intorbidati alquanto dalla cupidità,
oltre che per altro, anche per dare all'antipurgatorio codesta nota di
colpa originale e di _languor naturae_ conseguente; poichè il serpente
del primo peccato ivi si mostra dove sono i fiacchi, gl'inerti,
gl'irresoluti. Nel paradiso dove Dante s'imbatteva nella difficoltà
contraria a quella che incontrava nei primi due regni, che avevano a
contenere sette peccati e corrispondere alle nove sfere, mentre
nell'ultimo nove sfere dovevano corrispondere a sette peccati; nel
paradiso Dante crea nei cieli della Luna e di Mercurio un antiparadiso,
dove fa che si mostrino spiriti difettivi; nella contemplazione (i
religiosi che ruppero forzatamente i voti) e nell'azione (i virtuosi,
perchè onore e fama lor succedesse). Ma ciò può ridursi a norma
astrologica? Può insomma riferirsi agl'influssi della Luna e di
Mercurio, questo difetto sì degli sciaurati e sì degli spiriti magni, sì
degli scomunicati e sì degli indugiatori e dei principi macchiati in
qualche parte di cupidità, sì di Piccarda e sì di Giustiniano? Dico
subito che la Luna è stella macchiata e Mercurio è pianeta velato:
difettivi anch'essi. Ma non basta.
L'anima ha dalla luna (è in Macrobio) la facoltà “di piantare e
accrescere il corpo„, sì che al principio quaggiù “prova un silvestre
tumulto, ossia l'_hyle_ (_silva_ e materia) che influisce„ su lei.[537]
Giovi ricordare e la selva oscura e gli uomini arborei del vestibolo e
la selva di spiriti spessi del limbo, e l'adolescenza che è
“accrescimento di vita„, nella quale si smarrì Dante, e la parvolezza
d'animo nel vestibolo e d'età nel limbo: non si durerà, credo, fatica a
riconoscere come queste imagini e questi concetti siano sotto
l'influenza della Luna. Aggiungo ch'ella “nutrisce i metalli e _le
piante_„;[538] e che “ama la Flemma, il Verno, il Freddo l'Humido,
l'Acqua (ricordiamo Belacqua, e per l'acqua e per la flemma)„; e che è
“Dea„ sì di molti altri, e sì di “Mobili, Instabili... Timidi„. Aggiungo
che Dante ricorda “il freddo della Luna„. (Pur. 19, 2) E così vediamo
come sotto quest'unica influenza della luna, stia la selva e l'atrio,
vestibolo e limbo, dell'inferno, e parte dell'antipurgatorio e parte
dell'antiparadiso. Nè se ne sottrae il cimitero degli eresiarche, i
quali hanno mala luce, _sub luce maligna_, quale i viatori di Virgilio
_per incertam lunam, in silvis_; un d'essi ricorda appunto “la donna che
_lì_ regge„. (Inf. 10, 10)
L'altra parte dell'antiparadiso è sotto l'influsso di Mercurio. Mercurio
induce, tra molte altre cose, “aperti oracoli e manifesta indivinatione,
e tanta eloquenza nel persuadere e disuadere, in commuovere e acquietare
gli animi nostri, che induce l'huomo a qualunque cosa gli piace„. Sono
sotto lui “Eloquenza... Arte... Sagacità, Accorgimento... Negromantia,
Arte maga, Incanti, Augurii, Auspicii, Pronostichi etc.„; ed è Dio “de'
Scrittori, Pittori etc.„ Tutto ciò basta, credo, a porre sotto questo
segno Virgilio, che oracoleggiò del Cristo, che fu dòtto e indótto
nell'Arte maga, che _scrisse_ l'Eneida (posto che Dante non sapesse che
i poeti erano _viri Mercuriales_), che diè prova di tanta eloquenza nel
persuader Dante all'alto passo, e di tanto accorgimento nello
scortarlo.[539] A proposito di che, bisogna aggiungere che Mercurio è il
dio dei pellegrinaggi e de' pellegrini e de' messi e de' nunzi. Sicchè
l'influsso di Mercurio giunge sino al limbo, o almeno sino al nobile
castello del limbo. E aggiungiamo che “induce dottrina, memoria,
historie, astrologia, acume d'ingegno... speculazione di cose oscure„.
Ma per avere il concetto de' ritardatari dell'antipurgatorio, di quelli
che sono, specialmente, nella valletta amena, aggiungeremo, con
l'Alunno, che Mercurio induce “_cupidità_ d'impero„ e con Servio (_Aen.
IV_ 714), “_lucri_ cupiditatem„. Ecco la mala striscia della valletta.
L'_ambitio glorie_ di Albumasar[540] spiega bene in parte la apparizione
degli spiriti attivi, per l'onore e la fama, nella sfera di Mercurio. E
tuttavia quelle “dottrina, memoria, historie„ dell'Alunno spiegano ancor
meglio la narrazione _istorica_ di Giustiniano; e “la natura di
pronunziare ed interpretare„ di Macrobio,[541] illustra la affermazione
di lui che per volere del primo Amore (Par. 6, 11) o per spirazioni di
Dio (ib. 23) ordinò e ridusse le leggi. Nè sfugga come in questa spera
sia un pellegrino: Romeo. E a ogni modo si interpreta in questa spera
l'alto e magnifico processo di Dio nel redimere il genere umano. E
grande è l'acume dell'ingegno in sciogliere tali nodi.
Venere “è Pianeta benivolo et inducitore di amicitie... Della sua
influenza procede ogni musica; non solamente quella ch'è nella
consonanza delle voci, ma anchora la compositione de versi„. Ecco, vede
come nel ciel di Venere Dante trovi il Principe amico e benevolo che gli
ricorda suoi versi. “Induce amore, e secondo gli aspetti di diversi
pianeti alcuna volta pubblichi e casti, alcuna volta lascivi e
impudichi„. E si vede come il cerchio e il girone della lussuria
corrispondano a questo cielo. Ma tuttavia, a intendere tutto il pensier
di Dante, bisogna ricordare come fuoco sia quel di amore, e fuoco sia
quello che lo purga; e come attraverso il fuoco si mondi il cuore, per
una beatitudine, e si acquisti il vedere e il sapere, per un dono.
“Nel Sole è la virtù vivificativa, perchè nessuna cosa vive, dove non
penetra la virtù del sole„. “Il Sole... eccita la virtù ch'è nelle
radici, e rinova tutte le piante, e nutriscele risolvendo l'humore nella
terra, e convertelo in nudrimento„. I golosi si accontentarono di questa
virtù vivificativa e nutritiva, e non vollero saper dell'altra; chè “il
sole influisce nell'huomo natura di sapere, e d'imaginare„ ed è secondo
Albumasar, _summe divinitatis contemplatio_. Così Ciacco si trova nel
girone corrispondente al cielo dove è Tomaso e Bonaventura. Anzi: sì
Ciacco e sì, fuor d'ogni dubbio, i golosi del Purgatorio, Forese e
Bonagiunta, tutta gente d'ingegno, mostrano il prevalere in loro d'una
dell'influenze del sole, la vivificativa, sull'altra che pure in loro si
trovava, la intellettiva e imaginativa. Quei due ultimi sono rimasti a
mezza via, _di qua_. Dante diventò _macro_ per quello _studio_ che mancò
a Bonagiunta e a Forese.
Marte è la guerra; ma per Dante, la guerra per la croce: il _martirio_.
(Par. 15, 148) Tutte le armi attribuite a Marte “Spade, Brandi,
Stocchi... Pugnali, Coltelli, Spuntoni etc.„ si riducono al segno in cui
vinse il Cristo. (Par. 14, 125) Ora si noti che gli avari di Dante nello
inferno son tutti cherci, e cherci sono quelli del purgatorio, salvo il
capostipite dei re di Francia. Dovevano, dunque, esser tutti militi
della croce; si ascrissero anzi alla milizia, e non militarono. Sicchè
come il Sole nei golosi non potè far prevalere la sua virtù
intellettuale, così Marte negli avari non potè far prevalere la sua
“egregia virtù in disciplina militare„.
Sotto la “giovial facella„[542] si contengono “la giustizia, le leggi e
i regni„. “De gli animali se gli dedica l'aquila„. Ciò basta a
illustrare il cielo Dantesco di Giove. Ma e la cornice dell'accidia, e
la palude stigia corrispondenti? Gli esempi di accidiosi nel purgatorio
sono di eletti a una grande impresa: gli ebrei di Giosuè e i Troiani
d'Enea. Nel brago son destinati a stare come porci, _gran regi_. E
questi e quelli sono come i chercuti militi del Cristo, che non
pugnarono, ossia non obbedirono alla loro stella. Di più, nota
Albumasar, da Giove viene _accidenter... inconsultus rerum aggressus ac
difficultatum incursus_. Da Giove, dunque, veniva l'orgoglio prevolante
e subito spento dello spirito bizzarro.[543]
Saturno è pianeta “malenconico„. Sotto lui, dice Albumasar, è _omne
melancolie genus_. Così per suo influsso operarono coloro che piansero
dove avevano a essere giocondi, ossia i violenti o bestiali o rei d'ira,
che è preceduta sempre dalla tristezza per l'ingiuria ricevuta. Così è:
in vero “non s'allegra; l'ira sua è implacabile...„. Ma c'è altro: per
essere, forse, “solitario„ “produce sacerdoti, ma più Religiosi vestiti
a nero e di color di terra„. Ecco dunque, sotto la medesima stella, coi
violenti e iracondi, i contemplativi.