Il viatore è aiutato da sette Spiriti. Egli è un eroe, se non di quelli

che nell'Elisio amano ancora i carri e i cavalli, di quelli però che là

cantano cinti il capo di nivea vitta. (_Aen. VI 665_) Come eroe, come

tale che è portato all'etra dall'ardente virtù, è un ispirato dallo

Spirito Santo.[489] Chè così Dante intende la virtù eroica di

Aristotile. (Co. 4, 21) Questi doni, primi della visione che Dante ha

nel paradiso terrestre, dopo aver mondata la vista nel fuoco dell'ultima

cornice, gli appariscono sotto forma di sette alberi d'oro. (Pur. 29,

43) Così, dopo uscito dall'inferno e attraversata la burella, ecco vede

quattro stelle che fanno godere il cielo. Queste sono le quattro virtù

che ha esercitate nell'inferno, quelli sono i sette spiriti che l'hanno

aiutato nel purgatorio. Dieci passi fa Dante verso Gerione, per

significar i dieci comandamenti di giustizia: (Inf. 17, 32) dieci passi

sono tra il primo e l'ultimo di quelli alberi, candelabri, stendali;

(Pur. 29, 8) doni che son prima semi che germogliano, poi lumi che

guidano, infine glorie che trionfano. In verità, contro i dieci

comandamenti, sono i sette peccati; contro i setti peccati, sette

spiriti:[490] sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà

e timor di Dio.

Dante, modificando da sè o trovando modificata da altri per qualche

parte, l'azione di questi Spiriti,[491] mostra di credere che la

sapienza perfeziona la ragione speculativa ad apprender la verità, e la

scienza perfeziona a ciò la ragione pratica;[492] o in altro modo,

dispongono la mente a seguire l'istinto dello Spirito Santo nella

_cognizione delle cose divine_ (la sapienza) _e umane_ (la scienza).

L'intelletto e il consiglio perfezionano la ragione speculativa e

pratica a giudicare rettamente; a _giudicare_, cioè, _rettamente le cose

divine_ (l'intelletto) _e umane_ (il consiglio). La pietà e la fortezza

perfezionano la virtù appetitiva ne' nostri _sentimenti verso il

prossimo_ (la pietà), e in quelli verso noi, _contro il timore dei

pericoli_, (la fortezza). Infine contro la concupiscenza inordinata

d'ogni cosa dilettevole, questo medesimo appetito è retto dal timore,

secondo il detto (Prov. 15): _In timore domini declinat omnis a malo_; e

l'altro (Ps. 118): _confige timore tuo carnes meas, a iudiciis enim tuis

timui_.

Questi doni sono detti essere in congruenza con le beatitudini, ma in

senso inverso.[493] Ora le beatitudini, variamente enumerate e distinte,

in Dante che le fa annunziare a ogni grado del purgatorio, sono così:

poveri di spirito, misericordi, pacifici senz'ira _mala_, piangenti,

assetati di giustizia, mondi di cuore. Quindi la corrispondenza di

spirito a beatitudine sarebbe per Dante questa:

7 Timore — 1 Poveri di spirito : _superbia_

6 pietà — 2 misericordi : _invidia_

5 scienza — 3 pacifici : _ira_

4 fortezza — 4 piangenti : _accidia_

3 consiglio — 5 sitibondi di giustizia : _avarizia_

2 intelletto — 6 famelici di giustizia : _gola_

1 sapienza — 7 mondi di cuore : _lussuria_.

Così S. Agostino, a proposito però dell'intelligenza della sacra

scrittura, concepisce i sette doni, come sette gradi per i quali si

ascenda dal timore di Dio sino alla sapienza.[494] Che Dante vi

s'ispirasse, sarà chiaro da uno di quei raffronti i quali fanno pensare

quanto d'inesplorato e d'inesplorabile rimanga tutt'ora nell'abisso

sacro. Eccolo. Il Padre così dichiara il secondo grado: “Poi bisogna

divenir _miti_ (la seconda beatitudine è, per lui, quella dei _miti_,

mentre Dante questa non l'ha o la fonde in quella dei _pacifici_)

mediante la _pietà_, nè contradire alla divina scrittura, sia intesa, se

percuote alcun nostro vizio, sia non intesa, quasi non possiamo _melius

sapere meliusque praecipere_; ma piuttosto pensare e credere esser più

buono e vero ciò che lì è scritto, anche se c'è oscuro, di quello che

ciò che noi _per nosmetipsos sapere possumus_„. Si tenga a mente il

_sapere_ e il _praecipere_; e si perda un po' di vista il particolare

riferimento alle scritture. E poi si legga ciò che nel purgatorio è

dell'invidia, seconda colpa, a cui risponde il dono della pietà. Gli

invidi hanno gli occhi forati e chiusi, per averli volti con invidia, ma

anche per questa altra ragione, che vollero _melius sapere meliusque

praecipere_ di Dio, che volle un apparente male. Lo dice chiaramente uno

di quei peccatori: “_Savia_ non fui avvegna che _Sapia_ fossi chiamata„.

(Pur. 13, 109) È causale questo tratto d'una _Sapia_, che _non sapit_, e

che è nel grado della pietà, per cui non si deve pretendere di _melius

sapere_ per noi stessi? E allora ci sarebbe un altro caso più strano:

ella, in suo vivente, non solo pretese di _melius sapere_, ma anche di

_melius praecipere_! Sì: ella fece come “il merlo per poca bonaccia„:

_praecepit_ la primavera, mentre era ancor verno. Anche questo, caso? E

allora un terzo caso. Il dono di questo non _sapere_ e non _praecipere_

meglio di Dio, non l'usarono in vita: ora l'usano per salir su, in

morte. Invero Sapia biasima la mancanza di saviezza che è nei Sanesi,

che male sperarono di Talamone, e predica la rovina degli ammiragli;

come Guido del Duca predice le iniquità di Fulcieri, (Pur. 14, 58) e ha

il pensiero alla discendenza dei Romagnoli del buon tempo. (ib. 88)

Da questo autore dunque senza esitare prenderò, come da altri, alcune

note nella rassegna che farò dell'efficacia di questi doni nel disegno

del purgatorio e del paradiso.

Il dono del timore corrisponde alla beatitudine dei poveri di spirito,

ed è opposto al vizio di superbia. Esso fa sì che noi temiamo i giudizi

di Dio e perciò decliniamo _a malo_. Aggiungiamo, con S. Gregorio,[495]

che il timore _preme_ la mente; e che bisogna pregare, che il timore non

sia soverchio e non ci faccia disperare. Secondo poi S. Agostino, per il

timore dobbiamo “rivolgerci a conoscere la volontà di lui, che cosa ci

ingiunga di cacciare e fuggire. E codesto timore deve incuterci il

pensiero della nostra mortalità e della futura morte...„[496] Il sasso

che doma le superbe cervici, il _paternoster_ detto dalle anime, col

_fiat voluntas tua_ (Pur. 11, 10) e col _libera nos a malo_, (ib. 20)

espressi con tanto rilievo, non basterebbero a persuadere che Dante ha

voluto qui mostrare l'efficacia di quello spirito del timore, sebbene

molto significhi il far dire alle anime anche l'ultima preghiera

superflua, e il far loro accennare, perchè la dicano. Chè il timore è

specialmente di cader nelle branche del _malo_, cioè dell'“antico

avversaro„. Ma chi può stare in dubbio, se consideri che Dante dichiara

la sua “paura„ di questa pena, rimastagli dopo uscito dalla cornice?

(Pur. 13, 136) La sua anima ne è ancora sospesa, dopo pur cancellato il

primo P. Chi può conservare il dubbio, se ripensa non solo quanto

insista il Poeta nel segnalare la gravezza del tormento, ma specialmente

come ammonisca il lettore di non temere soverchio e di non disperare?

(Pur. 10, 106)

Il dono della pietà è con la beatitudine seconda, la quale in Dante è

quella dei _misericordes_. Giova notar subito come il Poeta faccia

dichiarar da Virgilio formalmente, che la ferza è tratta da “amore„;

(Pur. 13, 27 e 39) e sè dichiari punto di straordinaria compassione,

(ib. 54) e come rappresenti gl'invidi in atto di chiedere pietà, (ib.

64) e come si senta commosso di carità, (ib. 73) e loro domandi per

carità e grazia, (ib. 91) e una di loro ricordi la carità di un

sant'uomo, (ib. 129) e un'altra invochi consolazione per carità, (Pur.

14, 12) e siano, quell'anime, dette care. (ib. 127) Amore, (Pur. 13,

146; 14, 100) pietà, carità sono le note che qui suonano, con dolci atti

(ib. 6) e delicati pensieri. (ib. 127) Ma non basta: ho già detto che il

dono della pietà fa che noi non presumiamo di _melius sapere_ e _melius

praecipere_ di Dio; e ho già mostrato come tale dottrina echeggi in

questa cornice.

Il dono della scienza si trova con la beatitudine dei pacifici che son

senz'ira mala. Esso perfeziona la ragion pratica ad apprendere la verità

(S. Tomaso dice a rettamente giudicare): in ogni modo, ci dispongono

“nella cognizione delle cose _umane_„. _Scire_ è un vedere: appena

salito al terzo girone, a Dante parve essere tratto in una visione

estatica. (Pur. 15, 85) E mediante visioni, _non falsi errori_, si

propongono gli esempi della virtù contraria e del vizio stesso. È da

notare che l'esempio della sposa dello Spirito Santo è, sì, di

mansuetudine, ma a proposito della disputa tra i dottori; e che

nell'esempio pagano di Pisistrato è ricordata Atene “onde ogni scienza

disfavilla„;[497] e che nel terzo esempio di Stefano, si vede lui chino

per la morte, e i suoi occhi aperti al cielo. (ib. 87) Si ponga poi

mente alle molte volte, che ricorre l'idea di “vedere„ e “non vedere„ e

scorgere e discernere. Si osservi la pena del fumo, che è derivazione

come dal fuoco d'ira, così dal fuoco della visione; e che è pena

condegna di chi non vide assai. Si osservi l'aggettivo “saputa„ dato

alla scorta; si osservi come ella guidi dietro sè il cieco; (Pur. 16, 8)

si osservi questo nome stesso di _scorta_ (da scorgere) e come le parole

siano qui dette _scorte_. (ib. 45) Infine Marco è uno che _del mondo

seppe_, cioè _scivit_ le cose umane o civili; e a Dante, che vuol

_vedere_, cioè sapere, e mostrare altrui (il che tutt'insieme è scienza

e arte)[498] la cagione dell'imperversar della malizia, dichiara

_scientificamente_, diremmo noi, perchè il _mondo_ disvii, il mondo cioè

la vita attiva, cioè le cose umane. All'ultimo, Dante discerne (Pur. 16,

131) la più importante sentenza del suo sistema politico: la separazione

delle due vite, delle due strade, delle due potestà, dei due luminari.

Dei quali il sole apparisce al tramonto tra la nebbia.

Il dono della fortezza è coi piangenti, e perfeziona la virtù

appetitiva, nei nostri rapporti con noi stessi, contro il timore di

pericoli. S. Agostino che mette questo dono con la fame e sete di

giustizia, beatitudine unica, dice che “per tale affetto l'uomo si trae

fuori da ogni mortifera gioia delle cose passeggiere, e rivolgendosene,

si volge alla dilezione delle eterne, cioè all'incommutabile unità e

trinità. La quale appena avrà veduto quanto può, raggiare in lontananza,

e comprenderà di non poter sostenere, per l'infermità della sua vista,

quella luce, ecco che già nel consiglio della misericordia _purga_

l'anima che in certo modo tumultua...„[499] L'ordine e il novero,

diversi in Agostino e Dante, non ci devono togliere di scorgere la

rispondenza perfetta di quest'ultimo passo con ciò che racconta il Poeta

nel salire dal grado della misericordia o pietà al grado della scienza:

che non si può schermare, e si sente abbagliare da una luce ancora

lontana.[500] (Pur. 15, 28) Ma c'è altro. Intanto il Poeta nell'entrare

in questo girone sente venir meno la possa delle gambe (_ambulare_ è

vivere) e fuggir la sua virtù. Possa e virtù indicano _fortitudo_. La

_fortitudo_ manca e ci dovrebbe essere; e tale spossatezza e successiva

sonnolenza nella cornice della _fortitudo_ è per la medesima ragione che

il fumo è in quella della visione o _scientia_. Un ragionamento tien

luogo dell'andare: invece delle cose passeggiere, o del vivere attivo,

c'è la contemplazione della verità. Il ragionamento verte sulla libertà

del volere, la cui mancanza è sonno;[501] onde la sonnolenza del Poeta.

Più particolarmente vi si considera amore come fonte d'ogni bene e

d'ogni male. Si distingue un triforme amore e un altro amore tripartito,

con un altro amore che è in mezzo, lento a vedere e a operare. E son

dunque tre questi amori, e uno d'essi semplice e gli altri due triplici.

C'è, insomma, in tale dottrina una somiglianza di trinità, come nella

triplice incontinenza di concupiscibile e nella triplice malizia

infernali, cui distermina l'accidia che è per Dante il doppio vizio

contrario alla fortezza o magnanimità. Al che è d'uopo esaminare un

altro luogo di S. Agostino. Sull'imitazione che vi è di Dio, pur nel

male, egli dice: “la violenza (_vis_) imita la virtù, e la frode

(_fallacia_) la sapienza (di Dio). Invece... la magnanimità imita la

virtù, la dottrina la sapienza. I peccatori imitano lo stesso Dio Padre

con l'empia superbia, i giusti con la pia liberalità. Lo Spirito Santo è

imitato dalla cupidità degli iniqui e dalla carità dei retti„.[502]

Ricavo da queste parole che nella triade dell'amor del male la superbia

può essere ciò che nella Trinità è il Dio Padre; e che l'avarizia

(contraria alla liberalità) è questo medesimo, nella triade dell'amore

soverchio. Nella prima triade è anche designato il luogo allo Spirito;

poichè amore, pietà o carità è la nota della seconda cornice. Resta il

figlio, cioè la sapienza; e S. Agostino ci dice che la nostra dottrina

imita la divina sapienza, e il lettore ricorda che l'arte segue la

natura, “come il maestro fa il discente„, e che perciò ella è, l'arte o

scienza, a Dio quasi nipote. (Inf. 11, 104) E dunque è presumibile che

nella triade dell'amor del male Dante abbia raffigurate, per il

contrario, le tre persone della Trinità. E così potremmo vedere,

partendoci dall'avarizia, dell'altra triade. E a ogni modo questo numero

ternario, che si riscontra nell'amor tripartito, e nella specificazione

dell'amore, in soverchio, lento e malvagio, basta a giustificare, vedute

le altre sicure derivazioni, la credenza che nel quarto grado del

purgatorio sia raffigurato in qualche modo il distogliersi dalle cose

_transeunti_, e il rivolgersi alla incommutabile unità e trinità, la

quale ha il suo nesso, come è noto, nell'amore. E ciò, dunque, in virtù

dello Spirito di fortezza. Il quale è contro il timor de' pericoli; e

anche questo aspetto è considerato; chè non solo qui _timido_ è il voler

di Dante, (Pur. 17, 84) ma sono ricordati come esempi di funesta accidia

il timor dei pericoli che tenne di qua della gloria gli Ebrei e i

Troiani che non seguirono Giosuè ed Enea.[503]

Il consiglio conduce a ben giudicare le cose umane, e l'intelletto a ben

giudicare le cose divine. Sono contro l'avarizia, il consiglio, contro

la gola, l'intelletto. A ben _giudicare_: le beatitudini che si

proclamano in queste due cornici sono dei sizienti ed esurienti

_giustizia_. Dante ha sdoppiata una beatitudine unica, quale si può

vedere in un passo succitato di S. Agostino. Ora in queste due cornici è

figurata la sete e la fame, a tacer d'altro,[504] nel solenne principio

del canto ventesimoprimo, _La sete natural che mai non sazia_ con

l'acqua di quaggiù; nelle parole di Virgilio riferite da Stazio, _O

sacra fame_; (Par. 22, 40) e nella voce che suona di tra l'albero: di

questo cibo avrete caro; (Pur. 22, 141) e nell'opposizione tra cibo e

savere; (_ib._ 147) e in molti altri tratti.[505] La _giustizia_ è

nominata insieme con la speranza appena si comincia a parlar di avari;

(Pur. 19, 77) e risuona, ripetuta con enfasi, nella risposta del papa

Adriano: Così _giustizia..._ così _giustizia..._; (_ib._ 120, 13) e se

ne parla a proposito di Bonagiunta; (_ib._ 24, 39) e altrove.[506] Ma

tutto questo luogo del purgatorio è governato dai due spiriti affini del

consiglio e dell'intelletto.[507] Invero per l'una e per l'altra cornice

sorgono dubbiezze che son risolute e parvenze diverse dall'ascosa

realtà: un papa che non è papa, un re che non è re; omaggio che non si

deve più, parole sacre non bene intese, tremuoto che fa dubbiare e

rimaner sospesi, ignoranza che fa desiderar di sapere, timore e

pensiero. Stazio s'inganna intorno a Dante; (21, 20) e intorno al suo

ridere; (ib. 127) e intorno alla natura d'ombra che è in Virgilio. (ib.

130) Virgilio s'inganna intorno alla vera colpa di Stazio, che è altra

da quel che pare, (22, 22) e intorno alla vera sua religione che era

altra da quel che pareva. (ib. 59) Virgilio l'aveva fatto cristiano,

senza accorgersi esso del lume che faceva ad altrui! (ib. 67) Sin qui si

tratta di cose umane; ed è degno di molta meditazione il fatto del papa

e del progenitore di re, colpevoli d'avarizia, che non diventò cupidità,

in loro, sì nei loro successori: son lì tutti e due a ricordare che cosa

è che impedisce la via del mondo, la lupa che qui è maledetta: _la lupa

che si forma dall'avarizia iniziale, come per il loro esempio si

scorge_; chè essi, non altro che avari, ossia maltenitori, ebbero

discendenti cupidi e fraudolenti e traditori. Ma come il consiglio ci

deve reggere nella via del mondo, l'intelletto ci deve illuminare nella

via di Dio. Ed ecco che Dante ricorda a Forese il suo smarrimento nella

selva oscura, nella quale splendeva inavvertito il lume di grazia, e

ricorda Beatrice, alla quale giungerà egli che ha attraversata la

profonda notte dei veri morti, salendo e girando la montagna soltanto

nel dì, e sostando nella notte. (23, 119) Ed ecco inoltre che come con

Forese ricorda Beatrice a cui Virgilio lo mena, con Bonagiunta parla di

quell'altra donna che con lo studio si trova prima della prima, e che

non s'incontra, come nè l'altra così lei, nella via del mondo. Con

Bonagiunta parla della sua _arte_ che anni prima iniziò con la canzone

dove è la parola _intelletto. _ (24, 49) E si vedono i due alberi, della

vita e della scienza, che corrispondono a quelle due parole contrarie,

_cibo_ e _savere_, (22, 147) la qual unione fa sì che S. Tomaso, per

esempio, e i santi dottori siano nella sfera del paradiso corrispondente

ai cerchi della gola nell'inferno e nel purgatorio. E soltanto l'essere,

questo della gola e della carne, il grado dell'_intelletto_, fa sì che

si parli di generazione e di animazione qui, e, nel cerchio d'inferno e

nella sfera di paradiso corrispondenti, di rigenerazione e

reintegrazione.[508] E anzi, quivi si parla di cosa più analoga: della

natura dell'ombra, la quale si riunirà poi al corpo nel gran dì.[509]

Il dono della sapienza ci guida nella cognizione delle cose divine. S.

Gregorio aggiunge ch'ella rifà la mente intorno alla speranza e certezza

delle eterne cose.[510] S. Agostino, che fa sesta la beatitudine dei

mundicordi, interpreta tuttavia codesta così: “ascende al sesto grado

(per Dante, è il settimo) dove già purga l'occhio stesso, col quale si

può veder Dio, per quanto si può da chi muore, quanto egli possa, a

questo secolo. Chè in tanto si vede, in quanto si muore a questo secolo;

in quanto si vive, non si vede... In questo grado così l'uomo purga

_l'occhio del cuore_, che alla verità non preferisce e non paragona

nemmeno il prossimo, e perciò, nemmen sè... Perciò codesto santo sarà di

cuor così semplice e mondo, che non si distolga dal vero, nè per piacere

ad uomini, nè per evitare qualsiasi disagio che contraria questa vita„.

E poichè S. Agostino fa settima la beatitudine dei pacifici

corrispondente al dono della Sapienza, aggiunge: “Così ascende alla

Sapienza, che è l'ultima e settima, della quale usa pacifico e

tranquillo„.[511] Chiaramente si rispecchia il concetto di S. Gregorio;

che la sapienza dà speranza e certezza di eternità felice, misto al

ricordo che la settima e ultima beatitudine non è, come a Dante è

piaciuto, quella de' mundicordi, ma quella de' pacifici; nelle parole:

(Pur. 26, 53)

o anime _sicure_

d'aver, quando che sia, di _pace_ stato.

Chiaramente è espresso il concetto di S. Agostino sulla prevalenza che

ha da essere del vero sul prossimo e su sè, nelle parole con cui Guido

preferisce Arnaldo Daniello a sè e a quel di Lemosì, e con cui biasima

quelli che “a voce più che al ver drizzan li volti„, e cui il vero poi

finalmente vince. (26, 115) Chiaramente è riflesso il concetto pur di S.

Agostino, che per la sapienza non si deve ricusare qualsiasi dolore o

pena o disagio, nelle parole dell'angelo: Più non si va, se pria non

morde, anime sante, il fuoco; e nel fatto del timido e doloroso

passaggio. (27, 7) E che del cuore si mondi l'occhio, chiaramente è

detto con le parole di Virgilio che afferma esser di là del fuoco

Beatrice, cioè la sapienza, e che esclama “gli occhi suoi già veder

parmi„ (tanto è veder gli occhi della sapienza, cioè le sue

dimostrazioni, quanto mondar gli occhi suoi per vederle). (27, 36)

Invero di là del muro di fuoco Dante, guidato dallo studio, vede prima

l'arte, quale anche gli antichi potevano vedere, l'arte del buono e del

bello e del vero; e poi la sapienza, avanti cui lo studio sparisce,

perchè è già sufficiente, e ormai è insufficiente.

Dante ritrova la sua Beatrice.

XXXVII.

LA TRINITÀ

Tre cantiche in terza rima, ognuna di trentatrè canti, più il primo

proemiale, che è l'uno rispetto al tre e al trentatrè e al novantanove:

tre donne del cielo con Dio, tre persone della Trinità con Maria, tre

fiere con la selva, e tre disposizioni cattive col peccato originale, e

tre ordini di simboli del male, unicorpori biformi e trigemini, e tre

ternari d'ordini angelici, intorno all'I, e tre furie e un Gorgon, e

un'accidia fra tre cerchi e tre cerchietti, d'incontinenza e di malizia,

e un lento amore tra un amor triforme e un amor tripartito, e una

ternaria divisione in tenebra e carne e veleno, e antinferno inferno

alto e basso, e antipurgatorio purgatorio e Eden, e tre guide a Dante

nel gran viaggio, Virgilio Beatrice e Bernardo; tutta questa

triplicità[512] ci ammonisce che base del poema dantesco è quella

Trinità, di cui pareva un miracolo Beatrice giovinetta. Invero nelle

Confessioni di S. Agostino, libro che Dante ben presto conobbe, è questa

dichiarazione della Trinità: “Chi intende la Trinità onnipotente?...

Vorrei che gli uomini pensassero in sè stessi queste tre cose. Sono

queste tre cose ben altro che quella Trinità, ma io propongo un

argomento dove possano esercitarsi e provare e sentire quanto siano

lungi. Ecco le tre cose: _esse_, _nosse_, _velle_. Io sono e so e

voglio: sono sciente e volente, e so d'essere e di volere, e voglio

essere e sapere (_scire_). In tali tre cose quanto sia vita inseparabile

e una vita sola e una sola mente e una sola essenza, e quanto infine

inseparabile distinzione, e tuttavia distinzione, veda chi può...„[513]

Dante vi s'è esercitato, su questa somiglianza, e ha provato e ha

sentito quanto s'è lungi, con ciò, da “aver trovato ciò che sopra lei è

incommutabile, ed è e sa e vuole incommutabilmente„.[514] Invero quando

nella pace del regno di Dio vede la visione della Trinità, meta del

poema,[515] all'alta fantasia manca possa; (Par. 33, 142) pure egli

_volle igualmente_. E in tanto tutto il poema di quest'alta fantasia è

pieno.

La prima cantica è la morte e il seppellimento del primo amico, del

vecchio Adamo. Dante muore nel passaggio dell'Acheronte, come Miseno

nelle onde del mare, e si seppellisce nella gran tomba, dove continua

misticamente a morire, finchè esce dal sepolcro, dopo tanto tempo,

quanto fu quello che Gesù passò sepolto. Esce a riveder le stelle,

dunque risorge: è morto a ciò che è morte: ora è. La prima cantica è

dell'=esse=, la qual idea corrisponde alla prima persona della Trinità,

al Padre. In fatti Dante, uscito a riveder le stelle, uscito dalla morta

poesia e dall'aura morta, fuggito dalla prigione eterna, vede un veglio

solo, degno, come non altri, della riverenza che il figlio deve al

padre. È Catone, che già nel Convivio simboleggiava Dio: “e quale nome

terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo„.

(Co. 4, 28) È Catone, cioè la _virtus_; e virtù o possa o potestate è la

prima persona della Trinità. È Catone, che si uccise per essere libero,

cioè essere; e fece perciò (nel simbolo) quel che Dante, che

volontariamente morì e si seppellì, per essere libero, cioè essere.

Nella seconda cantica Dante giunge a Matelda e a Beatrice, addotto da

Virgilio. Cioè lo _studio_ lo conduce all'arte o scienza e alla

sapienza, a conoscere, _nosse_ o _scire_ le cose umane e divine, sì da

poterle significare altrui. La seconda cantica è dello =scire=. Dante è

congiunto all'ultimo con la _sapientia_ che è la seconda persona della

Trinità. L'ultima operazione di Dante nel paradiso terrestre è di bere

all'Eunoè; e quello fu un “dolce ber che mai non _l_'avria sazio„. (Pur.

33, 138) E dunque tal sete era quella “naturale che mai non sazia se non

con l'acqua„ che a noi fornisce il Figlio di Dio. (ib. 21, 1) E Dante

dall'onda ritorna rifatto, come dalla tomba esce rinato: “rifatto sì

come piante _novelle, rinnovellate_ di _novella_ fronda„. Nella parola

ripetuta echeggia distintamente il _nosse_ o _novisse_. Sì fatti accenni

etimologici non sono nuovi, in Dante, che appunto altra volta s'indugiò

su quel verbo. (Co. 4, 16) La prima operazione per salire al paradiso

celeste è il fissarsi di Beatrice nel Sole; nell'alto Sole, che invano

desiano i sapienti del limbo, nel Sole degli angeli.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 32 / 42 段