Gli angeli rei, ossia i diavoli propriamente detti, compariscono solo

alla porta di Dite, (Inf. 8, 82) poco prima che sull'alta torre si

mostrino le _tre_ furie di sangue tinte. (ib. 9, 37) Perchè mai? Il

perchè di questo fatto si saprà quando si sarà veduto il perchè d'un

altro fatto: di questo, che i diavoli stessi, gli angeli da' ciel

piovuti, sebbene appariscano alle porte di Dite che ha tre cerchietti,

nel primo di essi cerchietti che è quel della violenza, non si trovano.

No, non ci sono diavoli nel primo cerchietto, ma Minotauro, Centauri,

Arpie, cagne, che sono dèmoni o mostri del genere dei dèmoni o mostri

che hanno stanza nei cerchi dell'incontinenza; dello stesso genere,

pagano e mitico, sebbene di specie differente: biformi e non unicorpori.

Questa somiglianza sarà (è chiaro) per ciò che la bestialità è una

cotale incontinenza, sebbene peggiore.[460] Ora perchè gli angeli caduti

sono simboli e punitori esclusivamente dei due ultimi peccati

dell'inferno, ossia della malizia vera e propria, e non anche

dell'incontinenza, nemmen di quella che è oltre incontinenza, anche

malizia? Perchè, risponde il buon senso, eglino sono creature

_spirituali_ e non hanno quindi l'anima sensitiva se non _metaphorice_.

Ecco dunque perchè queste creature _spirituali_ si mostrano soltanto

alle porte di Dite, dove, raffigurati dalle tre furie, si puniscono tre

peccati, che sono perciò i tre peccati _spirituali_, ossia ira invidia e

superbia; ed ecco perchè pur non si trovano nel primo cerchietto, dove è

punito un peccato che ha un de' due elementi carnale o sensitivo,

l'inordinazione cioè dell'appetito irascibile. Questo dice il buon

senso; ma non fidiamoci. Su, o buon lettore, leggi: “Negli angeli rei

possono aver luogo quei soli peccati che toccano una natura

_spirituale_. Una natura _spirituale_ non è toccata da beni che sono

propri del corpo, ma da quelli che si possono trovare nelle cose

spirituali„.[461] Così, o lettore, comprendi perchè gli angeli cattivi

compariscano dove cessano i peccati carnali e cominciano gli spirituali,

che sono tre, ira invidia e superbia. Ma leggi: “L'_ira_... è con una

passione, come la _concupiscenza_. Donde ella non può essere nei diavoli

(_nisi metaphorice _)„.[462] Così comprendi, o lettore, perchè i diavoli

non si mostrano, come nè in quelli della _concupiscenza_, così nel

cerchio della violenza o bestialità, che è perciò _ira_. Ma leggi,

leggi: Esclusa anche l'accidia (per vero non ci sono diavoli nel brago e

nel cimitero!), “_sic patet quod_ sola la superbia e l'invidia sono

_pure spiritualia peccata_, che possono competere a diavoli„.[463] E

così, o lettore, comprendi perchè i diavoli siano soltanto in Malebolge

e nella Ghiaccia, dove dunque sono puniti i due peccati, che (a

differenza dell'ira che è spirituale ma non _pure_) sono _pure_

spirituali: i quali sono perciò l'_invidia_ e la _superbia_.

Dunque, ripeto, sette, e i setti medesimi, rappresentati fontalmente o

integralmente, sono i peccati del purgatorio e dell'inferno. Ciò è tanto

esatto e indubitabile che, essendo sciolto questo problema, potrei

lasciare ad altri l'altro: _come_ equivalgano; e ad altri potrei

affidare la risposta all'obbiezione che nasce dal nome di _superbia_

dato alla contumacia di Capaneo e dal nome di _superbo_ dato al

fraudolento Vanni Fucci. Ma e ho risposto all'obbiezione e ho dimostrata

l'equivalenza dottrinale.[464] Qui basti ricordare che Vanni Fucci e

Capaneo sono detti superbi in quanto bestemmiano Dio e Giove, unici in

tutto l'inferno; col fine di chiarire come in ognun dei tre peccati di

Dite è quella generica superbia che si chiama _aversio_ da Dio. Sono tre

furie molto simili tra loro quei tre peccati, e sono _meschine_, le

furie, cioè dominati i peccati, della regina dell'eterno pianto, moglie

dell'imperador del doloroso regno; cioè della superbia che è peccato

generale e peccato speciale. E c'è l'intenzione di far sentire la

differenza che è tra bestemmia di parola e bestemmia di fatto. Vanni

Fucci, per quanto punito del suo gesto e del suo detto, pure se non

fosse reo d'altro che di tal bestemmia, sarebbe nel cerchio precedente

con Capaneo. Più grave della sua bestemmia parlata è la sua bestemmia

operata, la quale è una frode, e appunto, per maggior evidenza, una

frode sacrilega. E così del gesto e del detto è punito appunto dalle

serpi che gli avvolgono il collo e le braccia, e minacciato dal Centauro

Caco che viene col drago ardente sulle spalle: serpi e drago, simboli

d'intelletto volto al male. Sicchè Dante ci mostra la gradazione di

bestemmia, da Capaneo a Fucci e Lucifero: il primo bestemmia _col cuore_

soltanto, cioè con l'appetito senza ragione; il secondo bestemmia a

parole, ma con l'intelletto ancora, ancora col gesto che è un principio

di _fatto_; il terzo (e con lui, s'intende, i Giganti) ha commesso una

bestemmia di fatto, alzando le ciglia (i Giganti le braccia): non altro

che un alzar di ciglia, un cenno, nemmeno un gesto, eppure un gran fatto

contro Dio.[465]

Quanto all'equivalenza dottrinale, rammento che la vera superbia è, per

Dante, la violazione del _minimum_ della legge di Dio, ossia dei suoi

comandamenti di _religio_ ai quali va aggiunto il comandamento di

_pietas_; la violazione, cioè, dei tre precetti della prima tavola e del

primo della seconda. Inoltre la superbia essendo definita “_apostatare a

Deo_„, Dante prende il peggior degli apostati, Giuda, che è nel tempo

stesso il peggior dei traditori, e così ne fa il peggior de' superbi,

mettendolo nella bocca di mezzo di Lucifero primo superbo, ottenendo

così l'equazione di superbia a tradimento. E conserva a tutti e tre i

rimanenti peccati della ghiaccia la nota di apostasia giudesca, e così,

nel tempo stesso, di superbia e tradimento. Perchè, avendo Giuda tradito

e apostatato alla cena o alla mensa, ed essendo allora in lui entrato

Satana, Dante fa che tutti quelli che tradiscono a mensa accolgano in

quel punto dentro sè un diavolo; mentre l'anima loro ruina, come

Lucifero dopo il suo alzar di ciglia, nel profondo del lago. Ed essendo

il peccato di Giuda figurato con l'espressione “di aver alzato il

calcagno sopra il Signore„, Dante mostra di considerare uguale a quello

il peccato di coloro che tradirono parte e patria, perchè li fa per

contrappasso premer dal calcagno suo;[466] e così anche i peccatori

della terza circuizione della ghiaccia sono detti apostati e perciò

superbi, e violatori essi del terzo comandamento del decalogo, come i

secondi violarono il secondo, avendo corrotto il giuramento grande

dell'ospitalità, e come i primi violarono il primo, avendo misconosciuto

direttamente Dio nel suo Figlio e nel fondatore del suo impero; e più

direttamente Lucifero. Ma essi terzi violarono il terzo, cioè il Sabato

di Dio, significato, oltre che per altri modi, dalla festività pasquale

nella quale Giuda _tradidit_ il Signore ai giudei. Nel che è da notare

(e non sembrerà oziosa osservazione, spero) che Bocca tradì appunto in

un sabato, poichè la battaglia di Montaperti avvenne “il giorno di

sabato 4 Settembre 1260„.[467] I quarti violarono il quarto, che nella

dilezion de' genitori comprende quella dei consanguinei tutti, e che è

messo insieme coi primi tre, perchè se non contro il principio generale,

è contro il principio particolare dell'essere; se non contro Dio, è

contro chi di Dio più tiene. E sono puniti nella circuizione detta

Caina, che è finitima alle Malebolge e all'invidia, perchè Caino fu

superbo in quanto uccise il fratello, fu invido in quanto uccise quello

che era allora il solo suo prossimo; ond'è nel purgatorio esempio

d'invidia. Ora questi ultimi Dante chiama apostati e perciò superbi,

sebbene in grado minore e modo diverso, perchè fa che essi temano quella

pressura del calcagno e non l'abbiano: come se da sè non se ne

credessero indegni e dagli altri non ne fossero creduti proprio

degni.[468] Infine l'esclamazione di Dante nel cominciare e trattar dei

traditori nell'inferno, _Oh! sovra tutte mal creata plebe... me' foste

state..._; (Inf. 32, 13) e che fa riecheggiare nel cominciar a parlare

dei superbi nel purgatorio, _O superbi cristian miseri..._; (Pur. 10,

121) muove dalle parole di Gesù a mensa: “Guai a quell'uomo, per il

quale il figlio dell'uomo sarà tradito: bene era per lui se non era nato

quell'uomo!„[469] se non era nato _uomo_ colui! Così Dante traduceva.

Che sia invidia, la frode semplice, è manifesto da ciò che come la

superbia in Dante è il peccato dell'angelo superbo, peccato imitato e

svolto nel genere umano col peccato di Giuda e con quello di Caino, che

sono a capo e in fine della Ghiaccia; così l'invidia avrebbe da essere

il peccato del diavolo invido, cioè del serpente tentatore e corruttore,

imitato e svolto tra gli uomini coi peccati specialmente che sono a capo

e in fine di Malebolge. Avrebbe da essere, voglio dire, se veramente la

frode fosse invidia; ed è. È, perchè a capo di Malebolge è la seduzione

delle donne; e il serpente invido sedusse la donna; e in fine sono i

falsatori; e il serpente fu il primo e tipico falsatore. E si noti: i

falsatori sono divisi come in due gruppi; e ognun de' due gruppi è come

diviso in due fazioni nemiche; i rabbiosi conciano i lebbrosi,

gl'idropici percuotono col pugno i febricitanti. Ebbene con questo loro

fare ingiuria anche laggiù, è indicata la maggior ingiuria che fecero in

vita. Ora codesti rei peggiori sono quelli che falsificarono sè in

altrui forma, e quelli che dissero male, che, cioè, con la menzogna

fecero gran male. (Inf. 30, 41 e 155) E subito noi vediamo che furono

quelli che meglio (o diciamo peggio) imitarono il diavolo invido, che si

mutò in serpente e con una bugia, con un fallo solo, (Inf. 30, 116)

perde il genere umano. E che la menzogna sia il nocciolo, per così dire,

della frode, e il proprio linguaggio del demonio, dice Dante stesso: il

diavolo ha molti vizi, ma si può dire, sopra tutto, padre di menzogna.

(Inf. 23, 144) E questo fa dire nella bolgia sesta, che punisce

gl'ipocriti. Ora l'ipocrisia è ciò per cui la frode è frode. Gerione è

la sozza imagine di frode e potrebbe, più specialmente, raffigurare

l'ipocrisia, con la sua faccia d'uom giusto. E il primo ipocrita fu il

serpente d'Eva, che finse di volere il bene di lei e di Adamo e degli

uomini, come il primo superbo o apostata e perciò traditore fu Lucifero.

Lucifero fu contro Dio, il serpe contro il genere umano, così come

contro Dio è la superbia, e contro gli uomini è la invidia. Ossia, se la

superbia è la violazione dei precetti di _religio_ e _pietas_, l'invidia

è il corrompimento degli altri comandamenti di _iustitia_ semplicemente

detta, che non è, vale a dire, contro Dio e contro chi è più simile a

Dio, ma contro gli uomini in genere. Questi comandamenti della seconda

tavola, se ne escludiamo il primo, che va piuttosto messo nella tavola

prima e tuttavia non è proprio della prima, se ne escludiamo insomma il

comandamento di _pietas_, sommano a sei. Ora il precipuo peccato di

frode, l'ipocrisia per cui la frode è frode, e che è dipinto

precipuamente nel serpente dell'invidia, è punito nella bolgia sesta.

Notiamo che non a caso nell'enumerazione dei peccati di frode, il primo

è appunto ipocrisia. (Inf. 11, 58) Notiamo che in questa bolgia

dell'ipocrisia è crocifisso in terra Caifas, che disse: _Oportet ut

homo_... e che è, come Giuda della Ghiaccia, il peccatore tipico di

Malebolge. E così vedremo che in quest'altro modo Dante ha significato

che i peccati di Malebolge stanno al peccato di Gerione, come quelli

della Ghiaccia stanno a quello di Dite; che si riducono, cioè, a

invidia, come quelli a superbia; perchè il Poeta oltre a metter primo e

ultimo di essi due peccati, la seduzion della donna e il contrafacimento

di sè e la bugia, nei quali si estrinsecò l'invidia prima, pone precipua

di tutti la ipocrisia che fu nel serpente seduttore e falsario e

menzognero precipua, mettendola nel numero sesto che è il numero dei

comandamenti che avanzano togliendone i quattro primi. Violazione del

decalogo di _iustitia_ è l'invidia o frode; perciò le bolgie sono dieci,

e dieci sono i passi verso Gerione; ma viola più specialmente la

_iustitia_ comunemente detta, di cui sono sei comandamenti; perciò la

bolgia sesta è la principale. Non dubbia infine anche è l'intenzion del

Poeta nel convertire in serpi i ladri. Egli ha voluto anche qui marcare

la somiglianza del peccato di chi ruba, con l'invidia prima, che _derubò

la pianta_. (Pur. 33, 57).[470]

La violenza o bestialità è ira, cioè _libido ulciscendi_. Il concetto di

vendetta unisce tutti i peccatori del cerchietto, i violenti sì contro

il prossimo, sì contro sè, sì contro Dio, la natura e l'arte. A ciò è da

ricordare, che come frode è fatta uguale a invidia, e tradimento ad

apostasia e superbia, in considerazione principalmente del peccato primo

del diavolo contro l'uomo e dell'angelo contro Dio, e dei conseguenti

peccati di Caifas contro l'_homo_ e di Giuda contro il Redentore; così

_vis_ è fatta uguale a ira o desiderio adempito di vendetta, in riguardo

al medesimo primo dramma. Considerò il Poeta che la prima colpa d'uomo,

ricordata nella Genesi, dopo la cacciata dal paradiso, fu _ira_? Dio non

guardò ai doni di Caino: _iratusque est Cain vehementer_. Sicchè il

Signore gli chiede: _Quare iratus es?_ Ed aggiunge: _Sub te erit

appetitus eius, et tu dominaberis illius_.[471] Ora la bestialità Dante

con Aristotile poneva fosse per metà o in cotal guisa incontinenza,

ossia predominio dell'appetito sulla ragione.[472] Tuttavia il Poeta

ebbe il pensiero, più probabilmente, all'altro luogo in cui la terra

aprì la sua bocca e prese su il sangue del fratello dalla mano del

fratello. Il sangue che bolle sotterra nella riviera della violenza

contro il prossimo, può ben derivare di qui.[473] A ogni modo il nesso

tra la pena e la colpa del primo girone con quelle dell'ultimo (il qual

accordo del primo e dell'ultimo si vede e nella Ghiaccia e in Malebolge)

si scorge meglio per un altro luogo pure della Genesi. Dopo il diluvio

disse Dio a Noè e a' suoi figliuoli: Crescete e moltiplicate: tutti gli

animali della terra vi siano di cibo: chi spargerà sangue umano, sarà

sparso il suo sangue: voi, crescete e moltiplicate.[474] Quest'ultimo e

primo precetto sottintende tutto ciò che disse Dio ai primi parenti,

prima e dopo il peccato. Prima l'aveva posto nel paradiso della gioia,

perchè _operasse_. L'operazione sua sarebbe stata allora gioconda. Fece

l'uomo maschio e femmina, e disse loro: Crescete e moltiplicate. Dopo la

colpa disse alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e i tuoi

concepimenti; nel dolore partorirai figli e sarai sotto il potere

dell'uomo, ed esso dominerà su te„. All'uomo disse... “Maledetta la

terra nell'opera tua: ne' travagli mangerai di lei per tutti i giorni

della tua vita... Nel sudore del tuo volto, ti nutrirai di pane, finchè

tornerai alla terra, donde fosti preso„.[475] Ora nell'ultimo girone,

per cui è ricordato lo Genesi e questo luogo appunto, (Inf. 11, 107)

sono quelli che non vollero trarre dalla terra e dal lavoro il loro

sostentamento, e quelli che si rifiutarono a crescere e moltiplicare, e

altri che bestemmiando, senza intelletto, Dio, dicono (lo dice uno per

tutti): tal fui vivo qual son morto, disconoscendo così d'essere tornato

sotterra, per opera diretta di quel Dio che dalla terra l'aveva preso.

Nel primo, sono coloro che sparsero sangue umano, disubbidendo a un

divieto che nella Genesi è così vicino al comando di crescere e

moltiplicare e perciò agli altri che gli sono congiunti: “chi spargerà

sangue umano, sarà sparso il suo sangue: voi crescete e moltiplicate„.

Non solo: ma la bestialità in Aristotile è il mangiar carni crude e

carni umane. Non forse Dante sentiva in quel precetto rituale, di non

mangiar _carni col sangue_[476] e a ogni modo di mangiare solo animali

(_tutti gli animali della terra vi siano di cibo_), la condanna della

bestialità? Certo egli chiama _bestiale_ e _fero_ il pasto di

Ugolino.[477] A ogni modo, si deve ammettere che “lo Genesi dal

principio„ è presente nel primo e terzo girone. O non anche nel secondo?

Non è implicito in tutti quei comandamenti di Dio benigno e irato,

quello di “vivere„? Si capisce.

L'Etica e la Fisica d'Aristotele citate nella lezione di Virgilio

insieme allo Genesi, fanno vedere che la narrazione biblica si accorda,

nel trattato di Dante, con la filosofia peripatetica. Ebbene tutti

questi peccatori violenti sono rei di bestialità. Anche, perciò, gli

usurieri de' quali uno si lecca il muso come bue. Ora noi non

comprendiamo che gli usurieri siano bestiali, se non consideriamo

ch'essi si ribellarono (diciamo così) al precetto di Dio; si ribellarono

da stolidi e da folli, come, dunque, Capaneo. Sì Capaneo e sì gli

usurieri sono avanti a un Dio che punisce nella sua giustizia, ed essi

dicono: È una ingiuria, è una vendetta; e aggiungono: La vendetta non

sarà allegra. E così vien fuori il concetto d'_ira_, come è definita nel

purgatorio. (17, 121) Chè dove si parla di vendetta, sorge l'imagine di

quella che è libidine di vendicarsi. Tutti in questo cerchietto si

vendicano: gli spietati giustizieri, i ladroni da strada, i suicidi, che

sbagliano l'oggetto, i dissipatori, che se la prendono con le cose

inanimate, i bestemmiatori, che se la prendono con Dio, rivestendo così

una falsa sembianza di superbia, i sodomiti, che non vogliono

generare,[478] gli usurieri, che non vogliono lavorare. _Ira_ è nella

Bibbia il primo commovimento di chi primo sparse il sangue umano, che la

terra bevve; ira è per i filosofi la _feritas_;[479] ira è quella che il

giudice, se non vuol commettere ingiustizia, non ha da usare nel

punire;[480] ira è quella de' suicidi;[481] ira è quella dei

dissipatori;[482] ira è quella che sprezza gli dei;[483] ira è quella,

diciamo senza più esitare, _feritas_ dei sodomiti e degli usurieri,

ribelli a Dio, i quali nell'inferno sono figurati sdegnosi e

sprezzatori.[484] Certo assomiglia, a questo peccato del fuoco e del

sangue, quello del brago. Seneca chiama ira, sì quella vana e ventosa,

sì quella sanguinosa e struggitrice; ma egli è stoico che anche l'ira

passione considerava peccato. Dante che fa vedere un'ira sprone e cote

di fortezza in sè e Virgilio, e un'ira magnanima nell'eroe che schiude

le porte di Dite con una verghetta, crede, con Aristotele, che l'ira

passione sia incolpevole, e crede, con lo stesso, che questa passione

possa ispirare fortezza e magnanimità, come, per il suo soperchio,

creare l'audacia e l'orgoglio, col suo manco, la timidità e la povertà

di cuore, e, quando _sopra il mal voler s'aggueffa_, (Inf. 23, 16) fare

la cieca folle ingiuria contro gli uomini, contro sè, e contro Dio e la

natura e l'arte. E tutto ciò ha il suggello di questa riprova. Non nasce

ira in uno se non c'è disprezzo nell'altro; e non si sente questo

disprezzo altrui, se non si crede alla propria eccellenza (se non si è

_superbi_ nel pensiero; ed ecco un'altra ragione della superbia di

Capaneo). Ebbene tutti i violenti o bestiali, tutti, tutti, sono

rappresentati da Dante eccellenti o nell'opinion loro o anche nella sua:

tiranni e ladroni celebri, un gran cancelliere, ricchi uomini, un eroe,

un nobile maestro, cherci e letterati grandi e di gran fama, cittadini

degni di riverenza, e, ciò che è più persuasivo d'ogni altro fatto,

persone con una tasca dove è uno stemma nel quale l'occhio dell'usuriere

si pasce. Possiamo ben esser certi che tutta questa eccellenza suggerì

il timore e sospetto di _parvipensio_, e questa l'_ira_. Con ciò gli

usurieri sono anche assomigliati agli innominabili avari.

Persuasivo poi quant'altro mai, è il raffronto tra le pene e le _figlie_

dei sette peccati dell'inferno e del purgatorio. La lussuria, gola,

avarizia e accidia sono in sè brutti peccati; ma ne possono generare di

più brutti: così quando Dante getta la corda dell'incontinenza, ecco

venir su Gerione.[485] Quel gesto è come un mito, un'allegoria, una

favola, che sta a sè. Eppure la dottrina che v'è nascosta è dichiarata

anche altrove. Così gli esempi nel purgatorio dei primi quattro peccati

sono di effetti peggiori: bestialità o sodomia per la lussuria; (Purg.

26, 40 sg.) violenza di centauri o pusillanimità di ebrei, per la gola;

(Pur. 24, 121) tradimento, frode, simonia per l'avarizia; (Pur. 20, 103)

violenza di lapidatori e d'incendiarii, per l'accidia. (Pur. 18, 133)

Chi ha commesso di tali cose non sta nell'inferno al posto della

lussuria e degli altri peccati d'incontinenza; ma più sotto. Invece

quelli che sono imaginati o gridati o scolpiti come rei d'ira, d'invidia

e di superbia, dove starebbero? L'empia imbanditrice delle carni umane,

sarebbe nel cerchio della bestialità o, per un'affinità già osservata,

in Caina; il crocifisso dispettoso e fiero, in questo medesimo cerchio

della bestialità o violenza; Amata, che s'ancise, ma non per amore,

sarebbe o è nella selva dei suicidi. (Pur. 17, 19) Aglauro, che divenne

sasso, è degna della pietra di color ferrigno. Caino dà il nome alla

circuizione esterna della ghiaccia. Lucifero, Briareo, i Giganti,

Nembrotte si sa dove stiano, e degli altri ci pare inutile

discorrere.[486] L'ira, l'invidia e la superbia del purgatorio, quali

appariscono negli esempi scolpiti o gridati o imaginati, sono

nell'inferno punite ai luoghi della violenza, frode e tradimento. Dunque

loro equivalgono, e così le pene che, per i quattro cerchi e gironi

superiori, discordano; si richiamano invece nei tre cerchietti e nelle

tre cornici inferiori: peso e peso, pietra e pietra, fumo e fuoco; di

più marmo invece di gelo, occhi forati per visi stravolti.[487] Di più:

la sferza dei primi e tipici imitatori del diavolo (Inf. 18, 35)

colpisce l'invidia del purgatorio. (13, 37) E di più: i sette peccati

del purgatorio sono divisi in quattro unicorni e tre bicorni. Ebbene

bicorni, sin che si può, sono anche i simboli dei tre ultimi peccati

dell'inferno. Chè bicorne è il Minotauro, paragonato a un toro; e

cornuti sono i diavoli; (Inf. 18, 13) così chiamati non appena si

presentano come punitori, con le sferze della vendicatrice in mano.

(_Aen. VI_ 558 _sqq._) Ciò non è a caso: i simboli dei quattro cerchi

superiori sono demoni sì, ma che sian cornuti si tace, ossia si nega;

demoni paragonati a cani e lupi e vermi, e dannati paragonati a uccelli,

a cani, a rane: tutti animali senza corna. E vero che ne dovrebbero aver

uno, dei corni; ma via! Si vuol sofisticare? Ebbene dirò che per l'unico

corno essi hanno la coda.

Ma questi e tanti altri argomenti,[488] persuadano o non persuadano,

riguardano il come e perchè Dante abbia fatto uguale superbia a

tradimento, invidia a frode, e ira a violenza, e accidia a vizi

collaterali delle virtù di fortezza e magnanimità e a dismisura d'ira o

irascibile; il come e il perchè: a ogni modo è certo e indubitabile, che

nell'inferno e purgatorio non vi sono che i setti peccati capitali: il

doppio settennato del servaggio di quel novello servo della Grazia o

Laban, e innamorato di Rachele o della Sapienza, che è Dante. Il quale

dopo il primo settennato vede la giustizia laboriosa sotto il sembiante,

non di una donna _lippis oculis_ e feconda, ma di un vecchio solo, che

s'uccise per esser libero. Nel tempo stesso, in persona di Enea novello,

egli ha esercitato contro le tre profane disposizioni, le quattro virtù

pagane, entrando dalla porta infranta e prendendo via per le tre rovine,

e passando i quattro fiumi. Ebbe il lume della prudenza e la forza della

giustizia originale passando l'Acheronte: esercitò la temperanza nei tre

cerchi del concupiscibile, la fortezza nella palude dell'irascibile, la

giustizia e la prudenza, contro l'ingiustizia, nel regno di Dite, con

questo che dove l'ingiustizia è senza intelletto, basta la virtù di

giustizia, e quando è con intelletto, allora fa mestieri la prudenza. E

il novello Enea volge, col suo duce, a destra quando occorre la

prudenza; volge a destra nel cimitero degli eresiarche non colpevoli che

di mala luce; volge a destra verso Gerione simbolo del male che si fa

con l'aiuto della luce o dell'intelletto.

XXXVI.

I SETTE SPIRITI

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 31 / 42 段