l'ombra e il veleno della carne,[430] imprime ciò che il sacramento
vero: il _character_, per cui Dante è riconosciuto, alle parole di
Virgilio, dai fantasmi e dai diavoli, e lasciato passare e portato sui
fiumi dell'inferno, derivati dall'Acheronte che spiccia dalla colpa
originale.[431] Nè mancano nell'immensa Visione le imagini degli altri
sacramenti. Il _del ciel messo_ viene come lo Spirito Santo agli
Apostoli: “Dal cielo si produsse d'un tratto un suono, come d'un vento
(_spiritus_) forte che venisse, e riempì la casa tutta...„[432]
E già venìa...
_un fracasso d'un suon_ pien di spavento...
non altrimenti fatto che d'un _vento_
_impetuoso_... (Inf. 9, 64).
E un cenno a quel che segue negli Atti, “che apparvero lingue spartite,
come _fuoco_„, può essere in quella ragione naturale data dell'impeto
del vento, impetuoso _per gli avversi ardori_. Ora la confermazione o
cresima, si sa in che rapporto sia con quella narrazione evangelica. E
si veda: non è figurata l'imposizion delle mani nell'atto di Virgilio
che chiude con le sue mani gli occhi a Dante, atto che è seguìto
dall'ammonimento di mirar la dottrina ascosta sotto il velame? non è
adombrato nel vento che viene _sull'onde_, sull'_onde_ dello Stige che è
la continuazione d'Acheronte, d'Acheronte o Letè, il fiume battesimale
che Dante aveva passato poco prima, non è adombrato, in quel vento
sull'acqua, quel versetto: “Giovanni battezzò con _acqua_: voi sarete
battezzati con lo _Spirito Santo_ tra non molti giorni„?[433] Il fatto è
che dopo quel vento impetuoso (_vehementis_, ha il testo sacro), tanto
gli Apostoli quanto il Poeta sono corroborati nell'anima: Dante, che non
mai aveva temuto come avanti Dite, entra sicuro appresso le parole
sante. Il luogo è una fortezza, egli che v'entra, è un milite; ed entra
senza guerra, perchè la guerra era vinta. (Inf. 9, 104) Chi l'aveva
vinta, è Enea, doppiamente connesso allo Spirito Santo, e perchè eletto
nel cielo padre di Roma e perchè dotato della virtù eroica.[434] Anche:
a principio e al fine della missione di Virgilio nel purgatorio, a piedi
e in cima al monte santo, Virgilio compie due riti che hanno l'aria di
sacramentali. Distende nel piano, sull'erbetta molle di rugiada, ambe le
mani, e lava le guancie di Dante e poi lo cinge del giunco schietto;
(Pur. 1, 121) sul grado superno ficca gli occhi nel suo figlio, lo
proclama libero, corona e mitria lui sopra lui (Pur. 27, 125) Là Dante è
che dalla tomba ha aperto gli occhi alle stelle, cioè uno che muore,
perchè altro non è cristianamente il morire del pio, se non un aprir gli
occhi nel chiuderli: quella lustrazione non è forse l'_olio santo_, col
quale l'uomo va avanti Dio senza più alcuna nebbia? (Pur. 1, 97) E il
giunco m'ha l'aria dell'_umile_ issopo di cui asperso l'uomo si monda.
Qua, nel grado superno, Dante ha, con quella spiritual corona e mitria,
da Virgilio la licenza d'entrar nella foresta dove vedrà la visione che
ha da scrivere “in pro' del mondo che mal vive„, (Pur. 32, 103) e
apprenderà le parole che deve insegnare ai vivi di questa vita mortale:
(Pur. 33, 52) non è codesto l'_ordine sacro_? E tutto il salire per il
monte è _penitenza_; ma con la _penitenza_ si fonde l'_eucaristia_,
quando Beatrice pronunzia quelle solenni parole, che non sembreranno
belle se non quando ci saremo assuefatti al linguaggio mistico di Dante,
linguaggio conforme a quello del sacri libri, pieno d'idee e imagini che
dai trivii talora metton l'ali e s'inalzano ai cieli: quelle solenni
parole: (Pur. 30, 142)
L'alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Letè si passasse, e tal _vivanda_
fosse gustata senz'alcuno scotto
di _pentimento_ che lagrime spanda.
Qual _vivanda_ è nel passaggio d'un fiume? Ma questo passaggio del Letè,
combinato col dolce bere ad Eunoè, è tale che l'uomo n'esce “rifatto„,
(Pur. 33, 143) come per quella _santissima_ bevanda e vivanda, che è
l'Eucaristia, detta appunto _refectio_.[435]
E aggiungerò parole sulle _nozze_? In Dio sapientissimo la sapienza è
“per modo perfetto e vero, quasi per _eterno matrimonio_„. (Co. 3, 12) E
_matrimonio_ è dunque l'ascendere di Dante _filosofando_ all'Atene
celestiale: filosofando, cioè amando la sapienza la quale è Beatrice,
possedendo Beatrice, con Beatrice congiunto per sempre.[436]
XXXV.
GIACOBBE
Nell'“antica selva„, antica come il peccato d'Adamo, antica come la
_miseria_ conseguitane agli uomini, selva che è “profonda tana di
fiere„, delle fiere che Dante non trova nel profondo ma nella radura,
non nella notte ma nel giorno, perchè egli deve distinguere dal peccato
originale il peccato attuale, e questo fu dopo quello ed effetto di
quello; Dante è servo e fuggitivo: servo, come egli dice, (Par. 31, 84
al.) fuggitivo, come egli viene a dire affermando che il suo animo,
oltre il passo, _ancor_ fuggiva. (Inf. 1, 25) Se la verghetta con la
quale si aprono _sacra ostia_,[437] non la strappa esso nell'antica
selva (e tuttavia quella verghetta viene dalla _selva_ di spiriti
_spessi_, equivalente, col vestibolo, alla selva oscura); tuttavia Dante
ha avuto in mente tutto il valor mistico che in quell'episodio
dell'Eneide ravvisava l'antico interprete di Virgilio. Servio[438] dopo
aver narrato il mito di Oreste fuggito ad Aricia con l'idolo Taurico, e
il rito sanguinario di quel tempio; dove era sacerdote uno _schiavo
fuggitivo_ il cui posto era preso da altro _schiavo fuggitivo_ che
avesse ucciso il primo e così avesse potuto svellere un ramo dall'albero
sacro; continua: Virgilio da questo rito “prese la sua figurazione
(_colorem_). Chè il ramo bisognava fosse causa _della morte d'uno_;
donde subito soggiunge la _Morte di Miseno_; e accedere ai riti di
Proserpina non poteva, se non preso il ramo etc.„. Ora perchè Virgilio
non dice, esplicitamente, al novello Enea, Seppellisci Miseno? Perchè il
novello Enea è anche un novello Giacobbe, e a questo bisogna dire,
quello che appunto dice Virgilio a Dante: È Rachele che ti chiama! È
Beatrice di cui sei amico, che cura di te! Eppure, torna lo stesso.
Seppellisci Miseno, vuol dire, Esci dal tuo involucro terreno. Va a
Beatrice, significa, La tua mente si diparta dal corpo. Ella è morta, e
i morti non si trovano se non morendo. Ella è la sapienza, e la sapienza
non si vede se non _mentis excessu_.[439]
Dante, dunque, e per rivedere Anchise e per rivedere Rachele, va “a
immortale secolo„ e si seppellisce. “Ma„ ecco dice S. Bernardo[440]
“come nel battesimo siamo tratti dalla potestà delle tenebre e
trasferiti nel regno della eterna carità, così nella, per dir così,
seconda rigenerazione di questa santa professione (_propositi_),
usciamo in simil modo dalle tenebre, non del solo peccato originale,
ma dei molti attuali, e riusciamo al lume delle virtù, adattando
di nuovo a noi il detto dell'apostolo: _Nox praecessit, dies autem
appropinquavit_„.[441] In questo, che si può dire il sommario della
divina Comedia, notiamo il detto di S. Paolo, come appare e riappare nel
poema. Nella selva oscura Dante erra di notte; riprende via nel giorno:
_nox praecessit_. Un sonno pari a quello di che era pieno quando entrò
nella selva, precede il passaggio dell'Acheronte. La notte è al suo
colmo, quando il Messo del cielo gli apre le porte di Dite. Tutta una
notte è quella passata nell'inferno; (Pur. 23, 122) è vicino il giorno
quando si trova alle falde del santo monte: _dies appropinquavit_. E
s'appressava il giorno, quando è da Lucia trasportato, nel sonno, alla
porta del purgatorio: e la notte precedè, quando si mise a cercar la
divina foresta; ed era _mane_ sul balzo del purgatorio, quando salì al
cielo. (Par. 1, 43) Dalla notte al dì. E il dì veramente s'appropinqua
sempre, e mai non giunge sino al momento del “_fulgore_„, in cui Dante
vede l'unione della carne al Verbo, che è la gran meta del poema sacro,
del poema in cui si abbandona la vita umana per la divina e si concilia
e s'insegna questa con quella. (Par. 33, 141)
Dante in persona di Enea e Giacobbe, scende, dopo morto al peccato
originale, a rigenerarsi dai molti peccati attuali. Per Enea, son tre
disposizioni che il ciel non vuole; per Giacobbe, sono sette peccati:
sette, poichè, discorrendo appunto delle tre disposizioni, tra Virgilio
e Dante enumerano sette tra cerchi e cerchietti: quattro cerchi in cui
sono quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia
e che s'incontrano con loro ignominie; (Inf. 11, 70) e tre cerchietti,
(ib. 17) dei violenti e dei fraudolenti, i quali ultimi sono distinti in
due specie, secondo che la frode esercitano in chi non si fida o in chi
si fida. Devono essere sette, e non più nè meno, perchè sette
beatitudini risuonano nei sette gradi del purgatorio, opposte ai sette
peccati che si purgano; e tali sette beatitudini sono l'interpretazione
dei _secondi_ sette anni che Giacobbe serve a Laban, cioè alla Bianca di
luce, cioè alla Grazia, per aver Rachele: ora il “fedele„ di Lucia,
“amico„ di Beatrice, la quale siede con Rachele, serve questi _secondi_
sett'anni, cioè deterge le macchie di sette peccati opposti a quelle
sette beatitudini; dunque deve aver servito anche i _primi_ sette anni,
sette e non più nè meno. E sette sono, come sette devono essere. E
poichè nell'inferno vi sono altre distinzioni di peccato che sono
taciute da Virgilio, come non fossero, bisogna rendersi conto del perchè
e siano taciute e non contino e non siano. Gl'ignavi sono nel vestibolo:
nell'inferno dunque non sono. Gridano invano la seconda morte; dunque
nell'inferno non sono. Misericordia e giustizia gli sdegna: dunque, se
non sono nel purgatorio o nel paradiso della misericordia, non sono
nemmeno nell'inferno della giustizia. Terribile concezione: non sono nè
morti nè vivi: _non sono_.[442] Restano quelli del limbo e quelli del
“cimitero„. Nel limbo è un vagir di culle, nel cimitero è un tacer di
tombe. Voglio dire, il silenzio sarà, non è. Sarà, per una parte, il
silenzio, quando caleranno sulle arche i coperchi. I quali, sino al gran
dì, sono _sospesi_. (Inf. 9, 121) Ora _sospesi_ sono gli spiriti magni e
i parvoli innocenti del limbo. (Inf. 2, 52) Non anch'essi sino al gran
dì? Sino al gran dì in cui così chiara sarà la veste di Catone? Il fatto
è che allora il cimitero sarà tacito come ha da essere un cimitero. Dove
sono coloro che fecero l'anima morta col corpo? Non sono. Sono nella
necropoli della città dei morti: sono i morti della morte. Come (o
divino acume di mente!), come quelli che di là del fiume della morte,
corrono e corrono e corrono, sono i vivi della morte. Ebbene, resteranno
quelli del limbo? i parvoli innocenti e gli spiriti magni? cui è
destinato dall'Eneida verace a giudice Catone? Catone che nel gran dì
sarà così glorioso? Catone che era de' sospesi e s'è mosso e si trova a
mezza via tra il limbo e il paradiso terrestre? Saranno dunque otto, e
non sette, non sette come devono essere, le ripartizioni dell'inferno?
Altri, più ingegnoso di me, trovi dove collocare questi _sospesi_, pur
che non li conservi nell'inferno. Cerchi e cerchi; e troverà... che
cosa? “Un luogo di seconda felicità per i parvoli non battezzati
edificato dai Pelagiani„:[443] “_inter damnationem regnumque caelorum,
quietis vel felicitatis cuiuslibet vel ubilibet quasi medium
locum_„.[444] Questo luogo di mezzo promettevano ai parvoli i Pelagiani,
che ne furono riprovati.[445] Ma essi dicevano che i parvoli non
potevano essere annoverati nè tra i fedeli nè tra gl'increduli; al che
gli ortodossi rispondevano che, a quel modo, i battezzati non erano,
come invece erano, fedeli.[446] Checchè questi rispondessero. Dante
mostra di credere a codesta medietà, e di assegnare sì ai parvoli
innocenti e sì agli spiriti magni quel luogo di mezzo, di pace o
beatitudine, tra l'inferno e il cielo: luogo che non può essere se non
la sommità del purgatorio, arra di pace, sede di felicità, mezza tra la
dannazione e la salute. E si aggiunga alle argomentazioni irrefutabili
questo indizio piccolo e grande. S. Agostino, disputando contro i
Pelagiani, porta a dimostrar la sua tesi ciò che predice il Signore
d'essere per dire ai _suoi_ che vuole nel suo regno; nel regno che è la
vita eterna opposta alla eterna ambustione: dirà: _Venite benedicti
Patris mei..._[447] Sono le parole che la voce di là rivolge a quelli
che traversano il muro di fuoco. Con quelli, Dante e Stazio, è anche
Virgilio. Non a caso la voce accomuna ai due discepoli il maestro,
chiamati tutti e tre dall'angelo “anime sante„; (Pur. 27, 8) non a caso
Virgilio s'era accomunato, nel dar conto di sè ai parvoli innocenti.
(Pur. 7, 31)
Restano i sette tra cerchi e cerchietti, i sette tra peccati
d'incontinenza e di malizia: quattro d'incontinenza, tre di malizia.
Vengono subito in mente i peccati del purgatorio che sono, nella
figurazione del carro, quattro e tre, unicorni e bicorni, come quelli
dell'inferno sono, i quattro di minor offesa e minor biasimo e minor
pena, e i tre di “felli„. Inoltre Virgilio si ferma, a esporre il
sistema penale sì dell'inferno e sì del purgatorio, a un punto, in cui
sono, sotto e sopra loro, tre cerchietti dell'inferno e tre cornici del
purgatorio, sicchè abbiamo la distinzione di quattro e tre, rimanendo il
quarto come una specie di peccato centrale. E sì: nel purgatorio si vede
tale centralità del peccato quarto, che preceduto da _tre_ di amor del
male e seguìto da _tre_ di amor soverchio del bene, è definito peccato
di lento amore nel _vedere_ o _acquistare_ il bene. Il che è quanto
dire: nella vita contemplativa o nell'attiva. Nell'inferno la
dichiarazione avviene in un ripiano, inclinato o meno, che comprende due
cerchi, la palude e il cimitero, d'uomini che rissano o gorgogliano
inerti nel fango vischioso; e d'altri che hanno “mala luce„. S'intuisce
subito che questi peccatori peccarono gli uni nella vita attiva, gli
altri nella contemplativa. E s'intuisce che peccarono d'accidia, carnale
e spirituale; manifestamente, d'accidia spirituale, gli eresiarche,
perchè furono volontariamente ignoranti, e la ignoranza si riduce ad
accidia; e più che manifestamente gli altri del pantano, de' quali i
fitti nel fango dicono d'essere stati tristi e di aver portato dentro
“accidioso„ fummo e non possono dire il loro inno con parola integra.
Ora l'accidia è _tristizia_ che mozza la voce.
Ma si obbietta: quelli che rissano, sono tali cui vinse l'ira: non
dunque accidiosi, ma irosi. Non mai si ebbe dagli interpreti di Dante
così mala luce come nel considerare quest'espressione: _cui vinse
l'ira_; la quale significa che non dominarono l'appetito irascibile,
come quelli dei cerchi precedenti sommisero la ragione al talento
concupiscibile; e non può significare rei d'ira, perchè l'ira è libidine
di vendetta: ora, o la vendetta fecero, e allora fecero ingiuria e
sarebbero in Dite, o non la fecero, e allora l'ira senza vendetta è
_tristizia_ e non ira.[448] Masopra tutto è da notare che rissosi e
fitti nel fango sono tra loro come nel cerchio precedente gli avari e i
prodighi che sono rei de' due vizi collaterali alla virtù di liberalità.
Qual è la virtù che sì i rissosi e sì i fitti misconobbero in modo
opposto tra loro? È, e non può essere altra, la fortezza, nella quale
Dante fonde la magnanimità, (Co. 4, 26) la fortezza, di cui cote e
_calcar_ è l'ira; l'ira passione incolpevole, e non vizio; l'irascibile.
E Dante chiama dunque orgogliosi e tristi quelli che il Filosofo chiama
audaci e timidi, pusillanimi e _tronfi_ o _gonfi_. Chè audacia e
timidità sono i due vizi collaterali alla fortezza; e la pochezza
d'animo e la tronfiezza sono quelli collaterali alla magnanimità.[449] E
che Filippo Argenti sia, come rissoso, il tipo degli audaci e gonfi, è
manifesto da queste parole di Aristotele: “I gonfi sono stolti; e non
conoscono se stessi, e questo si vede manifestamente, imperocchè mettono
mano alle cose onorevoli, come se ne fossero degni; e di poi vengono
scoperti e scornati. E _si adornano nel vestire e nella figura e in cose
siffatte_; e vogliono che le loro buone fortune sieno visibili, e
parlano di sè stessi, come se per mezzo di ciò potessero venire
onorati„.[450] Basta ricordare i ferri d'argento! basta rileggere le
novelle del Boccaccio e del Sacchetti! basta richiamare alla mente
l'atto di lui, che vuol afferrare la sponda del legno, per salire
anch'esso dove Dante siede con suo alto onore! E si veda ora come è il
magnanimo, e se le sue note si convengono al Messo del cielo,
persuadendo sempre più ch'egli sia Enea, tipo già nel Convivio di
fortezza o magnanimità. “Sembra essere propria del magnanimo la
grandezza in ciascuna virtù„.[451] Enea dal Poeta è posto ad esempio,
nella parte del Convivio che compì, delle virtù convenienti all'età
giovanile, annunziando che ne avrebbe discorso ancora. “Versa adunque
principalmente il magnanimo circa gli onori... e si rallegra
moderatamente di quei grandi che riceve, o che gli vengano dai virtuosi,
come chi ottenga cose a lui proprie o anche di meno... non guarda
neanche all'onore, quasi sia la più grande delle cose... i magnanimi
sembrano essere disprezzatori... e il magnanimo disprezza giustamente,
chè opina secondo verità„.[452] Ricordiamoci le parole di Virgilio a
Dante, Taci e inchinati, se non vogliono dire: Non è uomo quegli, da
gradir plausi e grida; un cenno d'onore gli basta! E si veda il
contrapposto: “Quelli che senza virtù posseggono siffatti beni (onore,
potere, preminenza, ricchezza), nè a buon diritto si stimano degni di
grandi cose, nè rettamente sono chiamati magnanimi: chè senza virtù
perfetta non hanno luogo queste cose. E diventano anche _superbi_ e
_insultatori_ quelli che possedono questi beni: infatti senza virtù non
è facile il sopportare con moderazione le buone fortune; e non potendole
portare e pensandosi di soprastare agli altri, li disprezzano, ed essi,
in qualunque cosa s'abbattano, agiscono. Che imitano il magnanimo non
essendogli simili; e ciò fanno nelle cose che possono: e pertanto non
fanno le loro cose secondo virtù, ma disprezzano gli altri„.[453] Non è
il ritratto della _persona orgogliosa_ quale Filippo Argenti è dipinto
dai novellieri? “È proprio del magnanimo... il far servigi
volenterosamente... accorrere dove l'onore o l'azione da compiersi sia
grande; e far poche cose, ma grandi e gloriose. È necessario anche
essere apertamente nemico e apertamente amico, chè il restar nascosto è
d'uom che teme... e parlare e operare manifestamente; chè il magnanimo
sarà franco pel suo disprezzo„.[454] Non è questo il contegno e il
_disdegno_ del Messo, sì nell'accorrere e sì nello sgridare i cacciati
del cielo? E se è, non è egli, colui che così accorre e parla e opera
manifestamente e disprezza o disdegna, uno che renda un servigio? E se
lo rende, chi può essere egli se non Enea? “È anche apertamente verace
tranne nelle cose che dice per ironia; ed è ironico verso i più„.
_Cerbero vostro, se ben vi ricorda_: parole dette con sogghigno. “Nè
parlerà intorno a sè, nè intorno ad altri, non gli sta infatti a cuore
nè che si dieno a lui lodi nè che gli altri vengano biasimati, e però
non è neppure atto a lodare. Per la qual cosa non è neanche maldicente,
_nemmeno dei nemici, se non fosse per arroganza_„.[455] Ecco il Messo
che non si ferma per esser lodato o ringraziato, o per biasimare e
maledire la gente _dispetta_ (eppure ha loro detto il fatto loro), e
parte, come pensando ad altro che a quella pur grande impresa che ha
compiuta. “E il muoversi del magnanimo sembra dover esser lento, e la
voce grave, e la parola ponderata; chè _non ha mai fretta..._„. Come è
impazientemente aspettato da Virgilio il Messo! Ma egli giunge a tempo,
nè prima nè dopo, e tuttavia piuttosto dopo che prima. Dante sopra tutto
ha ricordata del magnanimo un'altra nota, quella di esser “pronto a
contraccambiare con più, che non abbia avuto; chè così viene ad essere
riobbligato chi ha fatto il benefizio, e diventa egli il
beneficato„.[456] Enea era obbligato al Poeta che ne aveva celebrata le
gesta: ora lo riobbliga.[457]
I tronfi od orgogliosi (si ricordi “l'usato orgoglio„ dei colombi) e
audaci, coi pusillanimi e timidi, della palude Stigia (così
corrispondenti agl'ignavi del vestibolo, come i sepolti nell'arche dal
coperchio _sospeso_ corrispondono ai _sospesi_ del limbo), dànno, tutti
insieme questi e quelli, il concetto dantesco di accidia in operare e
vedere.[458] Sicchè possiamo dire che le lezioni di Virgilio sui peccati
dell'inferno e del purgatorio sono date nel medesimo ripiano centrale,
che è dell'accidia carnale e spirituale, fra tre e tre peccati, che sono
nel purgatorio di amor soverchio del bene, i tre di sopra, e
nell'inferno, d'incontinenza di concupiscibile, i tre pur di sopra; e i
tre di sotto, nell'uno, d'amor del male, e nell'altro, di malizia. Che
l'incontinenza di concupiscibile e l'amor soverchio del bene si
equivalgano, oltre che da questo chiaro raffronto, risulta dai nomi dei
tre peccati, che è uguale nell'uno e nell'altro regno: lussuria, gola e
avarizia. E i tre di sotto? I tre di sotto sono ira, invidia e superbia,
nel purgatorio; ma violenza, frode in chi non si fida e in chi si fida,
nell'inferno. Per altro questi tre peccati hanno per simboli, il
tradimento, Lucifero, che è il primo _superbo_; la frode semplice,
Gerione che è serpente infernale, cioè l'_invidia_ satanica; la
violenza, il Minotauro che appena vede i visitatori, morde se stesso “sì
come quei cui l'_ira_ dentro fiacca„. E perchè il Minotauro non è,
sebbene sia _ira bestiale_, dell'_ira_ simbolo così evidente, come il
serpe dell'_invidia_ e il primo superbo della _superbia_, poi Dante ci
definisce la violenza, perchè noi non ci abbiamo a ingannare, così: (Inf
12, 49) “O cieca cupidigia, o _ira_ folle!„ Le quali parole si
riferiscono alla sola violenza, e non all'oculata frode, non alla frode
che, come è tutt'altro che cieca, così non è davvero _folle_, nella sua
cupidità, avendo al suo servizio (e Dante l'ha pur detto!) ciò per cui
ella è proprio male dell'uomo: l'intelletto.
I sette peccati dell'inferno equivalgono ai sette del purgatorio. I
quattro peccati unicorpori e i tre uno biforme e due tergemini dello
inferno sono i quattro unicorni e tre bicorni del purgatorio; salvo che
questi ultimi sono figurati secondo l'inordinazione iniziale
dell'appetito e quei primi secondo la conseguente inordinazione della
volontà e dell'intelletto. I peccati bicorni sono quelli dove è la
cupidigia, cioè l'amor del proprio bene complicato con l'amor del male
altrui: dunque equivalgono ai peccati infernali dove è la cupidigia,
cieca e non cieca: e questi sono i tre di cui ingiuria è il fine. Ed è
bello osservare che in essi il disordine nello appetito è figurato dal
Poeta in qualche modo duplice, che può essere bensì la duplicità
dell'appetito che è irascibile e concupiscibile, ma può essere ancora
l'amor del bene proprio e del male altrui, cioè la cupidità, che è la
fonte del peccato. Gerione ha invero due branche pilose, i giganti hanno
incatenate e immobili le due braccia. Lucifero delle tre teste ha una,
quella dell'inordinazione dell'appetito, di colore tra bianca e gialla.
Ma c'è davvero qualcuno che dubita ancora dell'equivalenza tra i sette
peccati dell'inferno e i sette del purgatorio? C'è? E legga: sono per
dargli la prova delle prove. Gli dimostrerò che Dante i peccati dei tre
cerchietti definisce peccati spirituali, cioè dunque, ira invidia e
superbia;[459] che Dante i due ultimi peccati dell'inferno dichiara
superbia e invidia. Basterà ciò a convincere il lettore che il peccato
mediano, nelle fosse e negli spaldi di Dite, è accidia in operare e
vedere? Speriamo.