insiste altra volta sui due cammini: buono e ottimo. E li distingue per
la meta in questa vita. Se il viaggio proposto da Virgilio è altro, la
sua meta non è il bel colle. L'andare al colle è _corto_, e s'intende
che ciò è detto non riguardo al tempo sottinteso sotto il velo
dell'allegoria che sarebbe di cinque anni, ma riguardo al tempo espresso
nell'allegoria medesima. Un mattino o magari un giorno sarebbe bastato a
Dante per salire; nell'altro viaggio gli occorsero più giorni e più
notti. Ora questa proporzion di tempo, s'intuisce che significa la
minore e maggior difficoltà. Agevole è raggiungere la beatitudine della
vita attiva: lo andare al colle è corto. E sarà dunque della vita
contemplativa l'altro viaggio che è tanto malagevole, a cui si richiede
in Dante tanto coraggio, tanta perseveranza, tanta fatica, tanto
tormento. Nell'andare al colle nessuno gli era scorta; nell'altro
viaggio gli è duce, maestro, pedagogo, Virgilio che è lo _studio_:
studio dell'arte, studio della sapienza o delle scienze, studio che fu
lungo. Infine quell'andare fu su questa superficie terrestre; la lupa
che lo impedì, era bensì un mostro dell'inferno, ma non era
nell'inferno, dipartita come era di là, dall'invidia satanica: l'altro
viaggio fu sotterra. Ora nascondersi sotterra vale “contemplare„. Fu,
entrando col terremoto della redenzione la quale fece le tre rovine. Ora
fare le rovine, o le macerie, significa contemplare. Fu, uscendo da un
foro nel sasso. Ora andare per tali _foramina petrae_ significa
contemplare.[407] E poi ognun vede, ognun comprende che Dante salendo al
colle, cammina e opera, che è lo stesso, e altro non fa; e che,
scendendo negli abissi e risalendone sino al monte, cammina e opera, sì,
e con fatica e con timore e con pietà e con ira, ma guarda, anche se
guarda e passa, guarda, nota, chiede e riceve dichiarazioni e lezioni:
studia, insomma, e contempla. E infine ognun sa che Dante medesimo
chiama “visione„ tutto il suo _altro_ viaggio.
Non avrebbe Dante in vetta al bel colle trovato nè Matelda nè Beatrice.
E lo studio che adduce all'una e all'altra; e Virgilio che è lo studio,
mandato da Beatrice a soccorrerlo, come gli dice sulle prime?
Perchè non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?
Per quanto, a rigore, lo studio sia utile e necessario anche nella vita
attiva, e perciò a rigore, non si debba escludere che Virgilio potesse
accompagnar Dante per il corto andare;[408] tuttavia, pur sembrando
sulle prime incorarlo a salire, non gli propone già di salirlo con lui,
il bel colle, non gli dice mica: Ti condurrò! Non è la sua via, quella;
e d'altra parte egli non avrebbe potere contro la “bestia„. Con Virgilio
egli diventa, come Stazio, poeta; con Virgilio egli diventa, come
Stazio, _vero_ cristiano, cioè sapiente e filosofo. Poeti e filosofi non
son uomini di vita attiva. Perchè mi sembra inutile ripetere che Matelda
è l'_arte_, in genere e in ispecie. Come Beatrice è la sapienza, Matelda
è l'arte. Ella pertiene sì alla vita attiva e sì alla vita
contemplativa: opera e sa o vede. Ebbene è l'arte, che è virtù
intellettuale e abito operativo.[409] È l'operazione, ma gioconda,
perchè è nel paradiso terrestre, dove l'operare sarebbe stato giocondo:
dunque è l'arte, figlia veramente della natura e veramente nepote di
Dio. Su ciò non è dubbio.[410] Ella è il _Musaeus_ di Dante; e noi
dobbiamo imaginare, invece del vecchio sacerdote, la gentile coglitrice
di fiori e cantatrice e danzatrice, dagli occhi lucenti e ardenti
d'amore, tra quei gruppi d'eroi, di guerrieri, di poeti, di sacerdoti,
(_Aen. VI_ 663)
_inventas aut qui vitam excoluere per ~artis~_
_quique sui memores aliquos fecere merendo,_
i quali tutti Dante direbbe aver l'abito dell'arte. Chè egli conosce
un'arte di Dio, (Inf. 11, 100 al.) degli angeli, (Par. 29, 52 al.)
dell'imperatore (Co. 4, 9) dei guerrieri, (Inf. 13, 145) dei sacerdoti,
(Pur. 1, 126) dei filosofi, degli altri scienziati, (Par. 13, 123, Pur.
4, 80 al.) dei meccanici, (Co. 4, 9 al.) e la sua, l'arte dei poeti;
(Inf. 4, 73 al.) la quale, prima di veder Matelda, sentiva usare agli
uccelli della foresta, (Pur. 28, 15) e dopo che l'ebbe veduta e n'ebbe
avuti i benefizi, sentì in sè stesso, che lo frenava. (ib. 33, 141) Tra
le quali _artes_ dell'Elisio Virgiliano noi possiamo discernere quale il
Poeta pregiasse più. Chè nell'Elisio suo proprio Dante vede, esaltandosi
in sè, degli spiriti magni prima il gruppo degli eroi; poi, inalzando
_un poco più le ciglia_, il gruppo dei filosofi. Ora, se questo del
sedersi più su, è certo indizio di superiorità, superiore è al gruppo
dei filosofi il gruppo dei poeti che rimira li altri da luogo luminoso
ed _alto_. (Inf. 4, 116) La poesia è l'arte che il Poeta pregia più, e
Matelda è più propriamente come Musa così poesia. Ella è quella che
apparisce in sogno a Dante, e fa confusa la fetida Sirena; e chi non si
commuove pensando a questa confession di Dante, ch'egli con la divina
poesia vinceva l'inerzia forzata dell'esilio, e per il conforto di
quella sapeva far a meno de' ben vani, degli agi della vita, dei diletti
della mensa e del talamo? O arte consolatrice che fai sì macro e sì
puro! Matelda, la Musa eterna, come allora si volge con antica
familiarità al Mantovano, dicendogli _O Virgilio, Virgilio_; (Pur. 19,
28) così, parlando poi dell'età dell'oro e de' sogni de' poeti, sembra a
Virgilio più specialmente alludere, col garbo di chi voglia ricordarsi a
un presente cui debba nascondersi. (Pur 28, 139) Il fatto è che Virgilio
resta avanti a Matelda che è _donna_ di lui come _donna_ si mostra
dell'altro antico poeta; (Pur. 33, 135) resta avanti all'arte o alla
Musa, e sparisce avanti Beatrice. Sparisce, e ciò non è senza perchè.
Beatrice, è vero si reca a lui, chiamandolo attraverso il fuoco
purificatore. Virgilio ne vide lucere gli occhi. (Inf 2, 55) Anche
passando con i suoi due discepoli il muro di fiamme, gli pareva vedere
quelli occhi. (Pur. 27, 54) Gli occhi della sapienza sono le sue
dimostrazioni. (Co. 3, 15) Ora in tale distinzione, che la sapienza si
mostra, o mostra i suoi occhi, a Virgilio, e perciò a quelli del limbo,
e in genere agli antichi savi e poeti, e questi non giungono a veder
lei, o appena appena la intravedono; è il concetto che fa rimaner
turbato Virgilio nel pensare a sè e ai savi del limbo che desiano senza
frutto. Desiano essi invano l'alto sole, come a dire il lume supero,
differente da quel lume che non è lume nel loro luogo luminoso e alto. E
sospirano. Sospirano come “gli altri miseri che ciò mirano„ i quali
“ripensando il loro difetto, dopo il desiderio della perfezione caggiono
in fatica di sospiri„. (Co. 3, 13) E sono quelli che la sapienza amarono
più ardentemente e amano, perchè amarono e amano invano, non giungendo
essi mai al proprio possesso di quella per cui sospirano, ma ottenendo,
tutto al più, ciò che è espresso in queste dubbiose parole: “per le...
tre virtù si sale a filosofare a quella Atene celestiale, dove gli
Stoici e Peripatetici ed Epicurei, per l'_arte_ della verità eterna, in
un volere concordevolmente concorrono„. (Co. 3, 14) Concorrono nel
volere e non giungono: vedono, per l'_arte del vero_, (Par. 13, 123) e
trovano lucide dimostrazioni, ma posseder la sapienza che amano e
sospirano, non possono. L'_arte_ non è la _sapienza_: con Matelda si
trovano; avanti a Beatrice, che pur li va a trovare nella loro sede
tenebrosa, e mostra loro gli occhi suoi attraverso il fuoco della loro
mondizia, avanti a Beatrice, a cui pur _concorrono_, spariscono.[411]
A loro è negato salire all'Atene celestiale. A loro è interdetta quella
verace filosofia che è la contemplazione. Essi restano, con tutto il
fuoco che li ha purificati, _puri_ sì, ma non _disposti_ a salire alle
stelle, per quanto lo desiino e sospirino; sicchè, per quanto grandi e
veggenti, oltre la vita attiva non vanno, sebbene siano o siano per
essere all'estremo limite di essa, dove, passando il Letè, potrebbero,
sì, dalla loro Matelda essere offerte alla danza delle quattro ninfe che
furono già con loro viventi (elle erano in terra, prima che vi scendesse
Beatrice); ma non potrebbero aver gli occhi acuti dalle altre che miran
più profondo.
XXXIV.
MISENO
Dante, come Enea, va per altro viaggio a cercare il suo Anchise, e trova
prima il suo Museo che lo conduce a lui; come Giacobbe, serve, nel tempo
e modo stesso, a Laban che è la Grazia della remission de' peccati; per
avere la sua Rachele. Ma è Dante, non Enea e non Giacobbe: egli va a
cercare e vuol avere la sua _inveterata_, in cui è la vecchiezza
sapiente di Anchise e la giovane e bella femminilità di Rachele. E alla
sua antica ed eternamente giovane Beatrice è addotto non dal vecchio
Museo, ma dall'eternamente giovane e antica Musa, Matelda.
Enea ha, per iscendere, un ammonimento dal suo vate, cioè dalla Sibilla:
“_hunc... conde sepulcro_!„ (_Aen. VI_ 122) “T'hai il corpo esanime d'un
amico, e non lo sai. Portalo al luogo suo: seppelliscilo: _soltanto_
così vedrai le selve Stigie e i regni dove i vivi non possono
penetrare„.[412] Il novello Enea non può fare il viaggio dell'antico se
non al medesimo patto: seppellire il corpo d'un amico: soltanto così.
L'esattezza è mirabile: soltanto così, Dante vedrà la selva Stigia, sarà
nei regni invii ai viventi. E il corpo deve essere esanime.
D'un amico, del primo amico, come Dante poteva intendere che fosse
Miseno Eolide a Enea, da quei versi che ricordò nella Monarchia: “Si ha
da ascoltare il medesimo (Virgilio) nel sesto, quando parlando di Miseno
morto, che era stato ministro d'Ettore in guerra, e dopo la morte di
Ettore s'era fatto ministro d'Enea, dice Miseno _non inferiora sequutum_
etc.„. Del primo amico, e ministro suo in guerra. Perchè, chi è colui
che Dante deve seppellire? Il proprio corpo, sè stesso. Invero l'uomo
“dal principio sè stesso ama„. (Co. 4, 22) Ecco il primo amico. Vero è
che poi “conoscendo in sè diverse parti, quelle che in lui sono più
nobili, più ama„, e poichè “più nobile parte dell'uomo sia l'animo che
il corpo, quello più ama„. (ib.) Ma lì si dice “ama„ per dire “deve
amare„; nel fatto, ama più ciò che deve amar meno: il corpo. E qui si
tratta di uomo che ritorna a essere ciò che dovrebbe essere e non è;
d'uomo che ha da seppellire, dunque, quello che ama più e deve amar
meno: il corpo. Chè qui si parla di battesimo.[413]
S. Paolo (Dante dopo essere stato Enea, diverrà Paolo) ha del battesimo
queste due gradazioni del medesimo concetto che è “_quicumque baptizati
sumus in Christo Iesu, in morte ipsius baptizati sumus_„:[414] la prima:
“_mortui sumus cum Christo_„;[415] la seconda: “_consepulti sumus[416]
cum illo per baptismum in mortem, ~o~ complantati facti sumus
similitudini mortis eius_„. La somiglianza nella morte e nella sepoltura
o nel nascondimento sotterra come d'un seme, porta poi la somiglianza
nell'effetto. Questa somiglianza è espressa o col vivere o risorgere dai
morti o col “camminare _in novitate vitae_„.[417] Dico subito che Dante,
dopo essere uscito dal passo della selva ed aver riposato il corpo
lasso, “cammina„. E aggiungo che nella selva era quasi morte, e che il
corpo uscendo da quella quasi morte mediante una specie di morte
(_quasi_ morte anch'essa), è non altro che lasso e non ha bisogno che
d'un po' di riposo, e poi si trova “mortificato„ solo _ex parte_:
zoppica da un piede. Nel passare, invece, la vera fiumana, il suo corpo
è “esamine„ esattamente, come quello del Miseno, poichè ne era stato
vinto ciascun sentimento; e poi il suo occhio è a dirittura “riposato„.
Ma sopra tutto occorre notare che questa volta Dante non muore soltanto,
non cade soltanto, come uomo cui sonno piglia, ma si trova di là, nella
proda d'abisso, sotterra, nella tomba: è sepolto.[418] Ora è evidente
che con quella prima quasi morte o mezza morte, non seguìta da
seppellimento, in confronto dell'altra morte e sepoltura, Dante vuol
esprimere la necessità che dice S. Agostino, di conformarsi con la
volontà, _cum primum sapere coeperit_, al battesimo ricevuto da parvolo;
la qual necessità è di tutti, di quelli ancora che si danno alla vita
attiva. La qual sentenza generica di S. Agostino è trascritta in questo
passo di S. Bernardo: “Il fatto d'avervi prima generati (il battesimo è
morte, cioè nascita o rinascita) col sacramento della pietà, sebbene
fosse volontario per chi generava, non potè essere volontario per chi
era generato; chè questi non avevano alcun uso della volontà, nessun
esercizio della ragione; e perciò non vi fu alcun riconoscimento della
generazione stessa, nessun conoscimento di tanto genitore. Solo ora la
generazione volontaria fa un sacrifizio volontario, secondo quel detto
(_Ps._ 53, 8): volontariamente a te sacrificherò e confesserò il tuo
nome, poichè è bene„.[419] Ma già S. Bernardo, sebbene pronunzi una
verità generale, non l'applica qui a tutti, ma a soli quelli che si
danno alla vita contemplativa. Per questi, per questi, succede tal
rinnovazione (non ripetizione) del battesimo. E perciò succede a Dante,
se è vero, come è vero, che il passaggio dell'Acheronte è il suo entrare
nella vita contemplativa. E succede la rinnovazione spirituale e
volontaria d'un vero battesimo, con la morte e la sepoltura.
Il passaggio dell'Acheronte ha tutte le note del battesimo, come era
significato misticamente.[420] Non possiamo dire il modo proprio con cui
Dante passò, perchè egli, nella sua alta finzion poetica, essendo
addormito, essendo anzi morto, non lo può dire. Egli finge di non
saperlo nemmen esso. Ma passò mediante quella croce, che si segna sul
neofito, mediante quel legno della croce, che è il più lieve legno,
indicato da Caron, che è l'arca in cui si galleggia sul diluvio della
perdizione. Passò o sulle acque come Gesù e Pietro, o tra le acque che
si scostarono per lui, come già per gli ebrei fuggenti dall'Egitto.
Passò tra il rimbombo della tempesta, quale era quella che minacciò la
navicella degli apostoli. Ma in che modo proprio, non è dato sapere, se
non se forse ci dà qualche indizio, come vedremo, di ciò che fu la
propria imaginazione di Dante in questo passaggio, l'altro passaggio del
fiume che equivale misticamente all'Acheronte, e che è il Letè nel quale
fu tuffato, e così passò. Comunque sia, dobbiamo tener per certo che
Dante in sì fatto passaggio adombrò la rinnovazione del battesimo, del
perfetto battesimo, che lo liberava dal _languor naturae_ conseguenza
dell'umana colpa. Ora noi vedremo che “altro battesimo, secondo
battesimo„ è ciò per cui si entra nella vita contemplativa; e potremo
esser certi sì, che battesimo fu il passaggio dell'Acheronte, e sì, che
ingresso alla vita contemplativa fu quel passaggio; e che il poema di
Dante ha, dunque, tale argomento, di rinunzia alla vita attiva, e che
perciò non fu potuto cominciare se non dopo la morte d'Arrigo
imperatore; e che la selva oscura è il peccato originale, come il
vestibolo e il limbo, e che perciò le tre fiere sono il peccato attuale
ossia le tre disposizioni; e che son vere tante illazioni e tanti
corollari che ho esposti nei miei libri danteschi, e che è certo che io,
aiutato certo nella mia umiltà dalla grande anima di colui che morì
nella mia terra, ho veduto attraverso il velame e ho contemplata la
mirabile visione.
Vita contemplativa è per eccellenza di coloro che fanno la professione
religiosa. Ebbene la professione religiosa è detta e considerata un
“secondo battesimo„. Primo fu, credo, S. Girolamo a usare questa
espressione. Egli dice, scrivendo a Paula, sulla morte della figlia di
lei: “In vero se immaturamente la morte l'avesse rapita mentre era in
desiderii secolari e pensava (Dio ne tenga lontani i suoi!) alle delizie
di questa vita, sarebbe ella stata da piangere. Ma poichè invece, col
favore del Cristo, già da quattro mesi s'è lavata col _secondo_, per
così dire _battesimo del proposito_ (cioè della profession religiosa), e
quindi ella è vissuta così che, spregiato il mondo, ha sempre avuto in
cuore il monastero...„ non c'è da piangere.[421] Questo concetto ricorre
più volte nel fedele di Maria, maestro di Dante.[422] Egli dice:
“Agl'immondi principalmente il Cristo aprì questa via, egli che venne a
cercare e a salvare ciò ch'era perito nelle vie del secolo„. Lasciamo
star gli immondi; ma certo Dante era per essere ucciso nelle _vie del
secolo_, e si mise per un altro cammino. “Che dunque?„ continua l'Abate
“passerà uno macchiato per la via santa? No. Venga quanto si voglia
macchiato a quella, e tuttavia non passerà macchiato per quella: perchè
quando passerà, non sarà macchiato. La via santa lo ammette macchiato,
ma, ammessolo, subito lo lava; che lava ogni reità quasi fosse _un
secondo battesimo_ di penitenza...„[423] Altrove S. Bernardo dichiara il
perchè di questo nome: _secondo battesimo_. “Voi volete saper da me,
donde, tra gli altri istituti di penitenza, la disciplina monastica
abbia meritata _codesta prerogativa di chiamarsi secondo battesimo_.
Credo, per la perfetta rinunzia al mondo e per la singolare eccellenza
della vita spirituale per cui una così fatta conversazione essendo
superiore a tutti i generi di vita umana, fa chi la professa e ama,
simile agli angeli, dissimile dagli uomini; anzi torna a formare
nell'uomo l'imagine divina, configurandoci al Cristo, a mo' del
battesimo. E infine siamo battezzati con una specie di secondo
battesimo, mentre, per ciò che mortifichiamo le nostre membra che sono
sulla terra, ci rivestiamo di nuovo del Cristo, piantati sotterra di
nuovo a somiglianza della morte di lui.„[424] Anche: “Vieni o Signore
Gesù... Noi saremo veramente _liberi_, se tu ci libererai. Facemmo vano
il primo patto... sottomettendoci a una misera schiavitù, (Dante nella
selva era servo). Pertanto, o fratelli, conviene _ci ribattezziamo_; ci
è necessario stringere un secondo patto; ci è mestieri una seconda
professione; nè più basta rinunziare al diavolo e alle opere di lui;
bisogna rinunziare, _sì al mondo, sì alla propria volontà_. (Dante in
vero, fa suo il volere di Virgilio, e così giunge a libertate). Il mondo
ci sedusse, la volontà ci travia. Nel primo battesimo, quando la nostra
volontà non ci aveva ancora punto nociuto, bastò rinunziare al diavolo,
per la cui invidia il peccato insieme e la morte entrando per l'entrata
medesima, passarono a tutti gli uomini. Dopo che manifestamente provammo
le blandizie del mondo fallace e l'infedeltà del nostro volere, in
questo _secondo_, per così dire, _battesimo della nostra conversione_
dobbiamo non solo risarcire il primo patto, ma rinunziare alle passioni
stesse„.[425] Noi vediamo che S. Bernardo questo secondo battesimo, che
è la profession religiosa o il rinunziare al mondo o secolo e mettersi
nella via santa, nella via di Dio, nella vita spirituale, lo dice
uguale, non alla semplice morte, ma al nascondimento sotterra, alla
sepoltura. Il che più chiaro dice, parlando d'un fra' Natale: “Fu di
nuovo _sepolto col Cristo_ mediante _il battesimo dell'eremo_: io starò
a metter fuori i vizi di lui, già seppelliti?„[426]
Così il novello Enea obbedisce al precetto del vate, cui aveva gridato
il suo _Miserere_. Il vate gli dice: A te conviene altro viaggio; gli
dice: ti trarrò per loco eterno; gli viene a dire: Andrai a immortale
secolo, e vi sarai sensibilmente: il che tutto torna a rinnovare
l'ammonimento: _Hunc conde sepulcro_. Il Miseno ch'egli ha da seppellire
è lui stesso, suo primo amico esanime. Dopo, vedrà _lucos stygios_ e
sarà nella tomba. E nella tomba si trova, dopo il passaggio
dell'Acheronte, e non sa dove si trovi. E vede _lucos stygios_; boschi o
selve, per mo' di dire (questo attenuamento _per così dire_ bisogna
ripeterlo a ogni tratto interpretando il Poeta mistico, come lo vediamo
ripetuto in S. Bernardo e in tutti gli scrittori così fatti): vede una
selva: la selva, _dico_, di spiriti spessi. (Inf. 4, 66) E selva Stigia,
sì: passato l'Acheronte, sottentra lo Stige, che si mostra solo al
quarto cerchio, ma che continua subito l'Acheronte sin dal cerchio
superno.
Quand'egli passò la selva oscura, che era anch'essa una specie di
fiumana, un Acheronte anch'essa che si valica a nuoto, fu aiutato da un
lume, che egli non vedeva e non narra: dal lume di grazia, dal lume
della luna piena, da Lucia. Nell'Acheronte, da chi se non dalla medesima
grazia o Lucia? Il Letè attraversò tenuto da Matelda; l'Acheronte,
aiutato, in modo misterioso, da Lucia, la quale in modo pur misterioso
lo recherà poi all'ingresso del Purgatorio. In qual forma venisse, ella
che è donna, luna, aquila, folgore, non vuol Dante che si sappia; e
tuttavia possiamo imaginarcelo con un'imaginazione di Dante: e con qual
altra? La croce nel passaggio che è un battesimo, ci ha da essere: ell'è
il più lieve legno. E ci ha da essere la grazia, nel battesimo; la
grazia che poi nella lunga via fa meravigliare tutti (per es. Pur. 14,
14); la grazia o Lucia. Lucia è figurata, nel sogno che Dante sognò con
la mente divinatrice, in un'aquila con penne d'oro: l'aquila imperiale.
(Pur. 9, 20) Questa scende come folgore. Ora un lampo vermiglio è quello
che vince i sentimenti di Dante, avanti l'Acheronte. Dorme qui Dante, e
dorme là: la grazia opera senza che ce n'accorgiamo e oltre il merito
nostro. Venne anche questa volta l'aquila? E allora, la croce? Ecco:
Dante nel paradiso contempla la croce di spiriti beati del ciel di
Marte. Nel tempo in cui una donna da rossa per vergogna si rifà bianca,
egli vede il rosso di Marte cambiarsi nel bianco di Giove: e invece
degli spiriti nella croce, vede altri spiriti, volitanti nella grande
frase della Giustizia, formare all'ultimo “la testa e il collo
d'un'aquila„. (Pur. 18, 107) Ma qui manca possa alla nostra fantasia. A
noi, dove Dante non disse, basti dire che egli passò l'Acheronte
mediante la croce che è aquila.
Così entriamo nel grande significato della divina Comedia. Dante è
l'uomo o gli uomini, nella via del mondo o nella via di Deo. Il
ribattezzatore dell'umana volontà è il potere imperiale. È questa luna
piena che trae l'umanità dalla selva oscura, è questo altro sole, anzi,
che impedisce che il mondo disvii, è questa luce o Lucia che fa varcare
al genere umano il fiume che è morte e vita, vita e morte; è questo
“governo„ che deve fare sì che il frutto venga dopo il fiore del volere,
ossia che il battesimo non sia invano: (Par. 27, 147)
sì che la classe correrà diretta.
Gli ammiratori d'un Dante astratto da' suoi tempi e dalla sua
scolastica, che cosa hanno a dire a codesto passo del Paradiso in cui
dopo le onde della cupidigia vengono i bozzacchioni dei susini, e poi la
pelle bianca che si fa nera della luna, e poi la classe che vira di
bordo, e poi il fiore che dà frutto vero? Hanno a dir male, per certo,
essi che in Dante non vogliono considerare se non la parte formale.
Ebbene io spero che ne penseranno meno peggio per quello che, con
l'aiuto della scolastica, io ho mostrato e sono per mostrare intorno al
legame di codeste imagini svariate e disformi, tenute insieme però
dall'unica idea della rigenerazione del volere, prodotta dalla grazia
del battesimo rinnovellata dall'autorità imperiale. Ne penseranno meno
peggio, quando vedranno che Beatrice, in quel suo discorso, riassume la
divina Comedia nelle sue prime ed essenziali concezioni e figurazioni,
facendo riapparire la fiumana su cui il mar non ha vanto, e la selva che
si passa per virtù della luna che c'è e non c'è, _per incertam lunam_;
richiamando al nostro pensiero quei motivi iniziali d'acqua e
vegetazione; d'acqua Acherontea che se non si varca su _più lieve
legno_, ci invischia poi nel brago, ci bolle nel fuoco, ci serra nel
gelo; di vegetazione selvatica, che se non è favorita da convenevole
temperie, o tale resta, o ci trasforma poi in bestie o in semiferi
peggiori o in diavoli pessimi.[427] Ne penseranno meno peggio, quando
vedranno dove ci conduce la _classe_ (latinismo fuor di rima), la
_classe_ così stranamente comparsa dopo i bozzacchioni e la luna bianca
nera[428] (si noti anche come è bella questa bruttezza, quando
s'intenda!), e che è così stranamente seguìta dal fiore che allega, come
causa da effetto: una _classe_ diretta che fa sì che le susine non si
convertano in bozzacchioni! Ma quella _classe_ ci conduce all'Acheronte,
e perciò al battesimo, e perciò alla pianta che fiorisce e al fiore che
allega, e perciò alla grazia, e perciò alla luna che c'è e non si vede,
_bianca nera_, e perciò a Lucia. Quella _classe_ in vero ci porta a
Miseno: _hunc conde sepulcro_! Sì: _la classe_ andrà bene, sol quando
l'umanità, per opera dell'impero strumento della grazia, _seppellirà
Miseno_; il quale così insepolto, cioè battezzato invano, come i più
degli uomini insepolti misticamente, nel vestibolo infernale, insepolti
perchè ebbero in vano quel battesimo che è un conseppellirsi col Cristo;
insepolto; ed _ehu nescis_! non lo sapete! e perciò lo dico io e lo
figuro in tanti modi e lo faccio dire da Marco e da Beatrice! il qual
Miseno, che è il primo amico d'ognuno (l'appetito sensitivo, il tallo,
la pianta che ha non solo da fiorire ma da allegare e fruttare); il qual
Miseno (_Aen. VI_ 150)
_totam... incestat funere_ =classem=.[429]