Si legga infatti questo passo di Dante: “Siccome dice Aristotile, nel

secondo dell'_Anima_, vivere è l'essere delli viventi; e perciocchè

vivere è per molti modi, siccome nelle piante vegetare, e negli animali

vegetare sentire e muovere, negli uomini vegetare, sentire, muovere e

ragionare, ovvero intendere; e le cose si deono denominare dalla più

nobile parte; manifesto è, che vivere nelli animali è sentire, animali

dico bruti, vivere nell'uomo è ragione usare. Dunque se vivere è

l'essere dell'uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e

così è essere morto„. (Co. 4, 7) Morto dunque è l'uomo, sebben vivo, che

non usi ragionare; dunque tanto morto si può dire chi, senza ragionare

ovvero intendere, vegeti e senta e muova, quanto chi vegeti soltanto.

Così, come Dante continua: “Siccome dice il Filosofo nel secondo

_dell'Anima_, le potenzie dell'anima stanno sopra sè, come la figura

dello quadrangolo sta sopra lo triangolo; e lo pentagono sta sopra lo

quadrangolo; così la sensitiva sta sopra la vegetativa, e la

intellettiva sta sopra la vegetativa. Dunque, come levando l'ultimo

canto del pentagono, rimane quadrangolo; così levando l'ultima potenzia

dell'anima, cioè la ragione, non rimane più uomo, ma cosa con anima

sensitiva solamente, cioè animale bruto„. (Co. ib.) Del che consegue,

che se si leva anche l'anima sensitiva, non rimane più animale bruto, ma

pianta. Or ci sono siffatti uomini, che hanno, a giudizio di Dante, sola

l'anima vegetativa, o, a dir meglio, operano, o piuttosto non operano,

come se avessero solo il triangolo primitivo? Ci sono. Egli dice che

“_arbori_„ possono chiamarsi “coloro che non hanno vita di scienza e

d'arte„. (Co. 2, 1) Sopra tutto, dobbiamo ricordare la teorica centrale

del poema sacro.[394] Ogni anima ha una virtù che le è speciale,

d'intendere prime notizie e di amare primi appetibili. (Pur. 18, 49)

Questa virtù è detta prima voglia, (ib. 59) o amor naturale: (ib. 17,

93) amore senz'errore, voglia senza merito di biasimo o di lode. È essa

o esso come il seme del volere: la voglia o l'amore mette le frondi

verdi, e così mostra la vita; e così è allo stato di “pianta„, (ib. 18,

54) ma è “volere„, propriamente detto, sol quando fiorisce e tiene i

fiori o allega, e perciò fruttifica. (Par. 27, 124, 148) Per quanto la

necessità della metafora, conduca il Poeta a conservare l'imagine della

pianta, sì che ella si conserva pianta pur fiorendo e fruttificando,

s'intende che con quel primo stato di pianta verdeggiante o di seme

appena nato o non nato, egli indica l'uomo che ha sola la potenza

vegetativa dell'anima, come un parvolo, che, quindi, non può meritare nè

lode nè biasimo. Il fiorire di questa potenza corrisponde al varcar la

soglia, ove siede la virtù consigliatrice o prudenza. Il che s'ottiene

col battesimo, il quale fa sì che anche un bambino appena nato meriti. E

il fruttificare è l'operare; e come la pianta non fruttifica se non ha

prima fiorito, così l'uomo non può operare meritoriamente, se non ebbe

il battesimo. Ci sono poi le piante che non tengono i fiori, cioè che

furono battezzati invano; e queste sono gli uomini che non operarono nè

ben nè male; come ci sono quelle che dànno frutti avvelenati, e queste

son gli uomini che operarono male e furono anche questi invano

battezzati, se ebbero battesimo. Ma s'intende, ripeto, che vere piante

sono gli uomini, che non dànno frutto, o che, magari, non isbullettarono

da terra, o misero fuori appena un germoglio. È vero che il vivere delle

piante è fiorire e fruttare; ma altro è paragonare l'uomo a una pianta,

in quanto nasce, cresce, dà buone promesse o non le dà, le attiene o non

le attiene; e altro è paragonare l'uomo in quanto vegeta, sente, si

muove e ragiona alla medesima pianta; nel qual caso, il suo fiorire e

fruttare non lo inalzerebbe punto dalla sua condizion di pianta a quella

d'animale bruto e d'essere ragionevole. Nel modo primo, la pianta

sterile che ha appena le foglie o appena appena il germoglio, o non

fiorisce o fiorisce cambiando poi le susine in bozzacchioni,

significherà ciò che, nel secondo modo, la pianta che tuttavia cresca e

fiorisca e dia a suo tempo le sue ghiande o le sue zucche. Con tutto

ciò, può venire un po' di confusione; e Dante mostra di sentire il

pericolo di questa, quando nell'interpretare la favola d'Orfeo, non sa

fare grande distinzione tra gli arbori e le pietre: i primi sono gli

uomini che “non hanno vita di scienza e d'arte„; le seconde, quelli che

“non hanno vita ragionevole di scienza alcuna„. Il fatto è, sembra

pensare, che, paragonandosi, come si fa, l'uomo alla pianta

senz'intenzione di deprimerlo, ma col fine di mostrarne evidentemente le

varie stagioni e vicende; per significare l'uomo che non ha nemmen la

vita del bruto, bisognerebbe ricorrere al paragone con la pietra; ma

anche questo è imperfetto paragone, perchè la pietra non ha quel primo

intelletto e affetto.

Insomma, o pianta sterile in paragone della fruttifera, o pianta, sia

quanto voglia feconda in paragone degli animali irragionevoli e

ragionevoli, ma sempre pianta è l'uomo che non mostra se non l'anima

vegetativa, e non merita nè lode nè biasimo. Perciò _selva oscura_ è il

simbolo di questa sorta d'uomini; nè solo di quelli che fioriti per

mezzo del battesimo, non tennero i fiori; che sono gli ignavi del

vestibolo, punti da mosconi e vespe, come piante, come le piante della

dolorosa selva che sono beccate dagli uccellacci Arpie;[395] ma di

quelli ancora che ebbero appena tempo di germogliar da terra, e non

ottennero dal battesimo la mirabile fioritura virtuale; che sono i

parvoli innocenti; e di quelli che fiorirono de' più bei fiori e

fruttarono i più bei frutti, ma, mirabilmente, per non aver avuto

battesimo, questi fiori non li misero, questi frutti non li diedero, al

modo stesso che, essendo in luogo luminoso e alto, vivono nelle tenebre;

che sono gli spiriti magni. Nè ignavi, nè parvoli innocenti, nè spiriti

magni furono mai vivi, sebbene respirassero e mangiassero e bevessero, e

fossero pure Aristotile e Plato: vissero della vita vegetativa soltanto,

perchè l'operazione loro o fu nulla o fu annullata. Così gl'ignavi sono

vivi e morti, nel tempo stesso, e nè vivi nè morti, come chi, nel mondo,

vivesse sempre nella _selva oscura_, in cui raggia la luna e non si

vede, in cui è quasi morte e pur non se n'esce se non morendo; così i

sospesi dal limbo formano una _selva_ di spiriti spessi, e hanno un lume

che non è lume. Nè vita nè morte: uno stato di _sonno_, come si può

chiamare il vegetare, senza sentire e muoversi e ragionare. Molto simili

a questi sono gli eresiarche “che l'anima col corpo morta fanno„. Essi

sono messi dal Poeta in sepolcri, i cui coperchi caleranno nel giorno

del giudizio. Ora i coperchi sono sospesi. Dopo, il “cimitero„ non

lascerà uscir più una voce, un segno di vita. Essi sono i morti nel

regno de' morti. Non contano: sono come non ci fossero. E pure vivono e

soffrono. Anch'essi nè vivi nè morti.

Al triangolo si aggiunga un canto: divien quadrangolo. L'uomo, con la

potenza sensitiva sopra la vegetativa, da _arbore_ o _selva_ diviene

“animale bruto„. (Co. 4, 7) Sebbene abbia anche la potenza vegetativa,

tuttavia si dice di lui che è una “cosa con anima sensitiva solamente„.

Quella è sottintesa, come nel quadrangolo è sottinteso il triangolo;

anzi l'anima loro, a parlar meglio, non è triangolo, è quadrangolo, cioè

sensitiva. Questa condizione è raffigurata dal poeta con paragoni ad

animali bruti, e con simboli di animali bruti che abbiano una natura

sola, cioè il solo appetito sensitivo. I peccatori, invero,

d'incontinenza, sono paragonati a gru, stornelli e colombe, i carnali;

(Inf. 5, 46 etc.) a cani che urlano, i golosi; (ib. 6, 19) a cani che

abbaiano, gli avari; (Inf. 7, 43) a ranocchi o botte gorgoglianti nel

limo, i tristi; (ib. 125)[396] a cani, quelli come Filippo Argenti. (ib.

8, 42) In genere, tutti guaiscono. (ib. 5, 2) I simboli sono Cerbero che

è un cane, (ib. 6, 14) un vermo, (ib. 22) una fiera insomma “diversa„;

(ib. 13) ed ha tre gole, che, senza affermare una natura trina del cane

o del vermo, significano forse, o senza forse, la triplice incontinenza

di concupiscibile.[397] Pluto è un maledetto lupo. (ib. 7, 8) Flegias,

come tale che grida, _Discite iustitiam_, fa riscontro a Minos, che

_giudica_, e come barcaiolo dello Stige, a Caron barcaiolo

dell'Acheronte. Flegias _grida_, non ha voce che per gridare, e forte;

sempre, come una volta (_ib._ 619), _magna voce_; (ib. 8, 18, 19, 80

sg.) Caron _grida_; (ib. 3, 84); Minos _ringhia_, (ib. 5, 4) e _grida_.

(ib. 21) Di Minos è ricordata la coda, (ib. 11) la quale costituisce,

credo, la parvenza di demonio. Demonio è anche Caron: è caudato, credo,

anch'esso; e così Flegias. Hanno tutti e tre, e per la coda e per la

voce, della bestia; e sono bestie di una natura sola. E sono simboli del

peccato, di chi visse come avesse la sola anima sensitiva, di chi

sommise la ragione al talento, che è l'appetito sensitivo. E sono i

punitori del peccato: peccato pena a sè stesso.

Al quadrangolo aggiungiamo un altro canto: sarà pentagono. L'uomo è vero

uomo, se ha, sopra le due anime vegetativa e sensitiva, l'anima

razionale. Se questa è corrotta, ecco l'uomo, il vero uomo, peccatore.

Ora è superfluo dire che nell'anima razionale sono due potenze, volontà

e intelletto. Dante fa tale distinzione, per es. in questo terzetto:

(Inf. 31, 55)[398]

l'argomento della _mente_

s'aggiunge al _mal volere_ ed alla possa;

e in quest'altro: (Pur. 5, 112)

Giunse quel _mal voler_ che pur mal chiede

con l'_intelletto_, e mosse il fumo e il vento

per la virtù che sua natura diede.

Bene: Dante significò con due nature aggiunte alla prima nei simboli

suoi, queste due parti della ragione nel peccato. S'induce, in modo

indubitabile, dal fatto che a Caco, centauro a parer suo, che non sta e

va cogli altri centauri per aver commesso frode oltre che violenza, egli

aggiunge un drago sopra la groppa: uomo dunque è Caco, e cavallo e

serpente. (Inf. 25, 23) Ora la frode è detta _proprio_ male dell'uomo e

perciò più punita della violenza. Perchè proprio male dell'uomo? Perchè

eseguita con ciò che è proprio bene dell'uomo, ossia con la ragione. Ma

la ragione è volontà e intelletto; e invero sì intelletto e sì volontà

mancano negli animali bruti. Ora la frode, se ha da differire dalla

violenza, differirà non per la volontà e l'intelletto che in essa siano

e nella violenza manchino, ma per l'una di esse: per la volontà, chè

l'intelletto è più specialmente proprio dell'uomo, essendoci nei bruti

una parvenza, almeno, di volontà. E così l'uomo che commette il male con

la volontà ma senza intelletto, non è bestia, chè le bestie volontà non

hanno, ma a bestia assomiglia assai: è _theroeides_, _bestiale_, come

dice Dante interpretando con somma esattezza l'espressione greca;

sebbene, per abusione, si possa anche dir bestia e fiera. Questo

peccato, in cui entra oltre il quadrangolo, oltre, cioè, l'anima

sensitiva, anche la volontà, è rappresentato dal Poeta con simboli

bicorpori o biformi o bimembri, che dir si voglia: il Minotauro,

chiamato bestia, sebben sia anche uomo; i Centauri, chiamati fiere,

sebbene siano anche uomini, le Arpie mezze donne e mezze uccelli, le

cagne che corrispondono alle Scille _biformi_ di Virgilio.[399] Ciò,

ripeto, è indubitamente confermato dalla figura del centauro Caco che,

per aver rubato, oltre le due nature, d'uomo e di bestia, ha anche la

natura serpentina che figura l'intelletto.

Tricorpori e tricipiti e triformi sono, come Caco, i simboli dei peccati

in cui oltre l'anima sensitiva entra la corruzione o il disordine

dell'anima intellettiva nella sua interezza, di volere e mente. Ciò è

perfettissimamente lucido per le apparenti eccezioni, che son tre: i

diavoli, le furie, i giganti. Ebbene dei diavoli ha cura,

quell'attentissimo artefice del pensiero, che è Dante, di dire che hanno

mal volere, intelletto e la virtù lor naturale, corrispondente a ciò che

è nell'uomo l'appetito sensitivo, _proximus motui corporis nostri_. Dei

giganti il Poeta dice che oltre la possa e il mal volere, è in loro

anche l'intelletto, che manca, per esempio, in Capaneo, violento

com'essi, ma in cotal guisa bestiale e matta, contro Dio. Del resto

tricorpore è Gerione, tricipite è Dite. E le furie? Le furie son tre, e

sono unificate dall'unico Gorgon che mostrano per far di smalto i

peccatori: il Gorgon che è l'accecamento e indurimento che consegue per

lo più al peccato di malizia, sì che è ben difficile che uno se ne penta

e risalga e si salvi.

Così la teorica dell'amore nel purgatorio ha la sua corrispondenza nei

simboli. La macchia che si monda o la piaga che si ricuce nelle sette

cornici, non è dell'anima intellettiva, sì della sensitiva. Il volere in

quell'anime è volto a Dio, l'intelletto è rischiarato dalla luce del

bene. Macchiata o ferita od offuscata è l'anima sensitiva in cui ha sede

l'amore. L'amore erra per troppo o poco vigore o per mal obbietto, dando

origine a sette peccati: quattro e tre. Ora nei quattro l'errore è

semplice, consiste cioè in un piegare o soverchio o manchevole verso il

bene: nei tre, l'errore è composto, per così dire, o duplice, a meglio

dire. Il superbo _spera_ eccellenza e perciò e con ciò _ama_ la

soppressione del vicino; l'invido _teme_ di perdere il suo bene o i suoi

beni, e perciò e con ciò _ama_ il male d'altrui; l'iroso s'_attrista_

per un'ingiuria ricevuta, e perciò e con ciò _ama_ di renderla tal

quale. Ora questi sette peccati chiamandosi capitali, Dante li

rappresenta come capi; e poichè i primi quattro capi hanno un elemento

solo, così “un sol corno avean per fronte„, e le altre teste avendone

due, “eran cornute come bue„. (Pur. 32, 145).

L'inordinazione nella volontà e nell'intelletto, nella ragione, per

dirla con una parola sola, non ha luogo nel monte santo di Dio; dove le

anime salgono e pregano volte a Dio. Quindi nella citata figurazione i

peccati si considerano per quel solo inizio loro che solo di loro si

purga per le sette cornici: inizio che ha la sua sede nell'appetito

sensitivo e non nella ragione. In vero chi mai è ragionevole peccando?

Però nello antipurgatorio, di là della porta ove è l'angelo a cui si

grida, Misericordia!, là, sì, si deve ancora scontare la malizia, di cui

è fonte la “cupidità„ che si liqua in mal volere. Nel fatto, là, c'è un

serpe, il serpe, il peccato proprio dell'uomo, l'avversario, il diavolo.

Ma gli astori celestiali mettono subito in fuga la biscia. (Pur. 8, 95).

XXXIII.

LIA E RACHELE

Il nuovo Enea è anche un Giacobbe novello. Egli ama Beatrice che siede

“con l'antica Rachele„. (Inf. 2, 102, Par. 32, 8) Rachele ebbe

un'ancella, Bala, che s'interpreta “_inveterata_„, come Lia un'altra,

Zelfa, che s'interpreta “_os hians_„.[400] Poichè in Dante anche Lia è

idealmente insieme con una donna, la quale sta a lei, come Beatrice a

Rachele, senza difficoltà possiamo ammettere che il Poeta s'ispirasse al

fatto di queste ancelle, per dare a Rachele una compagna di nome

Beatrice, alla quale egli appartenne “tostamente dalla _sua_ puerizia„,

(VN. 12) e che rivede, dopo una decenne sete, provando nel cuore “i

segni dell'antica (_veteris_) fiamma„; (Pur. 30, 48) e per dare a Lia

una compagna, o quel ch'ella sia, di nome Matelda, che oltre cantare e

ammaestrare,[401] è quella, nel suo significato di _arte_, o _scienza e

arte_, o _Musa_, che rende atto Dante ad “aprir la bocca„ per far

manifesta la sua visione. E Beatrice è “_inveterata_„ anche per un'altra

ragione: ell'è, per l'Enea novello, quello che per l'antico è Anchise,

il vecchio Anchise, cui, per dirne una, il re Anio _veterem... agnoscit

amicum_. (_Aen. III_ 83) Due vecchioni del poema Virgiliano trasforma il

Poeta della nuova Italia in due donne bellissime; ciò in qualche modo

ispirato dagli interpreti mistici di Virgilio. Fulgenzio non manca di

ricordare che nei campi Elisii Enea “vede primo Museo, che è più eccelso

di tutti _per il dono delle Muse_, il quale gli mostra Anchise e il

fiume Leteo: il padre per tenere la gravità de' costumi, il Leteo per

dimenticare la levità della puerizia (puerizia di animo, in Dante, non

molto differente da quella d'età in fatto e in ispecie)„. Ma fermiamoci

un poco. Può riluttare alcuno alle mie dimostrazioni che Beatrice

rimproveri l'amico di puerizia d'animo; può riluttare non ostante che

Dante figuri sè, a quei rimproveri, come un fanciullo che si sente dire

a un tratto, Alza la barba. Ebbene, Enea era un fanciullo, che aveva,

secondo Fulgenzio, a dimenticare la levità della puerizia? “E poi

considera„ aggiunge Fulgenzio “il nome di Anchise. Anchise, quasi

_ainoiscenon_ (parola indecifrabile per ora), vuol dire _abitante la

patria_. E il solo Dio è padre, re di tutti, solo abitante negli

eccelsi, il quale si vede _per il dono della scienza_ (_sapientia_).

Vedi infatti, che cosa insegna al figlio:

_Principio caelum ac terram camposque liquentes._

_Lucentemque globum Lunae Titaniaque astra..._„[402]

Beatrice non è Dio, bensì la sapienza, che nella Trinità di Dio è la

seconda persona. Ma si veda a ogni modo che Beatrice mostra al

visitatore dell'oltremondo “il globo della luna e le stelle„, come

Anchise, e che Matelda adduce prima il medesimo viatore a Beatrice, e

gli parla, e prima e dopo, del fiume Leteo. E si può aggiungere che

Fulgenzio aveva rilevati in Anchise il suo insegnamento intorno ai

misteri della natura e la sua dimostrazione circa il ritornar dell'anima

alla vita e le sue predizioni del futuro.

Dante è Enea e Giacobbe in uno. Già nello errar per la selva oscura egli

vuol assomigliare tanto a Enea che cammini _per incertam lunam in

silvis_, (_Aen. VI_ 270) il che non impedisce che il cammino sia _sola

sub nocte per umbram_; (_ib._ 268) quanto a Giacobbe che lotta con

l'angelo. Muove sul mattino a pie' zoppo, per la via del mondo, come

Giacobbe dopo la lotta: grida in quel giorno _Miserere_ a un vate, come

Enea alla Sibilla.[403] Quando poi il vate acconsente ad aiutarlo, ecco

veramente che Giacobbe si fonde in Enea. L'altro viaggio che il vate

propone all'uomo, è sì il cammino d'Enea agli inferi per ritrovare il

vecchio Anchise, e sì il servaggio di sette e sette anni per

congiungersi a Rachele; e sì quel cammino e sì questo servaggio hanno un

fine che è di là di Anchise e di Rachele. Enea vuol l'Italia, Giacobbe

vuole il cielo; e l'Italia, interpretata _mentis excessus_,[404] è la

stessa cosa del cielo; chè l'una e l'altro riescono a “contemplazione di

Dio„. Sicchè e il cammino e il servaggio sono verso la contemplazione,

ma non sono la contemplazione propria; sono ciò senza cui non

si giunge a quella, non sono quella. Sono la contemplazione, ma

_dispositivamente_.[405] Ora, codesta _dispositività_ è data

dall'esercizio delle quattro virtù cardinali;[406] o, secondo l'autore

nostro Aurelio Agostino, dall'osservanza dei sette comandamenti che

pertengono a giustizia, e dei sette precetti di virtù impliciti nelle

sette beatitudini, per i quali si ottiene Rachele, cioè la facoltà di

contemplare, e perciò la beatitudine superiore. Ora Dante, come Enea,

che è l'eroe della vita attiva in qualità di fondatore dello impero,

esercita le quattro virtù cardinali; come Giacobbe, che è il patriarca

della vita contemplativa in qualità di innamorato di Rachele, serve a

Laban, cioè alla Grazia della remission dei peccati, che è una

_dealbatio_ dell'anima; cioè a Lucia, quanto a dire “bianca di luce„;

serve o è “fedele„ di Lucia, mortificando sette peccati, sentendosi poi

promettere le sette beatitudini, nelle quali sono impliciti sette

precetti di virtù.

Questo esercizio delle quattro virtù, e questa mortificazione e

cancellazione dei sette peccati che gli equivale, è proprio della vita

attiva. In essa consiste l'uso operativo dell'animo. Dunque il viaggio e

il servaggio di Enea e Giacobbe sarà la ripetizione del corto andare al

bel colle. Infatti, è. La selva oscura è il vestibolo e il limbo

dell'inferno, le tre fiere sono le tre disposizioni che il ciel non

vuole. La selva oscura è il _peccato_ originale, le tre fiere sono _i

sette peccati_, di quei della palude pingue, che porta il vento, che

batte la pioggia, che s'incontrano con voci discordi, di violenti,

fraudolenti e traditori, ne' quali sette peccati si risolvono, a detta

di Virgilio, le tre disposizioni. La selva oscura è la condizion

vegetativa dell'anima; quindi è la stessa che la selva degli spiriti e

che quell'altra selva semovente punta dagli insetti; le tre fiere sono

il Cerbero, trifauce ma unicorpore, cane, vermo, fiera crudele e

diversa; e il Minotauro, toro furioso per la ferita, bestia bicorpore,

intorno a cui s'aggruppano i bimembri Centauri, le Arpie e le cagne

biformi; e il Dite tricipite, o il vermo reo, o il tergemino Gerione, o

la fiera che appuzza, o il maledetto lupo che è Pluto che comincia a

regnare là dove mal si tiene: bestie tutte e tre anche queste, con la

gradazione che è tra l'uomo che vive come bestia, e quello che vive

peggio di bestia, e quello che molto peggio di bestia. Contro tali

bestie Dante userà le medesime virtù, che contro le fiere della piaggia

deserta: la temperanza e fortezza contro la doppia incontinenza di

concupiscibile e d'irascibile; la giustizia contro ciò che nella malizia

è il mal volere; la prudenza contro ciò che nella malizia è il mal

pensare o mal vedere. E giungerà al vero inferno dal vestibolo e dal

limbo in modo analogo e simile a quello per cui esce dalla selva. Dalla

guerra contro le bestie degli abissi uscirà vincitore, come non contro

le fiere della piaggia diserta, e allora salirà un monte in vetta al

quale è la beatitudine. E questo è dunque il cammino della vita attiva,

ma è dispositivo alla vita contemplativa, in quanto che su quella cima

egli sogna, bensì, Lia, che è la vita attiva, e vede Matelda, che è di

Lia la compagna come di Rachele è Beatrice; ma Lia non è _laborans_, e

Matelda non è _lippis oculis_: l'una e l'altra colgono i fiori, che è

una operazione sì, ma dilettevole, e Lia si specchia, sebben non come

Rachele che siede tutto giorno, e Matelda ha gli occhi, quelli occhi che

avrebbero a essere _lippi_, ardenti e lucenti come di Venere trafitta da

Amore. “Contro il lor costume„ sono l'una e l'altra così; e differiscono

da quel che dovrebbero essere, per ciò appunto per cui Lia, e dietro lei

Matelda, sono simboli della vita attiva: non _laborant_, non hanno gli

occhi _lippi_, contemplano. Lia dunque (per limitarci ad essa) è la vita

attiva in quanto è disposta alla contemplativa. In vero su quella cima

Dante trova Beatrice, che è la speranza della contemplazione di Dio, e

si trova “puro e _disposto_ a salire alle stelle„.

Ma il bel colle non potrebbe rappresentare questa beatitudine della vita

attiva in quanto dispone all'altra? non sarebbe egli, il colle, lo

esatto equivalente del monte? No.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 28 / 42 段