_Igneus est ollis vigor et caelestis origo_

_seminibus, ~quantum non noxia corpora tardant~_

_terrenique hebetant artus moribundaque membra._

_Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque auras_

_dispiciunt ~clausae tenebris et carcere caeco~,_

_quin et ~supremo cum lumine~ vita reliquit,_

_non tamen ~omne malum miseris~ nec funditus omnes_

_corporeae excedunt pestes._

Ma con _ollis_ non alludeva Virgilio specialmente od esclusivamente a

quelle anime, cui era _caelestis origo_? Tutte, Dante pensava, hanno

questa _caelestis origo_, in un certo senso; ma in un cert'altro, sole

quelle dei _dis geniti_. E questi sono, secondo Aristotile e lui (è

bell'e ora di dirlo), uomini “nobilissimi o divini„. Chè un detto

d'Aristotile era ben fermo nella mente di Dante, sin dalla sua gioventù;

un detto in cui si riportava un de' pochi versi d'Omero che Dante

conoscesse. Si legge nella Vita Nova: “... nella mia puerizia molte

fiate l'andai cercando (quest'Angiola giovanissima), e vedeala di sì

nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella

parola del poeta Omero: — Ella non pare figliuola d'uomo mortale, ma di

Dio — „. (VN. 2) E nel Convivio, comentando il suo proprio emistichio

_Ch'elli son quasi Dei_, dice: “E ciò prova Aristotile nel settimo

dell'_Etica_ per lo testo d'Omero poeta...„ (Co. 4, 20) Il qual testo è

“Nè pareva d'uomo mortale figlio essere, ma di Dio„.[378] Si legga ora

nel citato capitolo e nei seguenti la teorica dell'Alighieri; e si

mediti questo passo: “Puote adunque l'anima stare non bene nella persona

per manco di complessione, e forse per manco di temporale: e in questa

cotale questo raggio divino mai non risplende„. (Co. ib.) Il manco di

complessione traduce, a parer mio, la frase Virgiliana _terreni hebetant

artus_; il manco di temporale o tempo, l'altra frase _moribunda membra_;

che muoiono, cioè, troppo presto. Questo, fraintendendo, si capisce. E

così mi pare d'intravedere l'interpretazione di Dante: “Vi sono semi

d'origine celeste, in quanto che non li ritardano da produrre _quel

primo e più nobile rampollo_ che, _per via teologica_, consiste nei

sette doni dello spirito santo: (Co. 4, 21) i corpi o le _persone_

(puote adunque l'anima stare non bene nella _persona_) o, diremmo noi,

le personalità o individualità o i soggetti, _noxia_, cioè dati al male,

e quelli mancanti “di complessione„ o “di tempo,„ per svilupparsi; cioè

destinati a morir troppo presto o a non vivere veramente mai: dei

parvoli d'età e d'animo. Le anime di quelli che possono dirsi _dis

geniti_, patiscono passioni contrarie tra loro: non sperano (_metuunt_)

e desiderano; sono nè tristi nè liete (_dolent gaudentque_, nel tempo

stesso, cioè _non dolent_ propriamente e _non_ propriamente _gaudent_).

Non vedono l'aria pura, chiuse in luogo tristo di tenebre, nel primo

cinghio del carcere cieco. (Pur. 22, 103) Eppure la vita li lasciò con

un _supremo lume_. Il quale sarebbe il _raggio divino_, il _lume_, (Co.

4, 20) “la intellettuale virtù... bene astratta e assoluta da ogni ombra

corporea„; (ib. 21) il quale sarebbe quel lume o lumiera che con le

tenebre ha nel limbo lo stesso ineffabile contrasto che la gioia col

dolore e la presenza del desiderio con l'assenza della speme. E

tuttavia, esse sono _misere_, con questo lume che è tenebra, sebbene non

abbiano alcun martirio; perchè questo appunto è il loro martirio,

d'avere un lume che è tenebra e un desiderio che non s'accompagna con la

speranza. Ma esse sono “sospese„, queste anime sublimi, cioè come Dante

intendeva, illustri; (_ib._ 758) di cui Dante vede Cesare e Bruto nel

suo limbo. E “andranno al lume supero„. Esse sono anime di pii, che

secondo l'Eneide, la quale rettamente interpretata, non falla mai,[379]

sono sotto la balìa di Catone.[380] Dov'è Catone, secondo l'Eneide

novella?

Dante in questa sua Eneida, è ammaestrato all'ultimo da una donna

soletta. Questa gli dichiara prima in che modo sull'altezza disciolta

tutta nell'aer vivo, si senta stormir la selva e si veda uscir di

fontana salda e certa il doppio fiume del buono oblio e del buon volere.

(Purg. 28, 88) Conclude dicendo che quel luogo è la realtà di quel sogno

che i poeti antichi posero in Creta.[381] Ella è tanto la dichiaratrice

della foresta, che quando Dante, privato della memoria da maggior cura,

chiede a Beatrice che acqua sia quella de' due fiumi, Beatrice non

risponde essa, ma gli dice: Prega Matelda che il ti dica. (Pur. 33, 118)

Ed è l'unica volta che suoni il nome di Matelda. Chi è nell'antica

Tragedia quello che è Matelda nella nuova Comedia? Non Anchise, sebben

discorra dei due (a parer di Dante) fiumi Letei. Invero nella Comedia e

nella Tragedia due sono le persone che parlano all'Enea antico e al

nuovo, nelle “sedi beate„. La prima d'esse si rivolge tanto al _vate_

quanto all'_Enea_. Dice: _vos_; (_Aen. VI_ 675) dice: _voi_. (Pur. 28,

76) La seconda parla solo all'Enea e dice: _Venisti tandem?_ (ib. 687);

dice: _O tu..._ (Pur. 31, 1) Questa seconda è quella che mostra all'Enea

la visione del futuro; che gli dice: _Huc geminas nunc flecte acies_

(_ib._ 788) o _al carro tieni or gli occhi_; (Pur. 32, 104) e gli rivela

un gran lutto e un gran disastro (_ib._ 868, Pur. 32, 109), e gli memora

le guerre da sostenere (_ib._ 890) “in pro del mondo che mal vive„.

(Pur. 32, 103) Questa seconda è quella che parla dei grandi

misteri;[382] la prima insegna all'Enea, anzi all'Enea e al Vate, come

e' possa veder la seconda; (_ib._ 676) e loro è guida nei campi floridi

e belli, (_ib. sq._ Pur. 29, 7) salendo. (_ib._ 676, Pur. ib.) La prima,

Enea e il Vate trovano così casualmente, senz'averne prima saputo: ma la

seconda è quella _per cui hanno intrapreso il grande viaggio_: è

Anchise, che Enea va a rivedere per averne consiglio e conforto: è

Anchise che aspettava il figlio; (_ib._ 687) che era tanto pensoso di

lui (_ib._ 670); che lo revocò tante volte in sogno. (_ib._ 695) È

Beatrice, che aspettava il suo amico, che di lui era tanto dolente, che

in sogno o altrimenti tante volte lo revocò. (Pur. 30, 134) La prima

invece è Matelda, è _Musaeus_. È Matelda, cioè l'arte in genere e l'arte

del poeta in ispecie; quell'arte che si chiama ancora scienza, e arte e

scienza, e che col nome mitologico è Musa, cioè la propria scienza del

poetare.[383] Così il vecchio _Museo_, che sopravanza tutti dell'omero e

che regna in mezzo alle anime felici e che dà contezza ad Enea e alla

Sibilla del bosco ombroso e dei prati fatti sempre freschi dai rivi, e

che li guida, salendo un giogo, sin dove trovano Anchise, si trasforma

nella giovane _Musa_, la quale dice a Dante e a Virgilio che foresta e

che fiumi son quelli che vedono, e che li guida risalendo il fiume, sin

dove Dante vedrà Beatrice e Virgilio sparirà. Ma è soletta; non è

intorno a lei _plurima turba_. (_ib._ 667)

La _plurima turba_, che coi parvoli fanno gli spiriti magni, che furono

(_ib._ 662)

_pii vates et Phoebo digna loculi,_

_inventas aut qui vitam excoluere per ~artis~_;

è ancora nel cerchio che somiglia tanto all'altra selva, dove sono gli

uomini simili ad arbori, “che non hanno vita di _scienza_ e _d'arte_„,

simili a pietre, “che non hanno vita ragionevole di _scienza_ alcuna„.

(Co. 2, 1) Ma sono _sospesi_, e il loro luogo somiglia a quest'altra

foresta “spessa„, dove è la Musa della poesia e di ogni altra arte.[384]

Ella è soletta ora, lassù, come solo laggiù, alle falde del monte santo,

è un veglio, degno di quella riverenza in cui la _plurima turba_ sembra

tenere quel Museo dell'Eneide. È solo anch'esso, a mezza via tra la

selva del limbo o del peccato originale, e la foresta del paradiso

terrestre o dell'originale innocenza. Dove sono i pii che lo circondano?

È solo. Eppure ha in balìa spiriti: dunque è vero l'uffizio che gli

assegna l'Eneide. Ma come esercita i suoi _iura_ o la sua balìa? Non si

vede. Non l'esercita. È solo, ripeto, sebbene i sette regni siano suoi.

Ma ecco, Virgilio, che fa lume altrui e a sè no, c'illumina d'un tratto:

(Pur. 1, 75)

la veste ch'_al gran dì_ sarà sì chiara.

Per quanto la _veste_ sia la carne, di che nel gran dì sarà rivestita

l'anima, (Pur. 14, 43) pure, in virtù dello stile pregnante del nostro

Poeta, ella ricorda la lunga veste del sacerdote Tracio, che non è

Museo, ma figlio di una Musa, di Calliopea, e sembra aver la stessa

autorità di Museo, se non forse (per Dante, come per antichi

comentatori), essere una persona con esso. Tracio in vero era anche

Museo. La ricorda. Dante leggeva in Servio questo dubbio: “o parla

dell'abito di citaredo, o della _lunga barba_„. “Lunga la barba„ è del

suo Catone.[385] Ma sia comunque; in che modo sarà chiara la veste di

Catone nel gran dì? Quale accrescimento di gloria o di gioia avrà ella?

Nel gran dì, i suoi sette regni, ove noi vediamo

_inclusas animas superumque ad lumen ituras_,

saranno vuoti. Sarà egli re senza sudditi? In ciò sarà la chiarità della

sua veste? No: allora noi dobbiamo prevedere la fusione di quei due

luoghi che abbiamo veduti così simili, della selva del limbo e della

foresta del paradiso terreno, tutti e due esemplati dall'Elisio

Virgiliano;

_secretosque pios, his dantem iura Catonem_.

Ciò è evidente. Ai comentatori riuscì ostico sempre quel verso, _la

veste che al gran dì_. Come mai quello scongiuro per il _rivestimento_

della carne a tale che dovrebbe, nel gran dì, appunto andare per le sue

spoglie, ma non però che se ne _rivestisse_? (Inf. 13, 103) C'è

un'antitesi pensata, tra questo e gli altri suicidi, pensata e che deve

far pensare. Dante usa, fuor di rima, la parola _veste_ per farla

notare, codesta antitesi violentissima. Il fatto è che il chiaro

rivestimento deve aver che fare con la qualità di custode del

purgatorio, cioè di balivo dell'anime che, sospese, sono purificate col

vento col fuoco e con l'acqua. Ora queste anime sono per andare al lume

supero e per rivedere le supere convessità. Ma con questo, un altro

effetto è nella purificazione. Le anime _tornano ai corpi_. (_Aen. VI_

713, 720, 751) Al balivo dell'anime che si purificano, si ricorda il suo

futuro ritorno alla carne, perchè il ritorno alla carne è nell'Eneide

menzionato sempre vicino all'altro effetto della purificazione. Ora

poichè, secondo il dogma cristiano, tutti risorgeranno con i loro corpi,

non i soli sudditi di Catone, e sono eccettuati, secondo Dante, appunto

i suicidi come Catone stesso, noi dobbiamo pensare qui a una

risurrezione speciale, notevole, impreveduta. S'è detto della

somiglianza dei sospesi nel limbo coi penitenti del purgatorio. Ebbene

leggiamo nell'Eneide dell'inconsapevole profeta mantovano; leggiamo:

(_ib._ 719)

_o pater, anne_ aliquas _ad caelum hinc ire putandum est_

sublimis animas, _iterumque ad tarda roverti_

_corpora_? quae lucis miseris tam dira cupido?

Si parla qui, secondo Servio, di alcune, non tutte, anime di sublimi:

gli spiriti magni. Il che è reso visibile, come da un lampo, da

quell'ultimo emistichio. Quali sono in Dante quelli che hanno “desio

inadempibile„ di luce? Chè Dante, è assai facile così traducesse la

_dira cupido_. Invero nell'episodio di Palinuro, esemplato in quello di

Filippo Argenti, (_ib._ 373) torna questa _dira cupido_, che è tradotta

col _Rimani_ di Dante e col _Via costà_ di Virgilio; (Inf. 8, 38) e nel

dramma del Messo del cielo è ritradotta con “oltracotanza„ che significa

“pensare o desiderare oltre le proprie forze„. Quali sono dunque quelli

che desiderano ciò che non è dato sperare? Quelli del Limbo. E

desiderano la luce, l'alto sole, come quelli che sono nelle tenebre, e

le tenebre sono il lor solo martirio insieme con questo desiderio che è

dato loro per lutto “eternalmente„. Sì che patiscono, sopra ogni altro,

gli effetti della “miseria„ originale, e “miseri„ sopra tutti hanno a

chiamarsi, essi spiriti magni, essi parvoli innocenti. Or bene solo di

questi miseri si dice nel tempo stesso che andranno al cielo e

torneranno ai loro corpi, ossia, pensò Dante, quando torneranno ai loro

corpi, andranno al cielo. Al cielo? Altrove Virgilio dice _superum ad

lumen_ (_ib._ 680) dell'anime chiuse in una verde valle, altrove dice

_supera convexa_ (_ib._ 750) di quest'anime _immemores_ (come Virgilio,

pensava Dante, che porta il lume dietro sè), e che tornano ai corpi. Il

cielo, il lume, la convessità sarà quel _largior aether_, quel _lumen

purpureum_, (_ib._ 640) che scende da proprio sole e da proprie stelle;

da quel sole che riluce in fronte a Dante, (Pur. 27, 133) da quelle

stelle e più chiare e maggiori, che Dante mira nel paradiso terrestre.

(Pur. 27, 90) Sarà questo lume e questa convessità _superna_, quella

“del grado superno„; (Pur. 27, 125) sarà l'_altezza_ tutta disciolta

nell'aer vivo. (ib. 28, 106) Ecco dunque, che quando ritorneranno ai

loro corpi, i pii saranno in disparte avendo Catone a loro giudice.

Saranno nell'Elisio veramente. Dalle tenebre saranno saliti alla luce;

dalla selva oscura alla divina foresta. Essi che onorarono ogni scienza

ed arte, non avranno più comune la sede con quelli che non ebbero vita

di scienza e d'arte, ma saranno nelle sedi beate, nel lieto luogo dei

boschi fortunati, dove ora canta soletta la bella Donna che è appunto

arte o scienza, scienza e arte, l'arte nepote di Dio, figlia della

natura, utile e facile e lieta. Il Veglio solo, che è il più sospeso dei

sospesi, perchè è a mezza strada tra il limbo cieco e paradiso luminoso,

sarà tra gli eroi, i filosofi e i vati. _Tarda_ ha detto i loro corpi

l'immemore Vate. Oh! si sa, come si possa o si debba interpretare quella

tardità del corpo rispetto alla velocità dell'anima; ma Dante può anche

averla ritratta in quelli occhi tardi e gravi, in quei sembianti pieni

di grande autorità, in quel parlar rado, con voci soavi, che già hanno

nel carcere cieco le ombre di coloro che verranno nel luogo veramente

“luminoso e alto„. Intanto di ciò hanno la promessa, nè se ne accorgono;

come non s'accorgono del lume che là li illustra e che a loro sembra

tenebre. Essi desiderano l'alto sole: lo vedranno. E presso loro, per la

foresta, lungo il fiume, s'udrà il murmure dei parvoli innocenti, che

sembreranno api sui fiori dell'eterna verzura.

A quel luogo, ancor viventi, giunsero sensibilmente due di quelle genti:

uno della schiera degli eroi, l'altro del sinedrio dei poeti: Enea e

Dante. Erano tutti e due pii: _pietate insignis_ l'uno, dei _pii vates_

l'altro, i quali, come esso afferma di sè (Par. 1, 27), “parlarono cose

degne di Febo„; erano tutti e due _dis geniti_, e li portò su, a

quell'etere più largo, l'ardente virtù. Chè tali, afferma Dante, sono

anche quelli che poetarono con vigor d'ingegno, con assiduità d'arte,

con abito di scienze. (VE. 2, 4)

Tutti e due _dis geniti_, tutti e due accompagnati da un vate; dalla

Sibilla il primo, dal poeta della Sibilla, dal poeta sibillino e

profetico il secondo. E quest'ultimo è il narratore della discesa del

primo, e seppe prima i colloqui della Sibilla con Enea, e poi, morto, da

sè fece la via medesima. Quando il secondo Enea, ode da Virgilio la

proposta del grande viaggio, dice: Io non sono Enea; poi acconsente al

viaggio, pensando, dunque: Io sono Enea: _alter ab illo_. Basterebbe, io

credo, questa affinità e congiunzione tra il secondo e il primo viaggio,

e tra il secondo e il primo viatore, e tra il secondo duce e i primi

duce ed eroe, a convincere che a un certo punto, quando il viatore poeta

si trova avanti una porta _chiusa_, che il viatore eroe trovò _aperta_,

la _ianua Ditis_, fosse il viatore eroe a disserrarla al viatore poeta.

L'Enea Virgiliano dice alla sua vate: _doceas iter et sacra ostia

pandas_: (_ib._ 109) ricordiamo! Al secondo Enea il suo vate si offre

per queste due operazioni distinte del viaggio e della porta. Ed è

intuitivo che le operazioni e' le compia tutte e due, col suo volume,

con le sue inspirazioni poetiche o mistiche. Dunque la porta l'apre

esso, che ha detto, _Vincerò_; l'apre esso col mezzo d'una _sua_

imaginata verghetta in mano a un _suo_ creato eroe.

Che il poeta fosse allora aiutato dall'eroe sarebbe, io credo, di per sè

probabile molto; se non fosse assolutamente certo, perchè il Messo del

cielo viene da di qua della porta dell'inferno,[386] dunque dal limbo,

perchè soli quelli del limbo non son legati da Minos; ed è perciò Enea,

perchè a Virgilio l'innominato Messo si era offerto, e non gli si poteva

offrire se non uno del Limbo, non essendo Virgilio uscito dal

Limbo,[387] o, a ogni modo, non essendo detto che altrove si recasse; e

non doveva Virgilio, cercando ciò che, oltre la parola ornata, era

mestieri al campar di Dante, rivolgersi ad altri che a guerrieri o eroi,

e tra questi, non ad altri che al guerriero ed eroe suo; è Enea, perchè,

_senza scorta_ (esso che l'ebbe altra volta) scende i cerchi

dell'incontinenza di concupiscibile, e Dante l'ha nel Convivio (4, 26)

recato a modello e tipo di stringitore di freno; e perchè passa come

terra dura la palude dell'incontinenza d'irascibile o di manco di

fortezza e magnanimità, ed esso è nel Convivio recato a modello e tipo

di movitor di sprone; perchè è insomma temperante e forte, tipicamente;

è Enea, perchè non altri che uno dotato di virtù eroica, in grado

supremo, poteva aprir la porta che conduce alla bestialità, che è,

secondo Aristotile, il perfetto opposto di detta virtù; perchè non altri

che un sommamente giusto, poteva schiudere il varco che la malizia o

ingiustizia aveva chiuso; è Enea perchè è Messo del cielo, e Dante se ne

avvede e vuol parlarne a Virgilio cantore o, vorrei dire, evangelista di

lui; ed Enea appunto fu eletto da Dio per padre di Roma e dell'Impero; è

Enea, perchè mostra qui quegli _animi_ e quel fermo petto, che ad

ammonimento della Sibilla, usò nella sua prima discesa; è Enea, perchè

parla ai diavoli di _fata_ e di Cerbero, e usa altre frasi, udite nella

prima discesa; è Enea perchè lo spettacolo delle mura rosse e delle

Furie è quel medesimo che vide nella sua prima discesa; è Enea perchè si

ritrova avanti alla reggia di Proserpina o moglie di Dite o regina

dell'eterno pianto, personaggio che in nessun altro luogo dell'inferno è

ricordato, e che è ricordato qui per suggerir il nome di lui che “occupò

l'adito„ di quella reggia nella sua prima discesa; è Enea, perchè

appunto ha una verghetta in mano, come nella sua prima discesa, e l'usa,

con qualche divario ma l'usa ora alla soglia di Dite o della sua moglie,

come allora, e con l'effetto di passare[388] sino all'Elisio o

purgatorio, come nella prima discesa; è Enea, perchè d'Enea la Tragedia

che non falla, racconta come l'infallibile Sibilla dicesse che due volte

sarebbe galleggiato sullo Stige e due volte avrebbe veduto il Tartaro,

il che, secondo l'interpretazione Dantesca, a dar retta all'Eneide, non

era successo che una volta, quella volta.[389] Catone, nel Convivio è

introdotto a simboleggiare, con la sua Marzia, che or di là del mal

fiume dimora, il passaggio della nobile anima per tutte le virtù di

tutte le età, sinchè l'anima nel senio torna a Dio. (4, 28) Nella

Comedia l'anima che torna a Dio, trova Catone alle radici del monte, per

il quale si torna a Dio. Enea nel Convivio esprime le virtù,

principalmente, giovanili, la temperanza e la fortezza, per le quali si

lasciano i piaceri e si entra magari nell'inferno. (4, 26) Nella

Comedia, come ha luogo Catone, ha luogo Enea che lascia il suo limbo

riposato, e apre l'entrata al vero inferno, a Dite. E nella Comedia

mostra, questo Messo del cielo, anche l'amore che si dice nel Convivio,

e la cortesia, e la lealtà: perchè ama con quel fatto dello scendere, un

maggiore, a cui si offre, e un minore, da cui è inchinato; e si degna,

cortesemente, non di prender “la scure ad aiutare tagliare le legna per

lo fuoco„, ma di riprendere la verga delle _fata_ ad aiutare aprir la

porta di Dite; e, quanto a lealtà, “ciò che promise„ a Virgilio,

“lealmente poi diede„, sebbene questi un poco ne avesse dubitate. (4,

26) Ed è, sopra tutto, “il giusto figliuol d'Anchise„, come quest'altro

Enea è l'amico di Beatrice, è colui che scampò a stento

dall'ingiustizia, è il cantor della rettitudine, è un dei due giusti di

Fiorenza; al modo che Enea è uno de' due di Pergamo.

Fu l'eroe giusto che aiutò il poeta giusto.[390]

XXXII.

MOSTRI DIAVOLI ANGELI

I regni dell'espiazione e della purgazione sono quali li descrive nel

suo volume Virgilio, e quali li vide Enea. Sono dunque necessariamente

pagani. E ciò per l'inferno è giustificato dal fatto che esso è popolato

da tali per cui Gesù o non scese (e pure questi potevano credere nel

Cristo venturo) o scese invano. Perciò la porta è disserrata invano, chè

nessuno può uscire, e le tre rovine porgono invano il loro pendìo a

risalire: porta e rovine son lì a maggior tormento dei dannati.[391] I

viventi possono, per salvarsi, contemplando entrar da quella porta,

scendere o risalire per quelle rovine (per la prima agevolmente

scendere, per la seconda scendere difficilmente, per la terza non

iscendere ma risalire con grande sforzo); ma elle servono a entrare e a

far cammino ai viventi; ai morti non servono a uscir dall'inferno o a

muoversi dal luogo loro assegnato.

L'inferno è pagano, perchè Gesù redense invano, o venturo o venuto,

quelli che vi sono. Ma il purgatorio, come mai? Come mai e perchè mai,

se non in questo modo e per questa ragione, che dopo il gran dì esso

avrà nella sua cima gli spiriti magni e i parvoli innocenti, e solo, in

parte, il Saladino? Ma insomma, inferno e purgatorio sono pagani.

Pagani, perchè l'uno è l'Averno e il Tartaro, l'altro l'Elisio e la

purgazione per vento, fuoco e acqua. Pagani, perchè pagani sono i fiumi

che vi scorrono, lo Acheronte, che si fa Stige e Flegetonte e Cocito, e

l'unica fontana che si fa i due fiumi Letei, di cui nell'uno l'uom si

tuffa e nell'altro beve. Pagani sono i personaggi dell'inferno e anche

quelli del purgatorio, fin dove possono; ci sono nel purgatorio gli

angeli, e questi non sono fantasmi pagani; eppure paganamente ventilano

le anime; eppure anche la Fortuna, dea pagana, è un angelo. Del resto

Catone è pagano, e in certa guisa pagana è Matelda, essendo ella la

Musa; in luogo di _Musaeus_. Lucia e Lia appariscono solo (si noti!)

solo nel sonno di Dante. Virgilio e Stazio sono pagani; l'uno, sebbene

inconsapevolmente cristiano, l'altro, perchè cristiano copertamente.

I simboli e fantasmi sono pagani, quando anche l'origine ne è biblica.

Lucifero si chiama Dite, il serpente dell'invidia infernale si chiama

Gerione[392]. Anche la forma che ne dà il Poeta è piuttosto pagana che

biblica. Il serpente è tricorpore, come la _forma umbrae_ che è nel

vestibolo; (_Aen. VI_ 289) Lucifero è l'_Hydra saevior_ (_ib._ 576) che

è dentro il Tartaro. Servio annota che non si deve tradurre “un'idra più

feroce, ma un'altra più feroce dell'idra che è _in aditu inferorum_„.

(_ib._ 576) E quest'idra più feroce, aggiunge che alcuni fanno

tricipite. E pagani sono gli altri mostri o simboli: Giganti, Caco,

Centauri, Arpie, cagne o Scille biformi, Minotauro, Flegias, Furie e

Gorgon, Cerbero, Pluto, Minos, Caron. Anche i diavoli, che Dante chiama

“dal ciel piovuti„, somigliano a Giganti e Titani fulminati; e Lucifero

scende folgoreggiando in modo simile a Briareo. (Pur. 12, 25) Anche la

selva; poichè in una selva abita la Sibilla che è guida a Enea, come in

una selva s'incontra e in una selva dimora, (Inf. 4, 65 sg.) il vate

guida a Dante; sì che essi da una selva vanno all'Averno (_ib._ 13, 118

al.) o all'inferno. E poi, _tenent media omnia silvae_. (_ib._ 131)

Selva sulla terra, selva nell'Averno, come nel poema di Dante; dove c'è,

come la selva oscura, fuori, così la selva di spiriti spessi,

dentro[393].

È naturale che le dichiarazioni che fa dell'inferno e del purgatorio

Virgilio, siano pagane; e pagane sono: l'una tratta da Aristotile,

l'altra da Plato. E queste due distinzioni teoriche sono fedelmente

ritratte nei simboli.

Virgilio non parla nè degli ignavi del vestibolo, nè dei sospesi nel

limbo, nè dei sepolti nell'arche. Dei primi, quando i due viatori li

vedono, dice: non ti curar di loro. Essi vissero senza infamia e senza

lode; non meritano, perciò, menzione alcuna. Non furono mai vivi; ed ora

non sono nè vivi, poichè invocando la _seconda_ morte, (Inf. 7, 117)

mostrano di esser morti della morte prima; nè morti, poichè essi hanno

una vita, sebben cieca e bassa; tanto che desiderano ma non possono

sperare, di morire. (Inf. 3, 46) Di essi è simbolo la _selva oscura_.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 27 / 42 段