Le _scelerum species_, vedute ivi dalla Sibilla, che si ritrovano nel

ragionamento di Virgilio, sono l'empietà (che è inclusa nell'epiteto

_impia_) (_ib._ 543), _doli_ (_ib._ 567) specificati in chi credè invano

di nascondere il _furto_. Si può trovare subito la divisione generale di

violenza (contro Dio, che è tipica e più grave) e di frode. Vide poi

Titani e Giganti, (_ib._ 580) i quali sono violenti e fraudolenti e

traditori, per Dante, e con la loro alta statura, hanno come i piedi

nella Ghiaccia, così il capo nel secondo cerchietto. Omettendo ora

quelli di cui si è già parlato, troviamo i fratricidi e parricidi e rei

di frode verso i clienti, a cui li univa un vincolo di fede speciale;

(_ib._ 608) poi gli avari, rei di mal tenere (_ib._ 610), gli uccisi in

adulterio (612), i seguaci d'armi empie (_ib._) che Servio dice essere i

combattenti contro Cesare; i traditori de' lor padroni, (613) che sono

per Servio e Dante i medesimi di prima; i traditori e asservitori della

patria per cupidigia d'oro, (621) di cui Servio cita _Curio_; i

barattieri d'allora (622), gl'incestuosi. Dante non confondeva certo gli

uccisi per adulterio con gli uccisi o suicidi per amore: erano pur

distinti anche in Virgilio! Nè credeva i Lapiti (601) rei soltanto di

gola! Sono dunque nel Tartaro, a detta della Sibilla, oltre a

fraudolenti e a traditori, una specie, ma sol una di incontinenti: gli

avari. Anche delle pene, una, sol una, quella di rotolar sassi,

nell'inferno Dantesco è fuor di Dite. Tale contradizione tra la sua

Comedia e l'alta Tragedia Dante si studiò di sanare in ogni modo; e

tutti questi modi confermano lo studio di far l'una uguale all'altra.

Cerca di sanar la contradizione, dicendo lupo il demone dell'avarizia,

lupa l'avarizia stessa, mentre lupo e lupe sono, per lui medesimo,

d'accordo anche qui con Virgilio che chiama _raptores_ i lupi (_II_

356), ben altro che mali tenitori delle loro ricchezze; sono cercatori e

rapitori delle altrui. Virgilio vide le reità e le pene, intorno alla

morte di Gesù, poichè l'imo dell'abisso era già di Giuda; non molto

dopo, perchè nel viaggio non vide Caifas. Si deve credere, dunque, che

questo mutamento intorno al posto dell'avarizia avvenisse per effetto

della redenzione. Furono, cioè, dopo la morte di Gesù, puniti della pena

degli avari _felli_, pur fuori del Tartaro, certi ignavi di genere

nuovo: gente che non operò, per questo amor soverchio delle ricchezze,

nè ben nè male. Invece che nel vestibolo a correre punti da mosconi e

vespe furono messi dentro l'inferno a rotolar massi, con pena più grave

nè meno infame, pur sempre analoga, perchè anch'essi vanno

continuamente. Perchè sceverarli dagli altri ignavi? Perchè la giustizia

di Dio deve più gravare su loro, meno dovendo fissarsi alla terra essi,

cherci e papi e cardinali.

Ma a meglio conoscere il pensiero di Dante ci conduce il considerare la

palude Stigia. In essa è uno che _stende ambe le mani_ alla barca di

Flegias. Lo Stige, Dante sapeva da Servio, che prendeva l'arena e il

fango di Acheronte per condurlo a Cocito: _per Stygem_, dice Servio.

(_ib._ 257) Sull'Acheronte Enea vide gente che pregava di passare,

_tendebantque manus_. (_ib._ 314) Enea vede alcuni de' suoi, Leucaspi e

Oronte, _maestos_ (333), un altro, Palinuro, _maestum_. (340) Sono tutti

e tre _mortis honore carentes_. (333) Notiamo perchè si tenga conto

dell'associazione dell'idee e delle imagini, precipua nel creare del

poeta, che tutti e tre sono morti annegati: ce li figuriamo grondanti

d'acqua. (361) Dante non traversa l'Acheronte in barca; sì in barca lo

Stige che dall'Acheronte deriva. Non vede egli sulla riva di là dello

Stige gente invidiosa d'altra sorte; sono nello Stige stesso i peccatori

che a quella gente assomigliano. Or nello Stige a Dante si presenta un

mesto, un che _piange_; che stende poi le mani; che è un fiorentino come

lui, un da lui ben conosciuto, per quanto pien di fango. Non è un

insepolto, come non sono insepolti, quelli, nella Comedia, che invidiano

ogni altra sorte sulla riva d'Acheronte. Quelli sono però _mortis honore

carentes_; e costui, che tende le mani ed è mesto, anch'esso, se mai

altro, manca di quest'onor della morte; perchè la sua memoria non è

fregiata di alcuna bontà. Filippo Argenti, innominabile anch'esso (il

suo nome è pronunziato dagli altri peccatori), come i suoi compagni di

pena, e come gli avari e come gli ignavi, vuol salire sulla barca, a cui

stende mani; onde il Poeta lo ributta, gridandogli: Via costà! Ed è,

perciò, una specie di Palinuro della Comedia, e sta a Palinuro, come la

mancanza d'onor di morte in Dante sta alla medesima mancanza in

Virgilio. Quest'onor della morte manca sì negl'ignavi, sì negli avari, e

sì nei fangosi incontinenti d'ira, o dismisurati nell'irascibile, o rei

de' vizi collaterali e fortezza e (come vedremo) magnanimità, o audaci e

timidi, o orgogliosi e tristi, o accidiosi. Tutti questi ebbero

battesimo; gli avari furono anzi tutti cherci, con una sola eccezione.

Una sola, come fa chiaramente comprendere questo terribile Dante. Nella

cornice del purgatorio, dove si impreca alla lupa, gli avari, tra cui è

un papa, (conoscibile, ora, nella purgazione), piangono tutti, volti in

giù, sospirando questo solo versetto: _Adhaesit pavimento anima mea_.

(Pur. 19, 71) Fa eccezione un'anima che tra le altre che piangono e si

lagnano, dice esempi di virtù opposta al vizio. Fa eccezione: Dante gli

dice: perchè _sola_ rinnovi queste laudi? Sola, dunque; e non è d'un

chierco. Ma di chi? Del capostipite della casa di Francia, che aduggia

la cristianità. (Pur. 20, 16) Di che si vede come nella lupa sia

adombrata politicamente l'avarizia e della curia papale e della casa di

Francia: l'avarizia che degenera, per innesto dell'amor del male, in

cupidità; come, tra l'altro, si ricava da ciò che Ugo seguita a dire:

(_ib._ 64) che i reali di Francia divennero rapaci, micidiali,

traditori. E casa di Francia poi si volge contro curia di Roma, per una

vendetta di Dio, che fa che la lupa veramente consumi “dentro sè con la

sua rabbia„, come il maledetto lupo (Inf. 7, 9), e sbrani sè stessa.

Anche gl'inconoscibili del brago sono battezzati, che non rinverdirono

in vita la _grazia_ avuta, come dicono gli accidiosi pentiti. (Pur. 18,

105) L'accidia, che è un rattristarsi _de_ spirituali _bono_, che è una

tepidezza in ben fare (ben fare uno non battezzato non può, meritando)

(_ib._ 108); l'accidia non è peccato da pagani. Quindi nell'Eneide non

possono ritrovarsi anime rissose o gorgoglianti nello Stige. Vide invece

sì gl'ignavi del vestibolo, sì gl'ignavi del quarto cerchio, sì

gl'ignavi dello Stige, nel suo proprio viaggio, quando fu _congiurato_

da Eritone, Virgilio, che di queste tre specie dà conto a Dante con

parole quasi uguali. Li vide _mortis honore carentes_, come gl'insepolti

che vide Enea ed esso cantò; ma con alcuna differenza tra loro. I primi

erano nè morti nè vivi; come non ebbero vita, non hanno morte, come non

ebbero morte, non hanno vita. Gli ultimi erano più veramente i suoi

insepolti, checchè paia a bel principio. Invero i primi son fuori, gli

ultimi son dentro la “gran tomba„ che è l'Inferno. I primi non hanno

speranza di morte; gli ultimi la seconda morte l'ebbero, traversando

l'Acheronte: dunque morirono e furono poi sepolti.[368] Come sono sempre

ancor vivi, d'una vita cieca e bassa, quei primi, perchè furono,

vivendo, come morti; così questi che sono sepolti, furono, vivendo,

quasi insepolti. Se essere insepolti vuol dire misticamente “_non_

dissolvere la compagine dei vincoli carnali„,[369] questi ultimi ignavi

del brago non attutirono le passioni, parlando in genere; le passioni

dell'irascibile, ira e timore, parlando in ispecie.

Sono essi più veramente gl'insepolti della Eneide; e invero hanno, come

loro, del naufrago. Il mare li tranghiottì: un mare vischioso e putrido.

Il mare, cioè una palude, li tiene in sè. Quel mare che si attraversa

col legno della croce, il qual legno è simboleggiato nell'arca; quel

mare, che si attraversa col battesimo che è simboleggiato nel camminar

di Gesù sull'acque e nel passaggio degli Ebrei per il mar rosso; quel

mare si è fatto brago per loro. Lo attraversavano, e cadder giù, e in

eterno ora vi rimangono, o fitti o invano mobili. Passarono l'Acheronte,

e rimasero nello Stige, sepolti nella belletta; nello Stige che deriva

dall'Acheronte e che è l'Acheronte stesso nel suo corso ulteriore. E

quest'ultimo fatto ci mostra nella sua perfetta lucidezza il pensier di

Dante, che volle il suo inferno uguale a quello di Virgilio.

_Misticamente_ gli avari sono dove erano; sono nel Tartaro; perchè

l'Acheronte Gesù lo passò invano per loro e ruppe invano la porta.

Dunque la porta è come chiusa per loro, ed è perciò come quella di Dite;

e l'Acheronte, invano passato, è perciò come uno Stige. Il che Dante

conferma facendo che lo Stige appaia e gorgogli nel cerchio degli avari.

(Inf. 7, 101) E ciò significa ancora che l'avarizia è il peccato che non

è più di sola concupiscenza e non è ancora di cupidità: gli avari

appetiscono il bene, ma un ben più vano, un ben più terreno che gli

altri incontinenti; e sono facili a cercare _aliena_, a forza di mal

tenere o anche di mal dare il proprio. Gli avari sono incontinenti, che

cominciano a volgersi al male, come quelli più sotto loro, dove la fonte

buia che da lor nasce si fa palude; come quelli, di cui si parla nel

medesimo canto che parla di loro; come quelli che sono innominabili al

par di loro, e formano con essi gl'ignavi della malizia o ingiustizia.

Il che si vede dagli esempi d'avarizia e di accidia nel purgatorio.

Avari sono Acam, Eliodoro, Safira e suo marito, i quali son anche o

ladri o rubatori e perciò frodatori; Pigmalion e Polinestor che son

anche o perciò traditori; oltre Crasso. Accidiosi sono gli ebrei, _i

quali pur avendo passato il mar rosso_, si rubellarono ai loro divini

condottieri, e i Troiani, _che pur essendo della setta d'Enea_,

bruciarono furibondi le navi per non andare in Italia. Il mar rosso che

si fece brago per quelli Ebrei, è simbolo del battesimo o del libero

volere, e lo Stige che invischia tante rane, è passato con le piante

asciutte da Enea!

XXXI.

ENEA E CATONE

Io non Enea, io non Paolo sono;

dice Dante a Virgilio, nel disvolere ciò che volle. (Inf. 2, 32) Essi

andarono a immortale secolo, ossia _excesserunt_, morirono rimanendo

vivi, l'uno per dare inizio all'impero, l'altro per recar conforto alla

fede. E l'impero essendo stabilito per la venuta del Cristo, come dice

il Poeta anche qui (ib. 16), i due viaggi mistici, di Enea e di Paolo,

sono come un sol viaggio: l'uno prepara, l'altro integra la fede. E

Dante, per gli ammonimenti del suo vate sibillino, tornando a volere ciò

che aveva disvoluto, diventa Enea e Paolo in uno, l'eroe dell'impero e

l'apostolo delle genti, il precursore del Veltro e il predicatore del

Cristo.

Enea, nel vangelo che scrisse Virgilio, trova aperta la porta di Dite:

_noctes atque dies patet atri ianua Ditis._

(Aen. VI, 127)

Dante si vede che ha posta attenzione a questo verso. Egli fa che avanti

la venuta del Cristo, Dite regnasse sino alla porta dell'inferno, mentre

dopo, la sua particolare sovranità fu limitata a quella che nella

Comedia è veramente la porta della città “ch'ha nome Dite„. Dice invero

Dante che i patriarchi salvati dal Cristo erano preda di Dite; (Inf. 12,

38) e dice che i piovuti del cielo erano, quella volta, a difesa della

porta men segreta, su cui è la scritta morta. (ib. 8, 125) Non c'era,

prima del Redentore, alto e basso inferno; c'era l'inferno; non c'era

questo e quel peccato: c'era il peccato.[370] Ora, come mai questa

contradizione tra l'Eneide e i libri santi? come mai quella, per bocca

della Sibilla, veridica profetessa del Cristo, afferma che la porta era

aperta notte e giorno; questi asseverano ch'ella era chiusa, tanto che

il Cristo dovè infrangerla?

Dante interpreta misticamente il suo autore. La Sibilla dice che

discendere nell'inferno è facile; uscirne, _hoc opus, hic labor est_.

(_ib._ 128) Avanti il Cristo, pensa Dante, tutti erano preda del

peccato, e morendo morivano della seconda morte, cioè scendevano

nell'inferno. In questo senso, la porta era aperta. Salvarsi, era

impossibile: in questo senso la porta era chiusa. Nel suo essere aperta

consisteva il suo essere chiusa. Chi potè, prima della redenzione,

_sensibilmente_ passar quella porta che era chiusa appunto perchè era

aperta? Pochi, risponde la Sibilla, _dis geniti_: (_ib._ 131) per

esempio, come poi Enea ode da Caron, Alcide e Teseo e Piritoo, (_ib._

394)

_~dis~ quamquam ~geniti~ atque invicti viribus essent_.

Solo Alcide è ricordato, di questi, nell'Eneide nuova, perchè non solo

entrò, ma uscì. Nell'Eneide antica si dice ch'egli arraffò e dai piedi

del trono del re, ossia di Dite, trasse il custode del Tartaro, Cerbero.

Nella nuova il Messo del cielo grida ai diavoli di dentro Dite:

_Cerbero ~vostro~, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e il gozzo_.

Vostro? _se ben vi ricorda_? Già: Cerbero non l'hanno più sott'occhio

quei diavoli: i quali perciò devono ricorrere alla loro memoria: esso è

fuori della città loro, esso che un tempo era con loro. E questo è

dunque un altro particolare sottolineato dal Poeta, della condizione

ch'era dell'inferno prima del Cristo: la città di Dite si estendeva sino

oltre Acheronte.[371] Se l'inferno era allora tutta una città di Dite,

Enea trovò dunque chiusa la porta, perchè di Dite la porta è sempre

chiusa, sia prima del Cristo il quale, in vero, l'infranse; sia dopo,

come attesta Dante e provò Virgilio. Ma, secondo la Sibilla, questa

medesima _ianua Ditis_ era aperta allora. E, secondo il racconto di

Virgilio nella alta sua tragedia, racconto male interpretato, o a bella

posta o inconsapevolmente, da Dante nella sua Comedia, aperta era allora

ai _dis geniti_ anche l'altra porta del Tartaro, che è a sinistra,

_adversa ingens_; (_ib._ 548) la quale per Dante è uguale a quella

_Ditis magni_. (_ib._ 541) Ai _dis geniti_ era aperta: infatti come

entrò Alcide? Da quella entrò se potè arraffare e legare il custode del

Tartaro, a' piedi del re Dite. E come entrò Enea? Virgilio non ne parla,

si può dire. Narra che _occupat aditum_, che si purifica delle sozzure,

e figge _adverso in limine_ (della porta _adversa_, della medesima porta

che è chiusa dagli _avversari_), che cosa? _ramum_, la verga fatale, la

verga che è segno del chiamar delle _fata_, la verga che è il simbolo

delle virtù;[372] e mirabilmente entrò. Riassumendo: avanti il Cristo,

la porta dell'inferno tutto era chiusa, perchè esso l'infranse; la porta

di Dite era aperta, come dice la Sibilla: dopo il Cristo, la porta

dell'inferno tutto era aperta, come vide Dante, la porta di Dite, come

vide Dante, era chiusa. Ma perchè, avanti il Redentore, Dite equivaleva

a tutto l'inferno, la porta era chiusa, come d'inferno, aperta, come di

Dite; chiusa e aperta nel tempo stesso, chiusa per il fatto che era

aperta.

Pochi _dis geniti_ poterono, non dico entrare, perchè tutti potevano

entrare, essendo aperta la porta; ma _superum evadere ad auras_. Il che

Dante vedeva che non avveniva per ritornar su' suoi passi. Enea non esce

per là donde entrò. (_ib._ 898) Sulla porta del regno de' morti c'è

scritto, Lasciate ogni speranza! Dante sapeva, dalla lettura

dell'Eneide, che, se è difficile, e solo concesso a' _dis geniti_,

tornare a riveder le stelle, impossibile è _revocare gradum_ per quella

porta che è pure spalancata _noctes atque dies_. (_ib._ 127) Enea

infatti entra, come Dante volle travedere o travide, per la porta di

Dite o del Tartaro, che sono per Dante tutt'una, col mezzo di quel ramo

o verga; e dopo avere attraversato il Tartaro, arriva (_ib._ 638)

_locos laetos et amoena virecta_

_fortunatorum nemorum sedesque beatas_,

dove è aria buona e fine, e luce purpurea, e sole e stelle. A questo

luogo non si giunge però (come Dante interpretava, male, secondo me, ma

come quasi tutti) subito. Prima le anime devono passare per la

purgazione. Sono punite, pagano il fio de' vecchi lor mali. (_ib._ 739)

Sono sospese al vento, tuffate nell'acqua, bruciate nel fuoco. Dopo,

tornano ad abitare in corpi terreni; solo poche subito arrivano senza

bisogno di purgazione ai lieti campi dell'Elisio. (_ib._ 743) Così dice

Virgilio; ma Dante intendeva (si può supporre) che le anime, almeno

alcune, poche anzi, dopo avere mondato l'_infectum scelus_, andavano

all'Elisio[373] e lì si fermavano; “tenevano„ i lieti campi; sentendo il

_velle_ di rivedere _supera convexa_.

Dante, entrato per opera d'un messo del cielo che l'apre misteriosamente

con una verghetta, dalla porta di Dite, attraversa il Tartaro, esce dal

Tartaro per un cammino ascoso, trova un'altra porta, entra anche da

quella, si purifica di sue macchie prima con l'aria, anzi col vento, poi

col fuoco, all'ultimo con l'acqua. C'è la trasposizione del fuoco e

dell'acqua, in Dante, ma Dante, quel precedere in Virgilio dell'acqua,

lo interpreta o finge d'interpretarlo come meramente stilistico. In

verità la purificazione nell'acqua, egli pensa, vien dopo quella del

fuoco, perchè essa è il bere al Lete, come quasi quasi corregge Virgilio

istesso: (_ib._ 745)

_donec longa dies . . ._

_concretam exemit labem purumque relinquit_

_aetherium sensum atque aurai simplicis ignem._

_has omnis . . ._

_Lethaeum ad fluvium deus evocat_.

Ma qui Virgilio, pensa Dante (oh! sublime gioia, pensare il pensier di

Dante), ma qui, a dir meglio, Anchise parla d'una purificazione che si

compie _sub gurgite vasto_, come è detto prima. (_ib._ 741) O non si

contradice Anchise che prima ha mostrato al figlio le anime che all'onde

del fiume Leteo (_ib._ 714)

_securos latices et longa oblivia ~potant~_?

Ecco, pensa Dante, i fiumi hanno a essere due; uno, dove le anime son

tuffate e dimenticano; l'altro dove elle bevono e _incipiunt velle_

rivedere _supera convexa_. Questo fiume del _velle_ deriva dalla fonte

stessa onde sgorga il fiume dell'oblio; sicchè si potranno chiamare

tutti e due _Lethaei_ (_ib._ 714, 745), sebbene più propriamente l'uno,

quel dell'_oblio_, sia Letè, l'altro, quel del _volere_, con parola

greca anch'esso, abbia a chiamarsi _Eunoè_. Così l'alta Tragedia non è

contradetta in nulla dalla Comedia.

In nulla; poichè la purificazione avviene dunque per pene e supplizi, e

col vento e col fuoco. Ognun sa le pene e i supplizi; ognun può

ricordare il vento. Sei dei P di sulla fronte di Dante sono rasi o

spenti da un batter dell'ale (Pur. 12, 98), da un _ventare_, (17, 67) da

un _ventilare_, (19, 49) da un _vento_, (24, 148) che vien dall'ale di

un angelo. Servio, dichiarando questa specie di purificazione, usa

appunto le parole: _aere ventilantur_.[374] Per la settima piaga, non si

parla di ventilare. L'angelo intima a Dante, anzi a lui come alle due

ombre di poeti, di entrar nel fuoco (27, 6) che morde e affina. E una

voce di là li guida. A Virgilio sembra di veder gli occhi di Beatrice.

Vento dunque, nel purgatorio di Dante, e fuoco, e Letè in cui le anime

si tuffano e obliano, ed Eunoè, in cui elleno bevono e vogliono. Dopo

questa purgazione in vento fuoco e acqua, l'uomo è puro e disposto a

veder _supera convexa_.

Ma Enea, secondo Dante, avrebbe dunque subìto anch'esso questa

purificazione? Certo, rispondo, ed Enea e Virgilio e quanti sono nel

Limbo, _pauci_, sebbene moltissimi siano i loro innocenti compagni, sono

nella condizione dei purificati dal vento e dal fuoco. Sì. Essi non

vogliono propriamente andare a quelle eccelse convessità: essi desiano.

Il desiderio non è ancora volere. Il primo piegar dell'anima è amore, il

secondo moto è desiderio: donde poi il _velle_, in cui quel primo amore

si liqua. Tutte le anime del purgatorio desiderano; solo quando il desio

si fa volere, esse ascendono dalla cornice o dalle cornici, giungono al

paradiso terrestre, si tuffano nel Letè e bevono all'Eunoè, e sono puri

e disposti a salire alle stelle. Quelli del limbo desiderano, nè possono

volere, perchè non isperano. Ma se differiscono dalle anime del

purgatorio per questo, che in loro non si può formare il _velle_ non

essendoci la speranza, somigliano però alle medesime anime, quando siano

purificate, in quest'altro punto che i sette P non li hanno nella

fronte, essendo “innocenti„. Sono dunque di là del fuoco dell'ultima

purgazione, il qual fuoco a Virgilio, esperto, non duole, in faccia al

Letè che non possono varcare. Oh! sì: di là del fuoco: essi hanno la

mondizia per cui l'occhio vede. Un lume misterioso raggia per loro. Essi

hanno nome Virgilio, Aristotile, Plato. E quando a Virgilio si presenta

Beatrice, questi era al suo luogo “tra color che son sospesi„, nel luogo

che non ha altro supplizio e lutto, che il desio senza speranza; eppure

Beatrice esclama: Fiamma d'_esto_ incendio non m'assale.[375] E

l'incendio è proprio di quel luogo, come la _miseria_ che non la tange:

la miseria originale.[376] Or qual è quest'incendio, se non il “grande

ardore„ che ricuce la piaga dassezzo? (Pur. 25, 139) Il quale chi passa,

è innocente e vede; di là del quale si vedono già gli occhi di Beatrice;

di là canta una voce che guida e canta: _Venite, benedicti patris mei_;

la voce di Beatrice, dell'angiola, se non di un angelo, della Sapienza

che è la figlia di Dio, se ella nella Trinità è il figlio. È quel

medesimo: e il fuoco che Dante vede nel cerchio superno, che vincia

emisperio di tenebre, come un muro, è quel medesimo fuoco che affina nel

grado superno, ed è un muro tra lui e Beatrice.

Di là del fuoco, che è l'ultima purgazione dell'Eneide, quale dichiara

Anchise, è l'Elisio, dove Enea si trova con suo padre. Ivi è etere più

largo o abbondevole che veste i campi di luce purpurea e vi è un sole e

stelle proprie, “congruenti al luogo„, spiega Servio. Di là del fuoco,

che è l'ultima purgazione della Comedia, si fa vedere un poco il sole e

tramonta, e le stelle appariscono dalla fenditura della grotta, “di lor

solere e più chiare e maggiori„. Allo stesso modo di qua del fuoco

“ch'emisperio di tenebre vincia„, è la lumiera, (Inf. 4, 103) è “un loco

aperto luminoso ed alto„. L'Elisio è di _amoena virecta fortunatorum

nemorum_. Nel limbo è un prato di fresca verzura, è il verde smalto:

_virecta_; nel paradiso terrestre è una divina foresta: _nemora_. Dante

ha fatto a mezzo della frase Virgiliana, tra il limbo e il paradiso

terrestre. Così quando _Musaeus_ dice: “Abitiamo in sacri boschi opachi

e stiamo sulle piote dei greppi e per prati sempre rinnovati dall'acqua

dei ruscelli„; (_ib._ 673) non sappiamo, cercando in Dante i pii di

Virgilio, se li dobbiamo trovare nella divina selva spessa, in cui

serpeggia il rivo, o nel prato di verzura, cui fresca rende il

fiumicello.

Così, altro. Anchise è in una valletta verde. Vede venir verso lui Enea

e tende le mani e una voce gli cade dalle labbra: “Sei pur venuto: eri

aspettato...„. (_ib._ 679) Par d'ascoltare la “voce„ che fu udita per

Dante nel Limbo: “L'ombra sua torna...„. Enea vede una selva, piena come

d'un rombo d'api, che fanno le anime che devono tornare ai corpi. (_ib._

703) Par d'essere con Dante, che nel Limbo vede come una selva, una

selva di spiriti spessi, che coi loro sospiri facevano tremar l'aria.

(Inf. 4, 65) Le anime di Virgilio bevono al fiume Lete l'oblio; gli

spiriti di Dante, come formano una selva, così possono insieme chiamarsi

“il sonno„. (ib. 4, 68) Poi Anchise _trae_ il figlio e la Sibilla su un

colle, perchè veda di faccia le anime illustri. (_ib._ 752) Dante narra:

(_ib._ 115)

_Traemmoci_ così dell'un de' canti

in loco aperto luminoso ed _alto_

sì che veder poteansi tutti quanti.

Colà diritto sopra il verde smalto,

mi fur mostrati gli spiriti magni.

Anchise ha detto a Enea che vuol mostrargli quella prole (sono, in certa

guisa, _infanti_ nel tempo stesso che _magni_) “_quo magis... laetere_„

(_ib._ 717) Dante, di vedere quegli spiriti magni, che sono tra i

parvoli, in sè stesso s'esalta. (_ib._ 120) Nè si deve tralasciare che

di risurrezione parla qui Virgilio a Dante, (ib. 53) e Anchise a

Virgilio. (_ib._ 750) Sono dunque gli spiriti magni e parvoli di Dante

nell'Elisio di Virgilio? Certo, se ricorriamo all'altra figurazione

degli inferi Virgiliani, dobbiamo dire che sono _secreti_ anch'essi,

questi pii di Dante. (_Aen. VIII_ 670) E non occorrerebbe quella, e

basterebbe questa; che tutto qui parla di appartato e separato.

Ma le anime di Virgilio, destinate a prendere altri corpi, le anime che

bevono al Lete con grande ronzìo di sciami, quell'anime dice Anchise

“_superum... ad lumen ituras_„. (_VI_ 680) Ed Enea chiede se s'ha a

credere che “_aliquas_„ vadano di lì al cielo “_sublimis animas_„.

(_ib._ 719) _Sublimis_ noi sappiamo che è complemento avverbiale di

_ire_; ma lo sapeva Dante? Servio lo traeva in inganno, facendogli

notare quell'_aliquas_ e dicendo: _non omnes, sed sublimium_.[377] Da

ciò gli “spiriti magni„. Ma dunque gli spiriti magni, e con loro tutto

quello sciame ronzante, sono destinati ad ire al cielo, a vedere il lume

del sole alto? a vedere altro lume, che quello che godono nel luogo dove

sono, dove è pure un _proprio_ sole? In vero Dante li dice “sospesi„.

(Inf. 2, 52) E sospese sono le anime dell'Eneide, sia per questa loro

condizione di destinate ad altra vita, ad altro luogo, ad altra luce;

sia perchè proprio _suspensas_ le afferma Anchise. (_ib._ 741) Chè egli

dice che elleno _panduntur inanes suspensae ad ventos_. _Inanes_ sono i

venti, e _suspensae_ va con _panduntur_; ma intende così Dante? Dante

che “non sospende„, ne' suoi imaginati supplizi, mai le anime purganti?

Dante che chiama “vane„ le ombre, (Pur. 2, 79) e “vanità„ quella

dell'anima senza corpo? (Inf. 6, 36; Pur. 21, 135) Nè è da tralasciare

un altro passo, che Dante può non aver inteso o voluto intendere. Dice

Anchise di tutti i viventi (e Dante può avere inteso solo delle grandi

anime), (_ib._ 730)

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 26 / 42 段