L'inferno Virgiliano ha (_Aen. VI_, 273)
_vestibulum ante ipsum primisque in faucibus Orci_
Luctus...;
e in fine, nel discorso d'Anchise, (_ib._ 741)
_aliis sub gurgite vasto_
_infectum eluitur scelus aut_ exuritur igni.
Ambedue i termini sono indubitabili. Invero dopo il vestibolo è
l'Acheronte, nell'Eneide come nella Comedia; lungo l'Acheronte, in tutti
e due i poemi, è una turba di nè vivi nè morti; là perchè _inhumata_,
che non è perciò nel sepolcro e non è nemmeno nella vita, qua perchè nè
buoni già nè cattivi. Là è detta _inops_, la turba; qua anime triste,
cattivo coro, setta dei cattivi, sciaurati. (_Aen. VI_, 325, Inf. 3, 22)
Gli antichi spiriti sono gli angeli nè ribelli nè fedeli, nè caldi nè
freddi;[358] eppur qualcosa o molto risentono di quelli che in Virgilio
(_ib._ 329)
_centum errant annos volitantque haec litora circum_.
Quel gran numero di cent'anni ha suggerito lo aggiunto di _antichi_,
sebben molto più antichi siano gli angeli di Dante! E _volitant_ anche
gli sciaurati, come foglie che cadute fanno mulinello nel vestibolo
aperto, o come arena quando tira vento. Dante poi nega ciò che Virgilio
afferma, nel che la derivazione dell'un dall'altro è pur sempre chiara:
i suoi invocano la seconda morte, gl'insepolti dopo i cent'anni sono
_admissi_.[359] E gl'insepolti sono fatti uguali agl'ignavi per
un'espressione, che Dante, con equivoco forse volontario e solito,
interpretò a modo suo: _maestos et ~mortis honore~ carentes_. (_ib._
333) Piangono disperatamente gli sciaurati, di cui il mondo non lascia
essere fama e sono spregiati dal cielo e dall'inferno: la loro morte è
senz'onore, e ogni altra sorte è preferibile alla loro. Quanto poi alla
meta, è evidente che Dante ha avuto lo sguardo alla dissertazione
d'Anchise (che diventa come un purgatorio anche locale), perchè esso a
tutto il suo purgatorio fa seguire una visione di persone e vicende
future, così come trovava in Virgilio. E le persone e vicende sono di
Roma ancor non nata in Virgilio: e in Dante, sono della Chiesa e
dell'Impero: di Roma, tutti e due, Chiesa e Impero.
Tra la mossa e la meta l'Averno Virgiliano è seguito nell'Inferno
Dantesco, con tanti accorgimenti e con tante, direi così, rettifiche
dottrinali. Due sono i viatori dell'Eneide, Enea e la Sibilla; due
quelli della Comedia, Dante e Virgilio. All'ultimo s'unisce, nell'uno e
nell'altro poema, un terzo: Anchise e Stazio, che ambedue dichiarano
l'infusione dell'anima nel corpo umano. Nel bosco di Trivia Enea trova
la Sibilla (_ib._ 13); in una selva Dante trova Virgilio. Ed Enea alla
Sibilla (_ib._ 117) e Dante a Virgilio (Inf. 1, 65) gridano: _Miserere_.
Prima d'entrare, la Sibilla dice a Enea che è d'uopo _animis_ e _pectore
firmo_. (_ib._ 261) E Virgilio rimprovera Dante di non avere ardire e
franchezza, e, proprio sulla soglia, lo esorta e conforta. (Inf. 2, 121;
3, 13) L'uno e l'altro seguono, rinfrancati, _haud timidis... passibus_,
la guida. L'invocazione di Virgilio (_ib._ 264) ha il suo riscontro
nella scritta morta, di colore oscuro. (ib. 3, 1) Da una selva muove
Dante per cammino silvestre si avvia verso il suo Averno: (ib. 2, 142)
così Enea va, come si può tra selve. (_ib._ 271) La luna _incerta_ getta
una luce _maligna_ su queste selve. Sulla selva di Dante splendeva la
luna piena, ma così _incerta_ che Dante non ne vedeva la luce, quanto si
vuol benigna. Il viaggio di Dante comincia con l'aer bruno: e Dante è
solo: (ib. 2, 1) lo stesso effetto d'oscurità e solitudine è al
principio del viaggio d'Enea, _sola sub nocte per umbram_. (_ib._ 268)
_Luctus_ è nel vestibolo Virgiliano; _sospiri e pianti_ nel vestibolo
Dantesco. I mosconi e le vespe degli ignavi possono corrispondere alle
_ultrices curae_ (_ib._ 274) di Virgilio, interpretate male o
liberamente; così il _metus_ e il _labos_ e il _sopor_ possono trovarsi
negli ignavi, o viventi o morti. Il grand'albero dei sogni piove le sue
foglie nell'atrio. (_ib._ 282, Inf. 3, 112) Non ci sono nell'atrio
cristiano i mostri, i Centauri e le Scille biformi, e Briareo e l'Idra,
la Chimera, le Gorgoni, le Arpie e il fantasma tricorpore, ossia
Gerione. Non ci sono: vale a dire, non ci sono più. La Comedia non
rinnega la Tragedia, ma la conferma. Quando Enea discese agli inferi, i
mostri che Dante trovò qua e là come simboli di peccato, non erano dove
Dante poi li trovò; chè allora non c'era distinzione di peccati, c'era
il peccato. I piovuti del cielo erano alla porta dell'inferno; Dite
dominava anche oltre l'Acheronte.[360]
Enea e Dante trovano l'Acheronte, che, per l'uno e per l'altro, finisce
in Cocito. Vedono _Charon_ l'uno e l'altro, ed è quel medesimo. Vedono i
morti desiderosi di passare, e alcuni vedono passare, altri desiderare
invano. Lo stesso effetto di foglie caduche è nell'un luogo e
nell'altro. Enea e Dante chiedono spiegazione alla guida, e l'hanno.
Riconoscono ivi tutti e due qualcuno.[361] S'avvicinano al fiume. (_ib._
384, Inf. 3, 81) Caron si diniega all'uno e all'altro. Rispondono i
duci: _absiste moveri_ (_ib._ 399); non ti crucciare. (ib. 94) La
_pietas_ merita a Enea tal passaggio; (ib. 403, 5) la _pietas_,
interpretata religiosamente, lo darà a Dante (ib. 95). E qui la Sibilla
mostra il ramo o la _fatale verga_ (che indica, cioè, se _fata vocant_),
la quale Enea nascondeva nella veste. Nell'inferno Dantesco c'è pure una
_verghetta_ che mostra che nelle _fata_ è vano dar di cozzo; ma non si
usa qui. Ed è ben naturale: l'Acheronte, dopo che Gesù lo valicò (non
certo sulla barca del nocchiero Caron), non è più il confine del regno
di Dite e della sua moglie, che è regina dell'eterno pianto; alla quale
la verghetta è destinata. La verga fa sì, nell'Eneide, che Enea sia
accolto nella barca di Caron; Dante sulla barca di Caron non passa, ma
su _più lieve legno_: ciò, perchè di mezzo c'è stata la redenzione, e il
disserrarsi della porta e il crollo delle tre rovine,[362] e la fuga dei
diavoli e di Dite da di qua l'Acheronte a di là lo Stige, oltre la porta
men segreta. Una verghetta delle _fata_ è usata nella Comedia a questa
porta più segreta: non è la stessa? La stessissima.
Enea e Dante passano l'Acheronte, l'uno al modo precristiano, l'altro al
modo cristiano. Di là Caron sbarca _vatemque virumque_. Si sa quel che
vuol dire _vates_ qui; pure queste due parole indicano forse la
scintilla prima dell'ispirazione di Dante a prendersi per guida un
_vate_; tanto più che questo _vate_ è appunto tale ne' due sensi, di
poeta e profeta; ed è poeta della Sibilla, e profeta del Cristo, per
mezzo della Sibilla, nell'ecloga quarta. Dunque è molto utile
considerare che di là di Acheronte si trovano, nell'un poema e
nell'altro, un _vate_ e un uomo, un uomo certo. E subito, appena accenna
a Virgilio, Dante dice: il Poeta. (Inf. 4, 14) Enea sente subito il
latrato di Cerbero; Dante, no; eppur non contradice a Virgilio; chè il
Cerbero Virgiliano assorda col latrato di tre gole _haec regna_; e Dante
distingue il regno dell'incontinenza da quello della malizia. Ma che
dico, che Dante non sente? Dante sente un tuono d'infiniti _guai_, cioè
guaiti. Non poteva esser tra quelli il latrato di Cerbero? Il fatto è
che, al suo luogo, _introna_ le anime, come a dire, si fa sentir più,
più da presso. E poi questo luogo è quel di mezzo della concupiscenza;
il cane tricipite è un po' l'imperadore di questo regno, a cui sta nel
mezzo; sì che, se i peccatori che introna sono, più che gli altri,
simili a lui, cioè cani, (Inf 6, 19) pur si sente dolor che punge a
_guaio_ (ib. 5, 3) e si sente voce che _abbaia_ (ib. 7, 43) anche nei
due cerchi contermini. E i _guai_ del primo cerchio, no, non sono di
anime del primo cerchio dove i lamenti sono sospiri e _non suonan come
guai_. (Pur. 7, 30) Il che è confermato quivi stesso. (Inf 4, 26) Or
quel tuono di guai proviene dai peccatori canini, per dir così, e,
idealmente o realmente, da Cerbero. Vedremo meglio, perchè.
Ecco vagiti nella Tragedia (_ib._ 426) e nella Comedia. (ib. 4, 25) Non
sono in quella le femmine e i viri di questa. Naturalmente: la
redenzione mise un po' d'ordine negl'inferi, e riservò questo lembo o
_limbo_ di essi, oltre che agl'infanti, anche a viri e femmine. E
Virgilio con una premura quasi insolita, poichè qui parla esso per primo
e dice, _Tu non dimandi?_, spiega la cosa, che lo riguarda molto, perchè
esso _medesmo_ è di quelli. (ib. 31) Eppure dopo gl'infanti, Enea vede i
condannati innocenti. (_ib._ 430) O non sono condannato innocente
anch'io? sembra dire Virgilio a Dante: _non per altro rio_! (ib. 40)
Minos è in Virgilio principalmente per raddrizzare (secondo
un'ispirazione dell'Apologia Platonica) le sentenze ingiuste; ma assegna
anche le sedi, può parere, a tutti. Pare, anche se non è. (_ib._ 431) Il
fatto è che Dante lo trova come a lui pare che lo trovasse Enea,
nell'atto di cotanto uffizio. (ib. 5, 4) Vicini a lui sono i suicidi
_insontes_, nell'Eneide; (_ib._ 434) _nec procul hinc_ i morti per
amore, suicidi o uccisi. _Insontes_ non possono essere i peccatori di
Dante; eppure i peccatori carnali, che Dante trova come li trovò Enea,
prossimi a Minos o agli infanti che dir si voglia, hanno molto l'aria di
_insontes_; chè, o rotti a vizio o vinti da amore e da un punto, sono
trascinati da un vento irresistibile. E Francesca non viene a dire di
non averci colpa nella sua sventura? Non pare anche a Dante ch'ella sia
_offensa_? E come Erifile mostra le ferite _crudelis nati_, non mostra
anche Francesca in certo modo, come ho già detto, il sangue di che tinse
il mondo? E sono colpevoli tutte due, sì; ma crudele il figlio, e degno
di Caina il marito dell'una e fratello dell'altro, perchè non dovevano
uccidere! E trovano, sì Enea e sì Dante, Dido; e Dante nella schiera di
lei, vede in Francesca una vittima d'amore, _recens_, in certo modo _a
vulnere_ anch'essa, e che fa a lui l'effetto che Elissa a Enea.[363]
Dopo loro, Dante si trova in faccia a Cerbero, e il suo duca fa ciò che
il duca d'Enea. Ma Virgilio gli getta terra e la Sibilla un'offa. Anche
in ciò è uno di quei divari coi quali Dante sembra ammonire che
l'inferno è sempre quello, salvo l'effetto della redenzione e del
cristianesimo. Mi limito a una delle ragioni del cambiamento. Servio dà
l'etimo di Cerbero: divoratore di carne, consuntore di corpi. Non senza
ricordo di quest'etimo Virgilio, anche questa volta da sè, senza essere
dimandato (si tratta di cose sue), spiega il destino ulteriore della
carne e dei corpi; (Inf. 6, 97) tanto più, che l'antico comento dice
ancora: “le anime ricuperano (_recipiunt_) il luogo loro, quando il
corpo sia consunto„. Ora il medesimo annota che nell'offa è miele,
perchè di miele si coprivano i corpi de' morti. Bene: sembra dir Dante:
al tempo che si seppelliva a quel modo, ci voleva l'offa col miele; ora
che, cristianamente, i corpi si sotterrano, ci vuol la terra.
Dante trova i golosi dopo gli uccisi o suicidi d'amore (_che amor di
questa vita dipartille_), coi quali sono i rotti a vizio di lussuria,
pur distinti. Enea trova i nemici in guerra e i compagni d'arme, tra cui
Deifobo mozzicato. (_ib._ 477, 494) Non così fatti Dante; eppur vedendo
un cittadino suo, pur poco nobile di vita, tanto che laggiù non riesce a
riconoscerlo da sè, sembra avere il pensiero ad altro che al vizio della
gola. Domanda a Ciacco il futuro delle grandi lotte civili di cui si
vedeva allora il principio. Si tratta d'una _discordia_ (ib. 63) anche
qui, accesa da tre faville; d'una discordia come quella che inimicò Asia
e Europa, d'un incendio, come quello che è narrato da Deifobo. E due
giusti (risponde Ciacco a Dante) sono in Fiorenza; e così due giusti
erano in Ilio, quando la fatale Erinni di cui si parla nell'Eneide, la
converse in cenere: Enea, di cui nessuno fu più giusto, e Rifeo,
_iustissimus_, che Dante trovò nel paradiso. (Par. 20, 67) Ma lasciando
questo, ecco Dante per ultimo domandare a Ciacco, all'ignobile Ciacco,
notizie di uomini degni: di Farinata, del Tegghiaio, del Rusticucci, di
Arrigo, del Mosca. Egli desidera sapere dove sono, se nel cielo o
nell'inferno. Sono morti, sono concittadini e avversari, in uno. Non si
direbbe che Dante s'aspettasse di trovarli, dove trova Ciacco? Cioè,
egli vuol mostrare, che se li aspettava dopo i morti d'amore, come
avrebbero dovuto essere, secondo la Tragedia; ma la Tragedia non fa
testo se non salva la redenzione, che fu dopo. Or dunque altrove è il
suo duce di Agamemnonie falangi, che è Farinata; altrove leva i
moncherini il suo Deifobo mutilato, che è il Mosca. E pur qui ne
ragiona. Del resto anche Ciacco ha qualcosa di Deifobo. Enea _vix...
agnovit_ il suo concittadino; e Ciacco dice a Dante: Riconoscimi se sai.
Egli è invero messo a pena spiacente, diremmo vituperosa, come
_inhonesta_ (_ib._ 497) sono le ferite di Deifobo. E l'incontro, che
risuona _notis vocibus_, (_ib._ 499) è con molta pietà. Chi volle trarre
di te così crudele vendetta? dice Enea. Chi sei, che sei messo a sì
fatta pena? dice Dante. E si piange. Ciacco, il tuo affanno m'invita a
lagrimare: dice Dante. Noi consumiamo il tempo a piangere: ammonisce la
Sibilla. E qui la Sibilla a Enea mostra il bivio dei malvagi e dei pii,
del Tartaro e dell'Elisio; e qui Dante a Ciacco chiede di quei degni,
“se il ciel gli addolcia o l'inferno gli attosca„.
Le mura dell'empio Tartaro (_ib._ 541, '3) a Enea appariscono qui a
sinistra; l'Elisio è a destra. Il vate e l'uomo si mettono per la
destra. Dante nell'inferno va sempre[364] a sinistra, nel Purgatorio che
è il suo Elisio, sempre a destra. Ma Dante non vede la città ch'ha nome
Dite, qui subito. Egli deve ancora scendere a un'altro cerchio, quello
degli avari, e poi passare la palude Stige: allora soltanto vede le
meschite di ferro infocato. Gli avari hanno voci di cani; cani sono
quelli che stanno nel brago. (Inf. 8, 42) È sempre il dominio del cane
dalle tre gole che è veramente il Lucifero tricipite del regno
dell'incontinenza, e che ringhia in persona di Minos, ed è lupo
maledetto in persona di Pluto. Chè Servio viene a dichiarare la natura
simbolica di Cerbero così: _omnes cupiditates et vitia terrena_:
l'incontinenza, interpreta Dante. Nel cerchio dell'avarizia c'è gente
che volta pesi; e questi sono quelli che dentro il Tartaro, di là delle
mura di Dite, in Virgilio, _saxum ingens volvunt_, (_ib._ 616) come
racconta la Sibilla. È contradizione in ciò tra i due poemi e i due
inferni? No. Anche qui Dante giustifica la mutazione dell'inferno, al
modo solito, con la mutazione dei tempi. Invero gli avari, come risponde
Virgilio a una domanda molto meravigliata del suo discepolo, furono
“cherci... e papi e cardinali„. (Inf. 7, 46) Potevano esserci, al tempo
d'Enea?
Appariscono anche a Dante le mura rosse del Tartaro, ch'egli chiama
Dite, giovandosi d'un ravvicinamento di Virgilio, cioè, della Sibilla;
ch'egli non sembra aver bene interpretato. Le _moenia_ a destra (_ib._
541) non sono le stesse _moenia lata_ che si vedono _sub rupe sinistra_.
(_ib._ 550) Ma d'altra parte, la Sibilla dopo aver parlato delle pene
del Tartaro, mostra le _moenia_ (_ib._ 630) di ferro, battuto dai
Ciclopi. E Dante ha creduto che fossero le medesime, le _moenia_ del
Tartaro e le _moenia_ di Dite. Ciò è confermato dal fatto che Dante
riesce al Purgatorio o Elisio suo, attraverso il suo inferno dei mali;
ma nell'Eneide leggeva, _hac iter Elysium_ (_ib._ 542) ossia per _Ditis
moenia_: dunque il suo Tartaro, dove sono puniti i felli, è identico al
Dite Virgiliano, per il quale si va all'Elisio. Quanto alla destra e
sinistra, vedete! Il Dite Virgiliano è a destra, il Tartaro a sinistra.
Ebbene, Dante, entrato in Dite, piega a destra. (Inf. 9, 132) Il che
prova l'intenzione del nostro Poeta di far credere il suo inferno simile
all'antico, sia che lo credesse egli, o no. Il che non esclude che in
quell'essere di Dite a sinistra e a destra, non sia altra intenzione
dottrinale.[365]
Nel Tartaro Virgiliano non entra Enea: è la Sibilla che narra ciò che
c'è dentro. (_Aen. VI_ 56, 2) Dante c'entra e vede; pur la sua Sibilla,
il suo _vates_ sibillino, Virgilio, sugli spaldi, prima di scendere nel
vero Tartaro, gliene descrive l'ordinamento e gliene enumera i
peccatori. (Inf. 11, 16) Nel Tartaro Virgiliano, è fuori Tisifone con
_agmina saeva sororum_ (_ib._ 572), che Dante avrà prese per le _due_
sorelle in mezzo a cui pone la sua Tisifone. Dentro, nell'Eneide, è un
mostro peggiore, un'Idra delle cinquanta bocche: Dante, che ha veduto,
narra che c'è dentro un'Idra o serpente che è Gerione, e un mostro di
più bocche, che è Lucifero. Son tre le bocche di Lucifero; ma Dante
leggeva in Servio che c'era chi all'Idra attribuiva tre bocche.[366]
Sono nominati dalla Sibilla, de' rei, primi quelli che son costretti a
confessare a Radamanti la colpa che crederono nascondere sino alla
morte. Si usa la frase: _furto inani_. (_ib._ 568) Dante, abbia o no
interpretato rettamente _furto_, dà di questi peccatori un esempio
evidente (e non il solo) in Vanni Fucci, costretto a confessare il suo
_furto_, del quale è punito dopo morte, mentre prima era apposto altrui:
(Inf. 24, 136) _Io non posso negare_!
C'è anche nella Comedia questo secondo giudice infernale: è la coscienza
che empie di vergogna i peccatori che usarono l'intelletto a fin di
male. C'è, ma spiritualizzato; sebbene anche la persona non manchi. Chi
è Flegias, il barcaiolo dello Stige? È colui che nel Tartaro,
_miserrimus_ ammonisce e testifica, che si deve osservar _iustitiam_, e
riverir gli dei, il che è _pietas_: dunque: osservate la giustizia e la
pietà o religione. Ma di ciò egli ammonisce i morti; e i morti di Dante,
in Dite, hanno infatti, più e meno, vergogna della lor colpa, secondo
che furono colpevoli contro la giustizia o contro la religione.[367] È
la coscienza della loro reità, ossia l'aver commesso coscientemente il
lor fallo, in cui ebbe parte o la volontà, o la volontà e intelletto
insieme, con, più o meno, l'irresistibile predominio dell'appetito, che
tragitta i felli dall'inferno superiore all'abisso inferiore. E tal
coscienza l'hanno, per pena, anche laggiù. Dante ce ne mostra un esempio
in Capaneo che, non maturato dalla pioggia di fuoco, è però straziato
dalla mala volontà impotente; e un altro in Vanni Fucci, anch'esso
acerbo, che è martoriato dalla vergogna. Ma oltre la vergogna, corre a
maturarlo il Centauro pien di rabbia, che è dunque simbolo visibile di
quell'intellettual coscienza. Così sono gli altri punitori: centauri,
arpie, cagne, Malebranche. Tutti hanno, o strali o rostri o denti o
sferze o raffi o maciulle, equivalenti a ciò con cui Radamanti _subigit
fateri_ i suoi rei, il che Dante può aver creduto essere il flagello
della Furia. (_ib._ 570)
I rei della Sibilla sono, oltre i Giganti o Titani, alcuni puniti in
modo singolare, altri in modo promiscuo o indeterminato. Dei primi
Salmoneo (_ib._ 585) ha riscontro in Capaneo, che ha la crudel pena del
riconoscere la sua impotenza e il trionfo di Giove che lo fulminò. Dante
ha anche un suo _Tityo_ in Caifas proteso nella bolgia sesta. Giuda
infine e i due uccisori di Cesare sono, con pena singolare, maciullati
dalle tre bocche di Lucifero: pendono se non _radiis rotarum_ (_ib._
616) o _scopulo_ (_VIII_ 669) a' ceffi (Inf. 4, 65) del primo superbo,
_districti_ anche loro e tementi la bocca di Dite, se non delle Furie
(_VIII_ 669); non hanno il tormento della fame loro inflitto dalla
“massima delle Furie„ (_VI_ 605), ma sono essi medesimi _mangiati_, come
per fame, dal massimo dei mostri. C'è derivazione per analogia e
contrasto e amplificazione. Delle pene generali di Dante alcune trovano
riscontro in quelle di Virgilio. Ma in Malebolge e nella Ghiaccia Dante
narra le pene, le quali, due volte, la Sibilla dice di non volere e
poter narrare; (_VI_ 614, 625); e sono accennate nell'ottavo libro nè
dichiarate, se non per Catilina, che in certo modo è il modello della
pena dei due uccisori di Cesare, _pendendo_ dallo scoglio e temendo la
bocca (_ora_, che però va interpretato diversamente) delle Furie. Dunque
Dante con questo suo viaggio allarga e compie le notizie della Sibilla:
sa ciò che Enea non potè sapere, pur avendolo chiesto. (_ib._ 560)
Tuttavia, la prima delle bolgie (Inf. 18, 35) ha quel suon di sferze,
che è precipuo nel Tartaro Virgiliano (_ib._ 558); la sesta, che è la
bolgia capitale, ha quel _Tityo_ che dissi; sono qua, nella settima, i
serpenti, che non mancano là; (_ib._ 571) e la fame che vide la Sibilla,
(_ib._ 604) ha qualche cosa della sete che vide Dante: là le mense, qua
i ruscelli avanti gli occhi. (Inf. 30, 64) E infine tutti i dannati di
Dante patiscono spiritualmente lo strazio dell'avvoltoio che cima il
fegato immortale; (_ib._ 597) e ve n'ha chi patisce pur materialmente e
visibilmente la lacerazione delle viscere _fecunda poenis_, (Inf. 28,
41) _fecunda_ perchè le ferite si richiudono. Manca in Virgilio il gelo
di Cocito; ma Cocito (Dante pensò) Enea non lo vide, nè sentì narrarne
alla Sibilla, come del Flegetonte; chè si dice, sì, che l'Acheronte
finisce in Cocito; (_ib._ 297) si afferma altrove, “tu vedi i profondi
stagni di Cocito e la palude Stigia„; (_ib._ 323) ma quest'ultima
affermazione contradirebbe il primo detto, e va quindi interpretato con
discrezione. Senza far troppo forza alla lettera dell'Eneide, Dante
poteva credere o far credere che lo stagno fosse nell'imo Tartaro, più
giù del Flegetonte. Ed ecco balena a noi il pensiero di Dante. Egli fa
narrare a Virgilio d'essere stato laggiù, dopo morto (Inf. 9, 22), e
d'aver perciò veduto anche ciò che la Sibilla, l'altro _vates_, di cui
egli aveva cantato, non aveva narrato: il più basso loco e il più
oscuro: e perciò di sapere perfettamente il cammino anche delle parti
d'Averno da lui non descritte. Quella volta vide da sè e meglio conobbe
le _scelerum facies_ e le pene, che Enea domandò alla Sibilla e seppe da
lei imperfettamente. Ma era morto da poco, e alcunchè non vide: non vide
Caifas confitto in terra, là nel Tartaro. (Inf. 23, 124) Per il resto
tanto vide e seppe, da poterne ragionare a Dante, prima di scendere nel
Tartaro. (Inf. 11)