Riassumiamo. La lonza non ha fame, dunque non ha cupidità, cioè non ha

quell'amor del male che si liqua in volontà ingiusta, dunque non ha

volontà. Ha però amor soverchio del bene, essendo ella una sirena che

dismaga. Oltre a questo amor soverchio del bene, ha la tristizia uguale

a quella dei gorgoglianti nel brago, perchè ella, se è la sirena, è

anche la femmina balba, guercia, storta, monca, pallida, contro cui

giova il camminare e il contemplare, la stagione bella e l'ora

mattutina, l'aer dolce e il sole. Il leone ha fame, cioè ha cupidità,

cioè amor del male, che si liqua in volontà ingiusta; egli ha sola

questa fame, che non può essere che di vendetta; la fame è con rabbia,

cioè con tristizia. La lupa ha fame, cioè ha cupidità, cioè amor del

male, cioè iniqua volontà. Con esso amor del male, è anche amor del bene

che non fa felice, perchè ella è fuia: di più ha tutte brame, cioè

l'amor di tutti quei beni che s'accorda con l'amor del male, ossia

eccellenza, podere, grazia, onore e fama; e poichè le ha tutte, non si

può escludere nemmeno quell'unica del leone; di più, poichè Dante ne

parla nel cerchio dell'avarizia, e dice lupo a Pluto, ha in modo

segnalato l'amor delle ricchezze, il quale amore è concupiscenza e pur

dà principio alla cupidità; di più ha anch'essa la tristizia, se ha la

brama unica del leone, e la concupiscenza della lonza, e

quell'attristarsi che è in chi teme di perdere podere, grazia, onore e

fama. Con tutto ciò ha qualcos'altro a differenza del leone, oltre aver

tutte brame invece d'una brama sola. Viene innanzi a poco a poco; sa

allettare come sa uccidere; è, più che simile, una stessa cosa col

serpente infernale, in cui per invidia al genere umano si trasformò il

diavolo, poichè dall'inferno “invidia prima dipartilla„; ha insomma, a

differenza del leone, l'intelletto. E se l'intelletto non ne traluce

meglio, bisogna considerare ch'ella è bestia, non solo (anche il veltro

è bestia, eppur si nutre di sapienza), ma anche che l'intelletto, nel

peccato e peccatore, è inordinato, e la sua sapienza è insipienza,

ignoranza, cecità!

Si può così vedere che la lupa ha tutto ciò che ha il leone e che ha la

lonza; e perciò in lei spariscono e lonza e leone, e riman sola, ed è la

bestia.[347] Il che si può veder meglio raccogliendo, in termini

scolastici, tutte le proprietà di questo triplice simbolo del peccato

attuale. Diciamo dunque che la concupiscenza e la tristizia hanno lor

sede nell'appetito: nell'appetito concupiscibile la prima,

nell'irascibile la seconda; e che le altre facoltà dell'anima che

possano esser inordinate dal peccato, sono la volontà e l'intelletto. E

allora la lonza avendo concupiscenza e tristizia, ha inordinato

l'appetito concupiscibile e irascibile; il leone, avendo rabbia e fame,

cioè tristizia e cupidità (la cupidità liquandosi in volontà iniqua) ha

inordinati l'appetito irascibile e la volontà; la lupa, ha come fuia,

inordinato l'appetito concupiscibile e irascibile; come cupida, ha

inordinata la volontà; come astuta, ha inordinato l'intelletto.[348]

Dunque nella lonza, leggiera e presta, è guasto sol l'appetito; nel

leone l'appetito (sebbene in una parte sola) e la volontà, nella lupa

l'appetito, la volontà e l'intelletto. Ossia, la lupa è tutto il

peccato. Or dunque, cominciando dall'imo, raffigura e compendia tutto

l'inferno; come lo compendia Lucifero, che ha tre teste che mostrano la

deformazione dell'appetito, della volontà, dell'intelletto. E perciò è

la frode, e perciò assomiglia non solo a Lucifero, che è la frode

chiamata tradimento; ma a Gerione, che ha tre nature ed è la frode

semplice; ma ai giganti che hanno l'argomento della mente oltre il mal

volere e la possa; ma, in genere, al diavolo che per fare il male

congiunge il mal volere e l'intelletto e la virtù della sua natura (che

sol _metaphorice_ è appetito sensitivo). Chè la lupa è il diavolo,

veramente; come il diavolo è il serpente infernale; tutti e due

dipartiti dall'invidia: il diavolo, e io posso fare a meno di spogliare

bestiari, chè a me e a tutti deve bastare questo passo: “figura di

_lupo_ porta il _diavolo_, che sempre _invidia_ il genere umano„.[349]

Per quanto dottrinalmente la lupa comprenda anche il leone, oltre che la

lonza, e perciò le fiere si riducono alla bestia, non credo che Dante

considerando a parte la lupa, vi vedesse sempre quel compendio di tutto

il male. Certo la dispregia più. Se, come è probabile, egli sentiva in

tutti tre i nomi, _leonza_, _leone_, _leopede_,[350] l'idea di leone, il

dispregio è anche nel nome di lupa, che varrebbe: leone di piedi. Quindi

io credo che, quando la vedeva a parte, egli non discernesse in lei la

natura del leone, che conserva anche nel suo senso simbolico qualcosa

della sua nobiltà naturale, per quanto nella violenza sia compresa

sodoma e l'usura; che peraltro sono pecche di letterati grandi e di

nobiluomini. E non vi discerneva allora la concupiscenza e tristizia

della lonza; chè, in fin dei conti, la lupa non è fuia e non si ammoglia

se non metaforicamente: altro è libidine d'oro, o di terra e peltro, o

di dominio, e vai dicendo; altro, di carne. E allora, togliendo alla

lupa il leone e la lonza che in lei sono spariti, e fondandoci soltanto

sulla equivalenza di cupidità ed amor del male con relativo desiderio o

speranza del proprio bene, dobbiamo dire che le sue “tutte brame„ sono,

esclusa l'unica del leone e l'amor soverchio e lento della lonza, quali?

Queste: desiderio di soppressione del vicino e speranza d'eccellenza;

timore di perder podere grazia onore e fama, e amore o desiderio che

altri non sormonti. Avrà dunque i peccati, quali sono nel purgatorio (ma

via! anche nell'inferno!) di superbia e d'invidia. Ma la lupa è

maledetta nel cerchio dell'avarizia nell'inferno, _Maledetto lupo_! e

nella cornice dell'avarizia nel purgatorio, _Maledetta sii tu, antica

lupa_! E dunque Dante stesso ci dice che tra quei beni desiderati

dall'invido e dal superbo, sono anche quelli che l'avaro ama tenere; ci

dice che nella lupa è anche avarizia; anzi che ell'è inizialmente

avarizia.[351] _Superbia, invidia ed avarizia_, dunque, sono in lei: le

tre faville che accesero i cuori in Fiorenza, quando vi venne il

giostratore con la lancia di Giuda. (Inf. 6, 74) In Fiorenza si scatenò

allora la lupa, e dalla lupa fu offeso e cacciato Dante, che già di sè

dice che era “nemico ai lupi„ che insidiavano l'ovile ov'egli dormiva

agnello. (Par. 25, 6) E lupi erano, come dice Brunetto, quelli che non

vollero che il dolce fico fruttasse tra i lazzi sorbi: lupi, cioè “gente

_avara, invidiosa, superba_„ (Inf. 15, 68). Si scatenò la lupa per

Fiorenza; e come l'_invidia prima_ fu quella che la dipartì

dall'inferno, quando consigliò la _culpa vetus_, così anche qui, anche

ora, come potè la lupa venire nella terra? Ciacco dice che la città era

piena “di _invidia_„. (Inf. 6, 50) Dante ha sempre il pensiero al primo

peccato umano! Solo, per chi legge a fior di vista, Dante qui fa dire a

Ciacco prima, che c'era invidia, poi, come correggendosi in cotal modo

goffo: ho sbagliato: superbia, invidia e avarizia! No: si tratta

dell'invidia diabolica, come quella prima gran volta, la quale sprigiona

nel mondo il peccato che è la superbia, come quello dei progenitori,

l'invidia come quella di Caino; più l'avarizia, che è di tutti e due,

essendo un po' concupiscenza e un po' cupidità.[352]

XXIX.

VIRGILIO

La lupa respingeva Dante a poco a poco nella selva oscura. Ella è la

malizia di cui il mondo, ossia il cammino della vita attiva o civile,

era gravido e coperto. Ella è, più in particolare, la _superbia invidia

ed avarizia_ che accesero i cuori in Fiorenza intorno al trecento. E nel

trecento pone Dante la visione, dal qual anno, e da quelli infausti

comizi, Dante ripeteva il suo esilio e la vita errabonda e nulla per la

quale vile apparì agli occhi degli italici. Non dunque nel trecento

proprio la lupa respingeva Dante nella selva dell'ignobilità. Nè quando

scriveva il Convivio; nel quale è la rassegnata intenzione di

rimpatriare; il che vuol dire che non credeva allora che in Fiorenza si

accovacciasse la lupa, così nemica a lui agnello, o credeva almeno

ch'ella fosse fatta mansa. Più tardi; più tardi, quando egli credè che

tutta la cupidità, che osteggiava l'agnello di Dio, si riassumesse nella

_vulpecula foetoris... venantium secura_, che beveva alle correnti

dell'Arno e si chiamava _Florentia_. Dante aveva preso a Cicerone questa

imagine di frode; di frode, poichè la frode egli vede precipua nella

_vulpecula_, nè solo in quanto è volpe, ma in quanto e' la trasforma in

vipera conversa contro le viscere della madre, in Mirra che occupa

notturna il talamo del padre. Di frode anzi e di violenza, _fraus_ e

_vis_, poichè ne fa anche un'Amata che s'_ancide_, e la vede alzar le

corna ed esalar fumo. Più tardi, la lupa respingeva Dante; quando la

_vulpecula_ ebbe ragione dei cacciatori, ed egli cambiò, occorrendogli

una forma unica, oltre che più grandiosa, la volpicella, che era vipera

e Mirra e Amata e pecora infetta e cornigera e fumigante, in lupa, che è

predatrice e meretrice, astuta e sanguinaria. Ed è tale di per sè, e

anche per il venir dopo le altre due fiere, e comprendere, essa, _la

bestia_, sì la concupiscenza della lonza e sì la violenza del leone.

Tutto dunque porta a credere che egli concepì la lupa, quando la

volpicella ebbe vinti i cacciatori; e che narrò d'esserne ripinto

quando, confermato il bando, con la morte di Arrigo e il trionfo di

Fiorenza e dei Guelfi, egli aveva perduta ogni speranza di giungere alla

felicità della vita civile, e temeva di ritornare a quella condizione di

viltà, da cui il Convivio era stato destinato già a toglierlo.

Nel trecento tredici, dunque, ruinava in basso loco, sebbene egli

riferisse quel ruinare nell'oscurità e ignobilità al trecento, quando

quel ruinare cominciò virtualmente. Egli era ricacciato dalla via del

mondo, cui dominava l'ingiustizia ossia la malizia di cui ingiuria è il

fine, che torna al medesimo. Prima di essere contrastato dal leone e

dalla lupa, che sono tutti e due cupidità, ossia malizia, ossia

ingiustizia, egli aveva avuta innanzi al volto la lonza, cioè

l'incontinenza di concupiscibile nel suo principio e d'irascibile nel

suo effetto. L'aveva vinta o quasi vinta. E come? Usando contro lei lo

sprone e il freno, la fortezza e la temperanza; quella contro l'effetto,

questa contro il principio.[353] Usò dunque, per grazia di Dio, la

prudenza nell'uscir del passo; la temperanza e fortezza, al cominciar

dell'erta; e usò la virtù di giustizia contro le due fiere fameliche o

contro la bestia: usò la virtù di giustizia contro quel complesso di

_superbia, invidia ed avarizia_, il quale prima che da Ciacco sia

enunziato, fa dire a Ciacco; _Giusti_ son due. E Brunetto mostra

chiaramente di creder Dante, il dolce fico, ben diverso da quella gente

_avara, invidiosa e superba_. Usò contro l'ingiustizia, la virtù di

giustizia, o a dire anche meglio coll'affermare d'essere stato

minacciato e ripinto e quasi ucciso dell'ingiustizia, la quale è pure

una sirena che seduce, afferma e conferma di essere stato giusto, ben

differente dagli animali a cui la lupa s'ammoglia, nemico a questi, cioè

ai lupi, odioso al gigante che delinque con lei fatta fuia. L'esercizio

delle quattro virtù cardinali è l'uso pratico dell'animo. Dunque il

cammino, nel quale egli esercitò quelle virtù e usò praticamente l'animo

(chè dal passo in poi, fuggendo e cacciando, sebbene necessariamente

_claudus_, mostrò d'essersi svegliato dal torpore) era la via del mondo

o la vita attiva. Tornava alla selva, quando gli comparve l'Ombra.

Virgilio è _studium_, cioè studio e amore.[354] Pareva fioco per lungo

silenzio, ossia da lungo tempo non faceva udir la sua voce. Poco dopo

Dante esclama verso Virgilio: (Inf. 1, 82)

O degli altri poeti onore e lume

vagliami il _lungo studio_ e il grande amore

che m'han fatto cercar lo tuo volume!

Possiamo, dal confronto, arguire che lo studio cioè amore, d'arte

poetica e di sapienza, strettamente unite nel pensier di Dante, tacesse

da lungo tempo, ma non per Dante medesimo. Invero da lui, da lui solo

aveva tolto lo bello stile che gli aveva fatto onore. Con che egli fa

sul limitare del poema sacro la professione, che deve allo studio, e

perciò all'arte e alle scienze o filosofia, e non al solo alto ingegno,

il suo canto.[355] Dappoichè si riferisce al trecento, lo bello stile è

quello di cui Bonagiunta significa il cominciamento e il tipo con la

canzone _Donne che avete_; è quello delle nove rime, alle quali devono

aggiungersi le prime, almeno, canzoni conviviali, ricordate nel poema

una a piè del monte, _Amor che nella mente_, (Pur. 2, 112) una nel ciel

di Venere, _Voi che intendendo_ (Par. 8, 37); è quello del_le dolci rime

d'amore_; (Co. c. 3) è il dolce stil nuovo.

E tale professione modesta di ossequio allo studio egli poi ripete in

tutte le protasi e invocazioni del poema, invocando con l'alto ingegno

le Muse e la memoria (cioè l'abito delle scienze) (Inf. 2, 7); chiamando

in aiuto della navicella dell'ingegno, le sante Muse; (Pur. 1, 1)

rivolgendosi al buono Apollo, per soccorrere l'intelletto. (Par. 1, 7)

Ma sul limitare del poema vi è anche, nel _silenzio_ di Virgilio, la

riprensione, che a quella professione va spesso unita, degli stolti

rimatori, degli immuni d'arte e scienza, dei prosuntuosi per il solo

ingegno, degli annodati e impacciati. Il che si vede anche nel vestibolo

dell'ultima cantica, quando il Poeta afferma che rade volte si coglie

l'alloro del trionfo poetico o imperiale. Ma basti, aggiunge, aspirarvi.

Poi che la rarità di quei trionfi proviene dal fatto che gli uomini

disdegnano la vera gloria, la ghirlanda d'alloro che cinge la fronte del

nume, dovrebbe tremar di gioia, solo a vederne il desiderio in alcuno. E

Dante è di questi, o è questo che desidera e sogna; e l'opera sua sarà

forse non più che favilla, che può destare però un grande incendio,

invitando col suo esempio altri. E tale esempio è da tutti imitabile,

perchè è di studio. Modesto è il Poeta, dopo aver compiute le prime due

cantiche e nell'iniziar la più sublime; modesto è anche sulla soglia del

poema, dichiarandosi e facendosi discepolo, che scriverà a dettatura.

E questa intonazione di modestia fa probabile che con la tacita

riprensione di quelli che non istudiano, egli tocchi pur di sè, dicendo

d'avere non disconosciuto ma intermesso lo studio. Invero è vergognosa

la sua fronte, quando sa il nome dell'Ombra. Perchè? Dante dice che il

lungo studio e il grande amore gli _han fatto_ cercare il volume di

Virgilio, e soggiunge che da Virgilio _tolse_ lo bello stile. Tra l'aver

tolto lo stile e l'aver cercato il volume egli afferma, pare, che passò

tempo in mezzo. Onde la vergogna. Tolse invero lo stile, sin da quando

trasse fuori le nove rime; cercò il volume di Virgilio, quando? _Ho

cercato_: viene a dire, riferendosi al trecento. Or bene ricordiamo che

Virgilio è studio e amore, oltre che d'arte, anche di sapienza; perciò

di Beatrice: amor di Beatrice. Beatrice ha a dolersi, e si dorrà, d'un

traviamento di Dante, che durò dieci anni. Dunque in questi dieci anni

Virgilio era stato muto nel cuor di Dante. Vero è che nella Vita Nova

dice che tal traviamento fu di _alquanti die_; dopo i quali ebbe le

visioni che lo ricondussero a Beatrice, inducendolo a studiare. Vero è

che questo studiare durò trenta mesi, come si dice nel Convivio; in cui,

restando fermo che lo studio era per confortarsi nella morte di

Beatrice, riesce però ad altro disegno d'arte, che la mirabile visione.

Ma il Poeta cancella, come il ritorno dell'amor suo per Beatrice morta,

così quei mesi e anni di studio, e mette l'uno e l'altro, che sono in

fine una cosa sola, nel trecento. Nel trecento dunque gli apparve quel

Virgilio, che gli aveva suggerito qualche tempo prima della morte di

Beatrice il cominciamento delle rime nuove. Nel trecento egli afferma di

aver ripreso in mano il volume, che già studiò adolescente. O meglio:

adolescente dall'imitazione dei poeti regolari, che sono anche filosofi

e nascondono sotto belle finzioni un verace intendimento, tolse il bello

stile; lo tolse, sì, da Virgilio, ma Virgilio è, in quella frase, figura

dello studio e dell'amore d'arte e sapienza, e sia pure ch'egli lo

figuri come non solo il più grande ma il più studiato dei poeti: ora,

nel trecento, o meglio, nell'accingersi a descrivere la mirabile

visione, Dante dichiara d'aver innanzi specialmente il suo _volume_,

l'Eneida, _l'alta tragedia_. E tutto significa: “Quando vidi dalla

malizia o ingiustizia impedita a me la vita civile (il che fu

virtualmente nel trecento, perchè fu in visione profetica, ma realmente

nel trecentotredici, alla morte d'Arrigo), io mi rivolsi allo studio,

che già m'aveva in altri tempi, prima del trecento, dato gloria, e

stabilii di fare un poema, il poema che faccio, che deve essere un'altra

Eneida, un'Eneida volgare, un'Eneida inferiore, almeno per le due prime

parti; che sarà, rispetto all'alta tragedia di Virgilio mio modello, una

comedia„.

La scelta di Virgilio a impersonare lo studio dell'arte e della

sapienza, si deve, oltre che al fatto che Virgilio è il _pedagogo_ del

medioevo, anche, e specialmente, al _volume_, che Dante subito mentova a

lui, pronunziando le due parole che dicono di lui l'essenza mistica:

_studio_ e _amore_. In quel terzetto traluce il senso reale di tra il

velame allegorico. E ne vien fuori che se l'Ombra che personifica lo

studio si presenta nel gran deserto nell'anno centesimo, lo studio per

altro che mise Dante nel volume di quell'Ombra non cominciò allora, sì

molto tempo prima, poichè allora era già lungo, sebbene fosse un po'

tralasciato, nel fervore della breve vita politica. Del resto Dante

considerava Virgilio come l'altissimo dei poeti, e nel nobile castello

lo fa maestro dei poeti, come Aristotile v'è maestro di color che sanno.

Chè il primato d'Aristotile non è impedito da ciò ch'egli è discepolo di

Platone, come Platone è scolaro di Socrate; il che Dante, che pure mise

presso ad Aristotile, più d'ogni altro, ma sempre nella “scuola„ di lui,

Socrate e Platone, sapeva. “Altri furono, e cominciamento ebbero da

Socrate, e poi dal suo successore Platone... Accademici chiamati...

Aristotile, che da Stagira ebbe soprannome, e Senocrate Calcidonio...

per lo modo Socratico quasi ed Accademico limaro... la filosofia„. E

così, pur sapendo che Omero è predecessore e maestro di Virgilio, Dante

poeta fa che a Virgilio e non a Omero, per quanto questi abbia la spada

in mano e venga innanzi “a' tre siccome sire„ e sia poeta sovrano,

appartenga la “scuola„ poetica del suo nobile castello. In verità (Inf.

4, 95)

quel signor dell'altissimo canto

che sopra gli altri com'aquila vola.

e che però è il vero “poeta sovrano„, è, per me, il medesimo che “la

voce sola„ proclama “altissimo poeta„. Lo deduco da questo, che Dante fa

altrove volar come aquila sino alle stelle quelli che hanno, oltre valor

d'ingegno, anche assiduità _d'arte_ e abito di _scienze_, frutti di

_studio_. (VE. 2, 4) Or qui è ben giusto che maestro, come egli lo

chiama poco prima (v. 85), sia detto colui che personifica lo “studio„;

colui che, come poco prima esso gli dice (v. 73), onora “ogni scienza ed

arte„. Che se Omero ha la spada, sarà per le guerre che cantò:[356] e se

è detto poeta sovrano e sire, tale lo dice Virgilio, perchè Dante vuole

che i suoi poeti siano l'uno all'altro cortesi, e perchè in verità egli

non voleva fare grande differenza tra loro. Voleva, insomma, mettere

Omero più presso a Virgilio di quel che metta presso ad Aristotile

Socrate e Platone.[357] Del resto come i tre fanno onore a Omero,

lasciandolo andare dinanzi come Sire, così e i medesimi tre e Omero

fanno onore a Virgilio andandolo a incontrare e gridandolo altissimo, in

quest'ordine, Omero, Orazio, Ovidio terzo, Lucano l'ultimo. In tal

numerato canone, sì che dando luogo a Dante, lo fanno _sesto_, vanno

incontro a chi sarà _primo_ fra essi, e non, come dovrebbe essere se non

si vuol guastare la serie, _quinto_. E a me pare assurdo che Virgilio

avesse tra loro il posto di _secondo_ in tutto il canone, tra Omero e

Orazio satiro, e che, se mai, non lo dicesse. Invece la compagnia resta

sempre in quell'ordine, e quando si scemerà, ne porterà, come ora

sopravvengono il primo e l'ultimo, Virgilio e Dante.

A lui, al primo de' poeti, al poeta per eccellenza, all'autore

dell'Eneida grida _Miserere_, l'uomo respinto dal cammino della vita

attiva, impedito a lui come a ogni giusto, e già sull'orlo della selva

oscura, in cui gli uomini son come morti o come non nati. A lui domanda

aiuto contro la bestia. Potrebbe Virgilio essergli scorta anche nel

cammino verso il bel colle, al qual cammino sembra confortar sulle prime

lo smarrito viatore? _Perchè non sali...?_ gli dice. Sì, potrebbe: in

vero e nel Convivio e nella Monarchia Dante ha spesso l'autorità

dell'autore dell'Eneida, per le sue teoriche civili e politiche. Ma

Virgilio, quando vide lacrimar Dante, conobbe che per campare egli

doveva tenere “altro viaggio„, ossia interpretando l'allegoria poetica,

“l'altro„. Per giungere al colle? Sì, se il colle si spogliasse, nel

pensier di Dante, lì per lì (come non è inverosimile), dell'aggiunto che

ha al suo significato di “beatitudine„; dell'aggiunto d'_inferiore_ o di

_buona_ rispetto a _ottima_. Ma questo è certo, a ogni modo, che il fine

indicato da Virgilio all'altro viaggio, non è l'andare al colle, ma il

campare dal “loco selvaggio„, che è tutt'uno col “basso loco„ dove il

sol tace, e con la selva oscura. Insomma gli dice: “Se vuoi non essere

ignobile, e parvolo per sempre d'animo, devi seguire l'altro cammino,

quello della vita contemplativa: la vita attiva o di governo è impedita

a te, e a ogni giusto, dalla bestia, contro la quale non può aver potere

che il Veltro„.

Il qual Veltro verrà, e avrà per suo cibo sapienza amore e virtù, ossia

sarà come il Dio uno e trino, Potestà Sapienza e Amore, che viene o

scende: sarà dunque come un Cristo redentore e battezzatore. Sarà salute

dell'Italia, che Virgilio chiamò umile quando apparve al fatale Enea, e

per cui Enea fece guerra; sarà dunque come un Enea, il quale raffigura

pure nelle altre opere di Dante il forte e il temperante (Co. 4, 26), il

nobile per eccellenza, cioè che ha tutte le virtù convenienti alle

diverse età (M. 2, 3) e che qui è detto il _giusto_ figliuol d'Anchise.

Sarà dunque quell'autorità imperiale, che altra volta Dante impersona in

Enea, e che a Dante tante volte suggerisce l'idea del Cristo, che toglie

i peccati del mondo. Sarà la autorità imperiale che battezza, quando la

volontà può e deve, concorrere e adattarsi al sacramento ricevuto negli

anni puerili; che battezza imponendo il dolce giogo della libertà; che

fa uscir dalla selva oscura il genere umano, ridonandogli o

affermandogli la libertà dell'arbitrio; che dirige le anime degli

adolescenti, le quali, per i blandi diletti, possono traviare; che

cavalca l'umana volontà usando lo sprone della fortezza e il freno della

temperanza; che toglie di mezzo l'ingiustizia (la cui origine è le

cupidità) e fa regnare, nella sua purezza, la giustizia, e per essa e

con essa, ricacciata nell'inferno la bestia senza pace, la pace, supremo

fine degli uomini e singoli e uniti. È un nuovo Cristo, che l'Unto di

Dio unge, per così dire, periodicamente a restaurare l'opera sua:

illuminando le anime, liberandone il volere e facendolo uscire

all'opera, cioè distruggendo il peccato originale, cioè irraggiando, in

modo misterioso e invisibile, la selva oscura nella notte dei sensi, e

mostrando il passo della fiumana allo stanco viatore; e distruggendo il

peccato attuale che con l'originale è nella relazione, in cui le fiere

son con la selva. Non ci sarebbero i peccati nel mondo, se non fosse

quella prima ignoranza e difficoltà nel vedere e nell'operare; non si

incontrerebbero le fiere, nè la snelletta nè le micidiali, se non ci

fosse la selva; ma non ci sarebbe la selva, o come Dante fa vedere

nell'unico modo che gli sia concesso, non si ritornerebbe nella selva,

se non ci fosse quella _culpa vetus_, che fu suggerita dall'invidia del

serpente, e si attuò in tutte le inordinazioni dell'anima umana, nella

corruzione dell'appetito della volontà e dello intelletto; se non ci

fosse la lupa scatenata nel mondo dall'invidia prima, e che è tutto il

peccato attuale; e si fonde e confonde nella selva stessa, ripingendo in

quella l'uomo o l'umanità fintantochè e la selva e la lupa, avanti e

dietro il viatore, non significano che una sola paura, una sola morte,

un solo peccato: il peccato.

L'imperatore, secondo il Poeta, è un Cristo che si rinnova, e toglie la

_culpa vetus_, o l'antica lupa, cioè in uno il peccato originale e

l'attuale. E questo è a Dante affermato dallo _Studio_, su cui anche in

altra opera si fondava, a proposito di questa medesima materia; quando

inveiva contro le “istoltissime e vilissime bestiuole (_senza scienza e

arte_) che a guisa d'uomini„ pascono, e notava la loro prosunzione di

voler sapere “filando e zappando„, invece che, come è chiaro, studiando.

XXX.

LO TUO VOLUME

Lo _studio_ del _volume_ è nell'altro viaggio guida precipua di Dante:

la Tragedia scorta continuamente la Comedia. Così Virgilio enunzia il

viaggio in cui sarà duce a Dante: (Inf. 1, 114)

trarrotti di qui per loco eterno

ov'udirai le disperate strida,

vedrai gli antichi spiriti dolenti

che la seconda morte ciascun grida;

e vederai color, che son contenti

nel fuoco, perchè speran di venire,

quando che sia, alle beati genti.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 24 / 42 段