Dante l'aveva sempre dinanzi al volto e ne era impedito nel suo cammino,

sì che si volse più volte per ritornare. Ma era mattina, era primavera:

l'ora e la stagione gli erano motivo a bene sperare; quando apparve un

leone, con la test'alta, con fame rabbiosa da spaventar l'aria, e una

lupa, magra, piena di tutte brame, che fece misere molte genti. Queste

due, specialmente l'ultima, lo impaurirono: alla vista dell'ultima perdè

la speranza di salire. Egli piange e s'attrista in tutti i suoi

pensieri; nessuno gliene rimane a confortarlo. La bestia senza pace gli

veniva incontro a poco a poco respingendolo nell'oscurità e facendolo

ruinare nella bassura di prima. Quando gli si mostrò un'Ombra. Era

respinto nell'oscurità; e l'Ombra era d'un poeta onore e lume di tutti i

poeti. Era ricacciato nella selva dove non è “vita di _scienza_ e

d'_arte_„;[334] e l'ombra era d'uno che onorava ogni _scienza ed arte_.

(Inf. 4, 73) Ruinava in basso loco; dove sono i parvoli d'animo; e del

magnanimo era l'Ombra.

Le tre fiere che sono?[335] Perchè la selva che impediva Dante, e gli

mise tanta paura, rappresenta il peccato, è ragionevole figurino il

peccato anche le fiere che impediscono e impauriscono. Ma la selva è il

peccato originale; le fiere saranno il peccato attuale. Il peccato

attuale presso Dante (e presso tutti) è tenuto separato dal peccato

originale. In vero Virgilio, dichiarandolo e dividendolo

filosoficamente, non fa parola del limbo e del vestibolo, e parla solo

di incontinenza, violenza (o bestialità), frode. Così: prima parla solo

di malizia divisa in _vim_ e _fraudem_, secondo Cicerone, e la frode

suddivide poi in tale che uccide solo il vincolo d'amore e in tale che

fa obliare anche l'amore aggiunto per fede speciale; in tale, secondo

una distinzione pur Ciceroniana, che offende l'umanità e in tale che

offende la pietà (_pietas_). Quando, chiedendone Dante, Virgilio mentova

l'incontinenza che offende meno Dio e acquista meno biasimo, ed è punita

perciò fuor di Dite, allora enumera le tre disposizioni aristoteliche,

incontinenza, malizia e la matta bestialità. Che la bestialità sia

tutt'uno, per Dante, con la violenza è certo, e parole non ci

appulcro.[336] Le disposizioni sono tre, come le fiere; le fiere

raffigurano il peccato; saranno dunque queste tre specie di peccato. Di

più: l'incontinenza è trattata da Virgilio separatamente, e da Dio

punita fuor di Dite in modo assai distinto dalle altre due disposizioni

più gravi; la lonza si presenta prima, si presenta quasi al cominciar

dell'erta, ed è tale da poter esser vinta: non toglie la speranza, per

la quale uno si salva.[337] Di più: la bestialità è in qualche modo

incontinenza:[338] il leone si mostra idealmente o, direi,

sintatticamente, unito alla lonza:

_sì_ che a bene sperar m'era cagione

di quella fiera alla gaietta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione;

_ma non sì_ che paura non mi desse

la vista, che m'apparve, d'un leone.

Di più: la bestialità, col suo nome ciceroniano di _vis_, è unita

strettamente a _fraus_: e Dante ci mostra quasi a un tempo il leone e la

lupa:

Questi parea che contra me venesse...

ed una lupa, che etc.

Leone e lupa hanno il predicato in comune; oltre avere in comune la fame

e la paura. Gli incontinenti sommettono la ragione al talento, seguono

come bestie l'appetito (o cuore o animo o _hormen_ o ira, cioè

irascibile); i bestiali sono quel che dice la parola, poco differenti da

bestie, pur meno e più bestie dei primi, chè sono _uomini_ bestiali,

sono semiferini, sono di quelli cui l'ira sopra il _mal voler_

s'aggueffa (Inf. 23, 16); e sono dipinti come bestemmiatori col cuore (o

animo o appetito o ira etc.), come trascinati dall'animo a essere

ingiusti, e vai dicendo. Nel tempo stesso i bestiali o violenti sono rei

d'ingiustizia come i fraudolenti, sebbene di tanto meno rei, in quanto,

delle due parti della ragione,[339] corruppero solo la volontà, senza

cui non è ingiuria, e non l'intelletto ancora, che è invece nella frode.

Ebbene il leone è messo insieme mediante il “ma non sì„ con la lonza, e

mediante la comunanza di predicato e quel venire insieme, con la lupa.

Si rileggano quei versi, e vi si vedrà fedelmente rispecchiata la

dottrina di Virgilio: “L'incontinenza è più leggiera, ma badiamo: c'è

una specie d'incontinenza che sebbene sembri operare soltanto col cuore,

non è incontinenza, bensì ingiustizia: ingiuria ha per fine, e somiglia

molto alla frode, sebben questa, uguale per il fine, sia peggiore per il

mezzo„. E l'incontinente danneggia solo sè stesso; la bestialità o

violenza e sè stesso e gli altri; la frode soli gli altri. La lonza è

solo un impedimento all'uomo, o meglio all'_animo_ (che _fuggiva_ e

cacciava); il leone e la lupa hanno fame e spaventano. Ma la lupa che ha

tutte brame, viene innanzi a poco a poco e finirebbe con lo uccidere il

viatore. Il leone ha fame sì, ma rabbiosa. L'aer ne teme. Come si

estrinseca la fame, quando è rabbiosa? Ne troviamo esempi in Dante:

(Inf. 8, 62)

Lo fiorentino spirito bizzarro

in se medesmo si volgea coi denti.

Un altro: un mostro semiferino, chiamato bestia da Virgilio, (Inf. 12,

14)

quando vide noi sè stesso morse,

sì come quei cui l'ira dentro fiacca.

Un altro: un dannato, che già mostrò “bestial segno„ rodendo il teschio

del nemico, racconta: (Inf. 33, 58)

ambo le mani per furor mi morsi,

e così che pareva avesse fame o voglia di manicare. E ci sono esempi che

dottrinalmente equivalgono: quel di Pier della Vigna, che dice: (Inf.

13, 79)

L'_animo_ mio per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contro me giusto;

e quello di Capaneo, che ha per castigo la sua superbia che lo brucia

dentro. (Inf. 14, 63) Il leone, rabbiosamente, addenterebbe sè stesso:

intanto fa paura all'aria.[340]

La lonza è l'incontinenza. Questa disposizione comprende (Inf. 11, 70)

quei della palude pingue,

che porta il vento, che batte la pioggia

e che s'incontran con si aspre lingue.

Quelli della palude dicono: Fummo tristi “nell'aer dolce che dal sol

s'allegra„: ora ci attristiamo qui, dove abbiamo fango per la gola

invece d'aria, e oscurità invece di sole. Contrappasso! Questi sono gli

ultimi, i più di _sutto_, degl'incontinenti; i primi e più di sopra sono

quelli “che paion sì al vento esser leggieri„. La lonza è

una fiera leggiera e presta molto:

contro la lonza vale “l'ora del tempo„, quando il sole monta, e la dolce

stagione, quando dolce è l'aere. È dunque, la lonza, l'incontinenza di

quei che porta il vento, e sì di quei della palude pingue: è

l'incontinenza, indicata col suo principio e con la sua fine. Così Dante

nel purgatorio dipinge il peccato delle tre cornici superiori, come una

strega che le appare nella quarta cornice che è dell'accidia. E questa

femmina è l'accidia, così come si mostra, balba, guercia, zoppa, monca,

scialba. Sotto lo sguardo del sognante (la concupiscenza comincia dagli

occhi!) diventa dolce sirena, che canta e sta dritta ed è colorita

d'amore. È l'accidia che diventa concupiscenza. Comparisce una donna

santa e presta e fende alla sirena i drappi e ne mostra il ventre, che

puzza. Ecco la sirena sotto la pioggia che fa putir la terra; (Inf. 6,

12) ecco la sirena nella belletta negra. (Inf. 7, 124) La sirena è

dunque manifestamente lussuria, gola e tristizia o accidia. E anche

avarizia, che, oltre la chiara lettera, anche le imagini del Poeta lo

provano; che gli avari e prodighi sono stati “guerci„ (Inf. 7, 40) e

risorgeranno col pugno chiuso e coi crin mozzi; il che s'accorda con le

mani monche e con la fiacchezza generale della sirena, prima che la

sguardo altrui la vivifichi. I capei mozzi significano (non dico

esclusivamente) il partirsi della fortezza, come nel fatto di

Sansone,[341] e così il pugno chiuso, oltre la tenacia di chi mal tiene,

significa ciò che la man monca: l'inettitudine a qualunque operazione.

Ora dice un avaro del purgatorio, e dice dell'avarizia intendendo certo

anche del suo contrario; (Pur. 19, 121)

Come avarizia spense a ciascun bene

lo nostro amore, onde _operar perdesi_,

così giustizia qui stretti ne tiene.

E gli avari sono, come quelli del vestibolo e come quelli della palude

pingue, inconoscibili, e perciò innominabili. Perchè? Perchè non

operarono. La femmina balba è dunque l'accidia che diventa lussuria,

gola e avarizia; è la concupiscenza che si risolve in accidia. In vero

contro lei ha forza una donna santa e presta, e contro lei vale il

battere a terra le calcagne, cioè camminare, cioè operare, e contemplare

le bellezze del creato. Così contro la lonza vale l'ora del tempo e la

dolce stagione, e l'alacrità che ne viene all'animo. Dunque la lonza è

l'incontinenza, e comprende dai portati dal vento tutti quei peccatori

sino ai tristi nella belletta.[342]

Il leone è la violenza o bestialità, come la lupa è la frode e il

tradimento. Di vero, hanno fame tutte e due le fiere: l'uno fame

rabbiosa, l'altra fame di tutto. La lonza no, non ha fame, e impedisce,

ma non uccide. Invero ella raffigura il non contenere la

“concupiscenza„. La concupiscenza è qualcosa tra sè e sè. Gli avari,

golosi e lussuriosi ebbero soverchio l'amor del bene, bene che non fa

felici in questa vita, come si vede che son gioie quelle, che finiscono

in tristizia, e piaceri quelli, che terminano in puzza; nè nell'altra,

come è inutile spiegare: ma amarono il bene; e questo amor soverchio è

concupiscenza. Ma oltre l'amor soverchio del bene, e oltre l'amor lento

di questo bene medesimo, fonti tutti e due di peccati, c'è un'altra

fonte e un altro amore: l'amore del male, (Pur. 17, 91 segg.), ossia,

virtualmente almeno, il mal volere. Dal terzetto

Benigna volontade in cui si liqua

sempre l'amor che drittamente spira,

come cupidità fa nell'iniqua,

(Par. 15, 1)

esce nitidamente la proporzione: amor diritto sta a volontà buona, come

cupidità sta a volontà iniqua: dunque cupidità è amor del male. E il

male che s'ama, non può essere di Dio e di sè, ma solo del prossimo.

Orbene quest'amor del male o cupidità è ciò che nelle fiere è la fame;

fame che è rabbiosa nel leone, e molteplice e insaziabile nella lupa.

Peraltro la cupidità che è nella violenza o bestialità, se guardiamo a

Pier della Vigna, è amor del male di sè, se guardiamo a Capaneo è amor

del male di Dio; se guardiamo, intendo, a questi due per un esempio:

ebbene non è ciò in contraddizione con la teorica del purgatorio? No:

perchè tal cupidità o cupidigia è cieca, come tale ira è folle, come tal

bestialità è matta.

Eppure no, non basta dire che quella cupidigia è cieca, per sanare la

contraddizione che sarebbe tra la teorica dell'amore nel purgatorio, e

questo amor del male che nell'inferno è anche di sè e di Dio.[343]

Perchè nel purgatorio Dante non ha avvertito che, per alcuna cecità,

l'uomo può odiar sè e Dio? E invece ha detto: non può. Come mai, se

nell'inferno aveva veduto, cioè pensato, altrimenti? Ecco: l'amore del

male non può veramente aver per obbietto sè e Dio. Può questo obbietto,

il mal di Dio e di sè essere d'altra potenza dell'anima. Di quale? Della

volontà.

Ben l'amore è distinto del volere. Leggete il verso (Pur. 18, 96)

cui buon volere e giusto amor cavalca,

e ricordate il terzetto della cupidità, che è detta liquarsi nell'iniquo

volere, e non essere una cosa con quello. Il superbo (dice Virgilio) e

l'invido e l'iroso amano il mal del prossimo, ma con esso amano anche il

bene proprio; il primo, eccellenza, il secondo podere, grazia, onore e

fama, il terzo, vendetta. Poniamo che il superbo sopprima il vicino, che

l'invido impedisca ad altri di sormontarlo, che l'iroso si vendichi.

Essi allora non si appagano d'amare il male del prossimo; bensì lo

vogliono; ed è, la loro, iniqua volontà.

E Pier della Vigna? Egli volle, sì, il male di sè; chè a sè fece

ingiuria, a sè giusto; e ingiuria è fine di malizia, e fine non è se non

della volontà. Volle dunque il male di sè. O per questo s'ha a dire, che

il male di sè, l'amava? No: tutt'altro: di sè amava il bene, cioè la

vendetta ch'egli prendeva come bene. In questo amare il bene e fare il

male, o amare il mal del prossimo e fare il suo, è quella stolidezza che

ognuno nota sempre nel peccato; e più è da notare in questi in cui entra

l'ira o il disdegnoso gusto. Ma in tutti si vede. Il più ignorante dei

peccatori (una specie di mulino a vento o di maciulla) è quegli che era

il più sapiente degli angeli: Lucifero.... Or bene se a Dante si

chiedesse: o non amò egli il mal di Dio? risponderebbe che no: egli

amava l'eccellenza che è un bene, e la sperò: se la sperava, la riteneva

possibile, non credeva che Dio fosse Dio, anzi credeva che fosse un suo

vicino da sopprimere; onde se amò il mal di Dio, l'amò ma come di

prossimo, non come di Dio, ch'egli non volle riconoscere. Così

risponderebbe, o altrimenti; che certo non presumo di rispondere io per

lui, specialmente nel fatto di Lucifero, che sto per dire, è l'unico che

presenti difficoltà. A ogni modo, Dante ha detto che, quando l'amore è o

torto o soverchio o lento,

contra il fattore adovra sua fattura.

Non si può dire che chi opera contro uno, l'ami. Eppure Dante dice che

in nessun caso l'amore volge il viso dall'esser primo. Ma nell'opera

della fattura contro il Fattore c'è altro che amore, il quale è

dell'operazione la sementa! L'amor del male si è liquato in volontà

iniqua. E l'amor del male non è mai verso Dio e la volontà iniqua è

sempre contro Dio. L'amore, per conchiudere, ha sede nell'_animo_ (Pur.

17, 93); e l'_animo_ invero cerca sempre il bene suo, cioè Dio. Ma oltre

l'_animo_, noi abbiamo la ragione, cioè la volontà e l'intelletto.

La cupidità è, per Dante, amor del male, e l'amor del male si trova

sempre con un amor del bene: speranza d'eccellenza, timor di perdere

podere grazia onore e fama, brama di vendetta. Nelle due ultime fiere è

questa cupidità, perchè non solo c'è la fame che sarebbe l'amor del cibo

che è un bene, ma la brama di offendere altrui, che è l'amor del male;

il leone e la lupa vengono contro Dante, con l'atteggiamento di volerlo

divorare. Hanno tutti e due cupidità; ma il leone non mostra che una

fame rabbiosa e la brama, diciamo, di mangiarsi il viatore; la lupa

sembrava carca “di tutte brame„. L'amor del male, o cupidità, nasce in

tre modi: la speranza d'eccellenza, e questa può essere in tante cose,

in quante è il timore di perdere perchè altri abbia; il timore di

perdere podere, grazia, onore e fama, il qual timore presuppone l'amore

di queste quattro cose, che ne comprendono tante altre; la bramosia di

vendetta, che è una cosa sola. La cupidità del leone, semplice, è questa

brama; la cupidità della lupa, molteplice, comprende tutta quella

speranza e tutto quel timore. Che ci sia timore nella lupa, è certo.

Perchè viene incontro a poco a poco? perchè _incontro_ e non _contra_

come il leone? E pure è tanto magra, tanto bramosa, tanto famelica! E

non uccide subito; ma tanto impedisce il viatore, che lo uccide. E non

empie mai la sua voglia, e dopo il pasto ha più fame di prima, e la sua

fame è senza fine cupa. Ciò non è nel leone, sebbene non lo dica

espressamente il Poeta; ma s'intende che la fame dell'uno non è che

rabbiosa, e che la fame dell'altra è insaziabile a differenza di quella.

La cupidità di vendetta si sazia con la vendetta; la cupidità di tutte

le altre cose non si sazia mai; specialmente quella d'eccellenza.

L'eccellenza l'uomo non la può raggiunger mai![344]

Così le due bestie potrebbero chiamarsi, _metonimicamente_, ponendo la

causa per l'effetto, cupidigia o cupidità o amor del male. Ora questa

cupidità è ciò che contrasta principalmente alla giustizia. Tolta la

cupidità, nulla resta di avverso alla giustizia. (M. 1, 13) Ed è dunque,

secondo il pensier di Dante, il contrario della malizia di cui “ingiuria

è il fine„ e che si chiama perciò da Cicerone _iniustitia_. E se leone e

lupa sono cupidità per metonimia, con parola propria saranno da chiamare

_vis_ e _fraus_ in cui si divide la _iniustitia_; violenza e frode, in

cui si distingue la malizia che ha per fine la ingiuria.

E questa cupidigia, fonte d'ingiustizia, è sovente figurata come la lupa

(nella lupa sparisce il leone). Che la lupa s'ammoglia ad animali che

molti son già e più saranno; sicchè non è soltanto famelica, ma

seduttrice. Il che osservato a dovere avrebbe vietato a più d'uno di

supporre che Dante si confessi reo di ciò che la lupa raffigura. No: la

lupa quali uccide, a quali s'ammoglia; e Dante rischiò d'esserne ucciso,

non d'esserle drudo. E ciò si conferma dall'altra rappresentazione della

medesima lupa, trasformata in fuia. Ella ha le ciglia intorno pronte e

bacia spesso un gigante e volge intorno l'occhio _cupido_ e vago, e

ognun sa come Dante la chiami. (Pur. 32, 150) E un Messo di Dio

l'anciderà, come dal cielo deve venire colui per cui la lupa discederà,

(Pur. 20, 10) e quello, nutrito di sapienza, virtù e amore, che la

ricaccerà nell'inferno, donde l'invidia la mosse. (Inf. 1, 101) Nel

canto proemiale Dante non si dilunga intorno a questo aspetto della

lupa; anzi, per quanto un cenno ne faccia, non ha scelta l'imagine in

modo, ch'egli potesse farne più che un cenno. Ma insomma la lupa è anche

una fuia, sciolta, e _cupida_ anche d'altro che di terra e peltro. E

così assomiglia a quella “_illudens cupiditas, more Sirenum, nescio qua

dulcedine vigiliam rationis mortificans_„ (Ep. V 4); ricorda quella

“_dominantem cupidinem_„, che non solo vuol impedire (_cohibentem_) con

minaccie (vane, quella volta, perchè c'era in Italia quello che Dante

potè credere il Veltro, e non fu!), ma blandisce con velenoso sussurro;

(Ep. VI 5) e accieca. (ib. e 3) E anch'essa è bramosa e in questa frase

sono le due qualità della lupa, la fame insaziabile e la seduzione:

_dira cupiditatis ingluvies illexit_. (ib. 2) E Dante preparava nel

pensiero la figura di questa lupa, quando parlava della _culpa vetus_

(che fu causata dall'invidia del serpente).... _quae plerumque serpentis

modo torquetur et vertitur in se ipsam_. Infatti la lupa fu scatenata

nel mondo dall'invidia del diavolo, ossia fu prodotta dalla prima colpa,

nè per altra ragione ella è chiamata “antica„, (Pur. 20, 10) come

“antica„ è la selva dell'Eden, (ib. 28, 23) E Dante s'apparecchiava alla

sua terribile sintesi del male, quando parlava d'una _vulpecula_ fetida,

che è anche una vipera, una pecora marcia, una Mirra, un'Amata, una

parricida, una ribelle, pur piena di carezze e finzioni per allettare i

vicini. Ora ognun vede che questa cupidità allettatrice, blanda, di

molti uomini, che accieca e avvelena, e che è serpente, è proprio la

frode. Si sa dove Dante pone le fuie e le Taidi e le Mirre.

L'avarizia in Dante sta in questo rapporto con la cupidità: nella

seconda è sempre la prima, nella prima non è mai la seconda.[345] Nessun

avaro del cerchio d'inferno e della cornice del purgatorio è anche

cupido. Ciò per una chiarissima ragione. La cupidità è amor del male;

nell'avarizia, almeno del purgatorio (ma anche dell'inferno, via!), non

è amor del male; bensì amor soverchio del bene. Perchè allora parlar di

lupa, proprio in quel canto dell'avarizia, nel purgatorio? Perchè

l'avarizia può divenire cupidità, che “_quaerit aliena_„ (M. 1, 13), e

allora da mal tenere diviene mal prendere. Ma il mal prendere, in Dante,

non è già peccato d'avarizia! La lupa predatrice non è già avarizia,

ossia mal tenere, ossia perdita di “operare„, ossia ignavia

inconoscibile, come di quelli del vestibolo e del brago! No: dobbiamo

dire: la lupa è frode, la frode germina dalla cupidità, che può scambiar

il nome con essa; e dunque la lupa si può anche chiamar cupidità. Ora la

cupidità è amor del male che nasce dal soverchio amore del bene o dei

beni. E così possiamo dire che il seme è avarizia, il germoglio è

cupidità, la pianta è frode.

Ma le metafore non colgono mai giusto. Non si può dire che avarizia sia

un seme; poichè in verità ella è una pianta venuta da un seme che si

chiama amor soverchio del bene; anzi da un germoglio che sbullettò da un

seme che si chiama amore. La cupidità proviene da questo seme istesso,

ma sul germoglio s'insetò un altro germoglio; e così divenne cupidità.

La qual cupidità crescendo a pianta, non è più cupidità, bensì

ingiustizia. Or che ha ella in comune con l'avarizia? Il seme; ma il

seme è unico per tutte le piante:

amor sementa in voi d'ogni virtute

e d'ogni operazion che merta pene;

e poi quel germoglio, che là restò come era e qui fu insetato con l'amor

del male.

La pianta dell'avarizia non dà frutti: è sterile di bene e di male.

Quest'altra, è carica di frutti velenosi. Però, se non era quel primo

germoglio, non nasceva questa pianta venefica. Ma però, se quel primo

germoglio non s'innestava con la cupidità, la pianta rimaneva sterile.

Così avviene che quando si vede quella prima pianta sterile e uggiosa,

si può maledire a lei pensando all'altra che è così dannosa, tanto più

che anch'essa, se non è dannosa, non è però utile; e nel tempo stesso

sarebbe errore dire che la prima è la seconda. C'è voluto un innesto per

la seconda: l'amor del male innestato sul primo germoglio che era amor

del bene, sebbene amor soverchio; quell'innesto che si chiama cupidità.

La quale si liqua in volontà ingiusta, ossia ramifica in ingiustizia; e

in questo senso cupidità non è soltanto frode, ma anche violenza. Però

la violenza, non essendo proprio male dell'uomo, ha un elemento in meno

della frode: l'intelletto. Cupidità, dunque, è nella violenza, e mal

volere: il contrario di ciò che hanno gli accidiosi pentiti nel

purgatorio, cioè, buon volere e giusto amore. (Pur. 18, 96) E noi ci

domandiamo: la cupidità dei violenti è amor del male, o ingiusto amore;

ma questo ingiusto amore s'innesta su un amore del proprio bene: è esso

quel medesimo su cui s'innesta l'amor malvagio dei fraudolenti, che è

amore di ricchezze? Dante nel cominciare a trattare della violenza,

esclama: (Inf. 12),

O cieca _cupidigia_, o _ira_ folle!

Altrove dice: (Inf. 23, 16)

Se l'_ira_ sopra il _mal voler_ s'aggueffa.

Dal confronto dei due versi, ricaviamo che uno degli elementi della

violenza, è l'_ira_, la quale sarà quell'amor del bene proprio che nei

fraudolenti è amore di ricchezze e potere e il resto. E l'ira, nel luogo

del purgatorio, si compone d'un adontamento per ingiuria e d'un amor

della vendetta considerata come bene. Quell'adontamento è

tristizia.[346] Ora nell'enumerazione di specie di violenza, è il verso

(Inf. 11, 45)

e piange là dov'esser dee giocondo;

e quei della palude pingue sono tutti tristi, non solo quelli che

gorgogliano, or ci attristiam nella belletta; ma anche gli altri che

rissano, e dicono per bocca di un di loro. Vedi che son un che piango! E

sono tali cui “vinse l'ira„. (Inf. 7, 116) Tale tristezza si ritrova nel

leone, che rappresenta la violenza? Poichè nella violenza è quella

tristezza. Sì: invero il leone viene “con rabbiosa fame„. Or questa

rabbia è consumamento e martirio come si vede, p. e. da questi due

versi: (7, 9; 14, 65).

_Consuma_ dentro te con la tua _rabbia_.

Nullo _martirio_, fuor che la tua _rabbia_.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 23 / 42 段