maggior parte degli uomini — dalla selva oscura. Anche nel Convivio è
detto “cavalcatore dell'umana volontà„. Cioè, nella selva monta in
sella, e fa uscire la volontà dal passo. Dopo, spronerà o frenerà la
fiera. Nella selva è luce di grazia, è _Delia_, è _Phoeba_, è altro
sole; dopo... si vedrà che è per essere. Nelle tenebre della selva è il
minor luminare, che splende da sera a mane, facendo l'uffizio di sole
notturno, altrettanto, se non più, necessario del sole diurno; perchè,
ripeto, nella notte del senso si decide il destino dell'uomo. Egli è la
luna; ed è mirabile a osservare che sempre, quando il Poeta parla di
libertà di volere, torni in volta la luna. Nel discorso di Marco ella è
detta un de' due soli. (Pur. 16, 107). E qui si noti come di libero
arbitrio e di lume a bene e a malizia, Dante parli nella parte centrale
del suo poema; parte costituita dai tre canti dal sedicesimo al
diciottesimo del purgatorio: poichè, tralasciando, come deve essere
tralasciato, il canto proemiale di tutto il poema, abbiamo, avanti il
decimosesto del Purgatorio, quarantotto canti, e altrettanti dopo il
decimottavo.[316] Ebbene in questa triade in cui è esposta la dottrina
centrale del libero volere, dopo il ragionamento di Marco il sole era
nel corcare. (17, 9) Sorgeva la luna. Quando Virgilio ha conchiuso il
trattato della nobile virtù, rimandando a Beatrice, ecco (18, 76)
la luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com'un secchione che tutt'arda;
e correa contra 'l ciel, per quelle strade
che il sole infiamma allor che quel da Roma
tra' Sardi e' Corsi il vede quando cade.
Virgilio rimanda a Beatrice; e Beatrice continua infatti il trattato, e
definisce la nobile virtù: (Par. 5, 19)
lo maggior don, che Dio per sua larghezza
fesse creando, e alla sua bontate
più conformato, e quel ch'ei più apprezza,
fu della volontà la libertate...
Dove ciò? Nel cielo della luna. Riparla poi della libertà: (Par. 27,
124)
Ben fiorisce negli uomini il volere,
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le susine vere.
Ebbene, di lì a poco (non senza notare l'accorgimento di menzionare la
luna nel verso 132) ecco esprime l'oscurarsi del lume di grazia, avuto
col battesimo; così:
così si fa la pelle bianca nera
nel primo aspetto della bella figlia
di quel che apporta mane e lascia sera.
La qual bella figlia è la luna, senza dubbio, che fa l'uffizio contrario
del suo padre, da cui ha luce di grazia, pur avendone anche per sè:
illumina da sera a mane.[317] È la luna, e l'annerarsi della sua pelle
bianca, che materialmente può spiegarsi come un'eclissi, rinforza con
molta misteriosa evidenza la spiegazione del fatto che Dante non parli
nel primo canto della luna che era tuttavia piena e giovò a Dante
nell'uscir dall'oscuro e folto della selva. La selva era oscura, perchè
nera s'era fatta per l'errante la pelle bianca della luna; ma la pelle
era bianca, ed egli non la vedeva, perchè la grazia è occulta e
misteriosamente opera. La luna splendeva, ma (di codesto riparleremo)
_incerta_, come nel viaggio inferno d'un de' due predecessori di Dante.
Al principio, il viaggio di Dante fu come quello d'Enea: “quale _per la
luna incerta_, sotto povera luce, è il cammino _nelle selve_, quando
Giove nascose nell'ombra il cielo e la notte nera tolse alle cose il lor
colore„.[318] C'è, c'è la luna, o uomini, per la vostra notte e vanità e
servitù e miseria; c'è la prudenza infusa, c'è la prudenza regale; ma in
potenza, non in atto. C'è l'autorità imperiale; ma chi pon mano ad essa?
Manca l'imperatore. C'è la luna, ma voi prima vi sviate e poi vi
perdete, come se ella non fosse. E per questo Dante, nel parlare del
volere che si fa servo, della prudenza che resta in potenza e non si fa
atto, menziona la luna e menziona la cupidità nella quale s'addentra e
s'affonda l'umanità smarrita. Di cupidità parla Beatrice, di malizia
parla Marco; e l'una e l'altro come di effetto del primo sviarsi. E
tutti e due dicono: Eppur la luna splende! È un altro sole, anzi; è la
bella figlia del sole![319] L'imperatore o lo impero o l'autorità
imperiale è raffigurata in questo lume che guida, come in un cavalcatore
che regga. Questo è il liberatore, il redentore, il battezzatore. È
rappresentato nella luna, che riceve _lucem gratiae_, e serve a rendere
agli uomini la _grazia_ battesimale. Tra la luna, che scorge Dante al
passo della selva senza farsi a lui vedere, sebbene sia tonda, e Lucia,
che lo porta all'entrata del purgatorio, senza farsi sentire a lui
assopito, è grande somiglianza. Orbene, mentre Dante è assopito, che
Lucia lo porta in collo, egli ha una visione che annunzia e raffigura in
altro modo, dentro l'anima, il fatto che avviene di fuori. Egli narra:
(Pur. 9, 19)
In sogno mi parea veder sospesa
un'aquila nel ciel con penne d'oro,
con l'ale aperte ed a calare intesa:
ed esser mi parea là dove foro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
Fra me pensava: forse questo fiede
pur qui per uso, o forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in piede.
Poi mi parea che, più rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
Ivi pareva ch'ella ed io ardesse,
e sì l'incendio imaginato cosse,
che convenne che il sonno si rompesse.
La visione significa che la grazia lo porta, senza sua fatica, al
purgatorio, espresso qui, come nel primo canto dell'inferno, mediante il
fuoco che in esso è ultimo e monda il cuore e acuisce gli occhi alla
visione. Ma perchè sul monte Ida? perchè in forma d'aquila? perchè con
penne d'oro, e perchè simile a folgore; imagini che sono nell'epistola
ai Fiorentini a significare lo imperatore?[320] Perchè appunto impero e
grazia, impero e giustizia, impero e libertà, impero e remission di
peccati sono come sinonimi in Dante. Non è l'imperatore l'_agnus dei_
che toglie i peccati del mondo? che è carità e giustizia? E tra luna e
Lucia vi è grande relazione. Lucia è così detta perchè la grazia è
_dealbatio_, cioè bianchezza di luce;[321] ma chi non dirà che Dante
abbia detto _lucem gratiae_ invece che il comune _lumen gratiae_, perchè
fisso nella somiglianza che è tra la luna, che quella luce riceve, e
Lucia che è la grazia?
Tutto il genere umano sarebbe dall'aquila imperiale portato in sino al
fuoco della purificazione, come Dante. Donde alcuno, come Dante, avrebbe
potuto, volendo, assorgere anche alla visione, alla quale è condizion
necessaria quel fuoco di mondizia. Così Dante ha detto. E trasformando
la colomba evangelica in aquila romana, ha significato il concetto, non
so dir quanto ardito, ma che pure ha espresso nelle epistole, nel
Convivio e nel trattato della Monarchia, che l'imperatore è un nuovo
Cristo che libera il genere umano dalla miseria del peccato originale,
da quello che fu e resta il _diverticulum totius nostrae
deviationis_,[322] e perciò da tutti i peccati che sono conseguenze di
quella e di quello.
Egli è intanto, o potrebbe essere, come deve essere, colui che fa uscire
dal passo della selva la quale è l'ignoranza e difficoltà o servitù
originali, il genere umano. Per limitarci al primo membro del trinomio
dell'Aquila del paradiso, tenebra, ombra e veleno della carne; ebbene
l'aquila delle penne d'oro, che ebbe il suo primo nido là donde fu ratto
Ganimede, l'aquila imperiale che scende come folgore, rischiara al
genere umano la “tenebra„.
Ma certo vale e contro l'incontinenza e contro la malizia. Contro questa
l'aquila si trasforma in veltro.
XXVII.
IL PIE' FERMO
Il colle era in faccia a Dante. Dante
riprese via per la piaggia diserta
sì che il pie' fermo sempre era il più basso.
Il colle significa beatitudine. Invero è opposto alla valle paurosa,
(Inf. 1, 14) che è un basso loco, dove tace il sole, (ib. 60 sg.) e
tutt'uno con la selva oscura, (ib. 15, 50) mentre il colle è alto,
luminoso, bello. Di questa il significato simbolico, per dirlo con una
parola sola e con la parola che verosimilmente avrebbe usata il Poeta, è
“miseria„ o _pièta_. Dunque il colle si ha a chiamare il contrario di
miseria, cioè beatitudine. Così Virgilio lo chiama (ib. 77) il dilettoso
monte ch'è principio e cagion di tutta gioia.
Qual beatitudine? Chè in questa vita, di beatitudini ve n'ha due.
“Veramente è da sapere che noi potemo avere in questa vita due felicità,
secondo due diversi cammini buoni e ottimi, che a ciò ne menano: l'una è
la vita attiva, e l'altra la contemplativa, la quale (avvegnachè per
l'attiva si pervegna, come detto è, a buona felicità) ne mena a ottima
felicità e beatitudine„. (Co. 4, 17) Marta e Maria sono in quel luogo
del Convivio i simboli di queste due vite; e Dante ricorda le parole di
Cristo: “Marta, Marta, sollecita se', e turbiti intorno a molte
cose....„ Nella Comedia a queste persone sono sostituite Lia, cui appaga
l'operare, e Rachele, cui appaga il vedere. (Pur. 27, 108) Lia va,
movendo le belle mani; Rachele siede. (ib. 93) Poichè Dante figura qui
di andare, e non si appaga di guardare e non resta seduto, ed è
sollecito e si turba, possiamo dir subito, che il cammino che fa, è
quello della vita attiva, e che il colle rappresenta la felicità buona e
non ottima. C'è di più. Nel capitolo citato del Convivio Dante riesce a
dire che questo cammino buono si fa con l'esercizio delle virtù morali;
in altro dichiara che la felicità e beatitudine nostra consiste nell'uso
del nostro animo, e che quest'uso “è doppiò, cioè pratico e speculativo
(pratico è tanto, quanto operativo), l'uno e l'altro dilettosissimo;
avvegnachè quello del contemplare sia più, siccome di sopra è narrato.
Quello del pratico si è operare per noi virtuosamente, cioè onestamente,
con prudenzia, con temperanza, con fortezza e con giustizia; quello
dello speculativo si è, non operare per noi, ma considerare l'opera di
Dio e della natura„. (Co. 4, 22) Avanti il colle, noi vediamo che
comincia l'uso dell'_animo_ che fugge ancora e poi fa che Dante riprenda
via. Dunque Dante cerca una delle due felicità con l'uso dell'_animo_, e
questo uso è il pratico, poichè opera, cioè cammina, e non si limita a
considerare. Senza che, abbiamo veduto che ha esercitato la prudenza,
uscendo dal passo, e che l'animo, fuggendo e cacciando, ha cominciato ad
esercitare le virtù di temperanza e fortezza, chè l'appetito o animo,
“come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia, e chiamasi
quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da
cacciare: lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco onde fuggir
vuole„. (Co. 4, 26) Ho detto che comincia: in vero qui l'animo non
mostra che la natura sua, di “cacciare e fuggire„, e la sua perfezione
che è “quantunque ora esso caccia quello che è da cacciare... e fugge
quello che è da fuggire„. (ib.) Che tali due virtù eserciti poi, e con
esse la giustizia, vedremo fra poco:[323] basti per ora ripetere che
uscendo per la prudenza e cominciando, uscito, a usar l'animo, è molto
probabile che il Poeta intenda di simboleggiare l'uso pratico dell'animo
che comincia appunto dall'esercizio della prudenza.
Dante va, cioè opera; ma, più generalmente, vive. Non è uscito egli
dalla selva della quasi morte? Non ne è uscito con la figurazione del
battesimo che è una morte che rigenera o rifà vivi? Vive, dunque. La
vita è una via: vecchio concetto. E S. Agostino lo illustra così: “Via
fu detta codesta vita: finisti la vita, finisti la via. Camminammo, e il
vivere non è che _accedere_„.[324] Vien subito in mente l'espressione di
Beatrice: (Pur. 30).
Come degnasti d'_accedere_ al monte?
Quel latinismo non pare casuale. E io ne induco che _accedere al monte_
significhi “andare verso il fine naturale della felicità„, significato
che ben traluce anche dal contesto.[325] E il terzetto s'interpreterebbe
così: “Sì, sì: sono Beatrice. Non lo sapevi che qui e la felicità? E
dunque dovevi sapere che io ero qui, non altrove. Come riuscisti, con
tanto traviamento, a trovare il luogo della felicità?„
La piaggia, per cui Dante va, è diserta. Diserta conferma che era,
Beatrice, parlando a Virgilio. (Inf. 2, 62) E Dante la chiama “il gran
diserto„ implorando l'Ombra. (Inf. 1, 64) La piaggia raffigura il mondo,
che nel purgatorio (16, 58) è detto
tutto _diserto_
d'ogni virtute...
e di malizia gravido e coverto.
E questo mondo è quello di cui sapeva Marco, e vale “la strada del
mondo„ (ib. 107) come poi Marco medesimo spiega, come chiaramente
s'induce all'espressione di lui “buon mondo„, (ib. 106) che vale “il
buon governo„. La strada del mondo, o il mondo senz'altro, significa il
cammino della vita attiva, così illustrato nel Convivio.
“Conciossiacosachè... l'umana natura, non pure una beatitudine abbia, ma
due; siccome quella della _vita civile_, e quella della contemplativa;
irrazionale sarebbe se noi vedessimo quelle (le intelligenze celesti)
avere beatitudine della _vita attiva, cioè civile, del governo del
mondo_, e non avessero quella della contemplativa, la quale è più
eccellente e più divina. E conciossiacosachè quella che ha la
_beatitudine del governare_ non possa e l'altra avere, perchè lo
'ntelletto loro è uno e perpetuo, conviene essere altre di fuori di
questo ministerio, che solamente vivano speculando etc.„. (Co. 2, 5)
Il pie' fermo sempre era il più basso,[326] in questa via del mondo.
Cerchiamo di spiegare questo modo di camminare più in relazione con la
natura morale di questa via, che con quella materiale. S'intende invero
che l'aggiunta del pie' fermo riguarda più il fatto, che quella è la via
del mondo o del governare o attiva o civile, che l'altro fatto, che la
via era, non si sa bene se piana o declive o ripida. Il canto proemiale,
se mai altro della Comedia, è allegorico nella sua moltiloquente brevità
e rapidità. Ora, intorno alla distinzione dei due cammini, nella Comedia
è usato il simbolo di Lia e Rachele; e Dante pone sè in ispecie di un
nuovo Giacobbe. Giacobbe una mattina (si noti, una mattina) si trovò
stanco e affranto per aver fatto alle braccia nelle ore antelucane con
un uomo.[327] Aveva passato un guado, o, diciamo dantescamente, un
passo. Era solo. E venne quest'uomo e lottò con lui _usque mane_.
“L'uomo non potendo vincerlo, toccò il nervo del suo femore, e subito
marcì. E l'uomo disse a lui: Lasciami, che già sorge l'aurora. Rispose:
No, se non mi benedirai. E l'altro disse: Che nome hai? Giacobbe,
rispose. Ed esso: No, non ti chiami Giacobbe, bensì Israele: chè se
fosti forte contro il tuo Dio, quanto più non prevarrai contro gli
uomini! E Giacobbe l'interrogò: Dimmi, che nome hai? Rispose: Perchè
cerchi il mio nome? E lo benedisse in quel luogo. E Giacobbe chiamò quel
luogo Phanuel, dicendo: Vidi Iddio a faccia a faccia, e _l'anima mia è
salva_. E sorse a lui subito il sole, appena oltrepassò Phanuel; ed esso
zoppicava da un piede....„. Le somiglianze sono grandi. Nella Genesi è
un passo di fiume, e un passo, come di fiume, è nella Comedia. Il tempo
è il medesimo: temp'era dal principio del mattino. Dante fa menzione del
sole che sorge, nel momento che dice d'avere sperato bene: sperata la
vittoria su una fiera. E nel racconto biblico il sole sorge dopo la
vittoria. Dopo che il patriarca aveva passato Phanuel, anzi; e si
direbbe che il Poeta fonda così i due passaggi, del guado di Iaboc e del
luogo detto Phanuel, in un solo passo. La narrazione di Dante ha il
significato che ho esposto. L'uomo per la grazia di Dio (che è una
_benedizione_ di dolcezza)[328] esce dall'oscurità e difficoltà o
infermità del peccato originale. Il battesimo, rinnovato con la volontà,
gli ridà forza: è forte, dunque, quando riprende la sua via. Di più, è
salvo; può dire: l'anima mia è salva. Può dirlo, che già è per dire
d'avere bene sperato; e _spe salvi facti sumus_; e quest'atto di
speranza è, per così dire, attestato dagli angeli che cantano nell'Eden:
_In te, domine, speravi_. (Pur. 30, 83, 2)[329] E l'efficacia della
virtù della speranza nell'animo di Dante è supremamente protestata poi
da Beatrice, che lo previene, a differenza delle altre due risposte a S.
Pietro e a S. Giovanni, nella risposta a S. Giacomo, dicendo: “La Chiesa
militante alcun figliuolo non ha con più speranza!„ (Par. 25, 52) E con
tutto il resto combina la circostanza più notevole. “E sorse a lui
subito il sole, appena oltrepassò Phanuel; ed esso zoppicava da un
piede„. Il sole già indorava la vetta del colle; e Dante, dopo aver
rimirato il passo ed essersi riposato, moveva per la piaggia diserta,
si che il pie' fermo sempre era il più basso.
Non si deve dir dell'uno quel che dell'altro _Iacob et claudus et
benedictus_?[330]
In verità la zoppaggine di Giacobbe è variamente interpretata dai
mistici; ma delle interpretazioni prevale questa, che riferisco con le
parole d'un discepolo di Bernardo: “Giacobbe zoppicando, perchè da una
parte pensa _quae mundi sunt_, l'altro piede porta sollevato da terra„.
Questo piede sollevato da terra significa la parziale mortificazione che
è intera in Paolo. “Paolo, pensando soltanto _quae Dei sunt_, non sa se
in corpo o fuor del corpo, lo sa Dio, tuttavia intero in ispirito _vola_
libero al cielo„.[331] Già mi pare si possa indurre che il piede che è
_basso_, significhi, nell'andar di Dante, il pensiero delle cose, _quae
mundi sunt_. Il che non deve sembrare strano; chè i piedi nei mistici
significano le _affectiones_. “I piedi... sono le affezioni dell'anime,
mentre camminiamo in questa polvere„.[332] Il che sapeva Pietro di
Dante, il quale comenta: “_... anima habet duos pedes, per quos bene vel
male incedit, idest duos affectus... Pes auctoris, idest affectio, in
quo magis adhuc firmabatur, erat infirmior, quod adhuc ad infima terrena
relicta alquantulum magis inclinabatur, quamquam superior pes ad
superiora ascenderet, et sic ~claudus~ ibat_„. La dichiarazione sembra
venir dalla bocca stessa di Dante, tanto è precisamente detta, sebbene
non sia precisamente intesa. Il piè fermo (_in quo magis adhuc
firmabatur_) era _infirmior_ perchè era più _basso_; era invero il
pensiero delle cose _quae mundi sunt_. Dante era Giacobbe, che usava il
suo piede, dirò così, mondano, ossia della vita civile o attiva. Era,
per usare un'altra faccia del mito mistico, Giacobbe maritato a Lia.
Secondo il concetto di Guerrico, il piede infermo, marcito, percosso,
mortificato, sarebbe quello della affezione spirituale, della sapienza,
della vita contemplativa, che lo zoppo porta sospeso da terra. Quello su
cui insiste, è il piede sano. Le quali imagini vanno poi interpretate
alla rovescia, come la morte del battesimo. La infermità del piede
sospeso da terra, è sanità; la sanità del piede che poggia sulla terra,
è infermità: sanità corporale, infermità spirituale; mortificazione
corporale, vivificazione spirituale. Ora il piede su cui Dante
insisteva, era _fermo_, ma _basso_ o inferiore o terreno; fermo e
tuttavia _meno fermo_, _infermo_, _infirmior_; l'altro non fermo cioè
infermo, era più alto, superiore, spirituale. Credo che a ognuno sia
venuto in mente, a questo punto, il pie' destro del veglio di Creta, che
è “terra cotta„, e il veglio sta su quel più che sull'altro eretto. Il
pie' _fermo_ del veglio, ossia quello su cui insiste, è, dunque,
_infermo_, cioè di terra cotta. Fermiamoci qui, chè non è lecito fare un
paragone esatto in tutto e per tutto, perchè nella statua si distinguono
i piedi in destro e sinistro, e nel viandante, no. Limitiamoci dunque a
riconoscere che Dante vuol dire, ch'esso insisteva sul piede peggiore,
la qual idea di “peggio„ è espresso nella statua con l'imagine della
terra cotta, e nel viandante con la figurazione di più basso: concetti
non troppo diversi, perchè l'idea di “terra„ è anche nel “basso„, come
quello che anche significa terreno o mondano; e Dante avrebbe potuto
dire: il pie' fermo era quel della terra, o in simili modi. Ma occorre,
ripeto, limitarci; perchè nella statua la nozione di destro porta l'idea
di spirituale, la quale nel viandante è figurata nel piede, non destro o
sinistro, ma più alto, sollevato, sospeso. Quel che però è comune a
statua e viandante, è che l'idea di vita attiva è figurata nel pie'
fermo, nel pie' su cui si poggia camminando o stando. Solamente, nella
statua, poichè la distinzione delle due vite è già nell'essere destro o
sinistro de' due piedi, si ha questo nitido concetto: La vita attiva,
cioè il governo del mondo, è nell'autorità spirituale; il che non deve
essere. E l'autorità spirituale è detta terra cotta, non per ispregio,
ma per ricordare forse la povertà evangelica e per insinuare il concetto
di mortificazione e di astrazione dal corpo, oltre che per esprimere la
fragilità di quella base. Qui, nel cammino per la piaggia diserta, Dante
ha voluto dire che il battesimo rinnovato nella volontà, aveva di lui
_mortificata_ (cioè vivificata) sol una parte; e che egli insisteva
sulla parte rimasta sana (cioè inferma, bassa, terrena, mondana). Il che
non solo conferma che Dante procedeva per la _via del mondo_, ma afferma
che questa è cammino buono e non ottimo, come quello che si percorre con
una soltanto mezza mortificazione, cioè con una vita soltanto a metà
vera.
Or possiamo noi vedere l'atteggiamento materiale, come vediamo il
concetto morale? È certo difficile. Difficile è anche rendere visibile
quell'interpretazione della zoppaggine di Giacobbe. _Alterum pedem a
terra suspensum portat_: cioè da una parte _cogitat quae Dei sunt_: sta
bene; ma non lo posa mai il piede mortificato? cammina su una gamba
sola? Si può giurare che Giacobbe non era _claudus_ a questa foggia; ma
il mistico si figura avanti gli occhi lo zoppo nell'atto di fare un
passo: vede una gamba rattrappita in alto, più in alto che non salga
l'altra sana. Così a me pare rappresenti sè stesso Dante. Sicchè la
frase equivarrebbe, come in una formula matematica, a quest'altra: il
piè _infermo_ (ossia quello su cui il corpo non poggiava) sempre era _il
più alto_, o _men basso_. E forse, così figurando, _il piè fermo_
sarebbe predicato; o, a meglio dire, nel senso plastico sarebbe
soggetto, e predicato nel senso mistico. Nel senso mistico la frase
varrebbe: il piede inferiore, ossia l'affermazione della vita attiva o
del mondo, era quello su cui insistevo. Ma nel senso plastico, a me pare
difficile trovare un atteggiamento che stia; se non forse quello di uno
zoppo che salga per la pendice, dolce o men dolce, allo stesso modo che
il bambino vien su per le scale; che mette sul gradino un piede, sempre
quello, e poi porta su, sino al primo, l'altro. Il piede su cui poggia,
per salire, è sempre il più alto; il più basso non fa mai forza. Or
Dante, se ha voluto dir così, ha chiamato fermo il piede che non fa
forza e che nello zoppo, è il piede infermo; e si muove sì, nè quindi si
può chiamar fermo in modo assoluto, ma non ha un movimento utile al
cammino e alla salita. È fermo, cioè inerte. Un arzigogolo? Non l'ho
fatto io. Ma il lettore pensi pur da sè, tenendo in mente che piede
_fermo_ è contrario di piede _infermo_, e che il piede che carnalmente è
_infermo_ o mortificato o marcito, è spiritualmente _fermo_ o vivificato
o sano.
In conclusione, quel ch'è certo, è questo. Dante riprende via per il
cammino del mondo (diserto d'ogni virtute), poggiando sul piede della
vita attiva o inferiore più che sull'altro, mortificato; perciò,
zoppicando; non volando, come avrebbe fatto chi nel passo avesse
mortificato il corpo tutto; non volando, come Paolo, in ispirito. Non
volava Dante per questa via della carne o del mondo, come avrebbe fatto
per la via dello spirito o di Dio. Il battesimo non era stato rinnovato
che a metà, e solo a metà il volere era libero. Qualcosa lo tratteneva a
terra tuttavia: _affligit humo_, poteva dir con Orazio. E qui giova
considerare che il genere umano è detto zoppicare per via del peccato
originale. “Il diavolo non creò nulla„ dice S. Agostino “della natura
umana; ma guastò, con persuadere il peccato, ciò che Dio aveva creato
bene; sì che per quella ferita che fu fatta mediante il libero arbitrio
dei due uomini primi, tutto il genere umano va zoppo„.[333] Altrimenti
si dice che il peccato porta la morte. Or come dalla morte del peccato
originale si rinasce mediante la morte mistica che è una rigenerazione,
così da questo _claudicare_, ossia da questa parziale mortificazione, si
esce come abbiam veduto più su, con una mortificazione parziale, cioè
_claudicando_.
XXVIII.
LE TRE FIERE
Ed ecco quasi al cominciar dell'erta
una lonza leggiera e presta molto
che di pel maculato era coverta.
(Inf. 1, 31)