gli era durata la paura; l'_animo_, quando Dante fu uscito dalla selva e
dalla notte, ancor fuggiva. Animo e cuore sono qui per appetito,[280]
l'appetito che “seguita e _fugge_„, (Co. 4, 22) che “mai altro non fa
che cacciare e _fuggire_, e qualunque ora esso caccia quello che è da
cacciare, e quanto si conviene, e _fugge_ quello che è da _fuggire_, e
quanto si conviene, l'uomo è nelli termini della sua perfezione„. (ib.
26) Invero l'animo opera prima indistintamente, “poi viene distinguendo
quelle cose che a lui sono più amabili e meno, e più odibili, e seguita
e fugge, e più e meno, secondochè _la conoscenza distingue_„. (ib. 22)
Ciò che aveva provato nell'oscurità della selva, era ineffabile e
irricordabile: ne restava come un senso di paura. Dante non poteva dire
di quella notte, se non che la passò con tanta _pièta_. _Pièta_ è a
_pietà_ ciò che miseria a misericordia. Dante non può dire se non che
usciva da uno stato di miseria. La conoscenza altro non distingueva. Ora
distingue. L'animo fugge dalla selva, e seguita o caccia verso il colle
illuminato. Questa conoscenza che distingue tra la selva e il colle, tra
il male e il bene, e che è la _discrezione_, cioè “lo più bello ramo che
dalla radice razionale consurga„, (Co. 4, 8) si chiama concordemente
“_prudentia_„, cioè quella virtù “per cui discerniamo (_dignoscimus_)
tra il bene e il male„,[281] cioè “la cognizione (_scientia_) di ciò che
è da appetire e ciò che è da schivare„;[282] e che in Dante è chiamata
“la virtù che consiglia„, come quella in vero il cui atto precipuo è
_consiliari_, come quella che dirige _per consigliare_ l'elezione.[283]
In fatti Dante afferma che dalla prudenza vengono i buoni consigli. (Co.
4, 27) Senz'essa non può essere alcun'altra virtù:[284] sicchè la selva
oscura è lo stato di chi è senza alcuna virtù; il che non vuol dire,
ripeto, ch'ella sia la selva dei vizi o la vita viziosa. Ella è la vita
nulla. In lei non è se non quella prima voglia che non si dimostra che
per effetto; e poichè effetto non ne era, così ella era _indistinta_,
era come non fosse, e non meritava biasmo o lode. Giunto sul primo
mattino a pie' d'un colle, per tale virtù Dante discerne; il suo animo
ha guardato in alto e veduto il colle illuminato dal sole, e fuggendo
tuttavia dalla selva,
si volse indietro a rimirar lo passo
che non lasciò giammai persona viva.
_Non, giammai, persona!_ La negazione non potrebbe essere più enfatica.
Non ne uscì giammai nessuno vivo, da quel _passo_; ne sarebbe uscito
vivo l'unico Dante? No: morì anche lui nel _passo_. O qual è questo
_passo_?
Dante era, nella selva oscura, un parvolo di animo. Fosse stato parvolo
d'età, come avrebbe, la sua prima voglia indistinta, potuto meritare?
prima ch'ell'avesse la prudenza che queste elezioni dirige? che discerne
tra il bene e il male? che consiglia? Fosse stato parvolo d'età, Dante
avrebbe meritato con la condizione del battesimo. Sarebbe stato, anche
parvolo d'età, anzi specialmente se così, in una selva oscura,
sonnolento, come morto, cieco, servo, nullo, sotto il giogo del peccato
originale. Il suo intelletto e affetto, delle prime notizie e dei primi
appetibili, non avrebbe varcato quella soglia su cui è la virtù che
consiglia. Eppure il battesimo l'avrebbe a lui fatta varcare; e, morto
subito, il parvolo sarebbe stato salvo, non per merito suo, ma per
altrui, con l'intelletto come illuminato, con l'affetto come fecondato
alle buone opere, secondo la duplice virtù del battesimo.[285] Parvolo
d'età, col battesimo sarebbe uscito dal _passo_ della selva. In vero il
battesimo è raffigurato nel _passo_ del mar rosso, nel camminar di Gesù
sulle acque, nel galleggiar dell'arca sul diluvio.[286] E Dante, che ha
raffigurato in una selva oscura l'ignoranza e la difficoltà prodotta dal
peccato originale, volendo poi figurare il battesimo, che cancella il
peccato originale, chiama, come si vede, _passo_ quest'uscita della
selva, quasi ella fosse un fiume, chè di fiumi o paludi egli dice
altrove _passo_. Alto _passo_ chiama l'ingresso nel regno della morta
gente, che si fa _passando_ lo Acheronte. (Inf. 2, 12; 3, 92, 124, 127)
Altro _passo_ è quello dello Stige (8, 21) per cui si entra in parte ben
distinta di quel regno. E lo Stige, c'è poi uno “che al _passo_„ lo
_passa_ con le piante asciutte, (ib. 9, 80) Ora la selva oscura ha un
_passo_ come fosse acqua: Ma che! Ad acqua assomiglia. (Inf. 1, 22)
E come quei che con lena affannata
uscito fuor del _pelago_ alla riva,
si volge all'_acqua_ perigliosa, e guata;
così l'animo mio che ancor fuggiva,
si volse indietro a rimirar lo _passo_...
Ma che! Fiume è; non soltanto sembra. Lo dice Lucia a Beatrice. Dante è
all'orlo della selva; e Lucia esclama: (ib. 2, 107)
non vedi tu la morte che il combatte
su la _fiumana_ ove il mar non ha vanto?
A pelago Dante ha assomigliata la selva; peggio che mare o pelago, la
proclama Lucia. È fiumana dunque; e più come fiumana che come selva, la
selva ha un _passo_, che è riguardato affannosamente dal naufrago giunto
alla riva. Un naufrago, sì, è il parvolo, è l'uomo, è il genere umano,
cui salva la fede. È Pietro che cammina sull'acque, e comincia a
sommergersi e grida: Signore, muoio; e il Signore gli porge la mano, lo
regge, lo incuora, e gli dice: _Modicae fidei_, perchè hai
dubitato?[287] Così Dante, che si trovava in una selva, guata questa
come un'acqua “perigliosa„, nella quale fu per sommergere, _coepit
mergi_.
Questa definizione, che fa una donna del cielo, della selva, chiamandola
_fiumana_, e questo paragone che fa il Poeta stesso della selva con
l'_acqua_ perigliosa d'un pelago, anche a non cercare altro,
suggeriscono da sè l'ideale del battesimo, che è _ex aqua et Spiritu_,
che, oltre che _sanguinis_, è _fluminis_.[288] Ma c'è ben altro: la
parola _passo_, ossia “transito„, può significare morte, come
nell'espressione “doloroso passo„ (Inf. 5, 144), e nell'altra “passo
forte„ (Par. 22, 123), tralasciando per ora “l'alto passo„. (Inf. 2, 12)
E che qui significhi appunto tal passaggio dalla vita alla morte, da
questa ad altra vita, è chiaro dall'aggiunta, così chiara che, per non
vederla, bisogna chiuder gli occhi; dall'aggiunta
che _non_ lasciò _giammai_ persona _viva_.
Ora “morte„ è appunto il battesimo. Il battesimo e nella morte del
Cristo; ed essere battezzati nella morte del Cristo altro non è se non
“morire„ al peccato.[289] Il battesimo, sì nei parvoli sì nei grandi, è
a similitudine della “morte e della risurrezione„ del Cristo.[290]
Quelli che sono battezzati nella morte del Cristo, “muoiono„ al peccato,
per vivere a Dio.[291] Il battesimo è dato perchè “e moriamo e
riviviamo„.[292] Nel battesimo è “morte mistica„.[293] Così. Dice S.
Ambrogio: “Beata dunque morte quella che ci toglie al peccato per
riformarci a Dio. Poichè chi morì, fu giustificato dal peccato. O che
colla fine della natura, alcuno è giustificato dal peccato? No, davvero;
chè chi muor peccatore, rimane nel peccato„. Dunque è giustificato dal
peccato quegli a cui, mediante il battesimo, sono rimessi tutti i
peccati, ossia, come dice S. Paolo di cui qui Ambrogio illustra le
parole, “colui che _morì_„.[294] Siffatta morte S. Ambrogio chiama
“_mors mystica_„.[295] E questa dunque succede in chi si battezza.
Ma Dante nella selva era parvolo d'animo, non d'età; e il battesimo
l'aveva avuto nel suo bel San Giovanni. Or come può egli dire d'aver
incontrata questa battesimale morte mistica nel passo della selva,
quand'egli aveva trent'anni, come a me par verosimile, o trentacinque,
come par vero ad altri? Non certo, con tali allegorie. Dante vuol
significare d'essere anabattista. O che dunque?
Prima di tutto: ho già considerato altrove la parte che le Confessioni
di S. Agostino ebbero verosimilmente nei primi disegni di Dante, i quali
erano come abbozzi di questa mirabile visione.[296] Il libro delle
Confessioni fu invero presente allo spirito del Poeta e allora e dopo.
Nel Convivio, a principio del proemio, scusa il parlar di sè con
l'esempio del Santo: “e questa ragione mosse Agostino nelle
_Confessioni_ a parlar di sè; che per lo processo della sua vita, la
quale fu di buono in buono[297] e di buono in migliore, e di migliore in
ottimo, ne diede esemplo e dottrina, la quale per più vero testimonio
ricevere non si poteva„. (Co. 1, 2) Emendiamo, probabilmente, quel “di
buono in buono„, così, secondo il racconto di S. Agostino: “di buono (in
malo, di malo) in buono, di buono in migliore etc.„; e noi vediamo come
Dante costruisse, a questo modello, il suo libello giovanile e la sua
mirabile Visione. Chè e nella Vita Nova e nella Comedia, egli si dipinge
prima buono; anzi, riassume l'un libro e l'altro, facendo dire a
Beatrice: (Pur. 30, 115)
Questi fu tal nella sua _vita nuova_
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
Da buono, si fa men buono, o cattivo; nella Vita Nova travia per inganno
d'Amore, vivendo Beatrice; travia, per inganno d'Amore, una seconda
volta, morta Beatrice. E questo secondo traviamento è quello narrato
nella Comedia, in cui seguendo false imagini di bene entra e dimora
nella selva oscura. E poi si pente o ne esce, e così di malo torna
buono. La Comedia poi racconta come profittasse, e di buono si facesse
migliore nel purgatorio, e di migliore ottimo nel paradiso terrestre e
celeste.
Ora e nelle Confessioni racconta il Padre aver ricevuto il battesimo
nell'anno trigesimo terzo dell'età sua,[298] e nelle altre opere parla
sovente del battesimo come di sacramento che si conferisca a uomini
adulti e conscienti. Potè Dante da ciò essere indotto a porre questa
figurazione del battesimo (che non è, poi, una cosa col battesimo!)
nell'età sua adulta e consciente.[299] Ma in S. Agostino egli trovava a
questa figurazione anche la ragione morale e teologica. Dice infatti il
Padre: “Il parvolo è già fatto fedele (cioè credente, cristiano,
incorporato al Cristo etc.) dal sacramento della fede, sebbene non
ancora della fede che è nella volontà dei credenti. Chè, come si
risponde che crede, così anche si chiama fedele, non per lo annuirvi con
la mente, ma per ricevere il sacramento. _Quando poi l'uomo comincerà ad
aver intero l'uso di ragione (~sapere~), non ripeterà quel sacramento ma
lo intenderà, e si farà adatto (~coaptabitur~) alla verità di esso, col
concorso anche del volere (~consona etiam voluntate~)_„.[300] La
ripetizione del battesimo che è nella Comedia, non può essere se non un
così fatto riassumerlo nell'intelletto e aderirvi con la volontà. Ora un
parvolo d'animo, quale è Dante o l'uomo nella selva oscura, ha, per la
difficoltà e ignoranza originali, assopito, per così dire, e questo lume
e questo volere. Uscirne vuol dire svegliar l'uno e veder l'altro; cioè
“volere„ gli effetti del battesimo. In questo senso il parvolo d'animo
ripete il battesimo che ebbe quand'era parvolo d'età. E gli effetti si
scorgono subito. Dante è giunto appiè d'un colle; guarda in alto, e vede
i raggi del sole “che mena dritto altrui per ogni calle„, sulle pendici.
Allora si rinfranca, nel tempo stesso che vede lume: e si volge indietro
e guarda il passo. Dal passo era uscito, prima che vedesse la luce
dell'alba e sentisse quetare la paura. Egli “rimira„ il passo. Che è ciò
se non il solo modo di _repetere_ che di questo sacramento sia concesso,
_repetere_ con lo sguardo della mente, fisso e iterato; considerarlo e
intenderlo, insomma, come è chiaro dalle parole che seguono e che
mostrano come lo spaurito viatore abbia capito di che passo si trattava?
Lo passo
che non lasciò giammai persona viva!
Come il viatore trovò il passo? come potè uscirne? La luce dell'alba
egli la vide poi, guardando in alto; non fu essa che lo scortò. Qual fu
dunque? Chi lo guidò e chi gli fu lucerna? Qualche cosa che è appunto
della dottrina sua tacere. Nella visita alla quarta delle male bolgie,
nella quale è punita la falsa prudenza o previdenza, di quelli appunto
che per aver voluto vedere innanzi hanno il volto tornato dalle reni;
Virgilio dice a Dante: (Inf. 20, 127)
E già iernotte fu la luna tonda:
ben ten dee ricordar, chè non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda.
“Non ti nocque„ vuol dire, per attenuamento, “ti giovò e molto giovò„;
“alcuna volta„ vale “tante volte„.[301] Dante se ne deve ricordare; nel
fatto, non si ricordò di parlarcene.[302] Ebbene egli non doveva
ricordarsi d'averla veduta, la luna tonda; doveva, anzi, non averla
veduta, sebbene ella gli giovasse continuamente nella sua notte di
miseria. Perchè? Per un perchè somigliante a quello del lume che è nel
nobile castello e che non impedisce che vi siano le tenebre:[303] un
perchè dottrinale. Col battesimo si conferisce la grazia.[304] Ora la
grazia è, di natura sua, occulta. Invero dice S. Agostino, che è il
Cristo che battezza, non però con visibile ministerio, sì _occulta
gratia_.[305] La grazia opera dentro noi; Dio non agisce da fuori, ma di
dentro: non si mostra, diciamo.[306] La grazia è segreta e rimota dai
nostri sensi.[307] “Non per suon che venga da fuori, di legge e
dottrina, bensì con interna e occulta, mirabile e ineffabile virtù
(_potestate_), Dio ne' cuori degli uomini opera non solo veraci
rivelazioni, ma ancora buone volontà„.[308] Nella figurazione mistica
del suo battesimo Dante vuole esprimere questo concetto: “Gli uomini
possono, perchè vogliono così; ma vogliono così, perchè così Dio opera
per grazia sua, che vogliano„.[309] Dante potè uscir dalla selva, perchè
volle; infatti la sua uscita significa il riacquisto del volere; ma
volle, e perciò potè, per la grazia di Dio, la quale è occulta e
ineffabile. La sa Dante e la dice, questa profondità misteriosa. Si fa
dire da Guido del Duca: (Pur. 14, 18)
tu ne fai
tanto meravigliar della tua grazia,
quanto vuol cosa, che non fu più mai;
e soggiungere:
ma dacchè Dio in te vuol che _traluca_
tanta sua grazia...
Non ci si maraviglia, che di cosa di cui non ci si rende ragione; non
traluce, se non cosa che sia coperta. L'Aquila parla, e dice con quella
sua tanta esattezza: (Par. 20, 67)
Chi crederebbe giù nel mondo errante,
che Rifeo Troiano in questo tondo
fosse la quinta delle luci sante?
Ora conosce assai _di quel che il mondo
veder non può della divina grazia_,
benchè sua vista non discerna il fondo.
Così Dante non dice, perchè non può dirlo, come fosse che egli potè,
cioè che volle. Glielo dice poi Virgilio, come fosse, aggiungendo quel
“ben ten dee ricordare„ che fa vedere che, nella finzione del Poeta,
Virgilio non sa che Dante non sa e non ricorda. Altra volta, se Virgilio
non parlasse. Dante non saprebbe. Dante dorme e sogna. Si sveglia e non
sa più dove sia. Dormendo era giunto al purgatorio. Come? Virgilio
glielo racconta, vincendo il dubbio e la paura di lui. (Pur. 9, 52)
Dianzi nell'alba che precede il giorno
quando l'anima tua dentro dormia
sopra li fiori, onde laggiù è adorno,
venne una donna e disse: I' son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme,
si l'agevolerò per la sua via.
Sì: Lucia l'aveva portato sino alla entrata del purgatorio. Ed egli per
quanto nel sogno avesse avuta una visione di analogo significato, egli
non sapeva nulla ed era in un dubbio pauroso. Ora Lucia è la Grazia; e
il sonno di Dante è narrato, oltre che a dichiarare che la Grazia
precede i meriti ed è data _gratis_, anche a significare che ella è
occulta e rimota dai nostri sensi, e opera di dentro, senza a noi
visibili strumenti. E dunque Dante non dice nulla della luna tonda che
alfine gli fece trovare il passo, perchè secondo il senso dottrinale,
egli non deve averla veduta, perchè era la Grazia, e la Grazia è
invisibile. La luna era piena, e pure egli deve dire che la selva era
oscura, e non far cenno di quel lume di grazia che raggiava per lui; chè
la luna, secondo Dante medesimo, dal sole riceve quella “luce di
grazia„, che secondo i teologi scende da Dio “giustificante„.[310] Così
la luna tonda simboleggia la _grazia_ e _buona voglia_ conseguente,
(Par. 28, 113) di cui Dante non s'accorse. Egli sa ciò solo che deve
sapere; che potè.
Non sapeva della luna tonda quando parlava a Brunetto. A lui dice: Mi
smarrii in una valle, ier mattina ne uscii: ma vi tornavo quando
Virgilio m'apparve. (Inf. 15, 50) Quando poi vede Forese (l'uno era il
vecchio savio, venerato come maestro, l'altro il compagno di sollazzi
giovanili), Dante può parlare della luna, avendone udito parlare
Virgilio. A Forese dice: (Pur. 23, 118)
Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui
(e il sol mostrai)...
Il Poeta non senza perchè accenna alla relazione della luna col
sole,[311] e non senza perchè ricorda la luna a proposito del suo mutar
vita, e non senza perchè fa quel cenno e quel ricordo in questa cornice,
dove l'ombre hanno difetto di carne, (v. 51) e dov'esso dichiara come
mai faccia il gran viaggio con la sua “vera carne„ che “seconda„ però un
essere spirituale quale è Virgilio. Come di luna parlò Virgilio a Dante
nella bolgia infernale della falsa prudenza, così ne parla qui Dante a
Forese, per indurre l'idea della “_prudentia carnis_„. La quale consiste
nel tenere i beni delle carne come fine della vita, nell'amare la carne
d'amore soverchio. Chè “lecitamente si ama la carne, affinchè ella sia
ordinata al bene dell'anima, come ad ultimo fine, ma se si costituisce
nel ben della carne l'ultimo fine, sarà inordinato e illecito
amore„.[312] E questo concetto si riscontra nel Convivio, dove si
descrive il nobile appetito che “conoscendo in sè diverse parti, quelle
che in lui sono più nobili, più ama; e conciosiacosachè più nobile parte
dell'uomo sia l'anima che 'l corpo, quella più ama„. Se questo non fa,
l'animo non è nobile, bensì vile, e sè non usa, cioè non usa la volontà
e l'intelletto, (Co. 4, 22) cioè erra nella selva oscura, nella vanità
del senso, nella notte, con non altro che la prudenza della carne, ben
contraria all'altra prudenza che “assomiglia al carbonchio che allumina
la notte„,[313] e alla luna che splende da sera a mane, come il suo
fratello sole raggia da mane a sera.[314] Uscito, Dante posò alquanto il
corpo lasso. Lasso era il corpo, perchè il battesimo, se cancella la
colpa originale, lascia però l'infermità. “Si rimette la colpa, non il
_languore_ meritato della colpa„.[315] Ma il corpo si riposa. E questo è
per la virtù della grazia battesimale che ristora e rifà (_reficit_);
chè il battesimo è una seconda natività, è una morte, sì, ma che
rigenera. Dante, esce dal passo: muore. E si riposa, cioè comincia a
rivivere.
XXVI.
IL MINOR LUMINARE
Il senso morale si converte limpidamente in politico, sol che invece di
Dante o d'uomo, poniamo uomini o genere umano. Allora la discrezione o
lumetto di ragione diventa prudenza regale, o quel senno che occorre a
essere re sufficiente. (Par. 13, 95). L'Aquila, segno contesto “di laude
della divina grazia„ (Par. 19, 37), parla del lume, che Lucifero non
aspettò da Dio; e che è lume di grazia, e che, se non vien dal sereno,
(ib. 19, 64)
è tenebra,
od ombra della carne o suo veleno.
È tenebra, è notte di pièta o miseria, e selva oscura. Il lume di grazia
è pur quello che la luna riceve dal sole, per operare più virtuosamente;
la luna che raffigura l'autorità imperiale, ed ha, secondo il
trattatista di Monarchia, _aliquam lucem ex se_, sì che il Poeta della
Comedia la chiama un altro sole; e dalla benedizione del pontefice,
dunque, _lucem gratiae_. (M. 7, 4) Nè mai tanta ne riceve, quanta nel
tempo in cui ella “riguarda il suo fratello per diametro dal purpureo
della mattutina serenità„. Allora Dante la chiama _Phoeba_, come a dire
un altro _Phoebus_, un altro sole. (M. 1, 13) Allora Dante a lei
assomiglia la giustizia, quando nulla de' suoi contrari le si mescola,
quando non ha contrarietà nè nel volere nè nel potere; quando è
esercitata dal Monarca, la cui volontà è sincera d'ogni cupidità, e la
cui possanza non ha limiti od ostacoli. Tenebre sono, è notte di pièta o
miseria, oscura è la selva della vita umana senza quel lume. Nè altro
che quello (s'intenda bene!) può esserci, poichè la vita umana comincia
con la vanità del senso, cioè con la notte, cioè con la tenebra. O a dir
meglio, comincerebbe: chè venne il Redentore e nella sua morte fummo
battezzati, e nel battesimo ottenemmo la virtù illuminatrice e
fecondatrice. Ma è inutile ripetere come per la maggior parte degli
uomini Gesù si sia incarnato invano e invano sia morto sulla croce. In
verità c'è bisogno della autorità imperiale a confermare, per così dire,
la redenzione.
L'età, che è accrescimento di vita, è soggetta a smarrirsi. Si smarrì
pur Dante, sebbene così favorito dal cielo, così guidato da Beatrice
viva, così consigliato e revocato da Beatrice morta; e si smarrì, avanti
che l'età sua “fosse piena„. (Inf. 15, 51) Ora tutto il genere umano,
“per via delle blande dilettazioni dell'adolescenza„ ha bisogno di
essere diretto. (M. 1, 17) Questo smarrimento, in quella prima età, è
cagione del pervertimento di tutto. Dante a Marco Lombardo chiede perchè
il mondo sia così pieno di “malizia„. Risponde Marco che ciò proviene
dalla mancanza di guida e freno, di prudenza regale e di giustizia
legale, nei primi tempi in cui l'anima semplicetta s'inganna. Dei due
Soli, uno ha da valere nella notte. Ci ha da essere, per la via del
mondo, l'imperatore, che è scevro d'ogni cupidità; mentre il pastore,
no, non può esserne scevro, e correndo dietro ai beni ingannevoli si
trae dietro tutta la greggia. (Par. 16, 58) E Beatrice nel paradiso
reitera l'argomento. La cupidità che affonda il genere umano, proviene
dallo sviarsi degli uomini, prima “che le guancie sien coperte„; nè
meraviglia: “in terra non è chi governi„. (Par. 27, 121)
Questo sviarsi nell'adolescenza è causato, si è già detto, dal peccato
originale, i cui effetti persistono dopo il battesimo, sebbene questo
abbia la virtù di menomarli e li menomi, così che i parvoletti sono
appunto migliori degli adolescenti, e dimostrano d'aver lume nella
ragione e bontà nel volere. (ib. 127) Ma il lume presto si oscura, ma il
volere si rende servo di nuovo. Marco afferma che appunto quel lume fa
difetto: non c'è chi discerna, per gli adolescenti, il bene e il male;
(Pur. 16, 75 e 95) non c'è chi sostenti e nutra il libero volere, nella
fatica ch'ha da durare “nelle prime battaglie„. Ed esplicitamente, nella
sua opera politica, Dante assevera: “Il genere umano, quando è più
libero, meglio si trova... Principio primo della nostra libertà è la
libertà dell'arbitrio... Questa libertà, o questo principio di tutta la
nostra libertà, è il più gran dono fatto alla natura umana da Dio, chè
per esso siamo felicitati qui come uomini, altrove come iddii. Che se
così è, chi sarà che non dica che il genere umano si trovi meglio,
quando più possa usare di questo principio? Ma standosi sotto il Monarca
è libero come non mai...„ (M. 1, 14) Il Monarca o l'imperatore
custodisce dunque questo libero arbitrio, e lo restituisce quando è
tolto. Sicchè nell'epistola ai Fiorentini Dante usa l'ardita espressione
“giogo della libertà„ per significare questo imperio che affranca. (Ep.
VI, 2) E insiste dicendo che quelli che s'oppongono al dominio imperiale
sono in ceppi e catene, e respingono chi vuole slegarli e liberarli.
“Non vedete, ciechi che siete, la tiranna cupidità... che vi tien
prigionieri nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle
sacrosante leggi, che danno sembiante della giustizia naturale: la cui
osservanza, se lieta, se libera, non solamente si prova non essere
servitù, anzi, a chi ben guarda, appare essere la suprema delle libertà?
Che altro infatti è libertà, se non il libero corso del volere
all'azione...?„ (ib. 5) E così una specie di Cristo è Enrico, a cui
sembrano dirette, come al Cristo, le parole di Isaia: _Vere ~languores~
nostros ipse portavit._ E agnello di Dio lo chiama nell'epistola a lui:
Ecco chi tolse i peccati del mondo! (Ep. VII, 2) E ciò, dunque, perchè
egli rende la libertà, perchè cancella gli effetti del peccato
originale, ossia, con tutti i peccati cioè con tutta la malizia o
cupidità che v'è implicita, quella prima miseria, quel primo languor
della nostra natura, quell'originale servitù e ignoranza. Egli,
l'imperatore, ribattezza dunque il genere umano.