devono pur significare qualche cosa, e che questo qualche cosa non è la
vita viziosa o altro di simile, se vizi o peccati sono le tre fiere che
di giorno gli appariscono, sia pur nella selva, ma fuor del passo e non
più nel fitto e nel buio. Ma dal confronto della selva con la foresta,
risulta già che, come la foresta è la innocenza originale, così la selva
è il peccato originale, che porta appunto servitù e oscurità; la qual
servitù ed oscurità, o morte e paura, sono sì effetti portati anche dai
peccati attuali, ma solo perchè i peccati attuali sono virtualmente
compresi nel peccato originale. E diciamo intanto che con intenzione
analoga a quella per la quale convertì in piante i suicidi e ne fece una
dolorosa selva, Dante figurò in una selva oscura l'umana colpa, che fu
un suicidio e che ebbe per effetto una condizion d'animo per cui si
ricusa la vita, o non si è mai vivi.
XXIV.
L'UMANA COLPA
Ma si domanda: O che Dante non era stato battezzato? Nomina pure il
fonte del suo battesmo! E se era stato battezzato, non aveva egli il
lume al bene ed a malizia e il libero volere? E come dunque errava nella
selva del peccato originale.
Dai teologi (che putono a certi Dantisti i quali, suppongo,
studierebbero la storia prescindendo dalle iscrizioni e dai diplomi),
dai teologi prendiamo questa definizione: Il peccato originale è
_languor naturae_.[261] Si consideri come lo stato di Dante nella selva
oscura, stato che cominciò col sonno e finì con tanta lassitudine di
corpo e tanto affanno di lena, risponda a tal definizione. Ora il
battesimo toglie tal languore? tal malattia, come il dottore anche si
esprime? Rispondiamo col buon senso, che è più accetto che i teologi:
no. Se il battesimo sanasse questa malattia e questo languore, col
peccato originale sarebbe abolito anche ogni specie di peccato attuale.
Poichè il peccato originale portò nel mondo la possibilità degli altri
peccati, se quello non era, questa non sarebbe. Ora il battesimo toglie
il primo e non toglie la seconda; toglie dunque la labe, non toglie il
languore. Ma lasciamo anche il buon senso, che è molto infido, poichè il
buon senso nostro può non essere quello di Dante; e spieghiamo Dante con
Dante.
La condizione dell'uomo macchiato dalla colpa originale è descritta dal
Poeta, in poche parole, così. Egli fa dire a Virgilio: (Pur. 7, 25)
Non per far, _ma per non fare_, ho perduto
di veder l'alto sol che tu desiri,
e che fu tardi da me conosciuto.
Luogo è laggiù non tristo da martiri,
ma di tenebre solo, ove i lamenti
non suonan come guai ma son sospiri.
Quivi sto io co' parvoli innocenti
da' denti morsi della morte, avante
che fosser dell'umana colpa esenti.
Dunque, Virgilio _non fece_. E Dante al medesimo fa dire altrove: (Pur.
3, 38)
Se potuto aveste veder tutto
mestier non era partorir Maria;
e disiar vedeste senza frutto
tal che sarebbe lor _disio_ quetato,
ch'eternamente è dato lor per lutto.
Questo _disio_ ch'ebbero i non battezzati in vita, e hanno in morte per
castigo (vivono con disio senza speme), è quel medesimo che è detto
nell'altro passo riferito: _di veder l'alto Sole_. Dunque in vita
desiderarono invano e invano sospirano in morte il sole, il lume: quel
lume che vien dal sereno, e che se dal sereno non viene non è lume ma è
tenebra; (Par. 19, 64) quel lume, nel fatto, che è nel limbo (Inf. 4,
68, 103, 116) e che pur non impedisce che sia luogo di tenebre. (Pur. 7,
29)[262] Insomma il macchiato della colpa originale, è nel limbo per non
aver fatto e per non aver veduto il lume. Questo non fare e non vedere
sono appunto ciò che S. Agostino chiama _difficultas_ e
_ignorantia_,[263] le quali sono _poenalia_ del peccato cui la nostra
natura “peccò tota nel seme suo„, cioè in Adamo. (Pur. 7, 85) E così
almeno per l'ignoranza, vediamo che Dante acconsente al santo padre, nel
concetto di tal penalità, dando per lutto a quelli che desiderarono
invano la luce questo medesimo desiderio di luce, il quale a sua volta
era pena anche in lor vivente; pena e non destino o necessità.
Ora questa _difficultas_ e questa _ignorantia_ sopravivono al battesimo?
Rileggiamo: (Pur. 16, 75)
Lume v'è dato a bene ed a malizia,
e libero voler che, se _fatica_
nelle prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
Il volere, per quanto libero e per quanto illuminato, dura fatica, cioè
prova difficoltà. Ma chi lo libera, il volere, chi lo illumina? Il
battesimo che ha “virtù illuminativa e fecondativa alle buone
opere„.[264] Dunque, secondo Dante e secondo tutti i padri e i dottori,
anche dopo il battesimo la volontà umana, in conseguenza dell'umana
colpa, deve faticare per conservare, diciamo, quel lume e quella
libertà, provando sempre difficoltà e ignoranza.
E Dante dice, quando: _nelle prime battaglie_. Dice, che bisogna
notricarlo, il volere; e notricare è parola di fanciullezza. E in verità
Marco Lombardo continua la sua spiegazione (Pur. 16, 85) così:
Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di _fanciulla_
che piangendo e ridendo _pargoleggia_,
l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che mossa da lieto fattore
volentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre...
La metafora è cambiata: non si parla più di battaglie e di nutrimento;
ma si tratta della stessa cosa. Il cielo ha iniziati i movimenti di
quest'anima semplicetta. Ella, per quest'impulso, corre a un bene.
S'inganna, cioè non si fa illuminare da quel lume che c'è dato a bene ed
a malizia. Corre dietro ad esso falso bene, falso perchè picciolo,
mentre è creduto grande. Corre, cioè non fatica a trattenersi e non
vince quella prima battaglia. Ha avuto la luce e la libertà, cioè il
battesimo; ma non ne usa. Quando? Quando è più necessario che mai,
ch'ella non sia _corriva_; nell'età che decide sovente di tutta la vita;
nella primavera o nell'adolescenza in cui si forma l'avvenir della
pianta o dell'uomo. Quand'ell'è fanciulla e semplicetta, quando bisogna
ch'ella fatichi e si notrichi. E anche questa fatica e questo nutrimento
sono per lo più vani,
se guida o fren non torce il suo amore.
Onde convenne legge per fren porre,
convenne rege aver, che _discernesse_
della vera cittade almen la torre.
Ci vuole una guida, che _discerna_ per lei; è necessario un lume altrui,
poichè il suo non vale. Ci vuole una legge per freno; è necessario un
voler altrui, che aiuti il suo a durar quella fatica e a vincer quelle
prime battaglie. Ora nessuno, spero, dirà che sono sottile e oscuro se
affermo che questa guida di _re_ che discerne, è ciò che i filosofi
chiamano prudenza _regnativa_, e quel freno di _legge_ che dirige
l'amore dell'anima, è ciò che i filosofi dicono giustizia _legale_.[265]
E ognuno consentirà nel vedere l'identità del discorso di Marco Lombardo
con l'argomentazione del libro _de Monarchia_:[266] “Ogni concordia
dipende dall'unità che è nei voleri. Il genere umano, quando meglio
vive, è una cotal concordia; chè come un individuo, quando meglio vive,
sì rispetto all'anima sì rispetto al corpo, è una cotal concordia (_la
qual concordia, aggiungo, è procacciata dal reggere della prudenza
individuale_), e similmente una casa, una città, un regno (_prudenza
economica e politica_); così tutto il genere umano. Dunque il genere
umano, quando meglio vive, dipende dall'unità che è nei voleri. Ma
questo non può essere, se non c'è un volere unico, signore e regolatore
di tutti gli altri in uno; poichè _le volontà dei mortali per le blande
dilettazioni dell'adolescenza hanno bisogno di direzione_, come il
Filosofo insegna nell'ultimo libro a Nicomaco. Nè può esistere questo
unico volere, se non c'è un unico principe, il cui volere sia signore e
regolatore di tutti gli altri„; (M. 1, 17) se non c'è insomma una cotale
incarnazione della prudenza rettrice e regolatrice.
Marco Lombardo doveva rispondere al dubbio di Dante, qual fosse la
cagione per che il mondo era “così tutto diserto d'ogni vertude„; e
risponde perciò, dimostrando perchè “il mondo presente disvia„, e non
perchè disvia il singolo uomo, _unus homo_; ma è tutto un perchè, per sì
_unus homo_ e sì _domus_ e _civitas_ e _regnum_ e _genus humanum_. E il
perchè è il manco di lume che discerna e di volere che vinca; e ciò per
l'ignoranza e difficoltà, penali della prima colpa, le quali persistono
oltre il battesimo.
Ora la selva oscura è questa ignoranza, la selva aspra e forte è questa
difficoltà. È il peccato originale nelle sue conseguenze. È dunque un
uomo, non il mondo presente, che disvia; ma, considerando che quest'uomo
che si ritrova “nel mezzo del cammin di nostra vita„, sembra un uomo
tipico, l'umanità in genere; possiamo dire, sì che è il mondo d'allora
che disviava. L'uomo disvia: la diritta via era smarrita. L'uomo entrò
nella selva pien di sonno: s'ingannò e corse dietro al primo picciol
bene di cui sentì sapore. E più l'esatta somiglianza vedremo tra il
mondo presente descritto da Marco, e Dante che si smarrisce nella selva,
se ricorderemo le parole on cui Beatrice rimprovera a Dante il suo
disviare. (Pur. 30, 121)
Alcun tempo il sostenni col mio volto;
mostrando gli occhi giovinetti a lui
meco il menava in dritta parte volto.
Dante aveva, prima di disviare, una guida o freno che torceva il suo
amore, sì che esso non correva dove sentiva sapore di picciol bene.
Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
Ciò, dunque, dieci anni prima, quando Dante aveva venticinque anni,
quando era appena entrato anche lui nella giovinezza, quando insomma
avevano ancor luogo quelle blande dilettazioni dell'adolescenza, che fan
necessaria la direzione d'alcuno.
Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita.
S'ingannava, dunque, Dante, poichè trovava men bellezza e men virtù,
dove la bellezza e la virtù erano cresciute.
E volse i passi suoi per via non vera
imagini di ben seguendo false,
che nulla promission rendono intera:
S'ingannava, dunque, s'ingannava: correva dietro al picciol bene, cioè a
imagini false di bene, che si trovano poi vane. S'ingannava: l'afferma
Beatrice parlando a lui per punta: (Pur. 31, 22)
Per dentro i miei disiri
che ti menavano ad amar lo bene
di là dal qual non è a che s'aspiri,
quai fosse attraversate o quai catene trovasti? Non c'erano, e tu ne
trovasti! Eri abbagliato!
E quali agevolezze, o quali avanzi
nella fronte degli altri si mostraro
perchè dovessi lor passeggiare anzi?
Erano speciose imagini di bene; non erano il bene. Eri illuso! E Dante
se ne confessa:
Le presenti cose
col _falso_ lor piacer volser miei passi
tosto che 'l vostro viso si nascose:
il viso che lo menava seco in dritta parte volto; la luce equivalente a
quella guida, che discerne per gli altri. E Beatrice continua
confermando sempre che il disviare di Dante era dovuto a tale inganno
d'anima fanciulla e semplicetta, paragonando l'amatore a un augelletto,
che, già pennuto, non doveva ricader più negli inganni dell'uccellatore.
E Dante sta nella sua vergogna, muto, con gli occhi a terra, come un
fanciullo; quando Beatrice gli ricorda ch'egli è un fanciullo con la
barba![267]
Questa teorica di Marco si ricongiunge col discorso di Virgilio intorno
all'amore. Questi dice che l'amore d'animo (Pur. 17, 95)
puote errar per malo obbietto
o per troppo o per poco di vigore,
e così dare origine ai sette peccati attuali, di cui si purga la macchia
nelle sette cornici del purgatorio. Ma dà loro origine mediatamente.
Invero l'amore è un moversi ver cosa che piaccia, un piegar verso lei.
Poi l'animo entra in desire, sin che non posa nella quiete del possesso.
(Pur. 18, 19) Quella prima voglia
merto di lode o dì biasmo non cape.
Il principio di meritare è nell'assentire o negare che fa “la virtù che
consiglia„, agli atti della volontà che seguitano quella prima voglia
illaudabile e incolpabile. Questa virtù consigliatrice ha la libertà di
accogliere e vigliare (ossia escluder, gettar via) i buoni e i rei
amori. E questa virtù della virtù consigliatrice, d'esser libera, si
chiama “la nobile virtù„. E nobile sappiamo che Dante intendeva “non
vile„. (Co. 4, 16) Marco ha detto che abbiamo, nelle nostre battaglie
col cielo ossia con le disposizioni naturali, lume per discernere il ben
dal male, e volere libero per ripugnare e acconsentire. Il lume, cioè,
la virtù che consiglia; il libero arbitrio o libero volere, ossia la
libertà di accogliere o rifiutare quel consiglio, ossia la nobile virtù.
La virtù consigliatrice deve “tener la soglia„ dell'assentimento.
Seguiamo la metafora dantesca che non è suggerita dalla rima. Avanti il
limitare della porta, dove sta la virtù che consiglia, nel vestibolo
insomma, è la prima voglia, che non può meritare biasimo o lode.[268]
Ella è la virtù del conoscere e la virtù dell'amare; del conoscere certe
prime notizie, dell'amare certi primi appetibili; un intelletto e un
affetto; un lume e un moto. Se essa vuol entrare, cioè procedere ad
ulteriori operazioni, trova sulla soglia la nobile virtù che dice sì
alle buone, no alle cattive, ma le lascia passare entrambe. E le prime
hanno lode e le seconde biasimo; ed è giustizia che le prime portino
letizia e le seconde lutto. Se quella prima voglia resta di là, avanti
la porta, non cape merito di lode e di biasimo, e non è giustizia che
abbia letizia o lutto, premio o pena. Quella voglia non ha osato
sottoporsi al giudizio della virtù nobile, cioè non vile. Diremo ch'ella
è vile. La virtù che consiglia, non ha avuta occasione d'illuminarla,
quella prima voglia. Diremmo ch'ella è nell'oscurità. Eppure è lì,
avanti lei, la porta donde passare.
Così Dante o l'uomo in genere erra talvolta in una selva oscura, che ha
un passo. (Inf. 1, 26) Uscendo di quello, si vede lume; uscendo di
quello, cessa la paura, almeno un poco. Finchè l'uomo rimase nella
selva, assonnato e pauroso, quasi morto e ottenebrato, non aveva che
quella _prima voglia_. Ma egli non s'accorgeva d'averla, poichè tale
intelletto di prime notizie, tale affetto di primi appetibili, non sono
sentiti senza operare, non si dimostrano che per effetto, come in una
pianta la vita apparisce soltanto per mettere le foglie.
Quell'intelletto e quell'affetto foglie non misero, sicchè non
mostravano la lor vita, pur essendo vivi: erano, insomma, quasi morti,
perchè morti parevano.
In che differiva allora Dante, o l'uomo, da un parvolo? Egli parla
altrove delle prime voglie dei parvoli. Così: “.... Vedemo li parvoli
desiderare massimamente un pomo; e più oltre procedendo desiderare uno
uccellino; e poi più oltre desiderare bello vestimento, e poi il
cavallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi più grande,
e poi più. E questo incontra perchè in nulla di queste cose trova quello
che va cercando, e credelo trovar più oltre„. Il “parvolo„ via via qui è
cresciuto ad uomo, o, meglio, s'è fatto adolescente; e tuttavia cavallo
e donna e ricchezza non grande e più grande e vie più, sono, non meno
che il pomo e l'uccellino e il bello vestimento, tali appetibili cui
appetire è senza lode e senza biasimo. Che sono naturali; tanto è vero,
che sono introdotti a significare l'ampliarsi, dalla punta ver la base,
della piramide dei desiderabili; e la punta o il vertice è quel pomo, e
la base è Dio. (Co. 4, 12) È un paragone, quello, a dimostrare come
l'anima semplicetta, _che sa nulla_, cerchi il suo lieto fattore in tali
piccioli beni, di cui i più piccioli sono il pomo e l'uccellino. In un
altro paragone, ella è un peregrino. “Siccome peregrino che va per una
via per la quale mai non fu, che ogni casa che da lungi vede, crede che
sia l'albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza all'altra,
e così di casa in casa tanto, che all'albergo viene; così l'anima
nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa
vita entra, dirizza gli occhi al termine del suo sommo bene (_torna a
ciò che la trastulla_); e però qualunque cosa vede, che paia avere in sè
alcun bene, crede che sia esso. E perchè la sua conoscenza prima è
imperfetta, per non essere sperta nè dottrinata, piccioli beni le paiono
grandi; e però da quelli comincia prima a desiderare„. (ib.) Così
l'anima, la cui _conoscenza è imperfetta_, per non essere sperta nè
dottrinata, l'anima che è a guisa di fanciulla e pargoleggia, è
assomigliata al _parvolo_. E in cotali suoi movimenti da picciol bene a
picciol bene, da casa a casa, non merita nè lode nè biasimo. Ora vi sono
alcuni uomini che restano _parvoli_ molto tempo più che non si soglia o
si debba, e anche per tutto il tempo della lor vita; che dimorano
sempre, per dirla con Dante, “nel _basso_ stato della puerizia„, non
toccando mai il sommo o il colmo dell'età. (Co. 4, 23) Ma che dico
_alcuni uomini_? “_La maggior parte_ degli uomini vivono secondo senso,
e non secondo ragione, a guisa di _pargoli_; e questi cotali non
conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade...
non veggiono (hanno la _conoscenza imperfetta_), perocc'hanno chiusi gli
occhi della ragione„. E questa è “puerizia, non dico d'etade, ma
d'animo„. (Co. 1, 4) Questi sifatti, che hanno chiusi gli occhi della
ragione e vivono secondo senso sono quelle genti che “_ambulant, in
vanitate sensus tenebris obscurati_„; (Ep. V, 10) e Dante, errando nella
selva oscura, con gli occhi come chiusi, viveva secondo senso, e non
secondo ragione, _in vanitate sensus_, a guisa di pargolo.[269] Senza
meritare, perciò, nè biasimo nè lode. E come la maggior parte degli
uomini.
Siffatti pargoli, d'animo, che formano la maggior parte del genere
umano, in che differiscono dai pargoli d'età? In questi la prima voglia
non mise le verdi fronde; in quelli certo le mise, poichè a lungo
vissero. Ma d'una pianta, d'un tallo, d'un ramo[270] la vera vita non si
estrinseca già soltanto con le foglie: essi vivono per dare il frutto.
Ora tale ramo o tallo o pianta nei pargoli d'animo, crescendo essi nella
vita, fiorì per dare il frutto, e non lo diede, in ciò simile a quello
dei parvoli d'età, che però non misero nemmen le foglie, se morirono
subito; non misero le foglie che sono fatte, del resto, per difensione
del frutto futuro. (Co. 4, 24). Il frutto nei parvoli d'età, morsi dal
dente della morte anzi ora, non venne; non venne nei parvoli d'animo. Il
volere o la voglia in questi germinò le foglie e fece il fiore; sì:
(Par. 27, 124)
ben fiorisce negli uomini il volere,
ma la pioggia continua converte
in bozzacchioni le susine vere.
In primavera, cioè nell'adolescenza, le intemperie impedirono al fiore
di legare bene e di dare il frutto. Il frutto appena formato imbozzacchì
e cadde. Nell'una e nell'altra specie di parvoli restò senz'altro segno
di vita quel volere o quella voglia che “merto di lode o di biasimo non
cape„.
Ciò però, nei parvoli d'età, se morirono avanti che fossero esenti
dall'umana colpa. Che se ebbero battesimo, merito acquistarono e hanno,
non che lode, gloria. Essi siedono nel paradiso “per nullo proprio
merito„ (Par. 32, 42)
ma per l'altrui con certe condizioni:
chè tutti questi sono spirti assolti
prima ch'avesser vere elezioni.
È il battesimo, con la sua virtù illuminativa e fecondativa,[271] che fa
fiorire il volere. Con la prima di esse si vince l'ignoranza, con la
seconda la difficoltà; fede si ha con la prima, innocenza con la
seconda. E così Beatrice spiega come fiorisca il volere negli uomini.
Invero, aggiunge ella, (Par. 27, 127)
fede ed innocenzia son reperte
solo nei parvoletti,
battezzati, s'intende; che, mentre ancora balbettano, quanto a fede,
digiunano, e, quanto a buone opere, se non altro, amano e ascoltano la
madre loro. Ma che giova? Tale virtù illuminante e fecondante presto si
perde; fede e innocenza spariscono; e la redenzione è come non fosse
avvenuta. Dante ne sa qualcosa; perchè fa dire a Beatrice, non senza un
perchè, “le susine vere„. Quest'espressione comica traduce quell'altre e
solenni: (Pur. 30, 109)
Non pur per opra delle rote magne,
che drizzan ciascun _seme_ ad alcun fine,
secondo che le stelle son compagne,
ma per larghezza di grazie divine
che sì alti vapori hanno a lor _piova_
che nostre viste là non van vicine,
questi fu tal nella sua vita nuova
virtualmente, ch'ogni abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.
Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa il terren _col mal seme e non colto_,
quant'egli ha più del buon vigor terrestro.
Nella mente di Dante appariscono imagini analoghe a quella delle susine
vere. Persino qui è una piova, che per essere direttamente contraria a
quell'altra pioggia continua, non però la ricorda meno. Il fatto è che
le susine vere sono opposte alle prugne selvatiche, che sono un “mal
seme e non cólto„. Sicchè si può sospettare nella parole di Beatrice in
paradiso una lieve ironia e un accenno discreto al suo amatore che nella
sua primavera dava così bene a sperare, mostrava già un dolcissimo
frutto di sè, e rischiò d'inselvatichire e di diventare un
bozzacchione...
Come? Rimanendo nella selva, o tornandovi dopo esserne uscito. Essere
nella selva significa essere selvatico, appuntino. La selva è appunto
questo o non fiorire o fiorire senza frutto, del volere. È l'ignoranza e
la difficoltà che nascono dall'umana colpa; a cui consegue in questo
mondo, facile è intuirlo, tolto ogni sapere o vedere o operare, una
nullità assoluta in vita e in morte. Che l'uomo che v'è dentro, è un
cieco, un servo, un parvolo d'animo, un bozzacchione, uno di cui, quando
muore, si può dire che non fu mai vivo. Essere nella selva significa
essere nella condizione di “_arbori..._„ cioè di tali “che non hanno
vita di _scienza_ e d'_arte_„.[272] Dante dice di sè, d'esserci stato in
tal selva, d'esserne uscito e poi d'aver rischiato di tornarci. Ma non
ci tornò! Ed egli appunto scrisse il volume eterno per mostrare come da
servo si vada a libertà, come “da stato di miseria„ si possa giungere “a
stato di felicità„. (Ep. XI, 15) Le quali ultime parole sono così
esatte, da far pensare molto. Che è invero lo stato di miseria? La
miseria del genere umano è “il giogo„ di cui lo gravò il peccato
originale.[273] Dal peccato originale, ossia dalla selva oscura, muove
il Poeta in persona del genere umano, per giungere all'innocenza prima e
poi alla visione di Dio, alla divina foresta e all'Empireo.[274] In tale
viaggio dell'uomo e del genere umano, sarebbe stata una smemorataggine e
una insipienza che neanche quelli che oggidì parlano di Dante come d'un
pover'uomo, saprebbero creder possibile, non cominciare da ciò che è la
mossa e la causa;[275] dalla colpa umana, e dalle sue conseguenze
persistenti in noi, che sono la cecità e la ignavia, la servitù e la
morte; in una parola, la _miseria_.[276]
Oh! ella è ben grande! Comincia dal primo vagito di chi nasce e va sino
all'ultimo alito di chi muore.[277] La vita non è che un morbo; non è
anzi che una morte. La morte entrò nel mondo col peccato di Adamo. Di
tale miseria, dice Dante che è duro dir qual era! Chi potè descriverla
mai? Ecco un certo autor di Dante, in opera certo a lui nota: “Chi...
basta, pur con un gran fiume d'eloquenza, a spiegare le miserie di
questa vita? La quale Cicerone compianse... come potè; ma quanto è quel
che potè?„[278] E altrove: “Chi può spiegare così in fretta tutti i pesi
che fanno grave il giogo sopra i figli d'Adamo?„[279] Come sarebbe
strano, senza questi raffronti, quel preparare una descrizione senza poi
farla!
XXV.
IL PASSO