Il fiero lume che uccide folgorando, è quel lampo dell'epistola e quel

dolce riso della stanza precedente, seguiti ambedue dal tuono e dallo

sbalordimento.

Lasso! non donne qui, non genti accorte

vegg'io, a cui incresca del mio male:

se a costei non ne cale,

non spero mai da altrui aver soccorso.

S'intende: solo l'adempimento del suo mirabile proposito, sola la

Comedia, può consolarlo: nessun'altra felicità umana. E si noti che,

intendendo a lettera, d'una donna vera, il concetto sarebbe ben puerile!

E questa, sbandeggiata di tua corte,

Signor, non cura colpo di tuo strale,

fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale,

ch'ogni saetta li spunta suo corso,

per che l'armato cuor da nulla è morso.

Oh! questo si può dire, e si diceva su per giù, di qualunque donna che

si dinegasse all'amatore; eppure le parole hanno un vigore speciale,

quando sia tratto dal senso allegorico. La frase “sbandeggiata di tua

corte„ significa, sì, nell'apparenza letterale, “insensibile all'amore„,

ma non lo significa bene. Bene invece mostra l'altro significato: “non è

una femmina come le altre: è un'idea„. E l'ultima espressione, più che

una femmina orgogliosa e fredda, ci fa apparir dinanzi la volontà del

Poeta, armata da tutto l'odio e da tutto l'amore, e dal desìo dell'arte

e della gloria e della patria e della vendetta.

Ed ora si oda il commiato:

O montanina mia canzon, tu vai:

forse vedrai Fiorenza la mia terra,

che fuor di sè mi serra,

vota d'amore, e nuda di pietate:

se dentro v'entri, va dicendo: Omai

non vi può fare il mio signor più guerra:

là ond'io vegno una catena il serra

tal, che se piega vostra crudeltate,

non ha di ritornar più libertate.

Dalla fonte dell'Arno manda la canzone per la fiumana a trovar Fiorenza.

Ella già dal 1311 ha rinnovata contro il Poeta la sentenza di morte, che

doveva poi, nel 1315, estendere anche ai figli. Con la sua testa, per la

quale già presentiva l'alloro immarcescibile, sarebbe dovuta cadere

anche quella dei figli, cui in ogni caso faceva innocenti l'età novella.

Ma esso, con le sue terribili lettere, non era, verso la patria,

innocente: egli aveva fatto guerra alla guelfa città. Ed egli ora fa

annunziare la tregua. Risponde, con questi versi, alla riforma di Baldo

d'Aguglione. Dice: sta bene! La immensa idea del poema sacro lo

incatena. Anche se i Fiorentini vorranno impietosirsi e richiamarlo,

egli non verrà, se non compiuto il poema che non è ancora cominciato.

Quando per più anni questo avrà fatto macro il suo signore, e il

triplice regno dell'oltremondo sarà descritto, allora sì: certo essi lo

vorranno tra loro il Poeta, cinto di gloria, e il Poeta tornerà, non

come un bandito cui si perdona, ma come un trionfatore che s'incorona.

L'Alpigiana che Dante amò nel suo anno quadragesimo ottavo, era dunque

l'idea del suo poema, apparsagli come lampo tanto luminoso quanto

rapido, seguito dal rimbombo confuso e lungo d'una meditazione piena di

sgomento. Per una di quelle enormi ironie che la storia registra, nè

altre ne conta più enorme di questa, la tradizione a questa Alpigiana

eterea come il baleno, dalla voce di tuono che si franga tra l'alpi,

prestò il gozzo, forse comune in alcuna di quelle vallate o borgate. La

critica ha saputo distruggere la stolida credenza d'un amor volgare di

Dante quasi vecchio, il quale ne scriva goffamente a Moroello; fosse

egli il “vapor di vai di Magra„, uomo perciò grave e forte, o il

giovanetto amico di Villafranca, unito al savio e dotto esule, come è

verosimile, per la reverenza e l'ammirazione. A Moroello, invece, era

ben naturale che Dante desse il nunzio della Comedia, come per oracolo,

che forse egli solo al mondo poteva sciogliere. E qui alla probabilità

sottentra l'evidenza.

Moroello Malaspina, al quale indirizzò l'epistola e l'augurale canzone,

è (senza entrare in questioni) per certo, dunque, un di quelli che

l'aveva ospitato nel suo castello, che il poeta magnificando chiama

_curia_, di Lunigiana, alcuni anni prima. Mentre il Poeta là dimorava,

avvenne ciò che narra il Boccaccio, così. Dante, egli narra, aveva

cominciata, poi tralasciata la Comedia. “Ma non avvenne il poterne così

tosto vedere il fine, come esso per avventura immaginò; perciò che

mentre egli era più attento al glorioso lavoro, avendo già di quello

sette canti composti, dei cento che deliberato avea di farne,

sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, ovvero fuga, per la

quale egli, quella et ogni altra cosa abbandonata, incerto di sè

medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma non potè

la nemica fortuna al piacer di Dio contrastare. Avvenne adunque che

alcun parente di lui, cercando per alcuna scrittura in forzieri, che in

luoghi sacri erano stati fuggiti nel tempo che tumultuosamente la

ingrata e disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta

vendetta, corsa alla casa, trovò un quadernuccio, nel quale scritti

erano li predetti sette canti: li quali con ammirazione leggendo, nè

sappiendo che fossero, del luogo dove erano sottrattigli, gli portò a un

nostro cittadino, il cui nome fu Dino di Messer Lambertuccio, in que'

tempi famosissimo dicitore in rima, e gliel mostrò. Li quali avendo

veduto Dino, e maravigliatosi sì per lo bello e pulito stile, sì per la

profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole

gli pareva sentire, senza fallo quegli essere opera di Dante immaginò; e

dolendosi quella essere rimasa imperfetta, e dopo alcuna investigazione

avendo trovato Dante in quel tempo essere appresso il marchese Moruello

Malaspina, non a lui, ma al marchese e l'accidente et il desiderio suo

scrisse, e mandogli i sette canti. Li quali poichè il marchese, uomo

assai intendente, ebbe veduti, e molto seco lodatigli, gli mostrò a

Dante, domandando se esso sapea cui opera stati fossero. Li quali Dante

riconosciuti, subito rispose che sua. Allora il pregò il marchese che

gli piacesse di non lasciare senza debito fine sì alto principio. Certo,

disse Dante, io mi vedea nella ruina delle mie cose questi con molti

altri miei libri avere perduti, e perciò sì per questa credenza, e sì

per la moltitudine delle fatiche sopravvenute per lo mio esilio, del

tutto avea la fantasia, sopra questa opera presa, abbandonata. Ma poichè

inopinatamente innanzi mi sono ripinti, e a voi aggrada, io cercherò di

rivocare nella mia memoria la imaginazione di ciò prima avuta, e secondo

che grazia prestata mi fia, così avanti procederò. Creder si dee lui non

senza fatica aver la intralasciata fantasia ritrovata; la quale

seguitando, così cominciò: _Io dico seguitando ch'assai prima_ etc.;

dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può la ricongiunzione

dell'opera intermessa riconoscere„.[248]

Togliete da questa narrazione ciò che è frasca e fantasia o logica del

narratore; togliete specialmente ciò che cotesta fantasia ha aggiunto in

contradizione coi fatti; per esempio che fossero i sette canti de' quali

nel sesto Ciacco predice cose avvenute nell'anno del bando; la qual

aggiunta si deve a quel principio del canto ottavo, che appunto il

narratore cita; togliete quel che volete: la narrazione in fondo vi

apparirà esatta.[249] Dante aveva intermessa la mirabile visione,

sebbene, non per essere stato cacciato in esilio, sì per essersi

incamminato nella via della vita civile. Però dal 1292 al '95, su per

giù, aveva studiato con la mente a quella. È naturale quindi che avesse

scritto alcunchè, delle sue grandi fantasie mistiche, in prosa e magari

in versi. Questi appunti o questa bozza venuta sotto gli occhi di Dino

di messer Lambertuccio, è naturale che lo facesse maravigliare “sì per

lo bello e pulito stile, sì (aggiungiamo noi, specialmente) per la

profondità del senso, il quale sotto la ornata corteccia delle parole,

gli pareva sentire„. Ed è naturale che questi appunti o questa bozza non

fosse d'opera che nel 1301 o '2 avesse alle mani (chè altrimenti

l'avrebbe recata seco, dovunque egli fosse allora) sì di cosa da tempo

intralasciata. Ma la verità lampeggia nella circostanza, che tale,

comunque fosse cominciamento creduto della Comedia, si fosse mandato a

Moroello, al quale è indirizzata la epistola sibillina e la canzone

augurale. Queste fanno veder di essere rivolte a un iniziato, a uno che

di tali cose avesse ragionato in altri tempi, e ora potesse comprendere.

Dante con esse dice a Moroello: “Sì, quel poema di cui voi allora

m'esortaste a riprender l'idea, sì, lo farò. Appena toccato l'Arno,

l'antico amore m'ha ripreso. Ma qual terribil cosa! Ho lasciato il

Convivio, e sotto la guida d'Amore comincio il gran viaggio. A voi è

giusto che lo faccia sapere„.

XXIII.

LA SELVA E LA FORESTA

In Ravenna, nella città dove aveva già fatto l'ultimo nido l'aquila,

prima che sotto lei Carlo Magno vincesse, Dante cominciò è finì il poema

sacro che aveva ripensato nel Casentino, consolando con la visione

giovanile il suo profondo dolore per la morte dell'alto Arrigo e per lo

svanire d'ogni sua speranza. Lo cominciò disegnando, sin dal primo canto

proemiale, e lo svolgimento del poema e, specialmente, la prima parte

del viaggio, per cui lo condurrà Virgilio: da una selva a una foresta.

Chè in vero a Virgilio che gli ha proposto questo viaggio e poi ha

aggiunto che se vorrà, potrà salire anche al cielo, Dante, che per una

ragione dottrinale non può volere ora ciò che vorrà allora, risponde:

Poeta, i' ti richieggio,

· · · · · · · · · · · · · ·

che tu mi meni là dov'or dicesti,

sì ch'io vegga la porta di San Pietro

e color che tu fai cotanto mesti:

il purgatorio, cioè, e l'inferno, come Virgilio gli ha proposto

l'inferno e il purgatorio. La selva, con la quale il poema s'inizia,

presuppone la foresta, con cui si chiude la seconda cantica.

Il Poeta disegnando la selva oscura, dove il sole taceva, aveva già in

mente la foresta che solo temperava agli occhi la luce; figurando quella

come amara quasi quanto la morte, pensava quell'altra che è divina e

viva; quella selvaggia, aspra e forte; quell'altra piena di odori, di

brezze, di canti d'uccelli; quella che ci s'entra senza saper d'entrare

e che si riguarda con orrore e si ripensa con paura; quell'altra che si

è vaghi di cercar dentro e dintorno. Dante sin da quando sè

rappresentava come naufrago in una valle, in un deserto, in un basso

loco, sentiva frusciare la pineta “in sul lito di Chiassi„. Ciò a

conferma, non a prova. Cominciò, dunque. Narrò di essersi ritrovato in

una selva oscura

nel mezzo del cammin di nostra vita,

cioè a trentacinque anni, cioè nell'anno mille e trecento.[250] Il sole

era in Ariete: era dunque l'equinozio. La notte che aveva passata con

tanta pietà, fu uguale al dì che dal principio del mattino all'andarsene

del giorno Dante passò nella piaggia diserta procedendo verso il colle e

arretrando da quello sino alla selva.[251] Dante chiamerà poi decenne la

sete che ebbe di Beatrice; (Pur. 32,2) Beatrice dirà, che egli volse i

passi per via non vera, tosto ch'ella morì. (Pur. 30, 124) Orbene: i

dieci anni, dal 1290 al 1300, di traviamento, non sono da considerarsi

tutti passati nella selva e nella notte, ma anche nella piaggia diserta

e nel giorno, sino alla sera, nella quale, dopo un nuovo colloquio con

Virgilio, entra nell'oltremondo. Il tempo passato nell'oltremondo va

computato a parte: quei giorni, quanti che siano, sono di

ventiquattr'ore, mentre la notte e il dì che lì precede sono un decennio

intero. E poichè era l'equinozio, possiamo affermare che Dante affermi

d'aver passato cinque anni nella selva e cinque nella piaggia diserta.

Il che sembra veramente coincidere con l'entrata di Dante nella vita

civile, la qual entrata fu nel 1295. E a puntino; perchè entrò o pensò

d'entrare nella vita civile nella primavera, come nella primavera

riprese via per la piaggia diserta.[252]

In tal caso il verso “mi ritrovai per una selva oscura„ è più

comprensivo che non paia. Selva, la cui imagine mal si può disgiungere

da bestie selvaggie, indica nel primo verso, ciò che “valle„ nel

colloquio con Brunetto: (Inf. 15, 30) sì la selva “fonda„ (Inf. 20, 129)

e sì la piaggia diserta son tutte una selva: fonda, quella nella notte,

e la luna, sebben piena, a stento mostrò la via; rada, questa, come si

capisce dall'antitesi, sia che fonda indichi il mezzo, sia che indichi

il folto.[253]

Ma con ciò (intendiamoci!) non cessa la distinzione tra selva e piaggia.

Solo si deve avvertire che bisogna aggiungere un aggettivo a selva

traendolo, anche più che dalla sua asprezza e fortezza, dal tempo che

Dante vi passò. Nella selva egli fu di notte, nella piaggia si trovò di

giorno. Selva oscura, dunque: oscura, non ostante che ci fosse la luna,

non ostante che la luna fosse piena;[254] perciò oscura, perchè molto

spessa. E tuttavia il concetto d'oscurità proveniente dalla notte,

predomina, così come spesso l'essenza mistica mal si accomoda sotto la

pervenza letterale.

Per dirla più esattamente, la selva della Comedia è quel medesimo che la

selva del Convivio. Della quale il poeta così parla: “L'adolescente

ch'entra nella selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere il buon

cammino...„. (Co. 4, 24) La selva erronea è la vita; la vita cosciente,

nella quale si erra se non si è guidati. E così è la selva della

Comedia: la vita, nella quale è l'oscuro e il chiaro, la via diritta e

la via torta, anzi due grandi strade e molti tragetti. “Noi potemo avere

in questa vita due felicità, secondo due diversi cammini buoni e ottimi,

che a ciò ne menano: l'una è la vita attiva, e l'altra la

contemplativa„. (Co. 4, 17) Sono, le operazioni proprie di queste due

vite, “vie spedite e direttissime a menare alla somma beatitudine, la

quale qui non si puote avere„. (Co. 4, 22). Ora, queste due vie che

menano tutte e due a Dio, Dante altrove chiama, e ben a ragione,

“_cammino_ (al singolare) di nostra vita„, che è volto al termine del

suo sommo bene. (Co. 4, 12) Sicchè intende di tutte e due le vie, quando

soggiunge: “Questo cammino si perde per errore, come la strada della

terra: chè siccome da una città a un'altra di necessità è un'ottima e

dirittissima via, e un'altra che sempre se ne dilunga, cioè quella che

va nell'altra parte, e molte altre, qual meno allungandosi e qual meno

appressandosi; così nella vita umana sono diversi cammini, delli quali

uno è veracissimo e un altro fallacissimo, e certi men fallaci e certi

men veraci. E siccome vedemo che quello che dirittissimo va alla città

compie il desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in

contrario mai nol compie e mai posa dare non può; così nella nostra vita

avviene: lo buono camminatore giunge a termine e a posa; lo erroneo mai

non la giugne, ma con molta fatica del suo animo sempre cogli occhi

golosi si mira innanzi„. (Co. 4, 12) Intendiamo qui dunque che Dante

parla di ognun dei due cammini, i quali hanno, come s'è visto, la meta

comune; e per questa comunanza Dante li considera uno solo. E ognun di

questi due cammini, della vita attiva e della contemplativa, è il

veracissimo tra diversi cammini, e c'è con esso il fallacissimo, e certi

men fallaci e certi men veraci. Il che torna a dire: Due vie ha la

nostra vita. Tutte e due conducono a una meta nell'esistenza nostra

oltremondana: a Dio. Ma in questa esistenza mondana conducono a due

beatitudini diverse, una imperfetta, l'altra quasi perfetta. E ogni

uomo, in ambedue le vie, può andar verso la meta e può andare al punto

opposto, o può prendere sentieri diversi, più o meno deviando e

tardando.

E Dante nella Comedia dice che nella selva della vita smarrì la strada,

(a 35 anni?) e si ritrovò nella oscurità di essa selva, cioè in luogo

dov'ella era selvaggia e aspra e forte e paurosa: poi, al mattino, fu

all'orlo di essa selva, dove ella era men folta, e vide un colle

illuminato dal sole, che è una delle due mete in questa esistenza. Ma

questa meta non era quella che doveva e poteva raggiungere, e perciò la

via che imprese nella piaggia diserta verso il colle, non era la via

diritta. La via diritta, l'abbandonò pien di sonno. E questa via era

quella cui seguendo, egli era “in dritta parte volto„; era l'altra via,

la via della vita contemplativa. Dunque, riassumendo, Dante nella selva

o valle della vita, prima era per quello dei due cammini, che mena alla

felicità quasi perfetta od ottima in questa vita. Si smarrì. Entrò nel

folto di essa selva, nel basso di essa valle. Ci si ritrovò, dopo una

notte d'angoscia e di paura. Era, quando rinvenne dal suo errare,

sull'orlo o sulla radura della selva, e per l'altro cammino, che conduce

alla felicità buona, rispetto all'ottima, imperfetta, rispetto alla

quasi perfetta. Quel cammino e' non potè tenere, sì che arretrando e

ruinando veniva già a esser di nuovo nell'oscurità della selva e nella

bassura della valle.[255]

Che è la selva oscura nella quale Dante si smarrì deviando da quella

diritta via, in cui quando camminava, egli era in dritta parte volto? la

selva oscura dove il sol tace e che è in basso loco, nella quale tornava

ruinando dopo essersi provato a salire il colle?

Ella è, prima di tutto, oscura. È quasi morte. È piena di paura. È

bassa. (Inf. 1, 14, 61)[256] Chi ci si aggira, è vile perchè ha paura,

vilissimo perchè ne ha tanta (chi non segue il cammino mostratogli è

vile); è cieco (naturalmente, perchè la selva è oscura), onde il Poeta

fa l'altro viaggio “per non esser più cieco„; (Pur. 26, 58) è morto,

poichè ella non lascia mai “persona viva„, ed ella è in vero tanto amara

“che poco è più morte„; è servo, poichè Dante medesimo esclama ver

Beatrice, che gli ha mandato Virgilio, quando il suo amico era volto per

paura, e lì lì per morir di nuovo (Inf. 2, 64), cioè quando ruinava in

basso loco; esclama:

Tu m'hai di servo tratto a libertate!

(Par. 31, 85)

E invero Virgilio dice a Catone, che il suo discepolo andava cercando

libertà (Pur. 1, 71); e libero invero lo proclama al termine del viaggio

in cui esso gli è duce. (Pur. 27, 140) Sicchè la libertà Dante

l'acquista (dovremmo dire, riacquista), già nell'orlo della divina

foresta, non nell'empireo. Il che egli dice chiaramente a Beatrice

stessa, affermando ch'ella lo trasse a libertà, mediatamente,

per tutte quelle vie, per tutt'i modi

che di ciò fare avean la potestate.

(Par. 31, 86)

E lo dichiara Beatrice, quando appunto in Virgilio rimette queste vie e

questi modi:

Or muovi, e con la tua parola ornata

e con ciò ch'ha mestieri al suo campare,

l'aiuta sì ch'io ne sia consolata.

(Inf. 2, 67)

Dante dunque divien libero (dovrei dire, ridiventa) sul grado superno

della scala, col sole avanti che lo illumina in fronte. (Pur. 27, 125)

Lo tuo piacere omai prendi per duce:

gli dice Virgilio; ed esso profitta di quest'annunzio di libertà,

mostrandosi subito

vago già di cercar dentro e dintorno

la divina foresta spessa e viva

(Pur. 28, 1)

Ripensando che nella selva oscura entrò pien di sonno, ossia in istato

d'incoscienza e di mancanza di _libertà d'arbitrio_;[257] vediamo

delinearsi la perfetta antitesi tra la selva oscura e la divina foresta;

le quali sono tutte e due un'_antica selva_, (Pur. 28, 23) se l'una è

l'Eden e l'altra è la selva erronea della vita. E da tale antitesi

possiamo subito rilevare il senso allegorico della selva. La foresta

dunque è l'Eden, è il luogo dove fu “_innocente ~l'umana~ radice_„,

(Pur. 28, 142) è, cioè, la sede dell'originale innocenza: la selva

oscura è, dunque, la sede del peccato originale. Così chi è in essa,

vale a dire, chi è nel peccato originale, è servo, cioè privo di libero

arbitrio; è cieco, cioè privo del lume (diciamolo con Dante) che c'è

dato a bene e a malizia. (Pur. 16, 75) Alla qual servitù e cecità

equivalgono le altre due qualità di morto e di vile o impacciato dalla

paura. Perchè la viltà impedisce ogni azione, cioè è contraria alla

libertà; e la morte è lo stato di chi appunto è privo di quel lume, che

è, con altre parole di Dante, “la virtù che consiglia„; (Pur. 18, 62)

senza la quale l'uomo non potrebbe meritare, cioè vivere; senza la quale

l'uomo non userebbe la ragione, cioè non vivrebbe; chè “vivere nell'uomo

è ragione usare„. (Co. 4, 7) Possiamo dunque tenere sole le due

espressioni; libero volere e lume a bene e a malizia, quali sono in

questi terzetti: (Par. 16, 75)

_Lume_ v'è dato a bene ed a malizia,

e _libero voler_ che, se fatica

nelle prime battaglie col ciel dura,

poi vince tutto, se ben si notrica.

Dunque libero volere e lume, significati nelle grandi parole di Virgilio

così: (Pur. 27, 131)

Lo tuo piacere omai prendi per duce!...

Vedi là il sol che in fronte ti riluce!

Prima di procedere oltre, bisogna convincere quelli, i quali, osservando

che ciechi, per esempio, sono chiamati da Dante peccatori d'altro che di

peccato originale, rifiutino _a priori_ questa semplice evidente

irrecusabile dichiarazione della selva oscura, quale si ricava subito

dall'antitesi con la soleggiata foresta. Sì: ciechi sono detti i

compagni di pena di Ciacco, che (Inf. 6, 91)

gli diritti occhi torse allora in biechi:

guardommi un poco; e poi chinò la testa:

cadde con essa a par degli _altri ciechi_.

Si potrebbe rispondere che ciechi sono chiamati i golosi, non i dannati

in genere, almen qui; ciechi per la medesima ragione per cui la femmina

balba ha “gli occhi guerci„, (Pur. 19, 7) a dinotare l'offuscamento e

perdita della vista portati dalla crapula; e che tal cecità deriva dalla

medesima intenzione che mise a giacere in così sozza mistura quei

peccatori, e li dipinse cogli occhi stravolti e col capo barellante e

col corpo caduco; dalla medesima particolare intenzione che diede così

mala luce agli eresiarche e forò le palpebre agl'invidi del purgatorio.

Ma non appaghiamoci di queste ragioni. Cieco carcere (Inf. 10, 58; Pur.

23, 103) cieco mondo (Inf. 4, 13; 6, 93; 27, 25) è detto l'inferno:

cieco fiume (Pur. 1, 40) il suo fiume. Se notte è nella selva, notte è

nel regno dei morti; se tenebre sono nel limbo, tenebre son

nell'inferno. (Inf. 5, 28 etc.) Dunque? Dunque bisogna ricordare che il

peccato originale contiene virtualmente tutti i peccati attuali, perchè

è il peccato.[258] È naturale, dunque, che sia la tenebra ne' peccati e

peccatori attuali, se c'è nell'originale. Come è naturale che ci sia la

servitù. Servi sono, ossia, privi di libertà, tutti i peccatori

dell'inferno. Sono in fatti, per non dilungarci, in un carcere. _Carcere

cieco_, è la formula esatta e comprensiva dell'inferno, luogo dove non è

più volere e non più lume. Ma con ciò non si deve confondere il peccato,

che è un difetto e non un reo, è un non fare, non un fare, di Virgilio e

dei parvoli innocenti, che pur sono “nel primo cinghio del carcere

cieco„, con gli altri prigionieri, tormentati e sepolti, del cieco

carcere. Come non si deve credere che nella selva oscura ci sia altro

che quel difetto di volere e di lume, che dicemmo. In verità, dicano

quelli che vedono nella selva oscura ogni vizio, dicano, perchè non sono

in essa le tre fiere, dicano perchè le fiere siano nella radura e non

nel folto e si mostrino di giorno e non di notte. Ci sono nella selva

oscura tutti i vizi e peccati fuor che quelli figurati nelle tre fiere?

Questo, s'intende, chiedo a quelli che non credano ancora (suppongo che

sian pochi) che le tre fiere siano tutto il peccato attuale.[259] Siano,

invece, tre peccati speciali, invidia o lussuria, superbia, lussuria o

avarizia, o quel che vogliano gl'interpreti; ma questi medesimi

interpreti si propongano ora anche altri problemi; se tutti i peccati o

vizi eran nella selva oscura, come mai questi tre son fuori, nella

piaggia diserta? Oppure: quali son dentro, posto che dentro siano quelli

che non son fuori? perchè gli uni sono figurati in una selva (vedremo

che d'un solo peccato o d'una sola condizion d'animo, la selva può

essere figurazione) e gli altri in bestie? perchè le bestie, delle quali

una, anzi due, se non tutte e tre, amano predar di notte, Dante non le

ha sentite ruggir nella notte e nel folto della selva selvaggia?[260] E

s'ingegnino, e lascino, come è naturale, il tempo che trovano. Ovvero

(anticipo una lor _trovata_) ovvero, la selva sarà il cumulo e il

viluppo tenebroso de' peccati di Dante, e le tre fiere diverranno tre

peccati _altrui_ che impediscano il gran peccatore, uscito fuor del

pelago? Ma non insisto. Chiarire l'errore e le assurdità altrui non mi è

mai sembrato che equivalga a dimostrare la verità e l'esattezza propria.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 19 / 42 段