perchè preme il cuore prima che si dica; l'altra rifugge dal richiamare
un piacere. Ma perchè il ricordo del bene è così doloroso come il
ricordo del male? Perchè manca nell'uno e nell'altro caso, la speranza;
la speranza di annullare quel male e di richiamare quel bene: disperato
dolore. Se la sentenza di Ugolino è un noto verso di Virgilio, quella di
Francesca, che il dottore di Dante sa, è il sunto di tutta una storia di
lui. E un'imprecazione hanno infine ambedue; l'una: Caina attende chi
vita ci spense... l'altro, non dice nulla, ma come cane addenta il
cranio del nemico. Tacciono i compagni o vicini, tutti e due; mentre la
donna fa il racconto d'uno spasso cavalleresco, qual'è la lettura d'un
romanzo d'amore; e l'uomo narra un sogno, orribile e sanguinoso, ma
d'uno spasso pur cavalleresco: una caccia. E non è da tralasciare che in
principio dell'un dramma si parla delle foci del Po, e in fine
dell'altro, delle foci dall'Arno; opposte foci, come è opposto l'amore e
l'odio, il principio dell'inferno e la fine, il bacio che trema lassù e
il morso che scricchiola laggiù.
Or vediamo quanta persuasiva congruenza è nei tratti della vita di
Dante, che ci paiono certi, con la genesi, che ci studiamo di rilevare,
del suo poema. L'esule fiorentino all'avvento di Enrico ritrova nel
cuore rinfrescate tutte le speranze del ritorno e tutte le memorie della
patria. Stando alla fonte dell'Arno, egli rivive il tempo che di poco
precede l'esilio. Si vede, senza sforzo, nel mezzo del cammino della sua
vita, così grama da più d'un decennio. Tutto e tutti, che erano nella
sua patria, quando dovè lasciarla o non potè rientrarvi, gli appariscono
vivi della vita d'allora, col sembiante di quei tempi. Aspetta, errando
forse di castello in castello, nel Casentino. Quei luoghi, quei
discorsi, quei personaggi gli s'imprimono nella mente. Egli conosce
(almeno ne sente parlare) la figlia del conte Ugolino: apprende o
ricorda quel lugubre dramma, tanto più ch'egli è forse andato a Pisa, a
veder l'imperatore e Uguccione. Sente là parlar bene di Can della Scala,
ch'egli aveva conosciuto fanciullo. Quando Arrigo inopinatamente muore,
ogni speranza crolla. Egli ripercorre le vicende di quella corsa punto
faustissima: Ci voleva più rapidità e risoluzione: il Cane doveva essere
più veloce: doveva esser veltro, contro questa che non è una volpicella,
ma una lupa. Il Casentino non è più rifugio sicuro per lui: quei conti
sono troppo abituati a cambiar parte.[235] E passa le “alpi di
Appennino„. Si fermò egli a Forlì, da Scarpetta degli Ordelaffi? È
possibile.[236] Ma ecco che un cavaliere, di potente famiglia e di
liberali studi, sa di lui; e lo invita a venire a Ravenna. Potrà vivere
colà quieto, benchè la città sia guelfa; lo assicura il cavaliere
gentile, che è spregiudicato ed equanime. D'altra parte, egli si
guadagnerà il suo pane insegnando in quello studio.[237] Oh! sì:
rinunziamo a tutto; alle parti e magari alla patria! E ripensa alla sua
Beatrice, che aveva trasformata in sapienza, la quale non si trova se
non nella via della contemplazione, uscendo, in cotal guisa, dal grave
involucro terreno. E riprende la MIRABILE VISIONE.
La città è antica. È piena di chiese e di santi. Sono in quelle chiese
teorie di santi estatici, che hanno riflessi di cielo. Una grande
foresta è ai confini dell'orizzonte.[238] Per certo in quella errò
meditabondo. E da una selva comincia il poema. Il viatore cammina da una
selva selvaggia a una divina foresta: poi da viatore si fa comprensore,
e ascende. Là dove ascende, udrà parlare Giustiniano e gli apostoli,
vedrà trionfare il Redentore, le cui imagini ammira già ne' musaici
orientali di San Vitale. Subito a principio della Comedia egli narra la
storia di Francesca che non aveva potuto saper prima, o non avrebbe
voluto prima abbellire e sublimare. La storia di Francesca si abbina ad
altra più lugubre, pure appresa o ricordata in quelli ultimi tempi.
Fiorenza, cui tanto bramò pochi mesi prima, il Casentino da pochi mesi
lasciato, la Romagna in cui è e dimora gli forniscono a dovizia materia
per il grande edifizio. Si aggiungono tutti gli studi che già iniziò nel
1291, tutta l'esperienza acquistata quando errava come legno senza vela,
tutte le cognizioni tesoreggiate per il Convivio e per la Volgare
Eloquenza, tutti i raziocinii già esposti nelle epistole e nel
cominciato libro di _Monarchia_; tutte le speranze deluse, tutte le
memorie risognate, tutte le sue ire, tutti i suoi amori; e nella
silenziosa città della marina Padana, già rifugio dell'impero di Roma,
tutta odorata di profumo ascetico, piena d'arche, piena di monumenti,
piena di visioni, egli pon mano al Poema Sacro.
XXII.
L'ALPIGIANA
Dicono che nell'Inferno non sono allusioni che vadano oltre il 1308, e
che quindi nel 1308 la prima cantica era compiuta. Dove sono, io chiedo,
nelle altre cantiche allusioni che vadano così lontano? Non si va, in
esse, oltre il 1313, anno della morte di Arrigo. Dunque la Comedia era
finita in quell'anno? Il fatto è che gli avvenimenti dopo il trecento
non potendo essere accennati che a mo' di profezia, il Poeta non poteva
abbondare in accennarli e profetarli. E tuttavia la prima cantica
contiene un'allusione che va più in là della morte di Arrigo: quella
della morte di Clemente, il Guasco che l'ingannò. Nicolò, il figliuol
dell'orsa dice che sarà più il tempo da che egli sta sottosopra a
cocersi i piedi, che non sarà quello che ci starà Bonifazio. Nicolò
morto nel 1280 starà dunque sottosopra sino al 1303 nel qual anno morrà
Bonifazio: dunque ventitrè anni. E Bonifazio dovendo star così sino alla
morte di Clemente, che è per essere nel 1314, ci starà soli undici anni.
Si allude qui, dunque, all'anno 1314. Ed è il canto XIX. (v. 76) C'è poi
nel XXVIII il (v. 76) fatto di Guido e Angiolello mazzerati da
Malatestino; il qual fatto è posto nel 1312. E a ogni modo è di quelli
che Dante difficilmente poteva sapere fuor di Romagna e di Ravenna. Al
qual proposito ricordo di nuovo Marcabò che è nominato a proposito di
Piero, il cattano seminator di scandoli, prima de' duo miglior di Fano:
(v. 73)
Rimembriti di Pier da Medicina
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.
Invece di credere col Ricci, che queste parole non poterono essere
scritte “che prima del 1309, mentre cioè Marcabò esisteva„,[239] io
credo che non poterono essere scritte che dopo il 1313 o il '14, dopo,
cioè, il tempo, che Dante ebbe conosciuti i Polentani e le loro gesta.
Questa designazione che fa Dante della valle del Po, da Vercelli a un
castello qualunque, deve essere spiegata come qualunque altra operazione
mentale di qualunque omicciuolo. Perchè il pensiero di Dante si fissò in
Vercelli e Marcabò? Vercelli altra volta ricorse alla penna
dell'Alighieri: nella lettera ad Arrigo: “la qual (rabbia), poichè si
sarà chetata sotto il flagello, rigonfierà a Vercelli, a Bergamo,
altrove...„ Il nome di Vercelli è qui a mo' d'esempio, come un altro
qualunque. Ma perchè si presentò al pensiero di Dante? Forse per il suo
studio o forse per il suo assedio passato. E Marcabò, in quest'altro
passo, in cui è accoppiato a Vercelli, perchè? Appunto, per la sua
distruzione, fatta dai Polentani, coi quali ebbe che fare il cattano che
cavalcando per la Romagna sommoveva tra loro, con sue lettere, Messer
Malatesta da Rimino e Messer Guido da Ravenna. Sicchè è molto più
ragionevole affermare che il verso fu scritto dopo il 1309, che dire che
non potè essere scritto che prima.
Ma c'è, oltre le molte dichiarate più sopra, una nuova ragione positiva
per affermare che la Comedia non fu cominciata che intorno alla morte di
Arrigo: Dante stesso narra questo cominciamento!
Nel 1306 Dante era in Lunigiana, presso i Malaspina, come risulta da un
atto del 6 ottobre di quell'anno, col quale egli è nominato procuratore
dai marchesi Franceschino, Moroello e Corradino Malaspina per concludere
la pace col Vescovo di Luni; pace che concluse. All'ospitalità, certo
condegna, come di tali che adoperavano l'esule in così importanti
negoziati, allude il Poeta nella Comedia. (Pur. 8, 115) Or v'è di lui
una epistola latina _Domino Maroello Marchioni Malaspinae_, la quale ha
da esser posta insieme con quelle ai Principi, ai Fiorentini e ad
Arrigo, e con quelle scritte per Gherardesca da Battifolle.[240] Non ha
ella per vero la soscrizione solita; perchè termina in tronco,
presentando qualcos'altro, che secondo ogni probabilità, è un
componimento poetico, la canzone _Amor, dacchè convien_, in fondo alla
quale, se mai, tal soscrizione è da cercare. Ed ella invero ha nel
commiato:
O montanina mia Canzon, tu vai:
forse vedrai Fiorenza la mia terra,
e a principio dell'ultima stanza ha
Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi
nella valle del fiume;
i quali accenni equivalgono bene a _in finibus Thusciae sub fonte
Sarni_. E corrispondono a questa frase dell'epistola: _cum primum pedes
iuxta Sarni fluenta securus et incautus defigerem_.
La canzone, _Amor, dacchè convien_, è per certo ciò che Dante annunzia
in fine all'epistola con le parole: _Regnat itaque Amor in me, nulla
refragante virtute; qualiterque me regat, inferius, extra sinum
praesentium requiratis_. Invero la canzone comincia
_Amor_, dacchè convien pur ch'io mi doglia
perchè la gente m'oda,
e mostri me _d'ogni virtude spento_.
E nella seconda stanza c'è:
_Quale argomento di ragion raffrena_
ove tanta tempesta in me si gira?
E nella terza:
La nemica figura che rimane
vittoriosa e fera,
_e signoreggia la virtù che vuole_.
E altrove sono altre imagini a dichiarare il concetto che è nelle
parole: _regnat... Amor in me nulla refragante virtute_. Il poeta dice
di sè, che è “in potere altrui„, che è feruto, senza vita, tutto
tremante di paura, serrato da una catena, senza più libertà. E nella
epistola, oltre che nella fine, sono di tai concetti anche più su. Vi si
parla di _vincula_, di _negligentem carceratum_, di _terrore_, di _Amor
terribilis et imperiosus_, di _dominus_ che _occidit_... _expulit_...
_ligavit_... _relegavit_... _liberum arbitrium ligavit_; sì che al Poeta
convien andare ove vuol lui, non dove vuol esso. Inoltre l'amore è
raffigurato nell'epistola così: “una donna, come folgore che cada,
m'apparve... Oh! quanto rimasi attonito nel mirarla! Ma lo stupore cessò
col terrore del tuono che seguì il baleno. Chè come alle corruscazioni
divine succedono subito i tuoni, così, veduta la fiamma della bellezza
di lei, ecco l'Amore terribile e imperioso mi tenne„. E nella canzone,
stanza quarta, dice che egli rimane senza vita, dopo che è feruto dagli
occhi della “nemica figura„. Poi, l'anima torna al cuore, ma tutta
smemorata. Esso si riprende a stento e trema tutto e impallidisce per il
tuono che gli giunse addosso:
che se con dolce riso è stato mosso,
lunga fiata poi rimane oscura (la faccia)
perchè lo spirto non si rassicura.
C'è qui dunque un lampeggiar di dolce riso, seguito da un rimbombo, che
fa tremare, impallidire, stupire e dimenticare.
Che l'epistola e la canzone fossero composte nel Casentino, e al tempo
della discesa di Arrigo, si conferma per questa notizia del Boccaccio:
“troviamo lui sovente avere sospirato e massimamente dopo il suo
esilio... vicino allo estremo della sua vita, nell'Alpi di Casentino per
una _Alpigiana_, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso
avesse, era gozzuta. E per qualunque fu l'una di queste, compose più e
più lodevoli cose in rima„. Di che si ricava che la canzone _Amor,
dacchè convien_, dove è tale intensa espressione d'amore improvviso e
fiero, era interpretata, e da altri che dal Boccaccio, come veramente
amorosa; e, ciò che più monta, si sapeva che era stata scritta nell'Alpi
di Casentino, da lui vicino all'estremo della sua vita: nel tempo,
dunque, come facilmente s'argomenta, che corre dal 1311 al 1313,
quand'egli aveva da 46 a 48 anni.
Nell'epistola è un espressione sospetta al primo editore di quella: _ad
conspectum Magnificentiae vestrae presentis_ oraculi seriem _placuit
destinare_. Il Witte suppone _oratiunculae_. Male. Sì _destinare_ e sì
_seriem_ mostrano che sta bene _oraculi_. Il destino o _fatum_ definisce
Cicerone _ordinem seriemque causarum_.[241] Servio ha la definizione del
fato secondo Iulio: _fatum est_ connexio _rerum per aeternitatem_,
commentando l'oracolo di Eleno,[242] al verso _volvitque vices, hic
vertitur_ ordo. E Dante sapeva come
al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di Sibilla.
(Par. 33, 65)
Sapeva, egli che sapeva tutta quanta l'Eneida, che la Sibilla dopo aver
scritte su foglie l'oracol suo, _digerit in numerum_, e finchè rimangon
ferme _neque ab_ ordine _cedunt_, si posson leggere.[243] Quest'idea di
serie, ordine, connessione è accoppiata sì a fato sì a oracolo, che è
interpretazione del fato. E ce ne persuade anche più il verbo
_destinare_. Ricordiamo il racconto di Sinone, cui Calcante, dopo aver
taciuto un pezzo, _destinat arae_. Ciò interpretando un “oracolo„,
l'oracolo portato da Euripilo a cui Dante pensò altra volta. (Inf. 20,
112) _Destinat_, potè pensare Dante, è la parola che ci voleva per
indicare un'assegnazione manifestata mediante l'oracolo; ed è perciò
solenne e sacra dove d'oracoli si parli. E sta bene, dunque, _oraculi
seriem destinare_. Ma che vuol dire? Vuol dire appunto “proporre a
risolvere questo oracolo sibillino„. E quindi è giusto, più giusto che
per altre canzoni, le quali è pur così giusto interpretare
allegoricamente, prepararsi a vedere nella donna che scende come
folgore, altra donna di quel che paia. Ma leggiamo la lettera.
“Perchè al Signore non restino ascosi i legami del servo suo (servo il
cui padrone era l'affetto vostro, la grazia vostra gratuita)[244],
perchè le dicerie, una cosa riportata per un'altra, il che è semenzaio
di false opinioni, non divulghino che _il servo_ s'è fatto mettere, per
non badarsi, in prigione; mi piacque al cospetto della Magnificenza
vostra proporre questa specie d'oracolo di Sibilla.
Quando io m'allontanai dal limitare della vostra corte, che dopo ebbi a
sospirare (in essa voi vedeste quasi meravigliando che io ero libero,
_sebben vostro servo_),[245] mentre senza più pensieri e precauzioni
piantavo i piedi lungo le correnti d'Arno, a un tratto, ahimè! una
donna, calando come folgore, apparse, non so come, conforme ai miei
auspicii d'ogni parte per costumi e bellezza. Oh! quanto rimasi attonito
all'apparir di lei! Ma lo stupore cessò al terrore del tuono che seguì.
Chè, come ai lampi, nel giorno, subito succedono i tuoni, così veduta la
fiamma della bellezza di costei, Amore terribile e imperioso mi tenne. E
questo feroce, come signore cacciato dalla patria, dopo lungo esilio
tornando alla sua terra, tutto ciò che dentro me trovò di contrario a
lui, o uccise o sbandeggiò o imprigionò. E dunque uccise quel mio
lodevole proposito, per il quale mi astenevo dalle donne e dai canti
d'amore, e relegò empiamente, come sospette, quelle assidue meditazioni
con le quali contemplavo le cose sì celestiali e sì terrene; e alfine,
perchè l'anima mia più non gli si ribellasse, incatenò il mio libero
arbitrio, sì che a me conviene volgermi, non dove voglio io, ma dove
vuol lui. Dunque regna su me Amore; e in che modo mi governa, cercatelo
più sotto, fuor di questa epistola„.
Noi sappiamo quando e come egli si mise in “quelle assidue meditazioni„.
Anche allora avvenne una battaglia. “Perocchè non subitamente nasce
amore e fassi grande o viene perfetto, ma vuole alcuno tempo e
nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrarii che
lo impediscono, convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto,
molta battaglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli
era contrario...„. (Co. 2, 2) Il nuovo amore quella volta era per “la
bellissima e onestissima figlia dello Imperadore dell'Universo, alla
quale Pittagora pose nome Filosofia„. (Co. 2, 16) L'amore per lei
“trovando la vita _di Dante_ disposta al suo ardore, a guisa di fuoco di
picciola in gran fiamma s'accese„. (Co. 3, 1) Sappiamo quali di codesta
donna erano gli occhi e il riso: “gli occhi della sapienza sono le sue
dimostrazioni, colle quali si vede la verità certissimamente; e 'l suo
riso sono le sue persuasioni, nelle quali si dimostra la luce interiore
della sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due si sente quel
piacere altissimo di beatitudine, il qual è massimo bene in Paradiso„.
(Co. 3, 15) E sappiamo che effetto aveva nell'anima di Dante
quell'amore: “nella _sua_ mente informava continue, nuove e altissime
considerazioni di questa donna„, cioè della filosofia. (Co. 3, 12) Le
assidue meditazioni, con le quali contemplava le cose sì celesti e sì
terrene, sono ben codeste! Dunque Dante racconta a Moroello, in forma
quasi d'oracolo, il contrario di ciò che avvenne allora, quando l'amore
per una donna terrena, sebben morta, fu sopraffatto dall'amor d'un'altra
donna, la quale ispirava “continue, nuove e altissime considerazioni„.
Ora questo amore qui, ossia le assidue meditazioni con quel che segue,
sono relegate come sospette da un altro amore. Poichè appunto il
Convivio (dove erano e più avevano a essere quelle continue
considerazioni o assidue meditazioni) fu interrotto, è innegabile che
nell'epistola a Moroello Dante dica appunto che ha interrotto il
Convivio.
Ma qual fu l'amor nuovo che l'interruppe? Dante lo dice chiaramente: è
un reduce; è un signore del cuor suo, che n'era stato sbandeggiato, e
ritorna terribile e imperioso “dopo lungo esilio„. E qui prorompe il
grido che a noi esprimono le verità quando appariscono: è quello, è
l'amor di Beatrice, è la mirabile Visione, è la divina Comedia!
Non si obbietti, per carità, che nella Comedia, anzi, sono quelle
continue considerazioni e assidue meditazioni. Per carità! Anche
Beatrice prima del Convivio era simbolo di sapienza, anche i suoi occhi
facevano vedere il paradiso: era lei quel che poi fu la donna gentile.
Ma Dante de' suoi simboli fa quel che vuole. Nel Convivio mostra di non
ricordarsi più che Beatrice era la sapienza; nella lettera a Moroello,
finge di non saper più che le assidue meditazioni erano figurate negli
occhi e riso e amor d'una donna.
L'amor nuovo uccise quel lodevole proposito per il quale Dante
s'asteneva da cantar donne. Il Convivio è comento a canzoni d'amore (non
tutte anzi d'amore, anzi le più non d'amore ma di rettitudine o salute);
ma l'amore è dichiarato per istudio e la donna amata per sapienza e
filosofia. Ora se quest'amor nuovo è quello che darà il poema sacro,
come può dirsi che Dante abbia mutato proposito? È un canto d'amore il
poema sacro? Sì: canto d'amore, canto anzi di nozze, di pieno e intero
soddisfacimento. È vero bensì che l'amore è _studium_ e Beatrice è
_sapientia_, ma è altrettanto vero che Dante non dichiara esso i suoi
simboli, e che conduce l'opera sua, come s'egli rivedesse la sua donna
morta, e non la sempreviva sapienza. E gli occhi e il riso di Beatrice,
nel terzo regno, sono tal quali gli occhi e il riso della Donna gentile
del Convivio;[246] ma che ci abbiamo a veder noi? È la stessa donna, ma
Dante vuol che sia un'altra; lo stesso amore, tre volte, per buona metà,
almeno, della Vita Nova, per il Convivio, per la Comedia; eppure Dante
dice che furono tre, e che il secondo nacque in opposizion del primo, e
il terzo in contrasto col secondo. Ed è vero tutte e due le volte: il
Convivio tenne in sospeso e quasi che non abolì la Comedia; la Comedia
interruppe il Convivio.
Così il pensiero della Comedia sarebbe nato, cioè risorto, nelle alpi
d'Appennino, lungo l'Arno, anzi alla fonte dell'Arno, d'un tratto, come
folgore che scoscenda. Come in un baleno, Dante vide che quella era
l'opera sua, e che esso era nato per lei, conforme in tutto a' suoi
auspicii, cioè a' suoi desiderii, a' suoi fini, a' suoi studi. _Moribus
et forma_: perchè materiata di filosofia morale; perchè formata di arte
poetica. Dopo il lampo, nel quale egli vide quanto ella era bella,
grande, sublime, seguì il tuono che atterrisce. Oh! quanto cammino da
percorrere! quanti ostacoli da vincere! quanti drammi da raccontare!
quante questioni da risolvere! quanti cuori da scrutare! quanti veri da
approfondire! quante ire! quante lagrime! quante glorie! cielo e terra!
tutto l'universo! Ed egli non pensa più ad altro: egli è prigioniero
della sua idea; non ha più libero arbitrio.
E leggiamo la canzone.[247] Nella prima stanza Dante invoca da Amore di
poter esprimere lo stato dell'anima sua. Così nel Convivio dice:
“siccome lo multiplicato incendio pur vuole di fuori mostrarsi, che
stare ascoso è impossibile; volontà mi giunse di parlare d'Amore, il
quale del tutto tenere non potea„. Il fatto è che questo, di parlare e
confidarsi, è un vero bisogno di chi ama; e Dante, con questo,
simboleggia l'altro pur imperioso bisogno di chi sa, che vuole scrivere
e aprire agli altri quel che sa, quel che ha trovato e veduto. Onde
anche nella Vita Nuova la beatitudine dell'amante consiste nelle parole
che lodano l'amata; ossia la felicità del filosofo è ne' suoi studi e
scritti filosofici, quando egli ha trovato e può manifestare alcuna
verità agli uomini. Nella nostra canzone, ciò ch'egli ha a dire, è
molto, è grande, è difficile: gli occorre, per dirlo, _savere_ pari alla
_voglia_. Il _duolo_, cioè la passione d'amore che egli nutre, cioè il
suo disegno di opera, solo con tanto _savere_ sarà espresso dalle parole
_come_ egli lo _sente_. — Eh! non era impresa da pigliare a gabbo! —
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento.
Si tratta d'un amore che non può finire con la morte, cioè il più grande
che sia possibile; e si tratta, sì, d'un amore che affretterà la fine
della vita mortale all'amatore; ma che importa?
Tu vuoi ch'io muoia, ed io ne son contento
Ma chi mi scuserà, s'io non so dire
ciò che mi fai sentire?
La morte comune non è nulla; ma s'io non potrò o saprò colorire
l'altissimo disegno, oh! quello sì che sarà un “perder vita„! Chi mi
scuserà?
Ma se mi dai parlar quanto tormento,
cioè parole adeguate al mio concetto,
fa, signor mio, che innanzi al mio morire
questa rea per me nol possa udire;
chè, se intendesse ciò ch'io dentro ascolto,
pietà faria men bello il suo bel volto.
Il senso letterale è un concetto d'amore, che si può trovar piccolo e
grande: “L'amata non sappia la pena che mi conduce a morire, se non
quando sarò morto: e così la pietà che di me risentirebbe, non la
turberà e non la farà men bella„. Ma per trovarlo ragionevole, questo
concetto, dobbiamo scusarlo dicendo che è irragionevole, come il più de'
pensieri d'amore. Ragionevole, invece, d'ogni parte, e profondo e
grande, è il senso allegorico: “La Comedia (personificata in una donna)
non sappia il tormento che mi costa: ella s'impietosirebbe e non
vorrebbe che io morissi per lei; e invece io voglio morire, se morire
significa compiere il poema sacro!„
La seconda stanza:
Io non posso fuggir, ch'ella non vegna
nell'immagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.
Anche qui il senso letterale non è gran che: “Io non posso non pensarci,
perchè... ci penso.„ Ma allegoricamente, è altra cosa: “È una donna,
questa mia, cui amare è quanto pensare. Ella è dunque sempre con me,
come sempre con me è il mio pensiere„.
L'anima folle, che al suo mal s'ingegna
com'ella è bella e ria
così dipinge, e forma la sua pena:
poi la riguarda, e quando ella è ben piena
del gran desio, che dagli occhi le tira,
incontro a sè s'adira,
ch'ha fatto il foco, ov'ella trista incende.
L'anima si figura questo poema, così come ha da essere bello e
difficile: e fa il proprio danno, perchè lo riguarda, e così lo
desidera, e così soffre. E continua dicendo che la ragione non ci può
nulla, e che l'angoscia si manifesta con lamenti e lagrime. E nella
terza stanza continua a narrare come questa “nemica figura„, che ha
vinto il suo libero arbitrio (la virtù che vuole), lo conduca a suo
talento, dove vuol ella e non esso. Egli è la neve che va al sole... Oh!
di ciò si ricorderà nella Comedia, dicendo, che il poema l'ha fatto
_macro_! È prigione, va a morire. Ma gli par di sentire parole di
speranza... Chi le pronunzia? Oh! noi lo sappiamo, chi. È Virgilio, son
le Muse, è il buon Apollo, è la coscienza del lungo studio e del grande
amore e dell'alto ingegno! E nella quarta esprime il concetto del lampo
e del tuono, della luce seguìta dalle tenebre; che è la visione del
poema, intera e perfetta, seguìta dallo scoramento di chi deve
ricostruirla a parte a parte.
L'ultimo:
Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,
nella valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me sei forte.
Perchè lungo l'Arno, l'Amore è più forte di Dante? Perchè lungo l'Arno
egli già pensò la Comedia, ossia vide la mirabile Visione; e qui ora la
ripensa, e qui la rivede.
Qui vivo o morto, come vuoi, mi palpi
mercè del fiero lume
che folgorando fa via alla morte.