Chi potrebbe, o avrebbe potuto, recarsi a vergogna d'avere in tali nuovi

_lugentes campi_ una donna della sua schiatta? una sorella di suo padre,

morta da già molti anni (vedremo quanti)? d'averla distinta, come è

evidente, da altre peccatrici o peccatori volanti in globo confuso come

stornelli al venir dell'inverno; e messa invece in una riga ordinata e

canora di gru? e in compagnia, contando insieme le due specie di

dannati, soltanto di regine, d'eroine, d'eroi antichi e nuovi,

Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paris, Tristano? e

nominata, esso, lei sola (Paolo è taciuto e tace) tra più di mille, che

Virgilio nomina a Dante?

Chè Dante, dopo ch'ella ha detto brevemente la la patria, il suo amore,

la sua fine, Dante sa qual nome darle: Francesca, i tuoi martiri... E

questa circostanza non è da passarsi senza esame. Dante impara a

conoscere gli altri peccatori perchè Virgilio glieli nomina.

Vidi Paris, Tristano. E più di mille

ombre mostrommi, e _nominolle_, a dito,

ch'Amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito

nomar le donne antiche e i cavalieri,

pietà mi vinse...

Poi cominciai: Poeta, volentieri

parlerei a quei duo...

Questo cominciamento di Dante è _poscia_ che Virgilio ebbe nomate quelle

altre ombre: in vero Virgilio non noma queste due. L'insistere del Poeta

su quel nominare e nomar di Virgilio, prepara, dopo il chinar del viso,

dopo il lungo pensare, dopo la esclamazione quasi tra sè e sè di

compianto, prepara quel nome sussurrato: Francesca! E l'esclamazione

emessa quasi a parte è da interpretarsi rettamente.

Oh! lasso!

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!

Queste parole, congiunte col nome che poi pronunzia, attestano non che

egli abbia raccolto dalla bocca dell'anima offensa materia a tanta

meditazione e a tanto compianto, ma che le brevi designazioni di quella

donna l'hanno fatto ripensare a un caso pietoso già saputo, e di cui sa,

anzi, molti particolari, salvo che il primo e più importante: la prima

radice. E intanto le parole di Francesca gli hanno già letto di lei il

nome, come nell'episodio di Cavalcante.

Che se ne induce? che Dante conosceva l'amore e la sventura di Francesca

da domestici conversari con Guido Novello; e che li rinarrò nel suo

poema per piacergli e compiacergli.

In verità, qual cronista, dei commentatori e biografi di Dante in fuori,

ricorda quella sventura e quell'amore? Da chi potè Dante apprendere tale

storia così intima e delicata? Poco verosimile è certo che ne avesse

notizia lungi da Ravenna. La quale città egli descrive, per la postura,

in un modo che noi mal volontieri crediamo potesse fare, prima d'esservi

andato e avervi dimorato.

Siede la terra dove nata fui,

su la marina dove 'l Po discende

per aver pace co' seguaci sui.

Questi versi non vogliono già dire: La mia patria è sul lido adriano. Ce

ne sono tante altre su quel lido! Vogliono dire: La mia patria è alle

foci del Po. Qual altra città è alle foci del Po, oltre che Ravenna? Ma

che alle foci del Po sia Ravenna, par difficile che lo sapesse (e anche

che lo sappia) chi non aveva o ha veduto che poco lungi da Ravenna è il

Po di Primaro; chi non aveva veduto (questo non si vede più) che

“passava presso Ravenna il _Padoreno_ e fra le mura della stessa città

s'inoltrava il _Padenna_, due fiumi derivanti, come rivela il loro nome,

dal Po„.[221] Sì che bene a ragione Giovanni del Virgilio, nella sua

epistola latina a Dante, poteva dirgli: _Padi mediane_: vivente in mezzo

al Po.

E come, altronde, è poco probabile sapesse tale istoria, così è

improbabilissimo che Dante scegliesse da sè, senza suggerimento altrui,

senza intenzione di compiacere altrui, questa adultera Polentana ad

essere l'Elissa, non più taciturna ma altrettanto dolorosa, de' suoi

inferi. Chè tra Elissa e Francesca le somiglianze sono ancor più che

quelle che noi vediamo subito. Francesca non è solo vittima d'amore,

come Elissa del fato d'Enea; ma, come Elissa, è tradita dall'_Amore

stesso_ che si trasforma in altra persona per accenderla d'un ardore

irresistibile. È questo cambiamento ingannevole che innamora e uccide

Didone;[222] e non anco Francesca? Ecco apparire una volta di più, la

veracità del tanto calunniato novellatore Boccaccio, il quale apprese la

storia là dove l'apprese Dante. Sì: anche Francesca cade in un inganno,

come Didone. “.... Al tempo dato venne in Ravenna Polo, fratello di

Gianni, con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo bello

e piacevole uomo e costumato molto; et andando con altri gentili uomini

per la corte dell'abitazione di messer Guido, fu da una damigella di là

entro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio d'una finestra a

madonna Francesca, dicendole: — Madonna, quegli è colui, che deve esser

vostro marito — E così si credea la buona femmina; di che madonna

Francesca incontanente in lui pose l'animo e l'amor suo„. Sì fatta

circostanza comune alle storie delle due donne è affermata e anche

espressa da Dante, col mettere tanta somiglianza tra il suo episodio e

quello di Virgilio. Persino il tacere e il pensar di Dante a capo basso

è il ricordo dall'atteggiamento di Didone nella pianura del pianto:

_Illa solo fixos oculos aversa tenebat_...

che è, a sua volta, l'atteggiamento medesimo che tenne, in un gran

momento, Enea vivo, il quale ora lo ritrova in Elissa morta:

_Ille Jovis monitis immota tenebat_

_lumina, et obnixus curam sub corde premebat._[223]

Ma il centro, per così dire, della somiglianza, anzi dell'equazione, è

in quelle parole di Francesca:

Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.

Questo _dottore_ è quel medesimo che _dottore_ ha Dante chiamato più su:

Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito

nomar le donne antiche e i cavalieri...

Il dottore di Dante sa di questo massimo dolore, perchè l'ha descritto

in una di quelle donne antiche, in quella nella cui schiera è la nuova

vittima d'un inganno fatale. L'ha descritto, quando fa che per l'ombra

oscura, tra le ombre dei morti, per i luoghi pieni di squallore, per la

notte profonda, Enea parli a Didone morta, per placarla e farla

piangere;[224] ed ella sta immobile con gli occhi fitti a terra. “A che

pensa?„ domandava, forse, Dante leggendo l'alta tragedia. Tutto è vano:

ora ella pensa al certo. L'ha descritto, quel dolore, il poeta di

Didone, quando fa che tutti riposino il corpo nella notte, e sola la

Fenissa vegli con l'anima irrequieta;[225] e quando, specialmente, narra

che ella, poco prima di uccidersi, contempla le vesti iliache e il noto

letto, e vi si indugia con lagrime di rimembranza (_lacrimis et mente_),

e vi stende su, e dice le novissime parole: _Dulces exuviae...!_[226]

“Lo sa, lo sa il tuo dottore, che ha raccontata la storia di Dido, di

quella Dido, nella cui schiera io sono; quella storia che tanto

assomiglia alla mia!„

XXI.

IN RAVENNA

Questa glorificazione... Perchè è glorificazione. Chi dirà: “ma Francesa

è posta nell'inferno„? Nessun lettore poteva allora, come non può ora

credere al poeta in questo, che egli l'abbia veduta laggiù; ma gli

credeva e crede e crederà nel resto: ch'ella era bella e amante e

sventurata; che era simile a una di quelle donne antiche, a quella,

anzi, di cui più pietosa e illustre è la storia. Questa glorificazione

non può essere stata imaginata dal Poeta prima di conoscere Guido

Novello e di essere a Ravenna. E glorificazione dovè parere (senza

escludere che sembrasse anche infamia per il “traditore„ che sparse

sangue fraterno, e per la sua gente) a Guido Novello. È non solo

verosimile, ma vero.

Verosimile. I Polentini erano guelfi.[227] Durante la corsa di Arrigo

VII, sì Lamberto e sì Benardino avevano guerreggiato contro lui.

Lamberto aveva tentato invano di impedire all'imperatore l'entrata in

Roma. Bernardino aveva portato aiuto a Fiorenza minacciata, ed era stato

gran parte in quelle operazioni di guerra che costrinsero Arrigo a

levare l'assedio dalla città guelfa; sì che questa nominò Bernardino suo

podestà per il primo semestre del 1313. Se Dante fu invitato o accolto

in Ravenna, mentre durava ancor la vita di questi due signori (de' quali

Bernardino morì ai 22 d'aprile del 1313, Lamberto al 22 di giugno del

1316), non vi fu certo accolto e invitato per le sue epistole ai

principi italiani, ai fiorentini, ad Arrigo! Non per quelle lettere, se

mai, e per i suoi maneggi ghibellini; ma non ostanti questi e quelle.

Per che cosa, dunque, se non per la sua chiara fama di poeta? E che di

questa fama ei godesse, attesta egli medesimo a principio del poema,

quando riconosce da Virgilio, cioè dallo studio,

lo bello stile che _gli_ ha fatto onore.

E qui, se anche mancassero altre testimonianze, potremmo subito arguire

presso quale dei Polentani gli facesse onore “lo bello stile„ che iniziò

con la canzone, _Donne che avete_, nota così presto in Bologna.[228]

Presso, non i duri guerrieri guelfi, ma Guido Novello, che fu buon

rimatore. Questi, figlio di Ostasio da Polenta, era abiatico di Guido

Minore o il Vecchio, e nepote quindi de' figli di costui, Lamberto e

Bernardino e Francesca.

“Nel 1301 era de' savi o consiglieri, e testimoniava: doveva dunque

avere circa venticinque anni ed esser nato intorno al 1275„.[229] Sin

dai primi uffizi che tenne, mostrò “animo tranquillo gentile„. Accanto

ai suoi cugini, egli, nel consiglio dei Savi, prendeva parte ai pubblici

negozi. Non è inverosimile, che, nelle assenze guerresche di Bernardino

e Lamberto, egli avesse gran parte nel governo della città. Nel 1314 era

podestà di Cesena, e respinse il Vicario di Re Roberto. Respintolo, non

potè rientrare in Cesena che in tanto si era ammutinata, e piegò verso

Cervia e rientrò in Ravenna. Quivi divenne podestà, alla morte di

Lamberto suo zio, mentre Ostasio figlio di Bernardino teneva Cervia. E

fu costui che dopo sei anni, mentre Guido era capitano del popolo in

Bologna, s'impadronì di Ravenna, e lo escluse per sempre dalla città.

Di Guido restano diciassette ballate e un sonetto.[230] In esse è più

d'una traccia d'imitazione dantesca. Ma dobbiamo noi dire che Guido

apprendesse a rimare da Dante? Dopo il 1313 andò Dante a Ravenna; e

Guido aveva nel 1313 trentott'anni su per giù. Poniamo pure che

dall'esule fiorentino imparasse di persona a meglio fare; ma a fare

aveva certo imparato prima di veder Dante. Probabile che anche prima di

conoscerlo, lo prediligesse, l'autore del dolce stil nuovo, e lo

imitasse. È verosimile che, quando in qualche modo seppe che il dolce

rimatore non era lungi da Ravenna, lo chiamasse a sè. Ma quando? Quando,

io direi, l'uffizio di Guido Novello non era così alto e sovrano, da

richiamar troppo l'attenzione su colui che egli invitava, sì che nel

dotto maestro fiorentino si scorgesse piuttosto l'esule ghibellino, che

il rimatore. Mancava forse a Guido autorità, anche quando non era ancor

signore o podestà, di poter proporre o invitare un maestro forestiere a

insegnare ai giovani ravignani? Non mancava certo a chi nel testamento

di Lamberto era dichiarato erede col suo fratello Rainaldo in parti

uguali col cugino Ostasio figlio di Bernardino; a chi, morto Lamberto,

era fatto subito Podestà, a preferenza di quell'Ostasio. Egli era dunque

assai autorevole, per invitare il lettore; non era in vista e in grado

tale, da dover rifiutare il partigiano. Coltivava la poesia d'amore. Si

sa che proprio esso lo chiamò e accolse in Ravenna. Dunque è verosimile

che il dramma ultramondano d'amore, per il quale una Francesca del suo

sangue diventava una Elissa novella, fosse preso da lui, per quel

ch'era: una glorificazione.

E poi è non solo verosimile, ma vero. In una delle sue ballate è

riportato un verso, lievemente mutato, di quell'episodio:

E quando sono in più lontana parte,

più mi sovvien de 'l tuo piacente riso,

sì dolcemente ne 'l mio cor venisti,

per un soave sguardo che facisti

da' tuoi begli occhi, che mi mirar fiso,

_sì che già mai da te non fia diviso_...

Dove l'eco dell'episodio di Francesca non è solo in quest'ultimo verso;

ma nel _riso_, e, sopra tutto nel concetto del soave sguardo: _Per più

fiate gli occhi ci sospinse_. Le parole di Francesca erano nel pensiero

del suo nepote a cui parevano le formule necessarie dell'amore che non

s'estingue nemmen nella morte.

Ma forse ad alcuno si presenta un'ipotesi contraria: Guido avrebbe

conosciuto l'inferno e questo canto, e per questo avrebbe amato e poi

accolto il poeta. Ma tale ipotesi è da respingersi subito. Dante, in

vero, sarebbe stato profeta? avrebbe preveduto l'invito e l'ospitalità

dei Polentani, sì che esaltava e abbelliva, tanti anni prima, una lor

donna adultera? Perchè la intenzione d'abbellire ed esaltare è

manifesta. E poi si tenga sempre fermo che il primo canto dell'inferno,

ossia la pietra angolare del poema non poteva esser deposta nelle

fondamenta, se non quando al Poeta si fosse mostrata impossibile la vita

attiva. Riteniamo dunque che Dante compiacque al Polentano con questa

trista e pia narrazione. Ma essa è nel V canto dell'inferno, al bel

principio della Comedia; è anzi il primo dei piccoli e insieme grandi

drammi di cui è intessuto il poema sacro. Dunque l'inferno e il poema

furono cominciati presso a poco, a Ravenna, intorno al tempo in cui

Dante conobbe Guido Novello? Così, io credo, avrebbero creduto e

crederebbero tutti, se non fosse quel preconcetto, per il quale noi

imaginiamo che al poema infinito sia occorso, sto per dire, un tempo

infinito. Di questo preconcetto ho fatto ragione, mostrando con la

testimonianza dell'autore stesso, che nelle proporzioni del tempo che

gli occorse per gli ultimi ventitrè canti del Paradiso, la Comedia e'

l'avrebbe potuta compiere in otto anni e meno, in quanti passano dal

settembre 1313 al settembre del 1321. E c'è chi attesta che nel 1313

appunto Dante si recò a Ravenna: il Boccaccio, i cui asserti si mostrano

via via esatti. Egli narra che morto Arrigo, Dante “sanza andare di suo

ritorno più avanti cercando, passate l'alpi d'Appennino, se n'andò in

Romagna, là dove l'ultimo suo dì, e che alle sue fatiche dovea por fine,

l'aspettava„. Morto Arrigo, comincia il poema: proclama la logica. Morto

Arrigo, va in Romagna: narra chi per i suoi conversari in Romagna, in

Ravenna, coi discepoli e amici di Dante, lo poteva ben sapere. E questi

continua dicendo che Guido “seco per più anni il tenne„; e nel sonetto

in cui lo ritrae, mette insieme Fiorenza e Ravenna, le due città che

l'ebbero prima e dopo dell'esilio:

Fiorenza gloriosa ebbi per madre

anzi noverca...

Ravenna fummi albergo nel mio esigilo...

Il tempo in cui errò come legno senza vela, senza compier cosa che

cominciasse, è come non fosse. Nella vita di Dante non c'è, per il

Boccaccio, che Fiorenza e Ravenna, che la Vita Nova e la Comedia, legate

insieme dalla mirabile visione, che là vide e qua descrive. Che cosa

induce i più dei critici, o tutti, a non prestar fede al Boccaccio? Il

Ricci, pur disposto ad albergar Dante il più possibile nella sua

Ravenna, il Ricci oppone: Guido Novello nel 1313 o 1314, non era Signor

di Ravenna. Perchè il Boccaccio afferma appunto questo: “Era in que'

tempi signore di Ravenna, famosa e antica città di Romagna, un nobile

cavaliere, il cui nome era Guido Novello da Polenta; il quale ne'

liberali studi ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e

massimamente quelli che per iscienza gli altri avanzavano. Alle cui

orecchie venuto, Dante fuori d'ogni speranza essere in Romagna (avendo

egli lungo tempo avanti per fama conosciuto il suo valore) in tanta

disperazione, si dispose di riceverlo e d'onorarlo„. Bene: io ricordo

queste parole appunto del Ricci: “Col 1314 la persona di Guido Novello

comincia a primeggiare nella storia dei Polentani e di Romagna.„[231] E

anche prima, quando Lamberto e Bernardino guerreggiavano contro Arrigo,

e Bernardino poi era fatto podestà in Fiorenza, non è ragionevole

credere che Guido Novello li rappresentasse in Ravenna? A ogni modo,

Guido non fu _signore_ di Ravenna nemmen dopo la morte di Lamberto: fu

podestà, non signore. Se il Boccaccio avesse scritto “Era in quei tempi

podestà di Ravenna etc.„, si avrebbe ragione d'imputargli un errore di

data; ma questo termine di “signore„ non indica se non un'effettuale

autorità la quale è ben certo che Guido Novello poteva esercitare anche

prima d'essere podestà. A ogni modo, l'errore perchè emendarlo dicendo:

“Dante venne a Ravenna solo nel 1316, quando Guido Novello era veramente

podestà o signore„, invece che dicendo: “Dante venne a Ravenna nel 1313

o '14, ma Guido non era ancora signore o podestà„? Tanto più che il

resto della narrazione del Boccaccio difficilmente può sostenersi, se si

protragga la data della sua venuta a Ravenna. Invero Dante fuori d'ogni

speranza del ritorno, si sarebbe aggirato in tanta disperazione per la

Romagna... quanto tempo? Tre anni e mezzo! Pochi più sarebbero in questo

caso gli anni che Dante dimorò in Ravenna; sarebbero quattro, sì e no. E

tanti bastano perchè il Boccaccio dica “per più anni„, e divida, in

certo modo, la vita di Dante in due periodi, il fiorentino e il

ravennate?

O in questo periodo di tre anni e mezzo Dante sarebbe stato altrove: a

Pisa, per esempio, a Lucca, a Verona? Osserviamo prima di tutto, che

dalla retta interpretazione del poema, ossia dalla bocca del Poeta

stesso, si ha che egli spera in un futuro imperatore che distrugga la

cupidità dalla quale tutti i mali provengono e la quale impedisce

l'esercizio della vita attiva; ma che esso, in tanto, rinunzia alla vita

attiva, impossibile per lui. E l'avrebbe dunque dopo la morte d'Arrigo

perseguita ancora, mettendosi con Uguccione Faggiolano, per esempio, e

con Cane Scaligero? Sì? E allora non avrebbe certo cominciata la

Comedia, e forza è allora restringere anche più i termini dentro i quali

fu composto il poema

al quale han posto mano e cielo e terra.

Può, sì, darsi che il nome e la parte e la dignità di Cane gli

suggerissero un'imagine e forse anche una speranza meravigliosa; ma che

andasse allora in Verona, deve negarsi. Dante fu a Verona poco dopo

l'esilio: fu quello il suo primo rifugio. (Par. 17, 70) Se il verso

A lui t'aspetta ed a' suoi benefici,

combinato con le parole della sospetta epistola “Le vostre magnificenze

io vidi; vidi pure i benefici e n'ebbi parte„, provano che Dante fece

ritorno a Verona e rivide Cane in grande stato; ebbene lo rivide più

tardi. Poichè la _Quaestio de aqua et terra_, dopo, le osservazioni di

Edoardo Moore, non è più sospetta,[232] ed essa fu dall'Alighieri

sostenuta il 20 gennaio 1320, il ritorno a Verona si fece attender

molto. E vedete coincidenza mirabile. Il canto decimosettimo del

Paradiso, appartiene a quella seconda decina che, secondo il computo

nostro, Dante avrebbe composta intorno a questo tempo; sì che le parole

“A lui t'aspetta ed a' suoi benefici„ son quelle, in certo modo, che il

povero lettore di retorica, l'annoveratore delle _capellae_ ravignane,

rivolgeva al suo animo, nel partire per Verona.

Non s'esclude che durante la discesa di Arrigo, se si vuole, e alcun

tempo dopo, Dante si trovasse a Pisa e a Lucca; ma il Casentino è il

luogo dove è attestato che dimorasse. Egli scrisse le lettere ai

Fiorentini e ad Arrigo _in finibus Thusciae sub fontem Sarni_ e _in

Thuscia sub fontem Sarni_, il 31 di marzo e il 18 d'aprile del 1311,

_Divi Enrici faustissimi cursus ad Italiam anno primo_. Nel Casentino

dimorò a lungo: tanti sono i personaggi, i luoghi, i fenomeni che ne

descrisse nella Comedia.[233] Rivide il luogo dove aveva provato, da

giovine feditore, paura e letizia. Era bello il grano e l'erba a

Certomondo, in quella primavera dell'anno da cui sperava Dante

cominciasse un'era nuova? Come quando vi si trovarono a passeggio quelle

due donne del Sacchetti. “Fu, non è gran tempo, in casa conti Guidi

maritate due donne; l'una fu figliuola del conte Ugolino della

Gherardesca, il quale i Pisani feciono morire di fame co' figliuoli;

l'altra fu figliuola di Bonconte da Montefeltro, uomo e quasi capo di

parte Ghibellina, e che era, o egli o' suoi, stato sconfitto con gli

Aretini da' Fiorentini a Certomondo. Advenne adunque per caso, che del

mese di Marzo, queste due donne, andando a sollazzo verso il castello di

Poppi, e giugnendo in quel luogo a Certomondo, dove i Fiorentini aveano

data la detta sconfitta, la figliuola del conte Ugolino si volse alla

compagna e disse: O madonna tale, guardate quanto è bello questo grano,

e questo biado, dove furono sconfitti i Ghibellini da' Fiorentini; son

certa che il terreno sente ancora di quella grassezza. Quella di

Bonconte subito rispose: ben è bello; ma noi potremo morire prima di

fame che fosse da mangiare„. Appunto questa donna, che cominciò a

trafiggere e poi fu morsa, Dante la conobbe. Era Gherardesca di

Donoratico moglie di Guido di Simone da Battifolle. Per lei scrisse

Dante (è probabile) tre lettere a Margherita di Brabante, moglie di

Arrigo, soscrivendone una “_missum de Castro Poppii XV Kalendas Iunias,

faustissimi cursus Henrici Caesaris ad Italiam anno primo_„. Vicino alla

figlia del Conte Ugolino, udendo muggire l'Archian rubesto che travolse

Bonconte, vedendo scorrere freddi e limpidi i ruscelletti che

inasprivano la sete di Maestro Adamo, visse Dante, nell'aspettazione del

ritorno in patria, al fonte di quel fiume alla cui foce doveva augurare

una siepe d'isole... E la divina Comedia non ora ancor nata, e Dante,

forse distrattamente, udiva qua e là porre i problemi insolubili ch'egli

doveva solvere varcando il confine che è tra la vita e la morte: Come

morì il padre di costei? dove morì il padre di colei?

Ma la divina Comedia non era ancora nata. Per concepire il primo di

quelli che ho chiamati grandi e piccoli drammi ultramondani, egli doveva

scendere di là dell'Apennino, e recarsi alla foce dell'altro più gran

fiume d'Italia, alla foce di quell'Eridano al cui fonte cantano il peana

i pii vati. E il dramma di Francesca, che è il primo dello inferno,

accompagna, no, suggerisce e prepara l'ultimo dell'inferno, che è il

dramma di Ugolino. Invero non scriveva l'uno senza aver pensato anche

l'altro, che gli è simmetrico e analogo. Già Francesca nomina il luogo

dove l'altro episodio consimile si svolge: la Caina che è parte della

ghiaccia, la Caina, nella quale, del resto, Ugolino avrebbe a

essere.[234] Tra il vento della bufera infernale ella intravede la

palude solidificata dal ventilare delle grandi ali di vispistrello. Ella

è in eterno unita al suo amante; l'altro unito eternamente al suo

nemico. Ma questi vanno insieme, quelli l'un mangia l'altro. L'amore e

l'odio, l'un a capo, l'altro in fondo. Sì Francesca e sì Ugolino cessano

dall'andare e dal rodere, per parlare a Dante. Dante allo stesso modo è

attratto dalla vista delle due coppie. Francesca e Ugolino (la Romagna e

la Toscana) dicono a lui, perchè sian “tal vicini„. Dall'una vuol Dante

sapere il principio della loro sventura; dall'altro non è mestieri che

oda questo: quel che non può avere inteso, è la fine. E questo principio

e questa fine, dicono ambedue, piangendo. Farò come colui che piange e

dice: esclama l'una; e l'altro: Parlare e lagrimar vedrai insieme. E

ambedue hanno una sentenza a capo della loro narrazione, una sentenza

virgiliana: così:

Poi cominciò: Tu vuoi ch'io rinnovelli

disperato dolor che il cor mi preme

già pur pensando pria ch'i' ne favelli;

e così:

ed ella a me: Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

nella miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia · 第 17 / 42 段