pio. Tornerà dunque pio vate, dopo aver cantato cose degne d'Apollo, con
altra voce, cioè con quella con cui si canta il lieto peana, con altro
vello, che d'agnello, come quando si partì, ma con la lunga veste in cui
è l'antico citaredo; poeta, come quelli antichi, grandi e regolari; e si
troverà anche esso come loro presso un fonte, non dell'Eridano, ma del
battesimo, circondato le tempie, anch'esso, sì, di _nivea vitta_. E
anch'esso dimorerà in luoghi lieti, tra amena verzura, in una sede
beata:[198] nella patria. Vogliam credere, ripeto, che in questo
trionfale ritorno Dante veda anche l'accoglimento solenne nel suo bel
San Giovanni? che la _nivea vitta_ del poeta pio e degno d'Apollo, sia
proprio una _birettatio_? Si può credere e non credere. Certo fa d'uopo
credere che il peana, che Dante, nella ecloga, vuol cantare, facendo
risonar di belati i colli e i pascoli, è questo medesimo peana della
Comedia; ed è per il gran trionfo d'essere riuscito a fare in volgare un
poema quali gli antichi; che ha anzi, una parte in più dell'Eneide:
quella appunto, che Giovanni del Virgilio ignora e che quel povero
Melibeo sa. Chè l'_ovis gratissima_ è indubbiamente la Comedia volgare,
nella sua ultima cantica:[199] Ser Dino, cui l'_alveolus_ tien lontano
dal Menalo latino, che gli è perciò ignoto, conosce questa cantica; l'ha
vista nascere, la vede crescere, la vede porgere le poppe al pastore.
Indubbiamente! Ciò deduco dal raffronto dell'ecloga prima Dantesca alla
decima Virgiliana che è a lei principal modello. Codesta decima è quella
che sa più di ogni altra, d'epistola. È indirizzata a un amico poeta e
ne fa molte lodi: contiene dialoghi, ma in forma narrativa. Era presente
allo spirito di Dante, quando egli lavorava all'“ultimo lavoro„. _~Vi è
nell'una e nell'altra~ Maenalus ~e~ Maenala, saltus ~e~ capellae;
saturae ~là, qua~ pastae; ~là e qua~ sub rupe; ~là~ Arethusa, concede,
concedite, silvae, ~qua~ concedat Mopsus; ~là~, Galle quid insanis,
inquit, tua cura, ~qua~, stulte, quid insanis, inquam, tua cura; ~là~
nostri labores, ~qua~ hominum superumque labores._ E si chiudono col
notare la contemporaneità d'una altra azione pastorale o casareccia: là
si tesse l'ibisco, qua si cuoce il farro.[200] Si parla, nell'ecloga
virgiliana, di Arcadi, _soli cantare periti_; nella Dantesca, di Mopso,
che è un Arcade, perchè dimora nel Menalo, e che, oltre a essere
dichiarato, col nome stesso, divino poeta, e buono a _calamos inflare
leves_ al par d'un altro che è buono a _dicere versus_[201] (Dante ne
ricorda appunto gl'_inflatos calamos_, con ciò sottintendendo i propri
relativi _versus_); è detto parimente un de' pochi o il solo, in tanto
vanir dell'onore e persin del nome de' vati. Ma sopra tutto c'è nell'una
e nell'altra una gran promessa di canti sublimi: _Ibo et Chalcidico_...
nell'una; _Quantos balatus!... quum mundi circumflua corpora_...
nell'altra. E sopra anche questo, c'è nell'una e nell'altra il pensiero
tristo e pio dell'esilio: _procul a patria_... nella prima; _patrio,
redeam si quando_... _Sarno_, nella seconda.[202] Or bene l'idea madre
dell'ecloga epistolare di Dante è in questi versi della Virgiliana:[203]
_Stant et oves circum, nostri nec poenitet illas,_
_nec te poeniteat pecoris, divine poeta:_
_et formonsus oves ad flumina pavit Adonis._
Chè con tali versi sentiva Dante scusata l'inferiorità d'un genere
poetico. Ed egli, così, designa con l'_ovis gratissima_ un genere
poetico inferiore a quello coltivato da tale a cui _lenta_ boves _per
gramina ludunt_, e cui possono seguire _armenta_.[204] Così invece di
chiamarsi Menalca, che è il compagno “buono„ di Mopso, egli si dà il
nome di Titiro, il nome più caro al suo maestro, perchè Mopso a Menalca
dice, _Tu maior_, che detto dell'età, può intendersi d'altro; perchè
Menalca, forse, pare a Dante della stessa patria con Mopso, abitator del
Menalo, come Coridone con Tirsi, _Arcades ambo_; perchè, certo, Titiro
sta, nel pensier di Dante come nel nostro, atteggiato a meditare
_silvestrem tenui musam... avena_; e a pascere le pecore, cioè cantare,
al tempo stesso, umile canto.[205]
Dunque, l'_ovis_ in comparazione dei _boves_ e _armenta_ di Mopso, è
veramente la poesia volgare rispetto alle latina. E presente al pensier
di Dante era, e al nostro deve essere, in tutta l'ecloga, quel verso su
cui l'ecloga si fonda:
_Nec te poeniteat pecoris_, divine poeta!
Divino poeta è Mopso, per essere Mopso,[206] ed è detto e confermato per
essere Gallo. Servio comentava il verso: _Nec tu erubescas bucolica
scribere_: il che, mutato secondo l'andamento dell'ecloga nuova, riesce:
Non ti dispiaccia ch'io cerchi la mia gloria nell'umile poesia volgare.
Nè già nella bucolica! Giovanni aveva scritto un'epistola, proponeva
argomenti epici, esigeva la lingua latina, contemplava _hominum
superumque labores_: tutto ciò Dante, traducendo in istile bucolico,
afferma essere un dar fiato a calami, nel Menalo circondato e difeso da
un fiumicello, con intorno bovi e armenti. Dunque, interpretando (ma a
nessuno verrà in mente!) a quel modo, si dovrebbe dire, che anche
Giovanni fosse poeta bucolico, più propriamente bucolico, cioè bovino, e
Dante s'assegnasse un genere bucolico inferiore, cioè ovino. E
concludiamo.
Nella prima ecloga Dante volle dire: Quando io avrò fatto il paradiso, e
sarò coronato poeta, Mopso ci troverà a ridire? (_concedat Mopsus?_)
Sarà contento, approverà? O meglio ancora: cederà? si ritratterà? si
ricrederà? E _concedere_ (neutro) avrebbe il senso, presso a poco, d'un
_revocari_, facendo passivo il _revocare_ del verso che segue dopo
alcuni altri:
_Quid faciemus, ait, Mopsum revocare volentes?_
Titiro: “Sarà contento Mopso?„ oppure: “si ricrederà Mopso?„
Melibeo: “Mopso? come?„
Titiro: “O non vedi che di volgare non ne vuol sapere?„
Melibeo: “Che faremo per farlo ricredere?„
Titiro: “Tu conosci (tu a cui sono ignoti i carmi o i pascoli latini) la
mia pecora prediletta: l'ultima cantica del mio poema. Bene: gliene
manderò dieci canti. _Così comprenderà che posso_ ottener la gloria di
poeta grande e regolare, o, se si vuole (ma non ci credo), _esser
laureato, senza scrivere versi latini, come vuol lui_.
In vero nella seconda ecloga egli fa dire ad Alfesibeo che sarà
coronato, senza andare a Bologna; anzi non andrà a Bologna, perchè avrà
già avuta la corona. Che necessità d'andarci? perchè affrontare
Polifemo? esporre agli odii degli empi un capo sacro per la fronda
peneia?
Ma questa fronda peneia per me è più probabilmente metaforica. Infatti,
l'egregio critico di più sopra, assevera che Dante non avrebbe potuto
ottenere il convento con il poema volgare.[207] Se lo sappiamo noi, lo
sapeva anche esso. Ora nel paradiso diceva che l'avrebbe preso per il
suo poema, il cappello: si tratta dunque d'una simbolica _vitta_, come
la fronda peneia è una simbolica _laurea_.
Se i dieci vasi di latte sono dieci canti del paradiso, questi sono i
primi dieci. È chiaro infatti che Dante si ripromette di far chetare
anche quelli che gli rinfacciano _comica verba_ e lo rimproverano di
volgersi al volgo. Egli mostrerà loro questa nuova, ineffabile,
incredibile parte del suo poema, preceduta da un vero “peana„. Se quella
sublime cantica era già, poco o molto, nota altrui, egli certo non
poteva aspettarsi nessuna sorpresa e nessun ricredimento. Ne seguita
inoltre che dieci canti, quando scriveva la prima ecloga, aveva quasi
pronti o pronti del tutto. E poichè tra i fatti ricordati da Giovanni
del Virgilio nella sua epistola, sono le vicende marittime dell'assedio
di Genova,[208] e queste furono nella prima metà del 1319; così possiamo
affermar di certo che nel 1319 erano conosciute le due prime cantiche
del poema,[209] e, almeno alla metà di quell'anno, erano pronti o quasi
pronti i primi dieci canti della terza. Dante morì tra il 13 e il 14
settembre del 1321; sicchè in due anni egli avrebbe compiuta la terza
cantica, componendo ventitrè canti. E che li finisse appena appena, e
che negli ultimi tempi della sua vita fosse occupato nel finirli, è
confermato dal racconto che lasciò il Boccaccio, del rinvenimento degli
ultimi tredici canti, che si credeva non avesse fatti.[210] Nel qual
racconto si ha anche la conferma dell'interpretazione per cui i dieci
vasi di latte sono dichiarati dieci canti del paradiso; poichè il
Boccaccio narra: “Egli era suo costume, qualora sei o otto o più o meno
canti fatti n'avea, quelli, prima che alcuno altro gli vedesse, donde
che egli fosse, mandare a messer Cane dalla Scala, il quale egli oltre a
ogni altro uomo aveva in reverenzia; e poi che da lui eran veduti, ne
facea copia a chi la ne voleva„. E l'interpretazione dei _decem vascula_
dà e, a sua volta, riceve gran lume di certezza da questo numero
tredici, dei canti ritrovati; chè si capisce come, per quest'ultima
cantica almeno, i canti che Dante mandava a messer Cane e ad altri (nel
nostro caso, a Giovanni del Virgilio) e che erano “sei o otto o più o
meno„, furono appunto dieci e poi dieci; sicchè rimasero tredici non
mandati, non trascritti, non conosciuti.
Ora se ventitrè canti, e del paradiso, della cantica cioè, per la quale
al Poeta fu necessario entrar nell'aringo con ambedue i gioghi di
Parnaso; se ventitrè canti di questa cantica potè, compiere in due anni;
i cento dell'intero poema poterono ben essere compiuti in otto. E così
noi risaliamo al 1313. In quell'anno avrebbe cominciato il suo poema; a
metà di quell'anno; dopo l'annunzio della morte dell'alto Arrigo; dopo
il 24 di agosto.
XX.
ROMAGNA TUA
Nel Convivio, della Romagna non è, si può dire, menzione. Di personaggi
romagnoli non sono nominati che Guido da Montefeltro, uomo di nomea
italica, (Co. 4, 28) e Galasso pur da Montefeltro (4, 11). E sì che vi
si fa ricordo di Gherardo da Cammino da Treviso (Co. 4, 14), di Asdente,
il calzolaio di Parma, (ib. 16) di Guido da Castello, da Reggio (ib.), i
quali tutti e tre hanno luogo nella Comedia (Inf. 20, 118; Pur. 16, 124
e 125). Vi sono rammentati Manfredi da Vico, San Nazaro e Piscitelli o
Piscicelli, di Viterbo, di Pavia, di Napoli. (ib. 29) Nel libro di
eloquenza, si parla come degli altri volgari, anche del romagnolo; si fa
una distinzione, a dir vero, esatta, tra il parlare de' Faentini e de'
Ravennati; (1, 9) ma non si ragiona al certo di quel vernacolo con la
conoscenza più particolare di chi ci vivesse in mezzo, e non ragionasse
per sentita dire. Se si vuole, anzi Dante non ne ragiona giusto,
trovandolo _muliebre... propter vocabulorum et prolationis mollitiem_.
Per quanto anche oggi i Forlivesi parlino con tal quale mollezza, pure e
il loro e quello degli altri romagnoli merita piuttosto gli aggettivi
che Dante applica al vernacolo contrario: _vócabulis accentibusque
hirsutum et hispidum_. (1, 14) E in questo medesimo capitolo è una frase
che può far sospettare che di coteste cose Dante avesse notizia solo
indiretta: _horum aliquos a proprio poetando divertisse_ audivimus,
_Thomam videlicet et Ugolinum Bucciolam Faventinos_. Si può credere che
chi gli parlò di questi due poeti Faentini, lo informò anche del divario
tra il volgar di Ravenna e quel di Faenza.
“Nella Comedia„ usiamo le parole di Corrado Ricci “la Romagna occupa una
parte essenziale, che dimostra quale e quanta conoscenza avesse il poeta
di quella regione. Tutte le città e i castelli d'una certa importanza,
come Ravenna, Ferrara, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, il Montefeltro,
Bagnacavallo, Bertinoro, Castrocaro, Cervia, Cunio, S. Leo, Verrucchio,
Marcabò, Medicina ecc. vi si trovano ricordati; così i fiumi principali
come il Lamone, il Santerno, il Savio e il Montone; e le famiglie nobili
e potenti degli Anastagi, dei Traversari, dei Manfredi, dei Polentani,
dei Malatesta, degli Ordelaffi, dei Pagani, degli Onesti ecc., di alcune
delle quali designa gli stemmi e le imprese. Vi si trova inoltre il
ricordo di Guido del Duca, di Pier Traversaro, di Pier Damiano, di Pier
degli Onesti e di Pier da Medicina, di Guido da Prata, di Guido Bonatti
e di Guido da Montefeltro; dell'arcivescovo Bonifazio, di Rinier da
Calboli, di Giovanna da Montefeltro, di Federigo Tignoso, di Lizio da
Valbona, d'Arrigo Mainardi, di Tebaldello, d'Alberico _dalle frutta del
mal orto_; d'Obizzo da Este, di Montagna, d'Ugolino dei Fantoli, di
Pagano Mainardi e di tanti altri, in ispecie appartenuti alle famiglie
ora nominate.
La Romagna per tal modo offerse, dopo la Toscana, il maggior contributo
di nomi e di fatti al divino poeta...„[211]
Da questo fatto, se noi non sapessimo d'altre fonti (da lui non lo
sappiamo) che egli visse in Romagna, potremmo arguirlo infallantemente.
Ma non basta: da questo fatto messo a confronto con l'altro, la nessuna
o scarsissima menzione e conoscenza della Romagna nelle opere anteriori,
dobbiamo infallantemente inferire che la Comedia la scrisse, per gran
parte, quando viveva in Romagna.
Per gran parte! Quanta? Nel paradiso si trova notata una distinzione e
corretto un errore, che difficilmente avrebbe notato e corretto chi non
fosse dimorato in Ravenna. Si confondevano due santi, due Pietri, tutti
e due di Ravenna: Pier Damiano e Pier degli Onesti, che si dissero
ambedue “peccatori„, sebben quest'ultimo più solitamente. Dante al primo
di questi fa dire: (Par. XXI 121)
In quel loco fu' io Pier Damiano;
e Pietro peccator fu nella casa
di nostra Donna in sul lito adriano.[212]
Il Boccaccio, che fu a Ravenna ma non vi dimorò, non riuscì poi a
strigarsi tra questi e altri Pietri santi di Ravenna;[213] ma Dante ci
riuscì, “vivendo a Ravenna — mentre vi fioriva S. Rainaldo dottissimo
nella storia della Chiesa ch'ei resse per quattro lustri — a Ravenna
dov'erano ancora i discendenti degli Onesti, custodi gelosi delle glorie
di lor casa, e dove poteva vedere e vide certamente lo stesso sepolcro
di Pietro Peccatore posto come oggi in luogo eminente proprio nella
chiesa di Nostra Donna in sul lido Adriano„.[214]
Se questa diligenza ed esattezza non ci par possibile se non a patto di
una grande dimestichezza con cose e luoghi di Ravenna; che diremo della
tanta e così intima conoscenza di uomini e famiglie romagnoli, anche a'
suoi tempi estinte, che sfoggia per bocca d'un romagnolo?
Però sappi ch'io son Guido del Duca.
Fu 'l sangue mio d'invidia sì riarso...
· · · · · · · · · · · · · ·
Quest'è Rinier: quest'è il pregio e l'onore
della casa da Calboli, ove nullo
fatto s'è reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto brullo
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno
del ben richiesto al vero ed al trastullo:
chè dentro a questi termini è ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
Ov'è il buon Lizio e Arrigo Manardi,
Pier Traversaro e Guido da Carpigna?
O Romagnoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Tosco,
verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango, o Tosco,
quando rimembro con Guido da Prata
Ugolin d'Azzo, che vivette nosco.
Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e gli Anastagi,
e l'una e l'altra gente è diredata;
le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi,
che ne invogliava amore e cortesia,
là dove i cuor son fatti sì malvagi.
O Brettinoro, chè non fuggi via,
poichè gita se n'è la tua famiglia,
e molta gente, per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s'impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che 'l Demonio
lor sen girà; ma non però, che puro
giammai rimanga d'essi testimonio.
O Ugolin de' Fantoli, sicuro
è il nome tuo, da che più non s'aspetta
chi far lo possa, tralignando, oscuro.
Difficile è dare a intendere a sè medesimo che tali notizie Dante
acquistasse altrove che appunto nel paese che è
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno.
Ebbene codesti versi sono del XIV del Purgatorio (v. 81). E farà pensare
la risposta che Dante, come latino, dà a Guido da Montefeltro, che ha
domandato “se i Romagnoli han pace o guerra„.
Romagna tua non è e non fu mai
sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ma palese nessuna or ven lasciai.
Ravenna sta come è stata molti anni:
l'aquila da Polenta la si cova,
si che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
La terra che fe già la lunga prova,
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là, dove soglion, fan de' denti succhio.
La città del Lamone e del Santerno
conduce il leoncel dal nido bianco,
che muta parte dalla state al verno:
e quella a cui il Savio bagna 'l fianco,
così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.
Non si nega che tali notizie potesse aver Dante prima di andare in
Romagna; ma quel cominciar da Ravenna! quel nominare, la prima e ultima
volta nella Comedia, la famiglia da Polenta! quel nominarla per il suo
nobile stemma! quell'accennare al suo incremento di potenza! Ebbene quei
versi sono del XXVII dell'Inferno (v. 37). Chi dalle copiose e minute
menzioni di cose e persone romagnole, inferisce la lunga dimora di Dante
in Romagna,[215] come spiega che le più di queste menzioni sono del
tempo in cui, secondo lui e altri e tutti, Dante in Romagna non dimorava
ancora? Era forse presciente il Poeta? prevedeva egli forse che si
sarebbe ricoverato sotto le ali dell'aquila che covava Ravenna?
Ma qui sorge una grave obbiezione. Dante inveisce contro i Romagnoli in
genere, chiamandoli rimbastarditi, contro i suoi signori, chiamandoli
tiranni, contro i Polentani, mettendoli tra quei tiranni, contro i
congiunti dei Polentani stessi, dicendo
ben fa Bagnacaval che non rifiglia,
e detestando così la progenitura della famiglia Malabocca, di cui era
Caterina, moglie di Guido Novello suo ospite. Ella appunto sopravisse
alla sua gente; e “le parole del poeta non potevan certo garbar_le_
troppo„.[216] L'obbiezione è grave solo per chi dimentica la natura del
poema dantesco e i costumi de' suoi tempi. Il poema dantesco è un poema
_sacro_, molto più affine a una predicazione appassionata, che a un
livido libello. La parola è _brusca_, ma deve lasciare vital nutrimento.
(Par. 17, 131) Strana sarebbe la nostra maraviglia, ricordando
l'imperversar d'invettive in bocca di alcun predicatore anche di pace,
sì in quei tempi e sì nei nostri. A molte, insieme, di tali invettive
può essere assomigliato il poema di Dante, il qual Dante, come un fiero
domenicano, come un ardente francescano, rimbrottando, in genere e a
nome, i lor peccati ai suoi uditori, professa pur d'essere anche lui
peccatore, l'ultimo anzi dei peccatori, come quegli che scende
nell'inferno, e non ascende al paradiso, se non dopo essersi mondato
delle macchie di tutti e sette i peccati capitali. E così egli “apr_e_
la bocca„ come piuttosto un paciaro che un giustiziere, dicendo il fatto
suo a tutti, a ricchi e poveri, signori e sudditi, chierici e laici, più
scagliandosi, come di sì fatti predicatori era costume, contro i ricchi
i signori e i chierici, che contro gli altri.
Ma facciamo pure la sua parte anche alla passione d'amore e d'odio.
Ebbene nel fatto della Romagna, dei Romaguoli, dei Polentani e dei loro
congiunti, ravvisiamo più l'amore che l'odio. Non si chiamano
imbastarditi, se non quelli che furono nobili; non si abomina la guerra
che è nei cuori anche quando non è palese, se non per affetto alla
regione che ne è straziata o minacciata. E tiranni diceva Dante signori
che d'essere chiamati tiranni non isdegnavano, essi che prediligevano e
assumevano e ritenevano tali nomi come Malatesta, Malabocca, Malvicino,
Demonio, e simili. Oh! volevano esser tenuti piuttosto forti che buoni!
Quanto ai Polentani, sono sì accomunati agli altri tiranni; ma la loro
aquila è posta in altro atteggiamento che le altre bestie, araldiche o
no, che sono i mastini e il leoncello, gli uni dai denti così aguzzi e
l'altro dalla parte così mutabile. L'aquila cova, e sebbene ella sia
predatrice e abbia fatta una preda di Cervia, pur non si dice se non
ch'ella ricovra sotto la sua ombra quella terra. Così non è accennato se
non il dominio, e magari la protezione, nelle parole con cui si
designano gli Ordelaffi, forse ospiti di Dante:
La terra che fe già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio
_sotto le branche verdi si ritrova_.
Or non è significativo che esprima con ben diverse parole la tirannide
dei Malatesta, quando si consideri ch'essi erano nemici dei Polentani? E
poi noi non sappiamo tutto. La guerra era sempre in quei cuori, non
ostante la consanguineità e l'affinità. Erano famiglie d'Atrei e Tiesti,
quelle; e anche quando il Poeta fa la singolar lode dei Malabocca, che
non rifigliano, noi non possiamo giurare che ciò tornasse piuttosto
sgradito che gradito a Madonna Caterina e a Guido Novello. Il Ricci
ricorda “un documento scritto nel gennaio del 1320, mentre fiorivano
Dante, Guido Novello e Caterina in Ravenna, per certa questione tra
questa città e Bagnacavallo. In esso — non si sa se per malcontento o
per malevolenza — _Bagnacavallo_ è chiamato _Bagnaasino_, ed uno dei
testi presenti è ricordato con le parole: — _Cicho... familiari domini
comitis Bernardini de Bagnaasino_ — mentre lo stesso notaro si
sottoscrive: — _Et ego Magister Maximus Dotavolus de Bagnaasino_„.[217]
Tal mutamento, inscritto da conte e notaro di Bagnacavallo, somiglia a
riconoscimento e rinfacciamento d'ingiuria ricevuta e solita anzi a
riceversi. E non è prova di molto buon sangue tra Ravenna e Bagnaasino,
e tra Guido Novello e i suoi affini.
E chi può, venendo a un punto più importante, affermare che l'episodio
di Francesca tornasse, nel rispetto degli amori e odii di famiglia,
piuttosto discaro al consanguineo dell'uccisa, che caro al nemico dei
consanguinei dell'uccisore? Certo è che la parte più brutta (e a noi non
deve parere meritata) è del Malatesta, atteso in Caina. Ed è superfluo
notare che la poesia di cui il Poeta circonda le due anime affannate,
doveva esser sentita allora come s'è sentita e si sentirà in tutti i
tempi; e che certo ella non discese a caso su loro dalla bocca
incosciente di Dante. Or quanto maggior tenerezza, nell'udire quella
voce soave alzarsi tra l'improvviso silenzio del vento infernale, doveva
essere in chi era alla donna congiunto di sangue!
Il dramma è ad arte abbellito. Si trattava dell'amore di due cognati,
che avevano l'una marito e l'altro moglie; quella da forse dieci anni,
questi da almen quattordici. E Paolo aveva due figli; e una figlia aveva
Francesca.[218] Or bene, come tra i peccator carnali, rei
d'incontinenza, Dante pone Dido, che per essersi uccisa dovrebbe stare
nella selva con Pier della Vigna, così mette questa coppia d'adulteri,
per di più incestuosi, la cui propria reità sarebbe malizia o
ingiustizia. Il Poeta fa espressamente dichiarare da Francesca, d'essere
vittima d'amore; d'amore che s'apprende a cuor gentile, come affermava
il rimatore bolognese, maestro suo e di tutti i poeti d'amore; d'amore
che a nullo amato amar perdona, come dichiarava il filosofo greco,
maestro di color che sanno: “amore ha per fine il vicendevole
amore„.[219] Escono i due cognati della schiera ov'è Dido, che per amore
s'uccise come per amore essi furono uccisi, e ruppe fede a un cenere,
come essi a un vivo; e così la selva mirtea di Virgilio adombra e in
certo modo refrigera il tetro inferno nuovo. Gli “affanni„ dei due
amanti durano anche tra la bufera, così come _curae non ipsa in morte
relinquunt_ gli antichi morti d'amore. Piange Francesca, piange Paolo:
_lugentes campi_ sono quelli di Virgilio; e, come pianse Dante tristo e
pio, così Enea _demisit lacrimas_; e l'uno lancia un affettuoso grido, e
l'altro _dulci affatus amore est_; e l'uno dice “o anime affannate„, e
l'altro “_Infelix Dido!_„. E là Francesca, in cotal guisa, mostra la
ferita, per la quale tinse il mondo di sanguigno, per la quale gli fu
tolta la bella persona, per la quale fu condotta da amore a una morte
con l'amator suo; e qua oltre Dido _recens a vulnere_, è in atto di
dolore (_moestam_) Erifile che mostra le ferite d'un figlio, così
crudele come fu crudele quel marito: crudeli; sebbene l'uno e l'altro
avessero cagione di questa vendetta contro la madre avara e contro la
moglie infida. E, come Didone ha nella selva il suo Sicheo che risponde
a' suoi affanni e al suo amore, così Francesca, nel luogo d'ogni luce
muto, ha con sè il suo Paolo, che mai da lei non sarà diviso. E sono
anime offense queste, come offensa è Didone; ed Enea narra piangendo,
che fu per un fato imperioso, e Francesca narra piangendo, che fu per un
ineluttabile amore.[220]